DI CAMILLO BOITO

Io vi prego, signore e signori, di lasciarmi fare il contrario di

quanto costumano i lettori o conferenzieri, i quali dal loro tema, per

quanto sia grave, colgono solitamente i più gentili fiori, e di quelli

fanno un mazzetto da offrire con bel garbo agli ascoltatori benevoli.

Io voglio porgervi piuttosto le spine. Eppure il mio campo non sarebbe

troppo arido, perchè i _giudizii artistici_ possono allargarsi a

tutta l'ampiezza dell'arte, e ricercando in qual modo i dotti, i

poeti, i popolani del Trecento giudicavano le opere della pittura,

della statuaria e dell'architettura, anche lasciando stare le altre

discipline del bello, sarebbe facile cavar dalla storia curiosi esempi,

distinguendo quel tanto che si riferiva allo spirito religioso o alla

dignità cittadina, da ciò che risguardava la inclinazione estetica,

l'amore dello sfarzo, il capriccio della moda.

Il Petrarca, quando si commuove innanzi alle meraviglie di Venezia,

quando ammira la cattedrale di Colonia, quando discorre di una

tavoletta di Giotto; Dante, quando dipinge o scolpisce figure e storie

nel poema; il Boccaccio quando ride di artisti, quando si ferma a

descrivere le belle donne innamorate (e il modo d'intendere la natura

non è sempre analogo al modo di capire le opere d'arte); i cronisti,

quando mostrano gli entusiasmi del popolo per un quadro o per un

tempio; esprimono _giudizii artistici_ nè più nè meno. Poi ne' giudizii

sono compresi i precetti degli artefici stessi e dei trattatisti, come

quel buon Cennino Cennini, il quale negli ultimi anni del Trecento così

s'indirizza a chi vuol cominciare lo studio dell'arte: _Adunque voi

che con animo gentile sete amadori di questa virtù, adornatevi prima di

questo vestimento: cioè amore, timore, ubbidienza e perseveranza._

Quante dolcezze, quante grandezze lascio in un canto, signori, per

appigliarmi alla parte meno grata, più ristretta e noiosa del mio

argomento: i modi di giudicare le opere o per pagarle o per farle

eseguire, allorchè si tratti di disegni d'architettura. E dovrò

fermarmi a questa del compasso, che si piega meno di ogni altra

arte alla varietà delle immagini. Insomma, nelle supreme bellezze

del Trecento io mi contento (Dio me lo perdoni) della pedanteria

amministrativa, anzi, per dirlo con due parole abbominevoli, della

controlleria burocratica.

Fortuna che mi trovo innanzi due monumenti, i quali possono servire da

soli a mostrare i più diversi e ingegnosi metodi di giudizio: Santa

Maria del Fiore, s'intende, e poi, giacchè io sono quasi Milanese e

un Milanese non può non portare sempre nel cuore il suo Duomo, il

Duomo di Milano. Quanto differenti l'uno dall'altro! In questo di

Firenze la linea serenamente orizzontale predomina con la maestosa

_ghirlanda_, che tutto lo ricinge e lo incorona; in quello di Milano,

i pinnacoli aguzzi, le guglie puntute si spingono in cielo, e più

di 4000 statue popolano i contrafforti e gli sguanci dei finestroni.

Questo è rallegrato di vari colori ne' suoi diversi marmi incastonati

a fascie, a fregi, a riquadrature; quello è dal basso all'alto di un

solo colore, di un solo marmo. Per questo nessun principe ha sborsato,

ne' bei tempi, un quattrino, o ha pronunciato una sentenza artistica;

in quello, fin dal principio, innanzi al popolo apparisce spesso il

tiranno, che ordina e che paga. E non di meno quante analogie! La

vecchia Santa Reparata ricorda la vetusta Santa Maria Maggiore, questa

e quella rimaste in piedi mentre s'alzavano i due immensi edifici

nuovi; le stesse incertezze, le stesse ansie nella costruzione; gli

stessi modi di raccogliere le oblazioni, le elemosine, i legati. E

se il Duomo di Milano ebbe in dono le cave della Gandoglia, quello

di Firenze ebbe le selve del Casentino; se nel primo lavorarono

alquanti artefici toscani, nel secondo operarono alcuni lombardi,

fra gli altri un Guglielmo da Campione; se per il primo i Milanesi

andarono tante volte a cercare gli architetti fuori d'Italia, per

il secondo (lo dice Marchionne di Coppo Stefani all'anno 1360 della

_Istoria fiorentina) gli cittadini mandarono in molte parti del mondo,

acciocchè la loro magnifica opera fosse la più ricca e meglio ordinata

che potessi essere_. Marchionne disse una corbelleria. Non ci fu, in

verità, bisogno di accattare in terre straniere e neanche lontano di

Firenze nelle altre provincie italiane nessun artefice; e quel poco di

organismo oltramontano, che si nota nel campanile ed in Santa Maria

del Fiore, s'infiltrò per via di Arnolfo, di Giotto e degli altri

inconsapevolmente, assumendo così nostrani lineamenti, così fiorentina

espressione, che più italiana arte è impossibile immaginare.

Ho detto Arnolfo e Giotto. So bene che hanno voluto in questi ultimi

tempi levare ogni merito ad Arnolfo per la chiesa e a Giotto per la

torre, come ogni gloria o quasi a Filippo di ser Brunellesco per la

cupola. So bene che Filippo non ha ideato il tamburo, che sta sotto la

cupola enorme; ma la cupola l'ha proprio voltata lui. So bene che dopo

i figliuoli di Cambio e di Bondone altri insigni artefici ampliarono,

modificarono, mutarono anche in buona parte i principiati edifici,

dando ad essi una novella grandezza di misura e d'arte; ma senza

Arnolfo la chiesa non apparirebbe quel che è, perchè il primo concetto

non venne abbandonato mai, e senza Giotto la torre sarebbe tutt'altra

cosa.

Sentite il vero in terzine da Antonio Pucci, quasi contemporaneo di

Giotto, banditore del Comune, autore del _Centiloquio_:

Nell'anno (il 1334) a' dì diciennove di luglio

Della chiesa maggiore il campanile

Fondato fu, rompendo ogni cespuglio,

Per mastro Giotto, dipintor sottile,

Il qual condusse tanto il lavorìo

Ch'e primi intagli fe' con bello stile.

Nel trentasei, sì come piacque a Dio,

Giotto morì d'età di settant'anni,

E 'n quella chiesa poi sì seppellio.

Poi lavorò, è vero, Andrea Pisano, che il Pucci chiama _solenne

maestro_, poi Francesco Talenti; ma se è vero il proverbio: _chi ben

principia è alla metà dell'opra_, a Giotto si deve lasciare almeno

la metà dell'onore. Ed il caro amico mio Cesare Guasti, il quale fu

il più sincero amatore della verità, si sdegnava quando l'orgoglio

delle scoperte critiche recava ingiuste offese alla fama degli uomini

grandi. Povero Guasti! Mi rammento quasi trent'anni fa quante sere

si passarono insieme d'inverno, scaldandosi al veggio, e rischiarati

pallidamente da una lucernina. Leggevamo le vecchie carte dell'opera

di Santa Maria del Fiore, i membranacei, i bastardelli, i quaderni.

