CAPITOLO IX.

_Politia delle nostre Chiese durante il Regno dell'Imperador CARLO V._

In questo sedicesimo secolo ricevè il Pontificato Romano una delle

più grandi e ruinose scosse, che dopo il suo innalzamento avesse avuto

giammai. Per le cagioni, già riferite dell'eresia di Lutero, fece in

Europa perdite lagrimevoli ed irreparabili. Molte province d'Alemagna

si sottrassero; le Fiandre: l'Inghilterra, che fu un tempo la più

sua ligia e fruttifera: la Scozia, ed i Regni del Nort si perderono

affatto: la Francia ne fu pure in gran pericolo, e l'Italia dava di

se gravi sospetti. Perdite, che mal si potevano compensare co' nuovi

acquisti, che si facevano nell'Indie e nell'America: acquisti per Roma

sterili ed infruttuosi. Turbava ancora l'animo de' Romani Pontefici

il pensiero della convocazione d'un nuovo Concilio, riputato allora

precisamente necessario per sedare le grandi rivoluzioni di Religione,

onde tutta Europa era agitata e scossa. Ma non per tutto ciò si

perderon di animo; nè co' Principi quantunque loro aderenti e congiunti

(a' quali parimente premeva, che ne' loro Stati la Religione non

s'alterasse) furono punto più indulgenti in rilasciando forse il rigore

delle pretensioni, che nutrivano sopra le Chiese de' loro Dominj, e per

altre loro pretensioni. L'Imperador Carlo V da poi che da Clemente VII

riscosse quelle esorbitanti somme per riscatto della di lui persona,

si curò poco, che nel nostro Regno gli _Spogli_ delle nostre Chiese

vacanti, e le _Incamerazioni_ ricominciassero più severe che mai;

s'imponessero spesse _Decime_ a' Cleri ed a' Monasterj, dond'egli

ne difalcava pure la sua parte; e per gli vantaggi ch'egli (siccome

fecero dopoi tutti i Re suoi successori) ricavava con permissioni de'

Pontefici dai Regni di Spagna, si curava poco de' suoi diritti, e molto

meno de' nostri interessi, e di quelli delle nostre Chiese.

Nel trattato della pace, che come si disse, fu poi tra Cesare e

Clemente conchiusa nell'anno 1532, venne largamente a disputarsi

intorno alla presentazione delle Chiese Cattedrali del nostro Regno,

pretese dai nostri Re di Patronato Regio. Essi fondavano il patronato,

per avere i loro predecessori fondate le più insigni Cattedrali, che

v'erano, e di ricche rendite e poderi dotate. I Normanni, come si è

potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria, sin da' fondamenti

n'ersero moltissime; e non fu picciolo beneficio d'averne molte

sottratte dal Trono Costantinopolitano, e restituite al Trono Romano.

Gli Angioini eziandio ne fondarono altre; onde siccome le Cattedrali

di Spagna per questa ragione sono riputate tutte di Presentazione

Regia, doveano parimente tali reputarsi le nostre, e per conseguenza

tutti gli Arcivescovadi e Vescovadi, quando vacavano, doveano tutti

provvedersi a presentazione e beneplacito del Re; ed ancorchè nel Regno

degli Angioini si fosse tolto l'_Assenso_, che prima veniva ricercato

nell'elezioni de' Prelati in tutte le nostre Chiese, siccome per ciò

non si tolse l'_Exequatur Regium_, come altrove fu mostrato, così molto

meno quella convenzione apposta nell'investiture, potè abbracciare

le Chiese di _Patronato Regio_, dalla quale espressamente ne furono

eccettuate; ond'è, che nel Regno moltissime Chiese e Beneficj, in

tutte le nostre Province, siano rimasi di collazione o presentazione

Regia; de' quali il Chioccarelli, il Tassone ed altri ne fecero lunghi

cataloghi.

Il Reggente Muscettola, destinato allora Ambasciadore in Roma per

Carlo V, per quest'affare sostenne la pretensione de' nostri Re;

ma (siccom'è lo stile di quella Corte, che, sempre che il negozio

si riduce in trattato, si cerca poi di tirarlo a composizione, col

pretesto di togliere le discordie, ed un più lungo esame) si convenne

con Clemente VII, che ventiquattro Chiese Cattedrali, cioè sette

Arcivescovadi, e diciassette Vescovadi rimanessero di presentazione

e nominazione Regia, e l'altre fossero riserbate alla disposizione

del Papa. Furono dichiarate di Regia presentazione nella provincia

di Terra di Lavoro li Vescovadi di Gaeta, di Pozzuoli e della Cerra.

