P. P. L. P.

_Vix vix undecies repararat cornua Phaebe,_

_Conspicitur tristi funus in Urbe novum._

_Anna suum conjux lacrymis venerata maritum,_

_Indomito tandem victa dolore cadit._

_Illa sui cernens properantia tempora lethi_

_Dixit tunc demum funere laeta suo;_

_Quam nunc grata venis quam nunc tua jussa libenter,_

_Mors, sequor, ad sedes nam vehor aethereas._

_Hie ubi certa quies concessa laboribus aura,_

_O conjux, tecum jam meliore fruar._

_Pectore quem loto conceperat illa dolorem_

_Sola superveniens vincere mors potuit._

Il Cardinal di Granvela, appena giunto al governo del Regno, permise,

che due vecchie Catalane, che non vollero abjurare il Giudaismo,

fossero condotte in Roma, dove persistendo nella loro ostinazione,

furono pubblicamente fatte morire.

Parimente nel governo del Duca d'Ossuna, scrisse questo Vicerè una

lettera Regia al Governadore di Calabria sotto li 14 novembre del

1583, nella quale gli diceva, che il Cardinal Savelli in nome di Sua

Santità gli avea scritto, che per cose toccanti al S. Ufficio v'era

bisogno in Roma della persona di Giovan-Battista Spinelli Principe

della Scalea: che perciò desiderando egli di dare ogni soddisfazione ed

ajuto alle cose toccanti al detto S. Ufficio, gli ordinava e comandava,

che portatosi di persona dove quegli si trovava, lo incarcerasse e

lo conducesse prigione nella Regia Udienza, e dando malleveria di

ducati venticinquemila di presentarsi dirittamente fra un mese nel S.

Ufficio della Città di Roma, e non partirsi di là senza licenza di quel

Tribunale, lo lasciasse libero, e non dandola, lo ritenesse carcerato,

e ne lo avvisasse[72].

Questo medesimo Vicerè ordinò ancora a' 9 dicembre del 1585 al Reggente

di Vicaria, ch'essendogli stato scritto da Roma dal Cardinal Savelli,

che per cause toccanti alla Religione teneva bisogno nel S. Ufficio

della persona di Francesco Conte Capitano dell'Isola di Capri, che lo

'ncarcerasse, e dando malleveria di duc. 1000 di presentarsi in quel

Tribunale, lo scarcerasse. Consimile ordine spedì a' 8 marzo del 1586

a Callo Spinello Reggente della Vicaria, comandandogli, che mandasse

carcerato colla guardia del Capitan di Campagna, o Terra di Lavoro nel

S. Ufficio di Roma Francesco Amoroso, Capitano che fu di Pietra Molara,

e lo consegnasse a que' Ministri.

Il Conte di Miranda calcò le medesime pedate, e pur che si ricercasse

licenza, o _Exequatur Regium_, che con facilità era conceduto,

prestavasi all'Inquisizione di Roma ogni ajuto e favore, in pregiudizio

gravissimo del Regno, e de' suoi naturali. Di che poi ne nacquero

maggiori disordini, perchè pretendendo la Corte di Roma non istar

sottopposte le sue commessioni ed ordini a verun _Placito Regio_, facea

quelli valere, senza ricercarne permesso; onde sovente i Commessarj

del S. Ufficio destinati da Roma, la quale soleva per lo più mandar le

commessioni a' Vescovi, incarceravano i laici senza licenza del Vicerè,

e gli mandavan subito in Roma.

§. III. _Inquisizione occultamente tentata da Roma introdursi in Napoli

ne' Regni di FILIPPO III e IV e di CARLO II, ma sempre rifiutata, ed

ultimamente con Editto dell'Imperador CARLO VI, affatto sterminata._

L'Inquisizione di Roma era a questi tempi arrivata a tanta alterigia,

che pretendeva, che gli Re stessi ed i maggiori Monarchi della Terra

stessero a quella soggetti. Introdussero perciò un doppio modo di

procedere, uno aperto ed a tutti noto, del qual si servivano contro al

popolo ed alle vili persone, che condannava a morte; l'altro segreto

ed occulto, per lo quale i Re e le persone Regali erano di nascosto

condannati; e si trovò anche modo di poter eseguire contra i medesimi

le loro condanne, dichiarandoli decaduti dal Regno, con dar permesso a'

sediziosi e malcontenti, concedendo loro, per maggiormente invitarli,

indulgenze e sicurezza di coscienza, di cacciargli dal Regno, ovvero

occultamente d'insidiar loro la vita. Il cui misterioso ed occulto

modo di procedere lo appalesò a noi _Francesco Suarez_[73] Gesuita

Spagnuolo nel suo libro, che intitolò _Defensio Fidei_. E Richerio[74]