Ci si fermava volentieri alle ricordanze del provveditore Filippo

Marsili, le quali principiano con l'aprile del 1354 e terminano col

marzo del 1357. Era un buon uomo, senza dubbio, ma ostinatello l'antico

provveditore. Registrava per memoria gli argomenti da trattare e, a

riscontro, le deliberazioni degli operai; nè doveva riescire un comodo

ufficio il suo, tanto a cagione della delicata responsabilità, quanto

per causa della varietà degli incarichi. Gli operai, che mutavano

di tratto in tratto, tiravano a fare a scarica barile, rispondendo

spesso: _Fanne come ti pare_, oppure: _Vorrassi procacciare_, oppure:

_A' nuovi_, _a' nuovi_, che voleva dire di rimandar la faccenda agli

operai del prossimo mese. Ma il Marsili teneva duro. Sembrava che gli

premesse, per esempio, una certa cappella di Dolfo di Bugliaffa. Ne

parla nel febbraio, e gli operai rispondono: _Lascia stare_. Nel marzo

ripicchia, e gli operai: _Non ci pare che si faccia per niuno modo, e

non ciene ragionare più_. Nel giugno da capo, e gli operai, asciutti:

_No._ Passano due anni, e il provveditore ancora: _La cappella di

Dolfo_; ma gli altri: _Mena per lunga, che noi non vogliamo_, e già

son fiacchi e piegano, perchè chi la dura la vince. Pure il Marsili si

stancò e rinunciò ad essere provveditore, pregando, come egli scrive,

_caramente_ gli operai, che se di lui trovassero cosa meno che buona,

non gliela perdonassero.

Seguono per un anno i ricordi d'un altro provveditore, Cambino

Signorini, contro il quale la gente mormorava, tanto che egli medesimo

invoca dagli operai _che ritrovino la verità e puliscano chi à la

colpa_. La buona sorte vuole che le ricordanze dei due provveditori

abbraccino il periodo più importante della ripresa dei lavori e

porgano, intorno al nostro poco ameno argomento, molte singolari

notizie.

Insomma nel 1355 Francesco Talenti (io non dubito, signori, che la

storia del vostro Duomo, tanto ammirato da voi tutti i giorni, la

sappiate assai bene), Francesco Talenti nel maggio assume l'impegno di

fare un _disegnamento_ o modello di legname per le cappelle di dietro:

e se il modello piacerà gli si pagheranno 20 fiorini, _et quando che

non, tutto ciò che costa paghi il detto Francesco de' suoi propri

denari_. Non passano due mesi e il modello è già pronto; sicchè il 15

del luglio vengono chiamati ad esaminarlo cinque maestri, fra i quali

lo scultore lombardo Alberto Arnoldi, e Benci di Cione, che costruì

poi la Loggia della Signoria; ed il giorno appresso si chiamano altri

quattro maestri, compreso Taddeo Gaddi, pittore; ed il giorno seguente

altri cinque. Le tre mute diedero in iscritto il consiglio loro, poi

si riunirono insieme; ma il provveditore ha l'ordine di stendere la

nota di cento cittadini e religiosi, e chiamarli tutti a giudicare

_mercoledì mattina per tempo_. Giudicarono _che il detto disegnamento

istà bene et è bene corretto e sanza difetto_; perciò il modello si

paghi, la quale cosa doveva far piacere al Talenti, che aveva spesso

bisogno di chiedere quattrini in prestito, trattenuti poi dall'opera un

tanto per settimana.

Nel giugno 1357 si riparla di _murare la chiesa_, di _fare la chiesa

tutta di pietre_; e il dì 9, presenti i consoli dell'Arte della lana,

cui molti anni addietro il Comune aveva dato _in guardia_ l'opera

di Santa Reparata, presenti gli operai e più altri cittadini, fu

registrata dal notaio l'opinione di sei frati e di sette maestri.

Si trattava delle colonne della chiesa, sulle quali gli operai vollero

sentire ancora, insieme con due frati e tre maestri, il parere di

Andrea Arcagnolo, l'Orcagna, il sommo architetto del tabernacolo d'Or

San Michele; ma il voto doveva ponderarsi bene in quattro giorni di

tempo. Un'altra adunanza, famosa nella storia del tempio, delibera il

19 dello stesso giugno intorno al fondamento delle colonne, ai valichi

delle navi ed altri lavori: e delibera di _concordia_. E maestri,

frati, cappellani, canonici, insieme con il proposto, cominciano in

sul vespro dello stesso dì a cavare il primo fondamento della prima

colonna, _al nome di Dio e di Santa Reparata, benedetta vergine e

martire, con molto trionfo di campane, d'organi e di canti_. Ai maestri

s'imbandì un desinare; i frati ebbero quattrini; i manovali bevettero

un barile di vino, mangiando pane e melarance, _malis ranciis_. Maestri

e frati s'erano riuniti a consiglio 38 volte, riconfortandosi, a spese

dell'opera, con frutta e confetti e trebbiano.

Pochi giorni appresso il maestro Benci Cioni tenta di mettere bastoni

fra le ruote, censurando il partito preso per le colonne; e non di meno

il 5 di luglio, non più il proposto, ma il vescovo benedice e sagra,

non solamente in nome di Dio e di Santa Reparata, ma anche in nome

di _san Zanobi e di tutti i santi e sante della corte celestiale_, la

prima _pietra di marmo_ della prima colonna verso il campanile; e preti

e chierici tenevano in mano torchietti di cera accesi, e al trionfo

delle campane, degli organi e dei canti, s'unì il clangore delle

trombe.

La prima pietra delle colonne era stata posta con la sua brava data

scolpita sopra; ma il disegno di esse non era ideato ancora. Avevano

bensì comprato per Francesco Talenti e Andrea Orcagna del gesso,

acciocchè facessero ciascuno un _asempro_, esempio, _di colonna_ con la

base ed il capitello, _e facinla per modo da poterla poi porre in luogo

che ogni uomo la veggia_. Il 17 luglio, sempre dell'anno 1357, otto

maestri sono invitati a giudicare i due modelli di gesso. Frate Jacopo

di San Marco sta per quello dell'Orcagna, benchè gli sembri peccare di

soverchi aggetti e di _lavori troppo miseri_; e quasi tutti s'accostano

a lui, sebbene a Francesco del Coro paia che la colonna abbia talune

mende e sia da pensarci meglio, ed agli altri invece piaccia così come

era, _sanza darvi alcuna arrota o correctione_, e la giudichino _per

più bello lavorìo e per più presto e di meno costo e più leggiadro_.

Solamente Giovanni di Lapo Ghini dichiara senza reticenze che non gli

garba nè l'un modello nè l'altro, offerendo _di farne uno egli più

bello_, secondo lui. Viva la schiettezza.