Nel Contado di Molise, il Vescovado della città di _Trivento_. In

Principato citra l'Arcivescovado di _Salerno_, ed il Vescovado della

città di _Castellamare_. In Principato ultra, il Vescovado della città

d'_Ariano_. In Calabria citra, il Vescovo della città di _Cassano_.

In Calabria ultra l'Arcivescovado di _Reggio_, e li Vescovadi di

_Cotrone_, e di _Tropea_. In Basilicata (secondo la disposizione

presente delle Province) l'Arcivescovado di _Matera_, al quale va ora

unita la Chiesa di _Cerenza_, ed il Vescovado della città di _Potenza_.

In Terra d'Otranto, l'Arcivescovado della Città d'_Otranto_, quello

di _Taranto_, e l'altro di _Brindisi_, al quale andava allora unita la

Chiesa d'_Oira_, il Vescovado di _Gallipoli_, e quelli di _Mottula_, e

d'_Ugento_. In Terra di Bari, l'Arcivescovado della città di _Trani_,

e li Vescovadi di _Giovenazzo_, e di _Monopoli_. In Apruzzo citra ed

ultra, il Vescovado della città dell'_Aquila_, e quello di _Lanciano_,

ora resa questa Chiesa Arcivescovile, ma non già Metropoli, per non

avere suffraganeo alcuno. In Capitanata, non v'è Vescovado di Regia

presentazione, ancorchè nella Chiesa di Lucera tutte le Dignità, e

la metà de' Canonicati siano di collazione Regia, come altrove fu

rapportato.

Questa fu la divisione, che si fece allora delle Chiese Cattedrali, che

durò sino al presente, e fu inserita negli articoli di quella pace,

nella quale espressamente s'esclusero gli altri Beneficj e Chiese

non Cattedrali di patronato Regio, che sono moltissime, delle quali

i nostri Re sono in possesso, quando vacano, di provvederle, e nelle

loro vacanze destinar Regj Economi per l'esazione delle rendite, parte

delle quali si assegnano per la loro reparazione e sostentamento, ed il

rimanente si riserba a futuri successori.

Si curò anche poco l'Imperador Carlo, per le cagioni accennate, che

s'imponessero da Roma nel nostro Regno nuovi gravamenti, fra quali il

maggiore a' suoi tempi fu, che non essendosi quivi potuto introdurre il

Tribunale dell'_Inquisizione_, se ne stabilisse un altro tutto nuovo,

chiamato della _Fabbrica di S. Pietro_, di cui, come in suo luogo,

bisogna qui rapportare l'origine e l'introduzione.

§. I. _Origine del Tribunale della Fabbrica di S. Pietro, e come, e

con quali condizioni si fosse fra noi introdotto, e poi a nostri tempi

sospeso._

Il Pontefice Giulio II, volendo emulare la magnificenza del Re

Salomone, gli venne in pensiero di fabbricare un Tempio in Roma in

onore di S. Pietro Capo degli Appostoli, che fosse il più magnifico e

sorprendente di quanti mai ne fossero al Mondo; reputando, che siccome

Roma era divenuta Capo della Chiesa _Spirituale_, e s'era innalzata

sopra tutte le altre Chiese della Terra, così era di dovere, che la sua

Chiesa _Materiale_ soprastasse a tutte le altre, non altrimenti che S.

Pietro, a cui si dedicava, soprastò a tutti gli altri Appostoli, ed a

tutti i Fedeli, che in Cristo credettero; ma non avendo le ricchezze

di Salomone, rivoltò tutti i suoi pensieri per trovar miniere, donde

per quest'opera potesse venire in Roma argento ed. oro. Cominciò prima

per via d'indulgenze plenarie, concedendole a larga mano a tutti

coloro, che lasciavano o donavano per la fabbrica di quel Tempio;

ma vedendo che per ciò non si giungeva all'intento, inventò un nuovo

modo, e per sua Costituzione stabilita nell'anno 1509, oltre d'avergli

concedute molte prerogative, stabilì, che tutti i Legati pii, che si

trovavano lasciati a luoghi incapaci, ovvero, che dagli eredi non si

soddisfacessero, s'applicassero a questa Fabbrica. Instituì per tanto

un Tribunale in Roma, i cui Ministri doveano non meno invigilare per

la costruzione del Tempio, che a riscuotere per questa via danari per

tutto il Mondo Cattolico per loro Commessarj.