rapporta, che per mezzo de' Gesuiti sovente ponessero in pratica questo

occulto procedimento, e forse tale fu quello tenuto in Francia contro

alla persona di Errico III. Diedesi parimente alla luce nell'anno

1585 un libro stampato in Roma, intitolato _Directorium Inquisitorum_,

dove s'unirono insieme tante sconcezze, che portarono orrore a tutto

il Mondo: che l'Ufficio Santo dell'Inquisizione avesse potestà di

sentenziare _capitaliter in Haereticos_, _et Fautores Haereticorum_:

che il Papa ha l'una e l'altra spada spirituale e temporale, per

giudicare tutti, anche i Re: che questo S. Ufficio debba procedere _per

delationem, aut denunciationem et inquisitionem_, lasciando da parte

stare il procedere _per accusationem_, perchè questo è un modo _multum

periculosus_, _et multum litigiosus_: che s'ammettano tutti a render

testimonianza, anche i nemici e le persone infami, anche spergiuri,

ruffiani, meretrici ed ogni altro: che non debbiasi dar nota dei

testimonj e de' loro detti: non si ricevano appellazioni. In breve,

rotte tutte le leggi della difesa e tutti gli ordini giudiziarj, senza

ordine e senza dependenza d'alcuno, gl'Inquisitori procedessero. Quindi

si videro in Roma nella fine di questo secolo strepitose esecuzioni

contra i sospetti d'eresia, fra' quali fu Giordano Bruno da Nola

Domenicano, il quale nell'anno 1600 fu bruciato in Roma, essendogli

stato imputato, che insegnasse la pluralità de' Mondi, e tenesse che

i soli Giudei erano discesi da Adamo, e che Mosè fosse stato un gran

Mago[75].

Quindi nel nostro Regno non si proccurava più _Regio Placito_ alle loro

commissioni, e si procedeva con tal'independenza, siccome in tempo del

governo del Duca d'Alba nel 1628 faceva il Vescovo di Molfetta, come

Commessario del S. Ufficio di Roma, ed il Nunzio Appostolico di Napoli.

E pretendendo ostinatamente poterlo fare, bisognò che s'impegnassero

prima i migliori Giureconsulti di que' tempi a farne veder gli abusi,

e poi il Re istesso a levarli. Diede alle stampe con tal'occasione

_Fabio Capece Galeota_, allora Regio Consigliere ed Avvocato del

Regal Patrimonio, un suo Discorso indrizzato al Duca d'Alba, ed alcune

_allegazioni_: parimente il Presidente di Camera _Vincenzo Corcione_

diede fuori altre sue _allegazioni_, mostrando essere contra non

meno al dritto, che all'inveterato costume del Regno, poner mano ad

incarcerarsi nessuna persona di quello per causa d'eresia, senza prima

darne notizia al Vicerè che governa, e con sua licenza.

Dal che ne nacque una carta del Re _Filippo III_, per la quale fu

ordinato, che gli ordini del S. Ufficio di Roma non potessero in verun

modo eseguirsi nel Regno senza saputa del Vicerè: dichiarandosi, che

ciò non s'intendeva per gli Tribunali del S. Ufficio della Corte de'

Vescovi ed Arcivescovi del Regno, li quali facendo il loro ufficio

ordinario per le cause di religione non han bisogno d'_Exequatur

Regium_. Ma che non possano eseguire quel che loro vien commesso

dalla Congregazione, o da Sua Santità da Roma senza darne parte a Sua

Eccellenza[76].

Non fu per questa carta del Re Filippo III bastantemente rimediato

a' pregiudizj del Regno: poichè non per ciò all'Inquisizione di Roma

si proibivano le Commessioni a' Vescovi, che procedessero come loro

Delegati, ma contenti solo dell'_Exequatur_, si dava loro tutto il

favore, i processi li fabbricavano essi, s'imprigionava, ed i carcerati

si mandavano a Roma: quando per le lettere del Re Filippo II a' soli

Vescovi del Regno, come Ordinarj, non come Delegati del S. Ufficio di

Roma, dovea permettersi il procedere nelle cause di Religione.

Videsi ciò nell'anno 1614 nella famosa causa di Suor Giulia di

Marco da Sepino, nel Terz'Ordine di S. Francesco, del P. Agnello

Arciero Crocifero, e del Dottor Giuseppe de Vicariis, li quali in

Napoli, facendo mal uso della _Mistica_, diedero in mille spropositi

e laidezze; ed avean dato principio ad una abbominevol Compagnia,

alla quale aveano arrolati più loro discepoli, e maschi e femmine.

