DI DIEGO MARTELLI

_Donne gentili, cavalieri cortesi_,

Fra le grandi scoperte di questo secolo ne è stata fatta una che si

attaglia meravigliosamente al caso mio. Questa scoperta consiste nel

pensare, come dall'alto di una piramide, si vedono le cose in modo

assolutamente diverso da quando, dalla base si guarda di sotto in

su. Difatti, ora che io mi trovo appollaiato su questo pinnacolo,

sento tutta la responsabilità dell'opera, alla quale mi sono accinto;

opera che mi pareva possibile quando ero alla base della piramide

summentovata. Ora mi accorgo della pochezza mia, specialmente

riflettendo agli illustri uomini che mi hanno preceduto, ed agli

illustri che dovranno venire dopo di me. Io mi paragono ad un povero

cantastorie orecchiante, ad uno zufolatore qualunque, messo al

confronto dei più egregi contrappuntisti, dei divini strumenti di

Paganini e di Sivori; piaccia alla bontà vostra che questo zufolo

rusticano, non debba far la fine delli zufoli di montagna.

Dovendo dire dei grandi artisti, che nei primordi del risorgimento

italico illustrarono e Pisa patria loro, e l'Italia tutta, io credo che

si debba tornare, per così dire, un passo addietro, e mettersi bene in

mente la situazione artistica, nella quale si trovava la società quando

essi sorsero, ed i fatti che li precedettero. Per questa ragione mi

sono domandato, se quello che usiamo chiamare bizantinismo — parola

che sta a rappresentare il disprezzo delle generazioni successive e

più colte, per un'epoca di ignoranza e di barbarie — sia veramente un

epiteto che torni a capello, e sia per conseguenza una storica verità.

Io francamente non lo credo. Quando un mondo intiero si rinnuova,

è quasi una necessità psichica quella di dimenticare le vecchie

pratiche, e le vecchie teorie. Mercè lo impulso di certe dottrine

e di certi sentimenti dell'anima, nasce, fiorisce e si sviluppa

una certa arte. Quando questa ha percorso il suo ciclo, quando, a

tempi maturi e maturati, succedono albori e risorgimenti, generati

da nuove idee, e più potenti di quelle antiche, necessariamente

bisogna, per un certo tempo, dimenticare il vecchio, ricostruire una

verginità dell'anima, e trovare forme inusitate che con le antiche

non abbiano nulla che vedere. Se penso ai monumenti insigni della

epoca bizantina, ai monumenti del quinto o sesto secolo, alla Santa

Sofia di Costantinopoli, al San Vitale di Ravenna, al San Clemente di

Roma, e cerco in quella età, così poco nota, così poco studiata, di

raccorre tutti gli elementi che mi possono dare una idea della potenza

intellettiva di quel tempo, io dalla meraviglia sono indotto a credere

che il bizantinismo non significhi un'epoca di barbarie, ma piuttosto

un'epoca di grandi e splendidi orizzonti, un'epoca eminentemente

artistica.

Giorni sono io visitava la biblioteca Laurenziana, nella quale mi era

guida amorosa l'amico e compagno Biagi, e trovavo là un codice, che

porta la data del 586, ed è per giunta un codice siriaco. Ebbene, se

voi vorrete fare, a comodo vostro, una passeggiata in quella insigne

biblioteca, se voi vorrete gettare un occhio amoroso su codesto codice,

vedrete in quelle miniature, nelle quali manca affatto la bella arte

della linea pura pagana, che vi si trova una intensità di sentimento

tale, da dovere assolutamente riconoscere che chi dipingeva quelle

pagine era un artista, ed un artista potente.

Però non si può disconoscere il fatto storico che angosciava

quell'epoca e che si sovrappone alle dispute ed alle sottigliezze dei

bizantini, alle aspirazioni ed alla costituzione di tutto il mondo

cristiano avvenire; e questo è il rovesciarsi che fecero i barbari

incolti sulle nostre contrade, seminandovi la desolazione e la morte.