Questa Bolla di Giulio fu da poi confermata e molto più amplificata

da Lione X e da Clemente VII e dagli altri Pontefici suoi successori.

Ma dovendosi, per esser fruttifera, farsi valere negli altrui Dominj,

molti Principi s'opposero all'esecuzione, chi affatto rifiutando

tal introduzione chi moderandola, e chi riformandola. Lione X tentò

nel nostro Regno introdurre Commessarj di questo Tribunal di Roma,

e nell'anno 1519 spedì Breve a lor diretto, concedendo loro facoltà

di poter esigere per tre anni tutti i Legati pii, e per tal effetto

costringere i debitori a soddisfargli, ed eziandio i Notai ad esibire

ad essi i protocolli, gli istromenti ed i testamenti che dimandavano.

Ma essendosi esibito il Breve al Vicerè, affin che se gli desse

l'_Exequatur_, da D. Raimondo di Cardona, che avea allora il governo

del Regno, nell'anno 1521 gli fu conceduto, ma colla clausula, _praeter

quam contra laicas personas_; in guisa, che volendo i Commessarj

suddetti costringere i laici, essendo di nuovo ricorsi al Cardona,

questi ordinò agli Ufficiali Regj, che facessero loro giustizia contra

i laici, con astringerli alla soddisfazione de' Legati pii, e parimente

procedessero contro i Notai, obbligandoli ad esibire i protocolli e

gl'istromenti[99].

Clemente VII da poi prorogò queste Commessioni, e nel 1532 spedì altro

Breve, al quale D. Pietro di Toledo Vicerè diede l'_Exequatur_ con

alcune dichiarazioni, per le quali però non si toglievano i molti

pregiudizj che s'apportavano al Regno, e le estorsioni e disordini

che commettevansi da' Commessarj destinati per le Province; onde nel

Parlamento tenuto in Napoli nel 1540 in nome della città e Regno

fu pregato il Toledo, che trattasse col Papa d'estinguere affatto

questo Tribunale, per li tanti aggravj ed estorsioni che faceva[100];

ed avendo poi il Vicerè nel 1547 col Pontefice Paolo III trattato

quest'affare, si vennero a togliere molti abusi, ed a riformarlo

in gran parte, tanto che si fecero nuove moderazioni ed altre

dichiarazioni, in guisa che negli anni seguenti era rimaso poco men che

sospeso Ma da poi il Duca d'Alba, Vicerè, nel 1557 fece ordinare, che

il Tribunal della Fabbrica ritornasse nel suo primiero stato, secondo

il concordato del 1547, fatto da Paolo III col Toledo.

Per la qual cosa si venne poi a stabilire, che il Commessario della

Fabbrica residente in Napoli, che suol essere il Nunzio, non potesse

conoscere delle cause di questo Tribunale, nè deciderle, se non col

voto degli Assessori laici, i quali si destinerebbono dal Re, o suo

Vicerè in tutte le tre istanze; onde nacque lo stile, che per le

prime e seconde istanze si deputassero per lo più Regj Consiglieri,

ovvero Presidenti della Regia Camera, e per Assessore o sia Giudice

delle terze un Reggente di Collaterale; e parimente, che i Commessarj

destinati per le Province, non potessero per se conoscere, o decidere,

ma debbano avere gli Assessori laici da nominarsi dalle Comunità de'

luoghi[101]: onde il Cardinal Granvela nel 1574, in esecuzione di

tal Concordato, ordinò agli Ufficiali del Regno, che non impedissero

l'esecuzione agli ordini di questo Tribunale, sempre che si facessero

da Consultori Regj deputati da lui e suo Collateral Consiglio, e che

alle loro provvisioni prestassero ogni ajuto e favore.