Gli operai ordinarono allora un consiglio di molti cittadini e

canonici, ad alcuni dei quali parve che i predetti maestri avessero

giudicato _per animo_.

Francesco e Andrea furono dunque richiesti di dare ciascuno in

iscritto due nomi di _maestri confidenti_. I quattro, se non fossero

andati d'accordo nell'arbitramento, avrebbero dovuto eleggere essi il

quinto, _confidente di tutti_. Infatti non riescirono a intendersi, e

chiamarono un orafo, Pietro del Migliore, promettendo di rimettersi nel

parere di lui, il quale, con qualche modificazione, scelse la colonna

di Andrea.

Malgrado ciò, si ricomincia, ordinando a Francesco Talenti ed a

Giovanni di Lapo Ghini, capomaestri della fabbrica, di far dei

nuovi disegnamenti, da confrontarsi poi con quello già preferito

dell'Orcagna; ma il Ghini non presenta nulla. Non importa: viene da

cinque maestri, in presenza degli operai, scelta all'unanimità la nuova

colonna del Talenti, come _più forte e bella e laudabile_; e gli operai

si dichiarano soddisfatti, e vogliono che codesta colonna di gesso si

ponga sul primo fondamento già costrutto, e _che iscritto vi sia a pie'

con lettere grosse che qualunque persona volesse apporvi alcun difetto,

debba fra otto dì venire agli operai o ad altri per loro a dirne

l'animo suo, e sarà udito graziosamente_. In oltre il provveditore

Filippo Marsili inviò il messo dell'opera a tutti i maestri religiosi

e secolari di Firenze, per far conoscere loro a bocca le risoluzioni

intorno alla colonna, pregandoli di venire a vederla e di esprimere il

proprio giudizio. Pochi giorni dopo levano l'_asempro della colonna_,

poichè _niuna cosa per niuno è stato detto sopra ciò_; e danno le

relative allogazioni; e il Talenti medesimo è incaricato di vigilare la

esecuzione con questo severo patto, che _per ogni pietra concia che si

murerà alle colonne e Francesco Talenti non vi sia, egli cada in pena

di soldi venti_. Quando il camarlingo non trattenesse sul salario la

multa, sia condannato esso camarlingo a pagare il doppio di tasca sua.

Saltiamo nove anni: al 1366.

La vecchia Santa Reparata era stata distrutta; erano state buttate

giù le case dei canonici e dei cappellani, che stavano nel perimetro

della chiesa nuova; bisognava pensare, dopo avere stabilito che le navi

avessero quattro valichi, alla crociata, alle cappelle posteriori, che

dovevano accordarsi con la novella grandiosità della parte dinanzi.

Cinque orafi vennero chiamati a consiglio il 13 luglio; ma si offrono

lo stesso giorno otto pittori e maestri, fra cui l'Orcagna e Taddeo

Gaddi, di fare insieme entro un mese il disegno di tutta la parte

posteriore del tempio. Il 13 d'agosto si convoca di fatto un consiglio,

presenti otto cittadini scelti nei conventi dell'Arte, per confrontare

il merito di tre modelli: il primo condotto _da' maestri e dipintori

in concordia_, cioè i maestri Neri di Fieravante, Benci di Cione,

Francesco Salvetti e l'Orcagna, ed i pittori Taddeo Gaddi, Andrea

Bonaiuti, Niccolò di Tommaso e Neri di Mone; il secondo condotto da

Simone figliuolo di Francesco Talenti, il terzo condotto da Giovanni di

Lapo Ghini. Bisognava rispondere a questa domanda: Quale dei tre nuovi

disegni pare più bello, più utile e più sicuro? Il curioso si è che

vennero interrogati gli autori medesimi circa la propria opera e quelle

degli emuli. Ora i maestri o dipintori rispondono, naturalmente, che

il loro proprio modello _è più bello, utile e forte per ogni ragione,

che niun altro_, mentre Giovanni di Lapo Ghini afferma, s'intende,

che il modello fatto da lui _gli piace di più_. Ma Francesco Talenti,

buon uomo, abbandona invece il lavoro del figliuolo, per appoggiare

quello dei pittori e maestri, al quale si chiariscono favorevoli anche

gli otto cittadini. Ed i consoli e gli operai deliberano concordi

che secondo quel disegnamento la chiesa si edifichi _ad onore di Dio

e della sua Madre madonna Santa Maria e di Santo Zanobi e di Santa

Reparata e di tutta la corte di paradiso, e a bellezza della città di

Firenze. Amen._

Lo stesso giorno consoli ed operai se ne vanno al Palagio; e lì,

innanzi ai Priori delle Arti e al vessillifero di giustizia, espongono

ciò che hanno risoluto per le opere del tempio ottenendo promessa di

aiuto e pienissima approvazione.

Pareva dunque che tutto fosse deciso. — Oibò: state a sentire.

I capomaestri contrastavano insieme. Già Neri di Fioravante e Francesco

Talenti s'erano bisticciati, tanto che a rappattumarli occorse

l'intromissione di due amici comuni; ma il peggio era tra Francesco

e quell'inframmettente ed inquieto Giovanni di Lapo Ghini. I loro

dissensi mettevano in iscompiglio le cose della fabbrica, così che il

provveditore Cambino Signorini nota: _O se potessono fare che Francesco

e Giovanni fossono in accordo, sarebbe buono!_ Ma il Ghini, come

vedremo, aveva chi gli faceva spalla.

Fatto sta che gli operai, temendo nuove idee e nuove ambizioni,

ordinano la distruzione di tutti i modelli, eccetto del prescelto,

per il quale pagano 32 fiorini d'oro agli autori. E avevano ragione di

temere; bensì avrebbero dovuto cominciare dal temer di sè stessi. Ecco,

che, alcuni mesi dopo, Giovanni di Lapo Ghini, il quale non s'era mai

dato per vinto, ritorna alla carica con un nuovo disegno, e tanto fa

che gli operai chiamano tredici maestri a giudicare il disegnamento in

paragone con l'altro dei maestri e dipintori.

Gli esaminatori giurano sul messale. Cinque stanno per gli occhi, non

per le finestre all'alto della nave di mezzo; otto stanno invece per

le finestre: ma sul conto dell'_edificio delle cupole ovvero croce_,

scartano il lavoro del Ghini, confermando le precedenti deliberazioni.

Questa sentenza non poteva garbare, nè crescere autorità a Giovanni.

I colleghi non gli portavano rispetto, i subalterni non l'ubbidivano.

Doveva essere un presuntuoso, e certo la sua indole aveva molta

analogia con l'indole di un architetto francese, il Mignot, che

conosceremo tra poco nei lavori del Duomo di Milano. Ad ogni modo i

protettori del Ghini presentano ai consoli una petizione, la quale

comincia con larghe lodi di lui, dichiarandolo _di grande necessità al

lavorio_, e soggiunge come egli _sia invidiato et oltraggiato in detti

e in fatti da certi maestri e altra gente_; e perchè questo non succeda

più, i richiedenti domandano che l'oltraggiatore venga tosto punito con

una grossa multa, della quale un quarto spetti all'ufficiale, che avrà

pronunciato la condanna, un quarto all'opera di Santa Reparata, e due

quarti all'Arte della lana.