Ho segnato qui (negli appunti) un brevissimo cenno delle condizioni

d'Italia nel 566, e negli anni successivi. Ebbene, nel 566 una orribile

pestilenza affligge e diserta quasi la Italia intiera. L'esterminio fu

tanto che in alcune città non si vedevano più uomini; solo vagavano

cani erranti, in cerca di qualche rimasuglio di cibo. Le messi non

furon raccolte, le vendemmie non furono fatte, per mancanza di braccia,

e perfino gli animali delle stalle rurali erravano pei campi, perchè

non avevano più padrone. Nel 568, come se questa peste fosse stata

poca, calarono i Longobardi, e capite che da una peste come quella

descritta ad una invasione di Longobardi poca differenza poteva

esserci. Nel 569 la carestia infuria, nel 570 una epizoozia orribile

attacca gli armenti, cagionando anche negli uomini malattie tremende,

fra queste il vaiolo; nel 589 spaventevoli inondazioni funestano

l'Italia. Il Tevere straripa, fa guasti di ogni natura; a Verona

l'Adige dà di fuori allagando mezza città, dissolve ed impaluda quelle

che prima erano fertili contrade, impaludamento aiutato dalla gelosia

de' nuovi venuti, e dalla necessità di difesa dei Veneti, rifugiati

nelle isole della laguna; e per giunta alla derrata, stormi di

cavallette, curiose invasioni di topi, portano dovunque la desolazione

a tale, che gli abitanti della etrusca Roselle sono costretti ad

abbandonarla, sopraffatti dalla loro molestia. Comprendete che in

queste angustie se il sentimento artistico, che pure è forte in alcuni

monumenti di quell'epoca, non fosse stato potentissimo, se quella fosse

stata un'epoca di vera, di assoluta decadenza, se non ci fosse stato

uno spirito nuovo che animava le menti di quegl'infelici, allora si

sarebbe proprio potuto dire “Finis Italiæe„ come disgraziatamente è

stato detto, in tempi più moderni “Finis Poloniæ„.

Orbene, appena dopo la invasione barbarica si comincia a riorganizzare

una forma qualunque di società e di governo, appena si cominciano

a raccogliere, per quanto non abbondanti, le messi, dall'ottavo

all'undecimo secolo quest'arte si affina, si evolve, si educa,

prende forma più gentile e più bella, e abbiamo nel mille una vera

efflorescenza artistica. Nel 1071 nasce il San Marco di Venezia, nel

1013 si costruisce per opera del vescovo Ildebrando di Firenze il

nostro bel San Miniato al Monte, preceduto dal Duomo di Fiesole e dalla

Badia d'Arezzo. Cento e cento sono i monumenti che sorgono e nei quali

voi, che siete certamente di buon gusto, non potete negare che una

importanza immensa, una immensa potenza rivela il sentimento artistico

che li creava; basti nominare fra tutti, da un capo all'altro d'Italia,

e il San Marco di Venezia, vero splendore della civiltà cristiana, e

l'abbazia di Monreale, monumento insigne, emulo e rivale di quello.

Leggendo di questa celebre abbazia, di questo grande monumento,

trovai notato ch'esso è costruito su di una base perfettamente

decimale, cioè in modo tale che tutte le proporzioni della basilica

sono rappresentate da una funzione di numeri decimali. Vedete che in

quell'epoca, che pare così trascurata, non solo la pianta, ma l'alzato

eziandio, corrispondono a leggi non esclusive di architettura, ma

di numero e di prospettiva. Si credeva e si riteneva, in que' tempi,

quello che veramente si deve credere, cioè che l'architettura non è

un aggruppamento di masse più o meno con gusto accomodate, come da un

tappezziere si accomoda una sala qualunque, ma è veramente una sapiente

armonia, una armonia che non ha nulla di differente, nella sua essenza,

dalle armonie che si sprigionano dalle sapienti composizioni de' grandi

maestri musicali; si può dire che una grande cattedrale, costruita su

codesti principii, eguaglia una splendida sinfonia di Beethoven.

L'architettura, dice Victor Hugo, è il vero linguaggio dei tempi

che precedono la stampa, ed è per questo che io principalmente di

architettura ho voluto cominciare a parlare. Ma se un'arte è potente

è egli mai possibile che le altre giacciano nella abiezione della

ignoranza? Una cosa è conseguenziale dell'altra, lo scibile si svolge

multiforme ma parallelo. In una certa raccolta cromolitografata di

monumenti delle province meridionali che si conserva nella biblioteca

Marucelliana, fra le altre cose ho trovato un dipinto che appartiene

all'undecimo secolo, e rappresenta precisamente Cristo, il quale

salva l'adultera dal supplizio. La figura dell'adultera è concepita

in un modo, che si potrebbe oggi dire assolutamente moderno. Questa

donna guarda il Salvatore, tranquillamente seduto e riguardante lei,

con l'aria di chi non si rende ben conto della situazione nella quale

si trova. Si comprende in quell'atteggiamento tutta la storia della

nuova evoluzione del pensiero. Quella donna conosceva la legge del suo

paese, essa era rea confessa, quindi sapeva la morte che l'attendeva;