Procedeva in quella Fr. Diodato Gentile Vescovo di Caserta, il quale

dimorava in Napoli con carica de' negozj del S. Ufficio, conferitagli

dall'Inquisizione di Roma, dalla quale prima gli venne imposto, che

Suor Giulia si chiudesse in Monastero; e da poi per ordine della

medesima Inquisizione fu fatta trasferire a Cerreto in altro Monastero.

Il P. Agnello fu chiamato dal S. Ufficio di Roma, ove si presentò, da

cui gli fu tolta la facoltà di udir più confessioni, e gli fu imposto,

che non tornasse più in Napoli. Creato da Paolo V il Vescovo di Caserta

Nunzio di Napoli, fu data la carica d'Inquisitore al Vescovo di Nocera

Fr. Stefano de Vicariis, il quale proccurò da Roma licenza, che Suor

Giulia si fosse trasportata in Nocera, come fu eseguito. Ebbe Giulia

partigiani molto potenti, fra' quali fu Fabio di Costanzo Marchese

di Corleto, e Reggente Decano del Consiglio Collaterale, il quale

ottenne alla Congregazione del S. Ufficio di Roma, di cui allora era

Capo Inquisitore il Cardinal d'Aragona, che Giulia potesse ritornare

in Napoli, siccome tornò, e D. Alfonso Suarez allora Reggente e

Luogotenente della Regia Camera le diede un comodo appartamento nel suo

Palazzo, dove, per l'opinione della sua finta santità, tirò a se gran

concorso non meno di Signori grandi e di Nobili, e particolarmente di

Spagnuoli, ch'erano il più inclinati a simili _Fanatismi_, ma anche di

Dame, e gentili donne. Ma i _PP. Teatini_ per mezzo delle confessioni,

che alcuni incauti discepoli di Suor Giulia fecero ad essi, scovrirono

le laidezze, che si commettevano in quella Compagnia, ed indussero

coloro a denunciarli a Monsignor Vescovo di Nocera Inquisitore, e

presero l'assunto di fargli vedere co' proprj occhi nelle stanze di

Suor Giulia l'empie nozze, e gl'infami congiungimenti d'uomini e donne.

E fatto questo, sospettando i Teatini del Vescovo di Nocera, da essi

creduto troppo parziale del partito di Suor Giulia, scrissero in Roma

a' Cardinali del S. Ufficio ragguagliando loro di quanto occorreva, li

quali commisero quest'affare a Monsignor _Maranta_ Vescovo di Calvi, il

quale come Delegato dell'Inquisizione di Roma cominci a procedere.

Ebbero i _Teatini_ in questa causa per oppositori i _PP. Gesuiti_,

li quali, essendo loro emuli antichi, favorivano Suor Giulia, ed

avevano aggregato al loro Oratorio Giuseppe de Vicariis: e tanto più

vigorosamente n'intrapresero la difesa, quanto che vedevano, che il

Vicerè istesso, il Conte di Lemos, indotto da' partigiani di Giulia

n'avea presa la protezione; poichè avendo il Vescovo Maranta voluto

procedere all'esame de' testimonj, fu tosto chiamato dal Vicerè, che

gli domandò, se egli procedeva con commessione del S. Ufficio di Roma.

Ma il Maranta oltre avergli mostrato le commessioni di Roma, scoprì

al Vicerè le scelleraggini, che si commettevano in quella Compagnia,

avanzandosi insino a dirgli, che non facesse praticare i discepoli di

Suor Giulia con la Viceregina sua moglie. Il Vicerè sorpreso per tal

avviso, dando fede alle parole del Vescovo gli permise, ch'incarcerasse

tosto Suor Giulia e Giuseppe de Vicariis, li quali furono portati nella

prigione dell'Arcivescovado.

Questa sì improvisa carcerazione pose in romore la città; poichè

i partigiani di Giulia, ch'erano per lo più Signori, Ufficiali e

Religiosi di Ordini cospicui, commossero tutta la città, ed altamente

strepitando d'un cotal modo di procedere di fatto, ricorsero dal

Vicerè, dicendogli, che ciò che s'imputava a coloro, era tutta calunnia

e malignità de' PP. Teatini, li quali s'eran mossi per livore ed

invidia, ch'essi hanno contra i Gesuiti, e per levar loro il concorso,

che avevano per cagione de' discepoli di Suor Giulia, che frequentavano

le coloro Chiese. Furono così efficaci e calorosi questi ufficj presso

il Vicerè, che cominciò a dubitare, non fosse ciò tutta impostura dei

Teatini, per iscreditare i Gesuiti; onde tornò a chiamarsi il Vescovo

Maranta, e parlatogli con molta severità e rigidezza, colui per sua

discolpa, e per maggiormente renderlo certo, che non eran calunnie,

gli diede il processo da lui fabbricato contra de' rei, acciocchè

si rimanesse di favorirli. Il Vicerè lo diede ad osservare a' suoi

Ministri, onde facilmente vennero i protettori di Giulia a sapere le

denuncie, ed i testimoni, e per ciò s'accinsero ad una valida difesa,

ed elessero per Avvocato de' Rei il famoso _Scipione Rovito_.