Ma con tutto ciò non si riparava a' disordini ed alle estorsioni de'

Commessarj, nè si toglievano gli altri infiniti pregiudizj, che per

questo Tribunale s'apportavano al Regno: poichè, se bene in vigor

di questo Concordato il Tribunal della Fabbrica di Roma non poteva

impacciarsi nelle cause contenziose del Tribunal di Napoli, ma

solamente deputare il Commessario, l Economo, ed altri ufficiali minori

di quello; con tutto ciò, siccome ce ne rende testimonianza l'istesso

Cardinal di Luca[102], la Congregazione di Roma, per via di relazioni

ed estragiudiziali informi, aveva preso a ritrattare quelle medesime

cause, le quali in tutte le istanze s'erano agitate e già decise in

Napoli. Parimente la Congregazione di Roma s'avea appropriate tutte

le cause, che non erano contenziose, cioè, tutte le composizioni, alle

quali le Parti desideravano essere ammesse senza litigare, avendo anche

in ciò ristretto al Nunzio, o sia Commessario Generale, che risiede nel

Regno, ed all'Economo la potestà di poter transigere nelle cause gravi,

e dove vi potea nascere una grossa composizione; e così per tirar più

denaro in Roma, come per ridurre le cause contenziose a poco numero nel

Tribunal di Napoli, facilitava le transazioni, con ammettere a quelle

ogni uno, che pagasse denari, importando poco, che soddisfacesse o no

il peso imposto dal testatore, o l'adempimento de' Legati pii: perchè

essi dicevano, che l'opera pia la compensavano col tesoro inesausto,

ch'essi hanno in Roma, il qual chiamano _Mare Magnum_, una goccia del

quale basterebbe a soddisfare tutti i Legati pii del Mondo; e per ciò

facilitandosi per denari la composizione in Roma, la volontà de' pii

disponenti non veniva a verun patto ad eseguirsi.

Ma quello, che più d'ogni altro rendeva odioso tal Tribunale, erano le

estorsioni e disordini, che nella città e nelle province commettevano

i Commessarj, delle quali estorsioni l'istesso Cardinal di Luca[103]

ne rende pure a noi testimonianza. Essi, secondo una relazione,

che si legge tra' M. S. Giurisdizionali[104] fatta sin dall'anno

1587, subito che giungevano nelle Terre del Regno, ancorchè piccole,

affiggevano cartoni, e sonavano campanelli, e con voce tremenda ed

orribile minacciavano scomuniche _latae sententiae_ ai Notari, e a

tutti coloro, che avessero testamenti, dove erano disposizioni pie,

e non gli portassero a loro. Recati che loro si erano, li Commessarj

citavan tutti gli eredi de' disponenti, ancor che quelli fossero morti

cento anni a dietro, a mostrar la soddisfazione de' Legati pii; e non

comparendo, erano dichiarati contumaci, e da poi per pubblico cedolone

scomunicati; e quando venivano a purgarsi, non pensassero d'essere

intesi, se prima non pagavano gli atti della contumacia, e da poi non

gli assolvevano, se non mostravano la soddisfazione, o non pagavano di

nuovo; e coloro, che non avevano modo di farlo, o pure erano tardi a

venire, ed intanto il Commessario erasi partito da quel luogo, erano

costretti, per essere assoluti, venire a Napoli; e molti, che per la

loro povertà estrema, non aveano modo di portarsi in quella città,

rimanevano scomunicati, e venendo a morte, era a' loro cadaveri negata

l'Ecclesiastica sepoltura. Maggiori estorsioni si soffrivano in Napoli:

poichè, anche se prontamente si portava la soddisfazione del Legato,

non perciò l'erede ne usciva franco, ma dovea sborsare i diritti del

decreto (quantunque non ricercato, nè voluto) che non fosse molestato;

e passati alquanti anni si tornava da capo, con nuove richieste e nuovi

decreti; e se la disgrazia portava, che la soddisfazione non potesse

mostrarsi con iscritture, ma con testimoni, per liberarsene, era duopo

fabbricarsi un voluminoso processo con gravissimi dispendj. Quindi

atterriti i testatori stessi, s'astenevano di far più Legati pii,

ovvero espressamente comandavano, che questo Tribunale non s'avesse ad

impacciare in modo alcuno nelle loro disposizioni.