la parola che l'ha salvata non è un vecchio cavillo di giurista o di

scriba, è una parola nuova che ha paralizzato tutti quanti. Ai lati

si vedono i farisei andarsene guardando torvi il Cristo, come se

dicessero “Oggi ci hai assolutamente sconfitti, ma ci rivedremo a suo

tempo„; essa invece guarda Gesù e lo guarda in modo, come dire “O che

affare è questo?„ C'è un sentimento intimo in quella espressione. Ora

questo sentimento di intimità, che è potente nell'arte nostra moderna,

e costituisce forse l'unica gloria dell'attuale nostro risorgimento

artistico, i bizantini lo hanno posseduto e lo hanno posseduto molti

secoli prima di noi. Da questo voi vedete che il bello dell'arte

bizantina non va cercato nella esatta proporzione, nella ritmicità

dell'arte greca, o greco-romana, che deriva dal solo ed esclusivo

sentimento della forma, mentre in questa deriva da un sentimento

dell'anima. Noi dobbiamo concedere che essa è un'arte grande, la

dobbiamo studiare, e credo di potervi star garante, o signori, che

quanto più osserverete le cose di quel tempo vi troverete un gran

diletto ed una grande fonte di delizie artistiche.

Leggendo più qua e più là, mi avvenne di trovare questo modo di

definire la bellezza, modo esposto da un frate, che ha avuto fama ed

ingiustamente di essere nemico delle arti. Questi è frate Girolamo

Savonarola che passa quasi per un iconoclasta per i suoi celebri

auto-da-fè; se il monaco ferrarese non sentiva l'arte nuovamente

pagana, non per questo era meno artista nel suo concetto, e ve lo dice

egli stesso con la sua propria bocca in una predica della quale vuo'

leggervi un brano.

“Dimmi (sono sue parole) vorrei sapere cosa è bellezza; la bellezza non

consiste solo nella formosità di una parte del corpo, ma è una qualità

che risulta dalla proporzione e corrispondenza delli membri e delle

altre parti del corpo. Non dirai che la tal donna è bella per avere uno

bello naso o belle mani, ma quando ci sono tutte le proporzioni. Donde

viene questa bellezza? Se vai investigando, troverai che è dall'anima.„

Voi vedete dunque, o signori, che questo mio sentimento era diviso da

un grande uomo e grande pensatore già qualche secolo fa!

Passiamo ora a Pisa, giacchè a Pisa dobbiamo venire.

Questa città, o che abbia come alcuni vogliono origine pelasgica o come

altri credono ellenica, è sempre fondata da colonie che discesero dalle

pendici dei monti dell'Ellade, da remiganti che partiti, in cerca di

fortuna, dalle foci dell'Alfeo giunsero alla imboccatura dell'Arno.

Quindi fino da' suoi primordi si può assicurare esser questa città

di razza forte e gentile. A tempo degli Etruschi, Pisa tenne posto

onorato e grande; certamente i suoi navigli quando i Tirreni toscani

dominavano, non solo il nostro mare, ma si spingevano fino alle coste

della Spagna e dell'Affrica, con alterne vicende furono o alleati o

nemici dei Fenici di Cartagine, e tennero alto il nome loro e della

loro città. Colonia Giulia ai tempi di Augusto, fu prediletta da

Nerone, che la insignì di grandi e cospicui mutamenti, finchè nel 542

fu schiacciata dopo aspra difesa dalle orde dei Visigoti. Pur tuttavia

Pisa resiste, e fino dall'epoche più tenebrose del medio evo italico,

noi la vediamo costituita come città celebre ed illustre. Nell'ottavo

secolo il diacono Paolo legge di grammatica in Pavia e diventa tutore

di Carlomagno, che seco lo porta alla sua reggia di Francia, dove è

riconosciuto, dal monaco Alcuino, l'altissimo merito di costui. Alle

crociate i Pisani presero sempre nobilissima parte, e papa Eugenio

III di casa Paganelli, benedettino ed amico di san Bernardo, fu pure

pisano. Nel 1017 papa Benedetto mandava legati a Pisa per eccitare i

Pisani a cacciare i Saraceni dalla Sardegna; ed i consoli, insieme al

vescovo Lamberto de' Lanfranchi, col consenso del popolo, deliberarono

di partecipare alla impresa purchè fosse loro consegnato il vessillo di

san Pietro. Nel 1114 li vediamo partire per la conquista delle Baleari,

ed al Duomo pisano poco dopo mettevano una porta trasportata da

Maiorca, trofeo glorioso della loro vittoria. Questa loro campagna fu

cantata in esametri, abbastanza degni di questo nome, da un monaco di

nome Lorenzo da Verna, nel 1188. Avendo i Pisani in quell'epoca molti e

frequenti contatti con Costantinopoli, incaricarono Burgundio, uno de'

loro maggiorenti, che mentre andava a ratificare una pace con quello

imperatore, verso il 1135, portasse seco il codice delle Pandette che

fu il primo codice di leggi romane ritornato in Italia. Esso dal greco

lo tradusse in latino, come tradusse in latino le opere di Galeno,

tantochè a questo benemerito fu posta sul sepolcro, ancora esistente

nella chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno, una iscrizione enumerativa

delle sue virtù nella quale, non a torto, è chiamato “Doctor doctorum„.