Dall'altra parte i Teatini, sopra i quali veniva a cader la tempesta,

diedero immantenente avviso agl'Inquisitori di Roma de' disordini

accaduti per avere il Maranta pubblicato il processo: ciocchè

dispiacque a Roma; onde ordinarono al Vescovo di Calvi, che più non

s'intromettesse in questa causa, anzi lo chiamarono in Roma a renderne

conto; e nell'istesso tempo delegarono la causa a Monsignor Nunzio, con

ordinargli, che in quella severamente procedesse, secondo le leggi di

quel Tribunale.

Il Nunzio, senza che gli si facesse ostacolo alcuno, procedè come

Delegato nella causa, secondo l'ordine del S. Ufficio di Roma:

prese nuova e più rigorosa informazione; trasferì dal carcere

dell'Arcivescovado Suor Giulia e Giuseppe e li rinchiuse nel carcere

del suo Palazzo, e datone avviso in Roma, gli fu dagl'Inquisitori

comandato, che con buone guardie e sicure cautele mandasse i prigioni

al S. Ufficio di Roma, dove ancor essi aveano in duro carcere ristretto

il P. Agnello già Confessore di Suor Giulia. Eseguì il Nunzio con molta

segretezza di notte tempo l'ordine di Roma, e prima giunsero in Roma,

che si sapesse in Napoli il loro trasporto. Appena ciò saputosi da'

partigiani di Giulia, che immantinente loro corsero dietro Girolamo

di Martino, e D. Giovanni Salamanca per assistere alla lor difesa: ma

giunti appena in Roma, furono anch'essi dagl'Inquisitori imprigionati;

sebbene alquanti mesi da poi, a' 14 marzo del seguente anno 1615

il Salamanca fu liberato, con sicurtà di tremila scudi di Camera di

presentarsi in Roma ad ogni ordine degl'Inquisitori, ed il Martino a'

11 aprile, con maggior sicurtà, e colle medesime condizioni.

Paolo V con particolar attenzione fece esaminare con molta diligenza ed

assiduità dagl'Inquisitori la causa e convinti i rei de' loro falli,

furono dichiarati eretici il P. Agnello, Suor Giulia, e Giuseppe de

Vicariis; e, come tali, furono condannati alla pubblica abjura, ed

a carcere perpetuo: onde a' 12 luglio dell'anno 1615 essendosi fatto

ergere nella Chiesa della Minerva un più solenne apparato, in presenza

del Collegio de' Cardinali, di molti altri principali Signori e d'un

infinito Popolo, tutti e tre abjurarono i loro errori e nelle abjure

confessarono tutte le loro sporcizie, ed i loro mistici delirj, ed

affinchè i partigiani di Suor Giulia finissero di credere la sua falsa

santità, per ordine dello stesso Pontefice furono a' 9 agosto letti nel

Duomo di Napoli, non senza stupore ed ammirazion di tutti, i sommarj

de' loro processi.

La somma accortezza e vigilanza della Corte di Roma, ed all'incontro

la trascuraggine, o sia connivenza fra noi usata da' Ministri Regj,

fece sì, che non ostanti gli editti de' nostri Re, si tollerassero

in Napoli e nel Regno Inquisitori deputati da Roma e che sovente come

Delegati procedessero contra gl'Imputati d'eresia o d'ebraismo, sino a

permettere, che incarcerassero i Rei e li mandassero in Roma, dov'erano

condannati ad abjurare nella Chiesa della Minerva: di che, se non fosse

il rispetto d'alcune famiglie, che ancor durano, potrebbero recarsi

molti esempj.

Ma nel Regno di _Filippo IV_ l'indiscreto procedere di Monsignor

_Piazza_, Ministro deputato da Roma per affari del S. Ufficio, pose di

nuovo in romore la Città, tanto che i Napoletani fatti più accorti,

attesero da dovero a toglier dal Regno ogni reliquia d'Inquisizione.

Costui venuto in Napoli nel 1661, mentre governava il Regno il Conte

di Pennaranda, pose sua residenza nel Convento de' PP. Girolamitani

del B. Pietro di Pisa, dove riceveva le denunzie, e procedeva per

commessione di Roma contra i sospetti d'eresia: avvenne in quell'anno,

che un Religioso diede a leggere ad un Bolognese, che dimorava in

Napoli, certo libro, ed avendo paruto a costui, che in quello vi

fossero sentimenti poco cattolici, senz'altro riguardamento tosto andò

a denunziare il Frate a Monsignor Piazza, ed a consignargli il libro.