Frattanto la sorda opposizione al modello dei maestri e dipintori va

crescendo via via, sinchè messer Francesco Rinuccini, in nome di molti

compagni suoi, proclama a viso aperto che il seguire quel disegnamento

sarebbe di grandissimo pericolo, e invoca nuovi consigli di maestri

e di cittadini. Il 31 di luglio gli operai chiamano tre frati e un

cappellano, i quali, uditi i capomaestri e gli autori del solito

modello, giudicano che questo non si possa affatto edificare; senonchè

gli autori protestano che il rilievo in grande, eseguito per ordine

degli operai, dal Ghini sul predetto disegnamento, non è punto conforme

ad esso.

I consoli cominciano a perdere la pazienza. E gli operai tornano a

convocare cittadini e religiosi, chiedendo ancora se il modello o

disegnamento dei maestri e dipintori, cui già l'arcivescovo aveva

apposto la sua firma, potesse venire, con qualche correzione, attuato;

e frate Jacopo da San Marco risponde anche per gli altri, proponendo

le modificazioni e concludendo che a questo modo l'edificio riescirà

possibile e forte. Francesco Talenti e Giovanni Ghini (anche lui!)

dichiarano di consentire.

Sia ringraziato il cielo! Si faccia dunque una _chiesicciuola di

mattoni a similitudine di detto modello_, cioè un modello grande, che

tutti possano intendere. Ma il Ghini (quant'è noioso!), il quale aveva

pur dichiarato di piegarsi, e riceveva appunto in quei giorni dagli

operai per le sue benemerenze e per maritar la figliuola il prestito

di 100 fiorini d'oro, da restituire in dieci anni, stava facendo anche

lui per suo proprio conto la sua brava _chiesicciuola di mattoni_.

Bisognava risolvere una buona volta fra i due grandi modelli, perchè

il Ghini era riuscito a tornar nella gara. Il 26 d'ottobre _i savi e

discreti operai_ fanno richiedere gran numero di cittadini per avere

un giudizio, i quali tutti, _niuno scordante, dissono e per consiglio

renderono, che la chiesicciuola trovata pe' maestri e dipintori più

piaceva a loro che quella trovata per Giovanni di Lapo Ghini, però

ch'era più bella e più magnifica e onorevole per la città di Firenze,

e che a quello esempio la chiesa si dovesse edificare e fare col nome

d'Iddio_.

Lo stesso giorno davanti agli operai un secondo gruppo di cittadini

ripete la medesima sentenza, con un solo voto contrario di Jacopo degli

Alberti, il quale giudicava la chiesicciuola del Ghini meno bella al di

fuori ma più bella al di dentro; e ancora il medesimo giorno un terzo

gruppo assai numeroso conferma unanime il verdetto degli altri due.

Agli operai non basta: vogliono un plebiscito; e i banditori vanno per

tutta la città gridando: _Che ciascuna persona e ogni maniera di gente

venga alla chiesa di Santa Reparata a dire quale dei disegni piace loro

più e a similitudine del quale la chiesa si debba edificare._

Allora comincia una interminabile processione di visitatori, nobili,

ecclesiastici, artefici, spadai, calderai, staderai, bottai, lanaiuoli,

tintori, cimatori, albergatori, vinattieri, pizzicagnoli, fornai,

rigattieri, ferravecchi, e che so io; e tutti quanti, senza eccezione,

ripetono che la chiesicciuola dei maestri e dipintori _piace loro più,

e quella si debba edificare, per più bella e più onorevole e magnifica

dell'altra_. E il 27 continua la processione di centinaia e centinaia

di cittadini, tutti concordi nel preferire la stessa chiesicciuola e

nel volere che il tempio si alzi a somiglianza di quella.

E basta, alla fine. Ogni disegnamento, sì di mattoni come di legname

o di carta, eccetto il prescelto, si disfaccia; anzi se un operaio

volesse distogliersi dall'archetipo o lasciasse un capomaestro

scostarsene venga condannato _alla pena di libre dugento di piccioli_,

oltre alla perdita dell'ufficio; e se i consiglieri, i maestri, il

camarlingo tentassero allontanarsene sieno cassati e paghino 50 libre,

responsabili il notaio e gli ufficiali, _considerando che all'Arte

della lana potrebbe seguitare biasimo e reprensione ogni volta che il

lavorio non seguitasse secondo le deliberazioni del Comune_.

Altro che i tre concorsi per la facciata! Altro che le controversie o

le contraddizioni sulle tre cuspidi, sul finimento monocuspidato, sul

coronamento basilicale!

E avete visto, signori, la varietà dei metodi nel consigliare e nel

giudicare. Dal plebiscito libero di tutti i cittadini all'arbitramento

ristretto, dal voto di soli maestri al voto dei non artefici, dalle

mute di esaminatori alle adunanze plenarie, tutto fu tentato per

raggiungere ciò che è sempre difficilissimo ad afferrare in questo

mondo di passioni, di egoismi e d'idee preconcette, la giustizia,

segnatamente poi in una materia tanto delicata e tanto mutabile quale

è quella dell'arte.

Pensavo a tutto ciò ieri a sera, appena giunto a Firenze. Non ci venivo

da un poco di tempo. Desideravo e temevo di entrare fra le macerie di

Mercato Vecchio. Cadeva il sole. Mi parve di assistere all'autopsia

di un corpo di persona cara ancor viva; e intanto la luna cominciava

a rischiarare dall'una parte i ruderi scuri e sanguinanti, dall'altra

i monumenti freschi freschi del secolo decimonono. Curiosa! I vecchi

parlavano, si lamentavano, si contorcevano; i nuovi sembravano

impassibili, senza vita. Parevano stecchiti, ghiacciati e lustri, come

figure di cera. Andavo pensando: certo i Priori non possono sbagliare,

e le risoluzioni del comune meritano rispetto. Poi, se uomini, che

amano tanto Firenze, hanno fatto così, vuol dire che hanno fatto bene.

Eppure se avessero imitato gli avi, chiedendo plebisciti, mandando

intorno banditori, esaurendo ogni mezzo, ogni forma anche pedantesca e

bizzarra di giudizio, chi lo sa? i maestri e dipintori avrebbero finito

per vincere, come vinsero nel 1366.

Insomma, signori, nè col sole nè con la luna, io giuro di non passare

più dal luogo ove fu il quartiere di Mercato Vecchio.

Ma è tempo di allontanarci dai lieti colli fiorentini per condurci nel

mezzo delle pingui pianure lombarde, ove sorge la guglia del Duomo, che

ci deve portare nuovi esempi di giudizii artistici e di lotte.