Per evitar tali ed altri moltissimi disordini, che qui si tralasciano,

essendosi tal Tribunale reso odioso e grave a' nostri maggiori,

s'ebbero di volta in volta continui ricorsi dalla città, e Regno

a' nostri Re, perchè affatto si togliesse: finchè mosso il nostro

Augustissimo Principe dalle querele de' suoi sudditi, con sua regal

carta spedita da Vienna nel 1717 ordinò, che il Nunzio e Commessario

insieme di questo Tribunale tosto sgombrasse dal Regno, e si

chiudessero i suoi Tribunali; e giunto in Napoli quest'ordine nel mese

d'ottobre del medesimo anno, fu prontamente eseguito, e fu soppressa

non meno la Nunziatura, che la Fabbrica; e da poi fu spedito da Vienna,

a' 8 ottobre del seguente anno 1718, altro imperial dispaccio, col

quale s'ordinava al Conte Daun allora Vicerè, che minutamente lo

informasse delle estorsioni ed abusi de' Tribunali suddetti, e del

remedio che poteva darsi, siccome fu eseguito; e sebbene il Nunzio

tornasse da poi, nel mese di giugno del seguente anno 1719, e fossessi

restituito il Tribunal della Nunziatura, nulladimeno la restituzione

seguì con molte restrizioni e dichiarazioni, come altrove diremo: ed il

Tribunal della Fabbrica non fu restituito, ma rimase siccome infin ad

ora ancor dura, sospeso e casso.

(Fra i Capitoli accordati al Popolo Napoletano in Tempo del

Duca d_'Arcos_ a' 7 di settembre del 1647 che si leggono presso

_Lunig_[105], il 29 fu questo: _Ch'essendo finito il tempo della

istituzione ed erezione del Tribunale della reverendissima Fabbrica di

S. Pietro di Roma, detto Tribunale si dismetti_).

§. II. _Monaci, e Beni Temporali._

Se mai in alcun tempo le nuove Religioni portarono nuove ricchezze,

onde perciò bisognò unire coi Monaci i beni temporali, in questo secolo

ne sursero due, che fecero maggiormente conoscere, che il monachismo

non può a verun patto scompagnarsi dall'acquisto de' beni mondani;

poichè, non ostante che le leggi fondamentali della istituzione loro li

proibissero, nulladimeno, cattivatasi per quest'istesso la divozione

de' Popoli, e resigli perciò più facili a donare, fu loro poscia

agevole ottenere da Roma (cui molto cale i loro acquisti) dispense, ed

interpretazioni per rendersene capaci.

Sursero in questo secolo molte Congregazioni di Cherici Regolari; ma

una delle più principali fu quella de' _Teatini_. Fu così chiamata a

cagion di Gianpietro Caraffa Vescovo della città di Chieti, da' Latini

detta _Theate_, che insieme con Marcello Gaetano Tiene Gentiluomo

Vicentino e Protonotario Appostolico, la istituì, prima di passare ad

altre Chiese ed al Pontificato. Clemente VII, nell'anno 1514 l'approvò,

e nei seguenti anni fu confermata da Paolo IV, dall'istesso Fondatore

essendo Papa, e da Pio V nel 1567 e dagli altri Pontefici successori.

Da Venezia vennero a noi (secondo che narra Gregorio Rosso[106]

Scrittor contemporaneo) nel mese di maggio del 1533, nel qual anno

da' Napoletani furono ricevuti con molto desiderio, e fra gli altri

da Antonio Caracciolo Conte d'Oppido, il quale ebbe il pensiero di

riceverli in un suo luogo fuori la Porta di S. Gennaro, ma poco da

poi se n'entrarono dentro la città: furono accolti da Maria Francesca

Longa (celebre per essere stata ella Fondatrice del famoso Ospedale

degl'Incurabili) la quale assegnò loro alcune sue case per abitarvi.

Ma mancò poco, che non se ne ritornassero in Venezia, siccome aveano

risoluto, per l'angustia della loro abitazione: se non che D. Pietro

di Toledo Vicerè per non farli partire, proccurò, che lor si desse per

abitazione l'antichissima Parrocchia di San Paolo, dove si trasferirono

nel 1538[107].