Trascorsi alquanti giorni chiese il Frate al Bolognese il libro; ma

costui allegando varie scuse, differiva la restituzione; onde vedendosi

il Frate burlato, trovandosi amico del barbiere del Duca delle Noci,

andò da lui a chiedergli ajuto. Il barbiere con sua comitiva portossi

immantenente dal Bolognese e minacciandolo agramente se non restituiva

il libro, lo costrinse a prometterglielo il dì seguente. Tosto il

Bolognese andò a pregare Monsignor Piazza, che gli desse il libro,

narrandogli l'angustie, nelle quali si trovava, e che sarebbe capitato

male, se non lo restituiva al padrone. Ma Monsignor Piazza in vece di

dargli il libro, pose in aguato alcuni suoi Cursori, dando loro ordine,

che arrestassero non meno il barbiere, che tutti coloro, che avevano

insultato il denunciante, siccome in effetto furono imprigionati.

Una sì imprudente e scandalosa carcerazione riferita al Duca delle

Noci, lo fece entrare in tanta stizza, che fattene gravi doglianze con

molti Nobili, fece tosto unir le Piazze, ed egli spronato dall'ira

portossi immantenente dal Vicerè, al quale, non potendo reprimer

l'impeto della sua passione, parlò con sentimenti troppo audaci, e poco

rispettosi: il Vicerè sorpreso di tanto ardire, prevedendo l'incendio,

che ne poteva nascere, dissimulando discretamente la colui arroganza,

per quietarlo, fece tosto per ambasciata avvertito Monsignor Piazza,

che liberasse prigioni, come fu eseguito.

Ma ciò non bastò per acchetar la città posta in romori e sospetti,

che si volesse per queste esecuzioni di fatto e di processi occulti

poner Inquisizione formata, contro alle grazie, che n'avea ricevute

dal Re Cattolico, dall'Imperador Carlo V, e dal Re Filippo II, e che

perciò bisognava toglier ogni reliquia d'Inquisitori, appartenendosi

la conoscenza delle cause di Religione a' Vescovi, i quali senza

delegazione lor venuta da Roma, per la loro potestà debbiano procedere

per via ordinaria, senza giudicj occulti, siccome procedono negli

altri delitti Ecclesiastici. Ed essendosi perciò unite le Piazze,

furono creati Deputati, affinchè rappresentassero al Vicerè li

sentimenti della città ed attendessero sopra quest'importante affare

con la maggior diligenza e vigilanza. I Deputati esposero al Conte

di Pennaranda i sensi della città, risoluta a non soffrire più

Inquisitori, rammentandogli gl'inconvenienti passati e l'abborrimento

de' sudditi al nome d'Inquisizione. Il Conte veduta così costante

risoluzione reputò con molta saviezza soddisfargli, ed avendone di ciò

fatte lunghe rappresentazioni al Re, fece intanto intendere a Monsignor

Piazza, che ratto sgombrasse la città e 'l Regno, siccome di fatto ne

fu mandato via. E nell'istesso tempo crucciato col Duca delle Noci e

con alcuni de' Deputati, che troppo arditamente e con soverchio ardore

avean promosso quest'affare, fece porre il Duca nel Castel Nuovo, e

poscia il mandò prigione in Ispagna, dove poi essendosi giustificato

delle imputazioni, che gli si davano, tornò libero nel Regno nel mese

di novembre dell'anno 1663. De' Deputati alcuni ne fur fatti prigioni,

altri sequestrati nelle lor case e D. Tiberio Caraffa Principe di

Chiusano, D. Rinaldo Miroballo e D. Andrea di Gennaro, per isfuggire

i primi rigori del Vicerè si ricovrarono in Chiesa. Ma essendo alle

rappresentazioni fatte al Re venute clementissime risposte, per le

quali Filippo IV dichiarava, che non si dovesse sopra ciò permettere

novità alcuna, e che dovessero alla città e Regno inviolabilmente

osservarsi le ordinazioni de' suoi predecessori Monachi, e spezialmente

del Re Filippo II suo avolo; il Vicerè con suo particolar biglietto[77]

ne diede notizia agli Eletti della Città ed a' suddetti Deputati, li

quali essendo stati reintegrati nel favore del Conte, coll'occasione

della natività del Re Carlo II andarono a rendergliene le dovute

grazie. E si credette con ciò, che per l'avvenire non si dovesse Roma

più impacciare di mandar nel Regno Inquisitori, o spedir delegazioni e

commessioni a' suoi Vescovi per affari di Religione.