E nell'anno 1202 _incipit liber Abbaci compositus a Leonardo filio

Bonacci_. Questo antico Abbaco, è nulla di meno che la introduzione

del calcolo a cifre arabiche o indiche nelle matematiche, e nell'uso

comune. Voi capite che, a quell'epoca, una scoperta di cotesto genere

equivaleva senza forse alle future glorie del cittadino pisano Galileo

Galilei. Finalmente, quando dalla bassa latinità dei tempi scaturisce

il nuovo fiore della lingua nostra, nel 1295 troviamo in bellissimo

italiano scritto un trattato di pace con Elmiro di Momino re di Tunisi,

nel quale si assicurano franchigie e rispetto per terra e per mare ai

cittadini della repubblica pisana. Ve ne leggo un piccolo brano perchè

questo brano dà una esatta idea della vastità dei domini di Pisa. Ivi

al capitolo,

“_De l'isule de' Pisani._

“Lo quale dominus Parenti disse e ricordone lo confine delle terre

loro le quali messe sono in questa pace e le quali sono in terra ferma

et grande, cio este dallo Corbo infine a Civitavecchia et l'isule le

quali sono in mare, ciò este tutta l'isula de Sardinia et castello di

Castro et isula di Corsica et l'isula di Pianosa, d'Elba, et l'isula

di Capraja e l'isula di Gorgona e l'isula del Giglio e l'isula di Monte

Cristo.„

Pure in buon volgare è scritto un diploma di Arrigo re di Gerusalemme

e di Cipro, che concede consolato ed esenzioni ai Pisani nel 1291.

Queste erano le condizioni di Pisa dal decimo al tredicesimo secolo,

nel quale resistè con diciotto anni di guerre maledette contro la lega

guelfa toscana, sussidiata dalla rivale sua Genova. Voi vedete che è

già molto che una città che, dopo tutto, conta un numero di abitanti

assai limitato che la maggior parte del suo territorio possiede in

terreni di conquista, possa in un solo momento raccogliere tanta

virtù, potenza e civiltà. Difatti, quando l'impresa di Palermo contro

i Saraceni fu condotta a termine, fortunatamente, sorge il gran Duomo,

la grande primaziale di Pisa.

Prima di questa già esistevano varie altre chiese più antiche ed aveva

Pisa la sua cattedrale nel San Paolo a Ripa d'Arno. In questo noi

troviamo il germe, il principio della futura costruzione del Duomo,

come in un'altra piccola ed elegante chiesa di Diotisalvi, nella chiesa

del Santo Sepolcro, troviamo il germe e l'origine del bel San Giovanni.

Buschetto, che fu l'autore del Duomo, si crede da alcuni che possa

non esser pisano; però è molto controversa la cosa, perchè da un certo

verso nel quale accenna a Dulichio, ma nel quale si allude anche alla

ingegnosità di Ulisse, non si capisce bene se si voglia dare questa

isola greca come patria a Buschetto, o se si voglia fare allusione alla

sagacia con la quale seppe trovare gli ingegni, difficilissimi per quei

tempi, con i quali potè erigere una mole sì vasta.

Il Duomo di Pisa, come tutte le chiese di quel tempo, è per la

maggior parte costruito con materiale raccolto dovunque, da edifizi

preesistenti. La leggenda vuole che i Pisani dalle loro conquiste

portassero quelli immensi blocchi di granito e di marmo. Io propendo

a credere, e posso dire, secondo anche il parere di un pisano molto

amante delle patrie antichità, l'eruditissimo Pelosini, che questa

arte nuova, che non avea più nulla che fare col vecchio, si servisse

dei ruderi degli antichi monumenti come di materiale pei nuovi; però,

se voi guardate quanta grazia, quanta sveltezza esiste nel modo di

combinare quelle arcate, su colonne di diversa grandezza, di accomodare

a quelle capitelli di diverso tipo, troverete che se l'architettura

non è più la classica, la vecchia architettura pagana, pur tuttavia è

certamente una razza greca o derivante dall'Ellade, quella alla quale

era dato inalzare, col sentimento rinnuovato e cristiano, un monumento

di squisita eleganza come il Duomo di Pisa.