Senonchè io non posso discorrere del monumento milanese come ho fatto

del fiorentino, del quale so che voi tutti, signori, conoscete la

storia. Del vostro Duomo si sanno bene tutte le vicende, si conoscono

bene ad uno ad uno i nomi degli autori d'ogni sua parte, mentre

dell'altro Duomo non si sa quale cervello d'artista n'abbia creato il

primo disegno. Non si sa, anzi oggi ne disputano più che mai, se il

germe di quel disegno fosse tutto italiano o lombardo, oppure in parte

tedesco o francese. Non si è finito di battagliare su questo punto:

quale merito nella fondazione spetti al popolo di Milano, quale a Gian

Galeazzo Visconti. Non sono ancora tutti d'accordo sul giorno, anzi sul

mese, anzi sull'anno in cui la cattedrale fu principiata.

In un mio grosso volume, che pochissimi hanno letto, chiedevo a me

stesso: Quali erano le condizioni del popolo e del principe nell'anno

in cui la fondazione ebbe luogo? E rispondevo con qualche pagina, in

cui non ho rimorso di spigolare. Il principe era già passato dalle

generose promesse e dalle misurate concessioni alle nuove imposte ed

alle cautele di politica interna; il popolo dalla contenta fiducia

passava già alle esigenze e ai sospetti, dimentico delle recenti

e assai peggiori signorie di Galeazzo II, morto da otto anni, e

di Barnabò, morto da pochi mesi. Gian Galeazzo, Dio volendo, non

somigliava al padre ed allo zio. Pare un cinquecentista. Tanto era

machiavellico ch'io duro fatica a pensare che non avesse potuto leggere

il _Principe_; sebbene sempre seguisse nella vita il precetto del

segretario fiorentino, al quale pareva meglio esser volpe soltanto

che leone soltanto; ma la natura della volpe _è necessario saperla

ben colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore_. Succeduto

al padre, innanzi di pigliare in trappola quel lupo dello zio, faceva

volentieri il santocchio ed il semplicione. Assisteva ogni giorno a

due o tre messe. Parlava con reverenza del parente, benchè mostrasse di

temerlo assai; e se cresceva il numero degli armigeri non era per altro

che per guardarsi dalle insidie di lui: del che Bernabò rideva tenendo

il nipote per una specie di babbeo.

Non credo che il conte abbia fatto avvelenare lo zio in una zuppa

di fagiuoli, come vorrebbe il Corio, o altrimenti; ma, del resto, a

sua scusa c'è questo, che se non l'avesse fatta lui a suo zio, suo

zio, presto o tardi, od i suoi cugini l'avrebbero fatta a lui, poichè

il proverbio, il quale dice: _chi la fa l'aspetta_, non so se nella

politica sia sempre vero al dì d'oggi, ma certo era falso allora.

Potevano piuttosto dire: _Chi non la fa l'aspetta_.

Gian Galeazzo protegge dotti ed artisti, pianta una specie di accademia

di architettura e pittura, soccorre l'Università di Pavia, nel

castello di Pavia forma una rara biblioteca e pensa già alla stupenda

Certosa. I Fiorentini acuti indovinarono giusto, accusando il conte

di aspirare alla corona di Re; ma il dolersi così vivamente come

fanno alcuni illustri storici italiani, che Gian Galeazzo non abbia

potuto conseguire l'audace intento, il credere che un regno d'Italia

si sarebbe cominciato davvero a formare, mi sembra una rispettabile

illusione storica. Non è sempre vero che _gli uomini passano e le

istituzioni restano_.

Quel bieco e matto ragazzo, che fu Giovanni Maria Visconti, alla

maniera che perdette quasi tutto il dominio, lasciato così grande, dal

padre, avrebbe saputo bene perdere tutto il regno, assai più sospettato

e pericolante del ducato. Non importa. Forse il regno avrebbe lasciato

una traccia, che Francesco Sforza era uomo da ritrovare. E com'è

dolce il leggere fino nel 1387 la parola Italia in quella canzone

del veronese Vannozzo, scritta _per la divisa del conte di Virtù_, il

nostro Gian Galeazzo, ove il poeta in otto sonetti, ne' quali parlano

otto città italiane, spinge il Visconte ad unificare la patria, e,

accommiatando le sue rime, annunzia ch'è _giunto il Messia_.

Com'è dolce il leggere in un codice dell'anno 1408, serbato nella

biblioteca Ambrosiana, la canzone d'un poeta ignoto, in morte di Gian

Galeazzo:

Cum pianto e pietade

Ciaschun dicea: o somma mayestade

Deh perchè privato ay questo emispero

De quel che col pensiero

Sanar volìa l'italico payese?

Intanto, intorno al 1386, il Comune andava perdendo le sue libertà.

Già il Consiglio generale, composto di 900 cittadini, si riduceva a

una lustra. C'erano anche allora — confortiamoci — oltre l'imposta

fondiaria con i suoi bravi centesimi addizionali, anche l'imposta di

ricchezza mobile, quella di esercizio e rivendite, e tutti gli altri

carichi diretti e indiretti. Era cresciuta spropositatamente la tassa

sul sale; il quale anzi ne pagava due, l'una al principe, l'altra alla

città. Il vino ne pagava tre, compreso l'imbottato. Insomma, stiamo

meglio noi. E ancora rimanevano tanti danari al popolo per la sua

fabbrica del Duomo!

La basilica vetusta di Santa Maria Maggiore, metropolitana iemale

(un'altra, santa Tecla, era la metropolitana estiva), non grande, mezzo

diroccata, stretta fra chiese, oratorii, torri, caseggiati, non poteva

più bastare ai bisogni del culto, alla devozione dei fedeli, alla

onesta ambizione dei cittadini ed all'orgoglio del principe. Come i

Fiorentini dalla umile Santa Reparata avevano fatto nascere il solenne

tempio di Santa Maria del Fiore, così sentirono bisogno di fare i

Milanesi, a' quali doveva parere vergognoso che le primarie città del

dominio Visconteo, sebbene ancora ristretto, avessero cattedrali più

nobili e più grandi della loro principale metropolitana. Sant'Ambrogio,

Sant'Eustorgio, le altre severe basiliche, non corrispondevano più al

nuovo sfarzo, ai nuovi gusti dell'arte.

Il principe non poteva rimanere indifferente innanzi alla iniziativa

popolare: doveva aiutare l'impresa, proteggerla, dirigerla

all'occasione, cavarne onore, come un signore assoluto usa in tutti

quanti i lavori della propria città capitale, segnatamente in quelli

che hanno attinenza con un sentimento, prepotente allora, potente

adesso, il sentimento religioso. Il Visconte era troppo astuto per non

pigliare la palla al balzo; ma era troppo ambizioso per non tirare a

sè tutta la gloria dell'opera quando, come poi nella Certosa di Pavia,

fosse stata sua la prima spinta e suo il merito della fondazione del

monumento.