Il discacciamento di Monsignor Piazza fece arrestare alquanto

gl'Inquisitori di Roma, ma non per ciò tralasciar affatto la

pretensione, e di tentare, quando gli veniva in acconcio, nuove

imprese. Si vide ciò chiaramente nel Regno di _Carlo II_ per

l'occasione di una nuova Filosofia introdotta in Napoli, la quale

ponendo in discredito la _Scolastica_ professata da' Monaci, non molto

poteva piacere a Roma.

L'Accademia instituita in Napoli sotto il nome di Investiganti, della

quale se ne dichiarò protettore il Marchese d'Arena, tolse la servitù,

infin allora comunemente sofferta di giurare _in verba Magistri_,

e rendette più liberi coloro che vi s'arrolavano di filosafare,

postergata la _Scolastica_, secondo il dettame della ragione. Gli

Accademici ivi aggregati erano tutti uomini dottissimi, ed i più

insigni letterati della città, onde s'acquistarono molto credito

presso gl'intendenti, e sopra tutto presso i giovani, a' quali non

bisognò penar molto, per far loro conoscere gli errori ed i sogni

della filosofia de' Chiostri. Aveano in Francia le Opere di _Pietro

Gassendo_ acquistata grandissima fama, così per la sua molta erudizione

ed eloquenza, come per aver fatta risorgere la Filosofia d'_Epicuro_

la quale al paragone di quella d'_Aristotele_, e spezialmente di

quella insegnata nelle Scuole, era riputata la più soda e la più

vera. Si proccurò farle venire in Napoli, e quando furono lette, fu

incredibile l'amor de' giovani verso questo Scrittore, presi non men

dalla sua dottrina, che dalla grande e varia letteratura; onde in breve

tempo si fecero tutti _Gassendisti_; e questa filosofia era da' nuovi

filosofanti professata; ed ancorchè Gassendo vestisse la filosofia

d'Epicuro con abiti conformi alla religion cattolica, che professava,

nulladimeno, poichè il maggior sostenitore di quella era _Tito Lucrezio

Caro_, si diede con ciò occasione a molti di studiar questo Poeta,

infin a que' tempi incognito, e sol a pochi noto. Gl'_Investiganti_

però, non men di quello, che avea fatto _Gassendo_, scoprivano gli

errori del Poeta, e gli detestavano a' giovani ed insegnavano, che

quella filosofia non fosse da seguirsi in maniera, sì che non dovesse

sottoporsi alla nostra Religione.

(Con tutto che dagli Accademici _Investiganti_ fosse usata in ciò molta

precauzione e prudenza; non poterono i giovani Napoletani sfuggire i

falsi rapporti, che spargevano per Europa i Monaci, accaggionandoli,

che per questi studj non ben sentivano dell'immortalità dell'anime

umane. Sicchè _Antonio Arnaldo_ in quell'accurato e dotto Libro,

_Difficultés proposées a Mr. Steyaert_, declamando contra gli abusi

introdotti in Roma di proibir i Libri senza discernimento, si duole,

che Roma avea proibite le _Opere di Renato delle Carte,_ per le quali

era dimostrata quest'immortalità; ed all'incontro i Libri di _Gassendo_

giravan franchi e liberi, con tutto che per le relazioni, che venivano

da Napoli, erano assicurati, che avessero cagionato nella gioventù

napolitana gran danno per le opinioni contrarie surte per la lettura

dell'Opere di _Lucrezio_ e di _Gassendo_).

Lo facevano ancora atterriti da ciò ch'era accaduto al famoso _Galileo

de' Galilei_, il quale mal grado della sua veneranda canizie, fu

costretto abjurar in Roma la sua opinione intorno al moto della Terra

Ma non trascorsero molti anni, che furono in Napoli portate l'opere di

_Renato des Cartes_, e narrasi, che _Tommaso Cornelio_, famoso medico e

filosofo di que' tempi fosse stato il primo ad introdurvele. Si diedero

perciò i giovani, e spezialmente i Medici, a studiarle, e in poco

tempo abbandonata la filosofia di _Epicuro_, s'appigliarono a quella

di _Renato_; e coloro che prima erano _Gassendisti_, divennero a lungo

andare fieri ed ostinati _Renatisti_.

Il vedersi per questi nuovi studj non solo abbandonate le Scuole de'

Monaci: ma essi derisi per le tante fole che insegnavano, si cagionò

un odio implacabile dei Frati contro a novelli filosofanti, a' quali

imputavano perciò molti errori di Religione, cavillando ogni loro

proposizione, e trattandoli da miscredenti.