Accanto al Duomo sorse, pochi anni dopo, il San Giovanni, opera di

Diotisalvi. A metà della costruzione mancarono i danari; i Pisani non

vollero però che il lavoro rimanesse a mezzo, e si quotarono, con una

quotazione volontaria, di un soldo d'oro a famiglia. Questo avvenimento

ci giova per avere una idea della potenza della popolazione di Pisa,

poichè ci resulta che trentaquattromila famiglie danno un minimum di

centocinquantamila abitanti nella città. Voi vedete che per una città

medioevale, centocinquantamila abitanti, raccolti in trentaquattromila

famiglie che volontariamente potevano spendere un soldo d'oro, il

numero non è piccolo, e vi dimostra che Pisa era uno dei più grandi

empori del Mediterraneo d'allora.

Grande ammiraglio della flotta pisana, non solo, ma anche di tutta la

flotta della terza crociata, era lo arcivescovo Ubaldo de' Lanfranchi;

nè sembri strano che l'arcivescovo comandasse codesta spedizione,

poichè siamo appunto nell'epoca la quale coincide con quel risveglio

della latinità, che ebbe pei primi rappresentanti i vescovi, a quel

momento della nostra storia che Giuseppe Ferrari chiama _rivoluzione

dei vescovi_, la quale precede la _rivoluzione dei consoli_. Ebbene,

questo fiero arcivescovo, giunto alle coste della Palestina e sbarcato,

seguitò gli eserciti di terra comandati, come sapete, da Barbarossa,

da Riccardo Cuor di Leone, e da Filippo Augusto re di Francia, e sul

Calvario pose la sua tenda. In quel luogo santo per la memoria del

Redentore, ebbe una artistica e religiosa idea, pensò che le sue navi

eran da tanto che avrebbero potuto trasportare in patria quanta di

questa santa terra fosse stata necessaria, perchè i Pisani potessero

riposare in quella il sonno della morte custoditi come da una preziosa

reliquia.

Alla idea tenne dietro e pronta l'esecuzione; furon caricati i navigli

onerari della flotta pisana; nè poco potenti dovevano essere se si

accinsero a tanta impresa; e la terra che fu bagnata dal sangue del

Giusto fu trasportata nel Camposanto di Pisa.

Reliquia così grande e così singolare doveva essere per certo custodita

con molta cura; ed infatti ad un grande artista capitò la fortuna

di eseguire la bella commissione, e la santa reliquia ebbe pure la

fortuna di trovare un artista degno di lei; per cui nacque l'occasione

di uno dei più bei monumenti che mai si potessero immaginare. Infatti

se, conosciutene le origini, pensate al Camposanto di Pisa, opera

di Giovanni di Niccola Pisano, voi probabilmente sarete con me nel

convenire che quel Camposanto ha veramente la forma di un cofano.

Ricordatevi dei cofani preziosi lavorati nel tredicesimo secolo,

rammentatevi la forma oblunga e semplice del Camposanto pisano, la

intonazione di quelle mura rivestite di verrucano, simile all'avorio

ingiallito, e troverete che veramente all'esterno esso è tutto

semplicità, è come una cassetta nella quale è stato posto questo grande

gioiello. All'interno invece il monumento si sviluppa in vaghissimi

loggiati; la gemma che si voleva custodire, che si voleva onorare

come santo ricordo, non doveva avere esteriorità, era cosa intima,

era dell'anima; perchè il sacrato costituito dal rettangolo della

terra portata dalla Palestina sta esposto al sole ed ivi fioriscono le

primavere, nè ha tettoia come l'hanno i loggiati che lo inghirlandano.

In codesto esempio di architettura, come nella loggia dell'Orsanmichele

di Firenze, vediamo già gli archi tondi, combinati con parecchie curve

che formano l'ogiva; caratteristica specialissima dell'architettura

pisana, ed anche in parte dell'architettura fiorentina; la quale non ha

mai il sesto acuto gotico schietto ma sempre addolcito e modificato.

Questi i principali architetti ed i più illustri; insieme ad essi

Bonanno, autore del campanile, che lavora insieme con Guglielmo

d'Innspruck, frate domenicano.

Io non ho tempo nè voglia di farvi dettagli minuti su ciò che vi ho

descritto; si possono citare dei passi di uno scrittore, le opere

d'arte bisogna vederle.