Il principio della costruzione sta, ad ogni modo, fra due date, il 12

maggio 1386 quando l'arcivescovo di Milano eccita alle elemosine per

il tempio, che avevano idea di riedificare; ed il 12 ottobre dello

stesso anno, quando Gian Galeazzo concede e disciplina le questue per

l'edificio avviato.

E Gian Galeazzo dava privilegi alla fabbrica, le procurava ogni

facilitazione, scriveva a Bonifazio IX per ottenere indulgenze e

giubilei in pro di chi aiutasse i lavori, faceva rivedere le cose

amministrative, inviava consigli, ordini, rimproveri, regalava, pare,

le cave della Gandoglia, dalle quali uscì il marmo per tutto quanto il

Duomo, trasmetteva palesi e segrete sovvenzioni in danaro.

Nel frattempo le offerte piovevano all'amministrazione da ogni parte

e sotto ogni forma. Le Porte della città, le Arti, dette _paratici_,

le parrocchie, le comunità religiose e il clero mandavano il loro

grosso obolo; certe donne poco virtuose, che abitavano intorno a

San Zeno in Pasquirolo, consegnavano il loro contributo a prete

Ambrogio; nei luoghi più frequentati, al Broletto, all'ingresso degli

alberghi, alle porte di tutte le chiese stavano esposte cassette per

le oblazioni; intiere eredità erano lasciate alla fabbrica; chi non

dava danaro porgeva pietre preziose, ori, argenti, drappi, vesti, che

in parte si serbavano, in parte si rivendevano. Nel 1387 l'entusiasmo

era tale che con le proprie mani lavorarono agli sterri i nobili e

ricchi giovani milanesi, i magistrati, i giureconsulti, il podestà e,

dicono, Gian Galeazzo. Nei soli primi cinque anni furono spese per la

costruzione 141 mila lire imperiali, pari a quasi tre milioni, delle

nostre lire d'oggi, secondo il mio computo molto taccagno, pari a

quasi sette milioni, secondo Cesare Cantù, pari a quasi diciassette

milioni, secondo il dotto signor Pagani, direttore dell'archivio di San

Carpoforo in Milano.

Dicevo che della mole non si conosce l'architetto. Eppure gli

archivisti non tralasciarono di rovistare nelle carte polverose, ed

i critici di lambiccarsi il cervello, ingrossando anche i piccoli

indizii. Lasciamo stare i vecchi scrittori, che attribuivano il disegno

del Duomo a Giannantonio Omodeo, gentile architetto e scultore,

morto nel 1522, 135 anni dopo fondato l'edificio; oppure ad Enrico

di Gmünd, detto il Gamodia che sceso di Germania nel 1391, cinque

anni dopo principiata la fabbrica; oppure a Nicola de' Bonaventuri,

parigino, il quale capitò a Milano due anni e mezzo dopo i primi

lavori. Gli scrittori d'oggi sono più sottili. Trovano un _Anechino

de Alamania_, che nel 1387 riceve sedici soldi per un modellino in

piombo del tiburio, della guglia maggiore. Oh non potrebbe Anechino

essere lui l'architetto? Trovano che nel 1387 vengono pagati 24

soldi ad un valente ingegnere, Andrea degli Organi da Modena, per

due libbre di _morsecate_. Che cosa era codesto _morsecate_? Poteva

essere il massicotto, il protossido di piombo, il quale poteva servire

alla composizione della cera plastica, la quale poteva essere stata

impiegata nel fare un modello. Ora, se Andrea degli Organi faceva un

modello, l'architetto del duomo era Andrea.

Abbiamo dal 1387 in poi, non solo una quantità di documenti sulla

nostra fabbrica, ma i libri minutissimi dell'entrata e dell'uscita. Non

un accenno, mai e poi mai, al primitivo architetto. Sappiamo i nomi dei

maestri uno ad uno, che hanno atteso alla costruzione cominciando dalle

prime settimane. Non una frase, non una parola, che lasci intendere

sul serio di aver da fare con il creatore del tempio. Ci restano i

verbali di vivacissime dispute sul concetto, oltre che sulla esecuzione

dell'edificio. A chi loda non isfugge mai il nome da noi cercato, e

non isfugge a chi biasima. Pare che l'ammirazione e il disprezzo in una

sola cosa si accordino, nel tenerci nascosto quel che vorremmo sapere.

Ho pensato molte volte, o signore, che il diavolo ci avesse messo la

coda: e rammentavo la leggenda tedesca, quella del Duomo di Colonia, il

quale volere o non volere, ha con il nostro Duomo di Milano una qualche

rassomiglianza.

Nei primi 29 mesi della fabbrica non troviamo altro che ingegneri

italiani, la maggior parte di Campione, un bel paesetto sul bel lago

di Lugano, ora svizzero, ma allora sottoposto alla diocesi milanese:

Simone da Orsenigo, Marco Frisone, Giovanni di Fernach, detto

anche Anni od Anne, sicchè qualcuno vuole che sia quel _Anechino de

Alamania_, di cui abbiamo toccato, Giacomo, Zeno, campionesi, e via

via.

Il primo architetto straniero, Nicola de' Bonaventuri, scende da Parigi

a Milano il 7 maggio 1389. Lo eleggono ingegnere generale; gli danno,

oltre il salario, casa, vino e legna. Provvedono la sua cucina di una

caldaia pesante otto libbre e mezza, una padella di rame, una conca,

quattro taglieri grandi e quattro piccoli, otto scodelle ed otto piatti

di legno, quattro scodelle e quattro tondi di terra, sei cucchiai,

tre mestole, due paia di treppiedi, una pepaiuola, una graticola di

ferro, un boccale di vetro ed una tazza, una tovaglia, due tovaglioli

ed un asciugamano. Principiare dalla pancia va bene, ma bisogna anche

dormire. Si compera della paglia per il letto del maestro. Non se ne

contenta: vuole un bel letto grande, assai comodamente fornito. Con 47

braccia di tela di lino gli fanno due lenzuola; per la coperta spendono

in ragione di 128 lire delle nostre. Ottiene anche il suo bravo

piumino. Si fa anticipare quattrini: evidentemente era un parigino

sventato. Dà, fra gli altri disegni, quello dei magnifici finestroni

dell'abside; ma dura poco. Il 31 luglio del 1390 il Consiglio della

fabbrica delibera di mandarlo via, ed egli, che non doveva avere la

coscienza netta, lo stesso giorno parte furtivamente: e buon viaggio.

Poco appresso, Giovanni di Firimburg, nuovo ingegnere, si sfoga nel

censurare i lavori; ma le parole volano, e i deputati, che non soffrono

equivoci, invitano il maestro a porre in iscritto i suoi dubbi e i

suoi biasimi, affinchè si possa, occorrendo, provvedere. La relazione

dovette essere o molto sconveniente o molto bestiale, perchè senz'altro

si decreta che gli venga tolto il salario ed il titolo. E così Giovanni

di Firimburg ripassò le Alpi.