Tanto bastò agl'Inquisitori di Roma, perchè ripigliassero le loro armi,

e di nuovo tentassero d'introdurre in Napoli Commessarj del S. Ufficio

per invigilare sopra gli andamenti di costoro. E non pur lo tentarono,

ma svelatamente vi stabilirono un loro Inquisitore, il quale riceveva

le denuncie, imprigionava, e quel ch'era più teneva in S. Domenico

maggiore suo proprio carcere. Era costui _Monsignor Gilberto Vescovo

della Cava_, il quale esercitava quest'ufficio con processi occulti e

con tanto rigore e petulanza, che sovente costringeva molti con loro

ignominia ad abjurare, solo perchè sostenevano opinioni filosofiche

contrarie a quelle delle Scuole, ancorchè in quelle niun difetto di

miscredenza si potesse notare; di che spesso sentivansi in Napoli,

querele e disordini.

Mossi da ciò i Deputati del S. Ufficio ebbero ricorso al Conte di

San Stefano, che allora si trovava Vicerè, al quale avendo esposti

i desiderj della città determinata di non voler Inquisitore alcuno,

ancor che con limitata facoltà, ma che nel Regno i Negozj di religione

dovessero trattarsi per le vie ordinarie da' suoi Vescovi, gli fecero

istanza, che il Vescovo della Cava prestamente uscisse dalla città e

dal Regno, si togliesse la prigione che teneva in S. Domenico, ed i

carcerati si trasportassero nelle carceri dell'Arcivescovo di Napoli,

per doverli colui punire secondo il prescritto de' Canoni, e con via

ordinaria. Il Vicerè avendo proposto l'affare nel Collateral Consiglio,

con accordo del medesimo, ordinò, che uscisse tosto da Napoli e dal

Regno l'Inquisitore, s'abolissero le carceri in S. Domenico, ed i

carcerati si trasportassero in quelle dell'Arcivescovo, siccome fu

eseguito; di che il Conte con suo particolar biglietto[78], spedito

a' 27 di settembre dell'anno 1691, ne diede avviso agli Eletti, perchè

la città rimanesse consolata della risoluzione presa conforme a' suoi

desiderj.

Rappresentò ancora il Conte al Re Carlo II tutto ciò, ed il Re con sua

real carta spedita da Madrid sotto li 25 Marzo del seguente anno 1692,

non solo approvò tutto l'operato, ma ordinò ancora, che per l'avvenire

s'osservassero inviolabilmente li privilegi sopra ciò conceduti alla

città e Regno da' suoi predecessori; e che si passassero ufficj col

Cardinal Arcivescovo di Napoli, che prendesse egli la conoscenza delle

cause di que' carcerati; e che il Nunzio non si intromettesse affatto

nelle cause d'Inquisizione; e per via del medesimo (siccome anche egli

avea ordinato al Duca di Medina Celi suo Ambasciadore in Roma, che

lo facesse) si facesse sentire al Pontefice, con renderlo certo, che

la repugnanza di non ammettere Inquisitore alcuno in Napoli, era di

tutta la città, non già d'alcuni particolari, siccome gli Ecclesiastici

l'aveano dato a sentire[79].

Parimente essendosi per opera degl'Inquisitori di Roma fatti carcerare

in Madrid due Napoletani, il Dottor Basilio Giannelli e Gio. Battista

Menuzio, e correndo lo stesso pericolo Francesco Sernicola Inviato

della città alla Corte, ebbero ricorso i Deputati del S. Ufficio al

Re, rappresentandogli il gran rammarico di tutta la città per questo

modo di procedere dell'Inquisizione di Roma, e pregandolo della loro

scarcerazione. Ed il Re clementissimamente spedì altra sua regal carta

sotto li 27 dello stesso mese, diretta al Conte di S. Stefano Vicerè,

colla quale ratificando ciò che nella precedente avea comandato,

consolò questo Pubblico avvisando, come il Menuzio era già libero, e

che per ciò che riguardava la persona del Giannelli, avea già fatti

passare con l'Inquisitor Generale premurosi ufficj, che senza dilazione

lo scarcerasse, siccome fu poco da poi eseguito[80].

Ma tante risolute repulse, tanti pressanti e vigorosi ordini de' nostri

Re, e la cotanta vigilanza de' Deputati nè meno bastò per far quetare

gl'Inquisitori Romani. Essi non valendo loro più il procedere, come

prima, alla svelata, con occulte e sottili invenzioni tentarono nuovi

modi. Fecero nell'anno 1695 pubblicare un Editto in Roma, nel quale,

secondo il procedere di quel Tribunale, si prescrivevano a' Vescovi

ed Inquisitori varj regolamenti, come dovessero esercitare il lor

Ufficio; e poichè riputano, che a' loro Editti, in tutta la Repubblica

Cristiana, non vi sia bisogno di _Placito Regio_, ma che basti la

pubblicazione fatta in Roma, per obbligar tutti; perciò occultamente

tentarono, che tal Editto senza il _Regio exequatur_ si pubblicasse in

una Diocesi del Regno.