Ancorchè professassero una stretta povertà, e quantunque il loro

istituto fosse di non poter nemmeno cercare limosine, ma totalmente

abbandonarsi alla Divina provvidenza, la quale, siccome avea cura de'

gigli del campo e degli uccelli dell'aria, così dovea anche prender

di lor pensiero; con tutto ciò i Napoletani corsero loro dietro ad

arricchirli a lor dispetto, ed a cumularli d'ampie facoltà e ricchezze,

donde sursero i tanti magnifici e superbi lor Monasterj, che gareggiano

colli più eccelsi edificj del Mondo. Si distinsero costoro sopra gli

altri per la vigilanza che tenevano, perchè li novelli errori surti

in questi tempi in Germania, non penetrassero in Napoli; onde, come

si è detto, furono i più fedeli Ministri degl'_Inquisitori_ Romani.

Ed in decorso di tempo la divozione che i Napoletani portarono al B.

Gaetano Tiene, uno de' loro Institutori, crebbe tanto, che gli ersero

una statua di bronzo nella Piazza di San Lorenzo, e sopra tutte le

Porte della Città parimente collocarono una sua statua, in segno

del particolar culto, che sopra tutti gli altri suoi Protettori gli

portavano.

Ma intorno a' medesimi tempi surse un Ordine, che col correr degli

anni si rese assai più famoso e più diffuso di tutti gli altri: questo

è quello de' _Gesuiti_ di cui tanto si è parlato, e scritto. Ebbe

in Francia i suoi principj dal famoso Ignazio di Lojola spagnuolo, e

l'introduzione di questo nascente Ordine in quella Provincia, partorì

de' gravi contrasti, de' quali ne sono piene l'istorie del Presidente

Tuano[108]. Vi furono finalmente i Gesuiti ammessi, ed ancorchè,

sotto il Regno d'Errico IV, fossero stati costretti nell'anno 1594 ad

uscirsene, vi ritornarono poi nel 1603. Nell'altre province d'Europa

fecero maravigliosi progressi ed acquisti, ed in Roma ed in Italia

si distinsero sopra tutti gli altri; e quantunque in Venezia sotto il

Pontificato di Paolo V fossero parimente stati costretti da' Vineziani

a sgombrare dalla loro Repubblica, con tutto ciò vi tornarono poi nel

Pontificato d'Alessandro VII.

(Resi accorti i _Gesuiti_ da ciò che avvenne in Francia ed in Venezia,

per essersi dati in quelle brighe dalla parte del Pontefice Romano,

ne' tempi posteriori, avendo già poste profonde radici, ed acquistate

immense ricchezze, pensarono più saviamente di gettarsi in casi simili

a quel partito che potesse loro esser più profittevole, poco curando

delle censure, ed interdetti di Roma, siccome si vide poi in Italia

nelle brighe insorte tra il Pontefice _Urbano VIII_ con _Odoardo

Farnese_ Duca di Parma; il quale solennemente scomunicato dal Papa

nell'anno 1643, e minacciandogli interdetto sopra tutti i suoi Stati,

i _Gesuiti_ accortamente non vollero esporsi al pericolo d'essere di là

scacciati: ma disprezzando le Papali Censure, si mostrarono assai leali

e riverenti al Duca, e prestandogli ogni fedeltà s'uniron al di lui

partito, scomunicato e maledetto, ch'e' si fosse. Vedasi _Le Vassor_

(_Hist. de Louis XIII_), che ne rapporta l'istoria; e la Bolla di

queste Censure fulminate da _Urbano_, si legge pure presso Lunig[109]).

Ma nel nostro Reame non ebbero a sostenere opposizione alcuna; anzi

venutici nel 1551, sotto la guida del P. Alfonso Salmerone, furono da'