Accanto a questi artefici delle grandi masse e delle grandi linee,

riesciti perfetti, ci sono gli artisti del pennello e dello scalpello

e quindi i grandi nomi di Giunta da Pisa, di Niccola Pisano, di

Giovanni suo figlio, di Andrea da Pontedera, di Nino di Tommaso figlio

di Andrea. Questi sono, ed è naturale, i più conosciuti. Però per

quanto si sappia e si creda che il Giunta, amico com'era di frate Elia

edificatore del San Francesco di Assisi, certamente vi dipingesse,

ciononostante per la gelosia de' Fiorentini, che volle a Pisa togliere

ogni gloria in un certo tempo, si contestano a lui molte di quelle

pitture attribuendole a Cimabue. Allora la cosa poteva andare, ma

oggi che vivaddio ci sentiamo tutti Italiani, non ci importa se

l'architettura o la pittura prime risorsero o a Pisa, o a Siena, o ad

Arezzo, o a Firenze; rinacquero certamente e risorsero in Italia e ci

basta.

Del resto il Giunta fu un grande pittore, e probabilmente iniziò

Cimabue nell'arte sua. Nei pressi di Pisa abbiamo una antichissima

chiesa forse del nono secolo, il San Piero in Grado. Essa fu costruita

usando colonne e capitelli greci e romani, col materiale avventizio

che probabilmente si trovava, come abbiamo detto, sparso nei dintorni

di codesta località; certo che a quella chiesa i Pisani dovevano dare

molta importanza, perchè la leggenda che a quella si collega che narra

come san Pietro stesso, navigando per Roma, fosse da una tempesta

gettato a codesto lido, e che quivi consacrasse la pietra dello altare,

gli attribuisce un carattere molto nobile; di più, questa era la chiesa

del porto, e le chiese dei porti in tutti i tempi ed in tutti i porti

sono state inalzate con grande magnificenza e custodite con grande

riverenza.

La chiesa del porto pisano è anteriore al San Paolo ed è la più

grande e la più bella che i Pisani avessero prima del Duomo. Questo

è un esempio singolarissimo — sul quale un nostro povero amico,

Emilio Marcucci, grande indagatore delle cose di quell'epoca, si

affaticava — della pittura murale, che costituisce parte integrante

della architettura dello edifizio. Infatti la chiesa di San Piero in

Grado, non è, come molte altre chiese posteriori, decorata di pitture

murali, distese come arazzi simili a quelli che ornano le pareti di

questa sala, delle grandi dipinture cioè che vanno da uno zoccolo poco

rilevato dall'impiantito, del monumento che si vuole abbellire, fino

alla vetta. La chiesa di San Piero in Grado ha gli archi policromi

rossi e bianchi, ha fra gli archi delle decorazioni a colori, sopra la

linea degli archi, dei piccoli tabernacoli disegnati con incipiente

prospettiva, dentro i quali una sfilata con le immagini policrome di

tutti i papi.

Sopra questa, un'altra piccola decorazione a rilievo (sempre

dipinta), e, sopra, un'altra grande decorazione a scompartimenti, come

generalmente si vedono ovunque, rappresentanti le storie del martirio

di san Pietro; dopo queste, salendo, un ordine di finestre e di archi

dipinti che non combinano nemmeno con le luci vere della chiesa; ed

in queste finestre finte, che costituiscono un ordine di pilastri ed

archi policromi vaghissimo, sono accuratamente dipinti gli impostoni

di legno ora chiusi ora aperti ed ora socchiusi, e da questi ultimi

fan capolino degli angeli, che dal di fuori al di dentro guardano nel

Santuario; motivo graziosissimo quanto mai. Questo modo di decorazione

è importante per questo, che senza le dipinture la chiesa mancherebbe

della principale sua architettura. Questo è un principio generale,

contrario a quello degli architetti moderni, che quando hanno costruito

una mole qualunque chiamano il primo imbianchino che capita perchè ne

faccia quello che li pare (e ciò sia detto fra parentesi).

Di Niccolò Pisano si è voluta impugnare la patria, inquantochè si è

trovato un documento delli 11 maggio 1266 nel quale si dice che fra

Melano, operaio del Duomo di Siena, _Requisivit magistrum Nicholam

Petri de Apulia_, e siccome fu esso chiamato da re Carlo d'Angiò nel

regno di Napoli, dove molte tracce del suo sapere lasciava, si è voluta

rivendicare questa paternità alle provincie meridionali, e dalle parole

_de Apulia_ desumere che fosse pugliese anzichè pisano. Però il dotto

cav. Fanfani Centofanti di Pisa, cercando ha trovato, che Pulia si

chiama un sobborgo meridionale della città di Lucca e che esiste una

Pulia, borgata Aretina, per cui è probabile che questo nome di Pulia

venga da un luogo prossimo a Pisa o per lo meno toscano.