Senonchè, gl'ingegneri italiani non bastavano più. Era stata seminata

la zizzania. E poi la costruzione si avvicinava a quelle parti, che

più apparivano lontane dalle consuetudini e dai criterii della nostra

arte locale: i piloni si alzavano aspettando le volte ogivali, i

contrafforti si alzavano aspettando i pinnacoli. Gli archi rampanti,

i gugliotti, il tiburio o guglia centrale, la inclinazione dei tetti,

dovevano presentarsi ai maestri, ai deputati, allo stesso arcivescovo,

il quale aveva tanta ingerenza e tanta responsabilità nell'andamento

dei lavori, allo stesso intelligente principe, quali tanti quesiti,

che, risoluti nell'un modo o nell'altro, potevano decidere, non solo

della bellezza, ma della stessa esistenza del Duomo.

Mandano un maestro _teutonico_ a Colonia a pigliare _unum maximum

inzignerium_; spediscono lettere ad Ulrico di Ensingen da Ulma. Intanto

si contentano di sentire Gabriele Stornaloco, esperto geometra,

Bernardo da Venezia, intagliatore del principe. Finalmente il 27

novembre del 1391 giunge Enrico Arler da Gmünd nella Svevia, detto a

Milano il Gamodia.

Capita pieno di spirito ogivale, con le cattedrali di Praga, di

Colonia e tutte le altre nel cuore e nella mente. Biasima, propone

riforme, ed il primo maggio del 1392 ottiene che si discutano undici

punti essenziali per l'organismo della costruzione; ma le faccende

sue vanno male. Il Consiglio lo manda _pro factis suis_; e il povero

uomo che, avendo bisogno dell'interprete, era servito in ciò dal suo

connazionale, oste all'albergo della _Spada_, borbottando nel suo

tedesco, partì. Due anni dopo cala da Ulma Ulrico di Ensingen, dianzi

nominato, bisognoso anche lui dell'interprete, e mandato egli pure

assai presto _pro factis suis_.

Segue un intervallo di maestri italiani, fra i quali brilla il nome

di Giovannino de' Grassi, pittore, architetto, scultore, miniatore;

confuso malamente con quel Giovanni da Milano, del quale parla il

Vasari nella vita di Taddeo Gaddi. Ma i contrasti fra italiani e

stranieri dovevano diventare acerbissimi dal 1399 al 1401 con la

presenza di Giovanni Mignot francese, anzi, come il Bonaventuri,

parigino. Principia, al solito, col censurare ogni cosa. Ripete a

ogni tratto, intorno a questa o quella parte della fabbrica: _magnus

defectus_.... _nihil valent_.... _quod est male factum_.... _quod est

peximum opus_, ed altre simili garbatezze.

L'arte italiana e l'arte straniera cozzano insieme fieramente. Di qua

questa affermazione: _La scienza è una cosa e l'arte è un'altra._ Di

là questa sentenza: _L'arte senza la scienza non val nulla._ Ecco le

formule trovate dal parigino di cinque secoli addietro per indicare le

diverse nature delle due arti; nè sarebbe, io credo, possibile dare

una definizione più rapida, più viva, più profonda della differenza

del genio artistico italiano dal genio artistico oltramontano nel

medio evo. I due genii si composero di mala voglia, ma intimamente,

in codesto fenomeno architettonico, che è il Duomo di Milano. La

sostanza come l'apparenza di esso non appartengono nè all'Italia, nè

alla Francia, nè alla Germania. Sono italiane, per esempio, le fronti

archiacute delle cattedrali di Siena e di Orvieto; ma il Duomo di

Milano non ha patria. Nato e cresciuto nei contrasti e nelle lotte,

risultò pieno di originalità e di forza: esempio insigne di quanto

giovi l'incrociamento delle razze anche nel mondo dell'arte e dello

spirito.

Il Mignot, pure volendo la logica in tutti i membri architettonici,

pure cercando la razionalità d'ogni cosa, usciva di carreggiata, perchè

tirava la teoria all'eccesso. I nostri, più pratici, più artisti, nel

ragionare s'attaccavano agli specchi. Ecco, per esempio, i quattro

campaniletti alzati intorno all'alta guglia centrale sui quattro piloni

della crociata, tanto vantaggiosi alla stabilità, tanto profittevoli

alla bellezza prospettica. Sapete perchè si volevano fare? Per dare a

intendere che il nostro Signore Iddio siede in Paradiso nel mezzo al

trono, circondato dai quattro Evangelisti, siccome narra l'Apocalisse.

Il Mignot scoppia, gridando che i suoi contraddittori non intendono

al meglio dell'edificio, ma operano o per timore o per lucro. Perciò

egli chiede che si deliberi di chiamare a consiglio quattro, sei o

dodici dei migliori ingegneri dell'Allemagna, dell'Inghilterra, della

Francia, altrimenti la fabbrica rovinerà; e per amore del vero e della

propria riputazione egli correrà a dirlo al duca. I maestri, così

furiosamente assaliti, s'impacciano, s'imbrogliano, tirano in ballo

Aristotele, il quale insegnò che il moto dell'uomo verso un punto è

o retto o circolare o misto; applicano questa sapienza alle misure

della chiesa, terminando con una terza sentenza supremamente italiana:

_La scienza senza l'arte non val nulla._ Il Duomo, come si vede, dopo

cinquecent'anni è la migliore prova della verità di questo antico

dettato: _Vale più la pratica che la grammatica._ Ma il Mignot, oltre

che grammatico, era intollerante d'ogni arte e d'ogni opinione che non

fossero le sue, prosuntuoso, impetuoso, e falso profeta di sventure

per il Duomo, il quale procedeva innanzi tranquillamente, come se tanti

contrasti e tante ire non lo risguardassero affatto.

Intanto i preposti alla fabbrica vivevano in grandi angustie, non

sapendo a chi credere e come risolversi. Dall'una parte sentono gridare

che la chiesa, pessimamente costrutta, è lì lì per cadere, dall'altra

sentono giurare che la chiesa, costrutta arciperfettamente, sfida

l'eternità. Gian Galeazzo pure, negli intervalli di riposo lasciati

a lui dagli intrighi della politica e delle guerre, doveva sentirsi

fastidito, pensando alle faccende del Duomo. Manda a Milano da Pavia

due ingegneri ducali; ma senza costrutto.

Noi diciamo spesso che i nostri artisti d'oggi non vanno d'accordo,

ch'è gente invidiosa e incontentabile. Ci lamentiamo che i conti

preventivi delle fabbriche nuove sieno quasi sempre sbagliati. Buttiamo

sulle spalle alle disgraziate Commissioni la responsabilità delle

dispute, delle lungaggini, delle bestialità d'ogni specie nell'arte e

nel resto. Io non esamino se abbiamo ragione e fin dove; ma voglio bene

dimostrarvi che, come tutto il mondo è paese, così tutti i secoli si

somigliano.