Napoletani accolti con non men desiderio che i Teatini. S'acquistarono

in breve tempo l'amicizia de' Nobili, e particolarmente d'Ettorre

Pignatelli Duca di Montelione, il quale assegnò loro per abitazione

una Casa al vicolo del Gigante, dov'era una picciola Cappella: quivi

si posero ad istruir i giovani nella dottrina Cristiana, dando norma

a' Preti secolari di farlo anch'essi. Tratti i Napoletani da quello

loro pietose e caritatevoli opere, nel 1557 diedero ad essi una più

comoda abitazione e comprarono la Casa del Conte di Maddaloni presso

la Chiesa di Monte Vergine, fabbricandovi una Chiesa sotto il titolo

del Nome di Gesù, dove essi incominciarono ad insegnare i fanciulli

senza mercede alcuna, a predicarvi, e far altri spirituali esercizj,

sicchè tirando molta gente, il gran concorso rendendo incapace quella

Chiesa, il Cardinal Alfonso Caraffa Arcivescovo concedè loro la

Chiesa de' SS. Pietro e Paolo, la quale nell'anno 1564, da' Gesuiti

fu diroccata, e renduta più grande; ma da poi diedero principio ad un

magnifico edificio per costruirvi quel famoso lor Collegio, che ora

occupa più contrade della città, per la magnificenza del quale sin dal

principio del secolo passato tirarono il solo Principe della Rocca a

spendervi ventimila ducati[110]. Sono pur troppo noti gli altri immensi

e maravigliosi acquisti, che in meno d'un secolo fecero in questa città

e Regno; gli altri eccelsi e stupendi loro edifici degli altri loro

Collegi e Case Professe ne' luoghi più scelti della città e Regno, per

li quali si lasciarono indietro tutti gli altri Ordini più numerosi e

più ricchi, che insino a quel tempo v'erano stati.

Nè ponendosi mente al modo tenuto per acquistar tante ricchezze, deve

parer ciò cosa strana: essi considerando, che gli Mendicanti avuta

ch'ebbero da Roma la facoltà d'acquistare, perderono il credito e

la divozione del popolo, onde non fecero poi gran progressi; quelle

Religioni, che vollero persistere in una ferma e stabile povertà, si

mantennero sì bene il credito e la buona opinione, ma non acquistarono

ricchezze; onde bisognava pensar un modo nuovo, che fosse misto di

povertà e di abbondanza; colla povertà acquistar il credito e la

divozione; e di poter per altra mano ricevere quel che alla Compagnia

era offerto e donato. Per ciò istituirono le Case Professe ed i

Collegi; le Case Professe non possono a patto veruno acquistare,

nè possedere stabili: in queste si professa povertà, ed è la meta

dove qualunque lor operazione deve terminare; ma i Collegj possono

acquistare e possedere stabili, dove ricevono, ed istruiscono la

gioventù per allevarli nella virtù, affinchè si renda poi atta a vivere

nella povertà Evangelica. Con che viene la povertà ad essere lo scopo

ed il fine loro essenziale, ma accidentalmente ricevono possessioni e

ricchezze. Con tutto ciò, da quello che si vide poi negli effetti, e

dal gran numero de' Collegj e dalle poche Case Professe, ogni uno ha

potuto conchiudere quello, che veramente sia loro l'essenziale, e quale

l'accidentale. Sin dal principio del secolo passato si faceva il conto,

che i Gesuiti, di Case Professe, non ne aveano più che 21; all'incontro

il numero de' Collegj arrivava a 293 S'aggiunga a questo gli altri

Collegj e gli altri grandissimi acquisti, che han fatto da poi per un

altro secolo sino al presente, e vedrassi non esservi stato Ordine, che

in un secolo e mezzo possedesse tanti stabili, ed avesse cumulate tante

ricchezze e tesori, come questo.

Si fecero pure a questi tempi molte Riforme degli Ordini antichi,

come quella de' _Frati Minori Cappuccini_, l'altra de' _Recolletti_,

ovvero _Zoccolanti_, e quella de' _Penitenti_; per li _Carmelitani_,

la Riforma introdotta da Santa Teresa, che cominciò dalle femmine, e

poi si stese anche agli uomini, donde sursero i _Teresiani Scalzi_; e

per gli _Agostiniani_, la Riforma de' _Romiti d'Agostino_. Si fecero

ancora nuove Fondazioni, come quella de' _Fratelli della Carità_, che

hanno per istitutore _S. Giovanni di Dio_: l'altra de' Cherici Regolari

_Sommaschi_, istituiti nel 1531 da Girolamo Miano, o Emiliano, Nobile

Veneziano, per l'educazione degli Orfani, e nel 1540 approvati da

Paolo II, li quali da poi nel 1568 furono, da Pio V, ammessi a' voti

Monastici; ed alcune altre: ma tutte queste Riforme, e nuove Fondazioni

non s'introdussero nel Regno subito, che furono istituite: vennero a

noi più tardi nei seguenti anni, onde, secondo l'opportunità, se ne

terrà conto ne' libri seguenti di quest'Istoria.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8 · 第 17 / 54 题