Che le opere principali di Niccolò siano fatte a Pisa, e che abbia

vissuto in Pisa, risulta da molti documenti nei quali esso stesso si

confessa pisano; esso dice, facendo delle ricevute all'operaio del

Duomo di Siena: “Ricevuto pel pergamo io Niccolò Pisano della cappella

di San Blasio„ determinando anche la parrocchia ove teneva domicilio.

Del resto poi la dicitura Petri de Apulia potrebbe significare che non

lui ma il padre suo Pietro fosse di Pulia. Lasciamo andare, è uno dei

più grandi artisti che siano mai stati per la forza del sentimento. Le

opere che fece sono moltissime.

Trovo qui negli appunti che nelle ricevute fatte da lui dal 26 luglio

1267 al 6 di novembre 1268 a fra Melano operaio del Duomo di Siena che

per ben tre volte si sottoscrive: “_Ego magister Nicolus olim Petri

lapidum de Pissis popoli Sancti Blasii._„

Egli oltre il pergamo del Duomo di Siena fece quello del San Giovanni

di Pisa, l'Arca del San Domenico di Bologna, lavorò nel 1225 una

Deposizione dalla Croce nel San Martino di Lucca, una Madonna con San

Domenico per la Misericordia di Firenze e come architetto concepì

e diresse i lavori del convento e della chiesa dei Domenicani di

Bologna, del palazzo degli Anziani di Pisa, che era dove ora è la

scuola normale, sulla piazza de' Cavalieri, fece in Pisa la chiesa e il

campanile di San Niccola, la chiesa del Santo a Padova, il San Jacopo

a Pistoia, la Santa Margherita a Cortona, la chiesa de' Frari a Venezia

e la elegantissima nostra Santa Trinità. Ad Orvieto, coadiuvato da fra

Guglielmo, scultore dell'ordine dei Domenicani, lavorò i bassorilievi

del Duomo, circa i quali il padre Della Valle, scrittore dell'epoca

barocca (e questo va tenuto a mente perchè i barocchi dispregiavano

le sculture de' tempi primitivi), si esprime così: “E il marmo dei

due bravi Pisani maneggiato con grande eccellenza mi parve parlante,

imperioso.„

Questo imperioso io lo trovo bellissimo, inquantochè prova come questi

artisti, ad onta della differenza del secolo nel quale lo scrittore

parlava di loro, fossero così potenti da imporsi, tanto imperiosamente,

che la differenza di scuola non influiva affatto perchè fosse

giocoforza riconoscerne la eccellenza. Ora quest'arte che s'impone,

che, attraverso i secoli ed i gusti, rimane sempre eccellente, bisogna

convenire che è l'arte perfetta, grande per quella virtù dell'anima che

il Savonarola ci dice.

Giovanni lavorò quanto il padre, e forse più; fu, come già vi ho

detto, l'autore del celebre chiostro del Camposanto di Pisa, lavorò

con Andrea e Nino a quel gioiello che è la chiesa di Santa Maria della

Spina; e qui voglio affacciare alla mente vostra come le memorie della

passione di Cristo e della redenzione del genere umano, si colleghino

alla vecchia storia delle crociate pisane. In questa chiesa della

Spina si conserva la reliquia di una spina della corona posta in

capo a Gesù Nazareno portata anch'essa di Terra Santa, e da questa

tradizione si inspirò la bella statua della Madonna che al bambino

Gesù, che tiene in collo, porge una rosa. L'arca altare di San Donato

in Arezzo è pure lavoro di Giovanni Pisano, e vorrei che voi poteste

vedere il restauro e la interpretazione di codesto lavoro fatto dal

già rammentato mio amico Marcucci, per capire a quale eleganza sarebbe

arrivata quell'opera che rimase incompiuta nelle mani dell'artefice

pisano. A quest'arca insigne con Giovanni Pisano lavorarono degli

artefici tedeschi, che poi andarono al servizio di papa Bonifazio

VIII, che se ne servì lungamente in varie opere, che ora è inutile

stare a descrivere. Questo però vi faccia capire come l'arte avesse

carattere universale e di una continua corrispondenza di idee da un

capo all'altro di Europa. Quando avessi occasione di parlarvi dei

primordi dell'arte in Germania, vi farei vedere come l'arte nostra è

stata trasportata colà: ci sono alcuni monumenti, alcune sculture che

dimostrano questa parentela, questa frammassoneria del genio che dilaga

dalle nostre sponde in tutti i climi ed in tutti i paesi.