Siamo all'ultimo anno del Milletrecento, dal quale secolo non mi è

lecito uscire. Si tratta della opera delle eccelse e stupende vôlte

del Duomo, principiate a modificare dal Mignot, secondo il suo criterio

parigino. Una Commissione di dieci maestri e dilettanti deve giudicare.

La prima interrogazione risguarda la solidità del lavoro. Uno risponde

che non è abbastanza solido; un altro addirittura che non è solido

affatto; cinque che è solido; Giovanni Alcherio, un milanese dimorante

in Francia, che non è soltanto solido, ma solidissimo; Guidolo della

Croce, che è tanto solido che in nessun modo si potrebbe immaginare di

più; e Simone de' Cavagnera, nel suo dialetto: _che le croxere e volte

archomenzate per magistro Johanne Mignoto sono fortissime, senza defeto

nessuno a la forteza_.

La terza domanda pone a confronto il disegno di prima con quello del

Mignot per bellezza e fortezza. Sei giudicano il lavoro del francese

più solido e più bello, quattro lo giudicano meno solido e meno bello,

o solo meno solido, o ugualmente solido e bello.

La quarta interrogazione è relativa alla differenza di spesa fra il

vecchio disegno e il nuovo. Quasi tutti ammettono che il nuovo lavoro

sarà più costoso dell'altro; ma chi dice il doppio, chi il quadruplo,

chi venti volte di più, chi invece solo un quarto, chi un poco, chi un

pochino. E si trattava di calcolare lire, soldi e denari!

Si tratta solo di misure nella quinta domanda. Occorreranno pietre più

grandi o più piccole per le crociere del Mignot? Bastava prendere le

dimensioni di ciascun pezzo e moltiplicare e sommare per ottenere le

cubature e il confronto. Qui almeno, volere o non volere, bisognerà che

tutti vadano d'accordo. O sì! Tre rispondono _più grandi_; uno _molto

più grandi_; due _più piccole_, e c'è chi dice _la differenza sarà

minima_. Passano a discorrere delle nuove costruzioni del camposanto,

dietro l'abside del Duomo. Gli animi s'infiammano. Guidolo della Croce,

acceso in volto, senza dubbio, e con voce stentorea butta in faccia

ai deputati questa formidabile accusa: “Non è da maravigliare se in

queste opere del camposanto e della chiesa ricorrono molti errori,

dacchè avete accolto quali ingegneri dei pittori, dei carpentieri, dei

tagliapietre, e dei fabbricatori di guanti.„

Lo Scrosato, anche lui, raccomanda di valersi dei valentuomini “non

delle persone idiote, che si fanno chiamare maestri senza sapere

niente„. E il Galletto pure si lagna dei protettori di maestri

ignoranti. E si ode una voce gridare: “Bisogna togliere questo

sempiterno vituperio della città.„ Uno fa per parlare, ma l'Alcherio,

mettendogli la mano sulla bocca: “Non lascierò rispondere a nessuno

prima che abbia parlato il Mignoto, che è il più degno fra tutti.„

Nel frastuono di tante voci adirate, fa un curioso contrasto la parola

placida di Simone de' Cavagnera, il quale, come tutta la gente quieta,

inclinava a rimandar la questione: _Dicho che s'ha da convocà le

persone che se intendono in questo, e odire ogni homo, e pigliare la

miglior parte._ Non gli pareva che avessero ragionato abbastanza!

Gli odii contro il parigino si addensano. Gian Galeazzo, che lo aveva

difeso, occupato in altre assai più gravi faccende, lo abbandona;

allora addosso. Gli scaraventano un atto d'accusa, gl'intimano di

pagare grossi risarcimenti, lo destituiscono il 20 ottobre 1401

sequestrandogli ogni cosa. Non di meno, il valente, ma imprudente,

spavaldo, spensierato e indebitato ingegnere parigino lascia, partendo,

molti amici e ammiratori focosi, i quali indirizzano un furibondo

reclamo al duca. Principia così: “Oh grande dolore, oh immensa falsità

e malignità senza confine, e ingiustizia dei malvagi! Non sembra

esservi oramai persona in questa città così grande ed in tutta la

patria, la quale alcunchè s'intenda dell'arte del disegno e della

geometria, nè della virtù si curi in qualsivoglia modo, nè dell'onore.„

I due architetti italiani della fabbrica, Marco da Carona e Antonio

da Paderno, sono chiamati ignoranti, rozzi, sozzi, del tutto idioti

nell'arte loro, falsi testimoni, incettatori di quistioni; i loro

protettori sono chiamati iniqui, malvagi, mentitori, ed eccoli nominati

uno ad uno, deputati alla fabbrica, nobili, cittadini milanesi, ed

officiali della fabbrica stessa “i quali già da molti anni, come se

gli altri fossero tutti insufficienti, continuano a servire sempre

nei medesimi incarichi contro gli ordini, che stabiliscono doversi

gli officiali mutare d'anno in anno. E se uomini valorosi, il gran

Conestabile e Facino Cane con tutto il loro esercito, volessero cavarli

dal loro seggio, non vi riescirebbero, tanto sono infissi colà, e così

bene ingannano l'Eccellenza Vostra, il vostro Comune di Milano, e la

fabbrica, arricchendo sè medesimi„.

Questo documento, il quale continua un pezzo sul medesimo tono, è

singolare per più rispetti. Innanzi tutto, la violenza sua contro

uomini rivestiti di pubblici uffici, fra i quali il Tignosio, niente

meno che luogotenente del Vicario di Provvisione, apparisce tale da far

pensare che un simile reclamo, accolto pazientemente da Gian Galeazzo,

principe assoluto e non mellifluo, verrebbe senz'altro respinto oggi

dai principi e dai loro ministri. Curioso il cenno al gran Conestabile

ed a Facino Cane, ove l'ira si trasforma in sarcasmo; curioso un

cenno alla poca facondia del Mignot, raro difetto in un parigino

anche allora; strano il disprezzo per i maestri italiani in un tempo

sì ricco di ammirabili opere nostrane. Fatto sta che il duca trasmise

al Consiglio della fabbrica il fierissimo documento, il quale venne

letto in generale adunanza, mentre stavano in faccia gli uni agli altri

accusatori e accusati.

Signori, conoscevate bene le perplessità, le contraddizioni, le

battaglie seguite nella costruzione del vostro campanile e della

vostra divina Santa Maria del Fiore, e avete udito ora quelle che

accompagnarono la grande opera del Duomo di Milano. Eppure da questi

tre monumenti, cui posero il genio e la mano tanti artefici diversi

d'intelletto, di studii e d'animo, si sprigiona una grandiosa, una

piena armonia, nella quale non c'è cosa che strida o che stoni.

Come mai dalle opposizioni tenaci e dalle lotte accanite nasceva nel

Trecento la concordia della bellezza? Come mai oggi non ci riesce di

trovarla nemmeno nelle opere uscite da un solo cervello?

Vorrei, secondo le mie forze, rispondere a questi due ardui quesiti.

Non abbiate paura, signore gentili: lo farò, chi lo sa? un'altra volta.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 75 / 80 题