Parimente trovarono espediente di mandar le loro Commessioni

agl'istessi Vescovi, imponendo loro che procedessero non come Ordinarj,

ma come loro Delegati; e di vantaggio negli stessi Tribunali de'

Vescovi vi creavano Ufficiali loro dipendenti con commessioni del S.

Ufficio, valendosi per lo più di Frati e di Monaci.

Bisognò per tanto, che s'avesse nuovo ricorso al Re per estinguerne

ogni vestigio e reliquia. L'opera fu cominciata nel Regno di

Carlo II, ma ebbe il suo perfetto compimento nel Regno del nostro

Augustissimo Imperadore _Carlo VI_. Sin da che entrarono nel Regno

le sue felicissime armi, la città, come d'un affare importantissimo,

lo tenne sollecito, perchè affatto spegnesse fra noi ogni vestigio

d'Inquisizione.

Per far argine al primo inconveniente, spedì una sua regal carta da

Barcellona a' 27 agosto nel 1709, drizzata al Cardinal Grimani Vicerè,

per la quale colla maggior precisione e premura espressamente comandò,

che non si desse esecuzione alcuna a qualunque Bolla, Breve, o altra

Provisione che venisse da Roma, concernente affari d'Inquisizione,

o che avessero la minima, anzi la più remota connessione, con l'idea

d'introdurla nel Regno[81].

Per rimovere il secondo attentato d'introdurre nelle Corti vescovili

Ufficiali dipendenti dall'Inquisizione di Roma, vi rimediò

efficacemente il Cardinal Grimani Vicerè; poich'essendosi da'

Napoletani scoverto, che un cotal Frate Teresiano Scalzo chiamato

F. Maurizio frequentava spesso l'arcivescoval Corte di Napoli, con

delegazioni segrete del S. Ufficio di Roma, del quale si vantava

esser egli Commessario, fecero che immantenente l'Eletto del

Popolo ricorresse dal Vicerè, affinchè ne cacciasse via il Frate,

e facesse insinuare alla Corte arcivescovile, che nelle cause di

S. Ufficio procedesse con via ordinaria, senza aver bisogno d'altri

Ufficiali straordinari. Il Vicerè avendo tosto unito un Collaterale

straordinario, con accordo del medesimo, s'uniformò a' desiderj

della città, ed ordinò, che Fr. Maurizio fra due giorni diloggiasse

dalla città, e otto dal Regno, siccome fu prontamente eseguito, ed il

Cardinale con suo particolar biglietto[82], spedito a' 2 agosto del

medesimo anno, ne diede avviso all'Eletto, per consolare il Popolo,

della resoluzione presa.

Ma intanto non si tralasciava da' Deputati di pregare in Barcellona il

Re, affinchè, per togliere ogni pretesto, che gli Ecclesiastici, con

le loro sottili invenzioni, non li sovverchiassero ed opprimessero,

degnassesi con suo regal dispaccio apertamente ordinare, che per

l'avvenire _nelle cause di Fede si proceda dagli Ordinari, per la

via ordinaria, conforme si procede negli altri delitti comuni, e sta

disposto dai sagri Canoni._

Il Re consentì alla domanda, e confermando alla città tutti i privilegi

sopra ciò lor conceduti da' Re suoi predecessori, e spezialmente quello

di Filippo II, precisamente ordinò al Cardinal Grimani suo Vicerè, che

non permettesse _de ninguna manera, que en las causas pertenecientes a

nuestra Santa Fee, procedan sì no los Arzobispos, y demas Ordinarios de

esse Reyno, como Ordinarios, con la via ordinaria, que se practica en

los otros delitos, y causas criminales Ecclesiasticas_, come si legge

nel suo diploma[83] spedito in Barcellona a' 15 settembre del riferito

anno 1709. Per le quali ultime parole, che non si leggevano nel diploma

di Filippo II, si tolse ogni pretesto agli Ecclesiastici di cavillare

gli antichi privilegi, e d'inventare nuove sottigliezze.

Così rimase affatto estinto e dileguato presso di noi ogni vestigio

d'Inquisizione; ma con tutto ciò non rimangono i Deputati, che con

tanto zelo ed oculatezza invigilano sopra quest'affare, sicuri e fuor

d'ogni timore di nuove sorprese. Per ciò bisogna esser perseveranti,

e con indefessa applicazione in vigilar sempre su gli andamenti degli

Ecclesiastici; li quali, per esser pur troppo accorti e diligenti, non

tralascieranno le occasioni, quando lor verrà in acconcio, di tentar

improvvisamente altre nuove e non pensate imprese.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8 · 第 13 / 54 题