Nel 1283, Giovanni, chiamato da re Carlo a Napoli, edifica il Castel

dell'Uovo; nel 1302 lo vediamo a Carrara per provvedere i marmi per

il pulpito nuovo del Duomo di Pisa, assiste alla loro estrazione e ne

cura lo imbarco alla spiaggia. Nel terzo pilastro del lato meridionale

della Primaziale di Pisa si legge: _In nomine Domini amen. Borgogno di

Fado fece fare lo perbio nuovo lo quale è in Duomo cominciati corente

ani Domini 1302 fu finito in ani Domini corente 1311 del mese di

Diciembre._

Pur tuttavia per una scoperta fatta nel 1865 di una iscrizione nello

zoccolo dell'ultimo pilastro a destra della facciata del Duomo dove

si legge: † _Sepoltura Guglielmi magistri qui fecit pergum Sancte

Marie_, si crede che non sia opera originale di Giovanni Pisano il

pergamo di Pisa. Questa opinione però è contestata da dei fatti: primo

il carattere della detta iscrizione che non è dell'epoca di Giovanni

Pisano, e poi se è detto che Borgogno fece fare un pulpito nuovo

pel Duomo, ciò indica che ce n'era uno vecchio; nè è possibile che

una chiesa, finita già molti anni avanti, fosse priva del pergamo.

Quindi, o che l'autore del vecchio pergamo fosse questo Guglielmo o

che la parola _pergum_ vada interpretata diversamente, certo si è che,

guardando ai resti, si riconosce evidentissima la maniera scultoria

assoluta e decisa di Giovanni Pisano. Questo pergamo fu disfatto e

rovinato dopo che la cattedrale di Pisa ebbe a soffrire d'incendio

nel 1596, incendio terribile al quale dobbiamo se si persero le

belle porte antiche che decoravano la facciata. Le origini di questo

incendio furono identiche a quelle che hanno incendiato il Duomo di

Siena recentemente. Una padella di stagnino, destinata a servire per i

restauri del tetto di piombo, attaccò il fuoco alle travi e fu cagione

di questo grave disastro. Però, come il pulpito di Niccolò a Siena,

così questo di Pisa ebbe la fortuna di rimanere illeso dai rottami

che cadevano dal tetto. Quello che il fuoco non aveva fatto lo fece

però la insipienza dei preposti dell'opera in tempi posteriori; il

pulpito fu disfatto perchè incomodo, disperse molte sue parti e con

alcune rabberciato come oggi si vede. Si deve ad un bravo uomo di Pisa,

Giuseppe Fontana, intagliatore amantissimo delle glorie artistiche

della città sua, se con una pazienza da benedettino è andato cercando

più qua e più là nei giardini privati e nel Camposanto urbano tutte le

parti del vecchio pulpito. Queste parti ci sono, esso le ha misurate,

sono proprio quelle, le ha rimesse insieme e facendo la proporzione

in diminutivo, costruì in legno di sana pianta il modellino del

pulpito come esso dovrebbe essere; e se voi andando a Pisa visitate

la interessantissima pinacoteca del comune che i Pisani tengono però

abbastanza male, troverete il modello di codesto pulpito; vedrete

che è una delle più belle concezioni dello spirito degli architetti

e scultori pisani. Lì, come in tutte le altre opere loro, l'anima si

eleva meravigliosamente, e crea delle linee d'insieme d'una eleganza

superba.

Quando Niccola e Giovanni avevano già empito il mondo della loro fama,

ser Ugolino, figlio di Nino tabellione di Pontedera, battezzando il

figlio col nome di Andrea, segnò la nascita del capostipite di una

famiglia di artisti poderosissimi. Esso lavorò, come ho già detto, alla

chiesa della Spina, costruì il castello di Scarperia, andò a Venezia

e lavorò a varie statue del San Marco e prese parte come ingegnere

alla costruzione dell'Arsenale. Prima del 1316 modifica e munisce la

cinta delle mura di Firenze e ne costruisce il pezzo che da Porta a

San Gallo andava alla Porta al Prato, edifica il torrione della Porta

San Frediano, da dove miseramente dovevano dopo, in tempi più funesti,

transitare i prigionieri della patria sua. Fu amicissimo di Giotto,

mandò per suo mezzo una croce di bronzo al papa ed ebbe quindi, e

forse per l'eccellenza di codesto lavoro riconosciuto dai Fiorentini,

l'incarico della costruzione della porta maggiore del Battistero

fiorentino, alla quale lavorò per ventidue anni. Essa è quella che

guarda ora il Bigallo, gareggiando per lo ingegno e per la bellezza,

con quelle di Lorenzo Ghiberti. Nel 1317 lavorò a Pistoia, servì

Gualtieri duca d'Atene in molte costruzioni e forse anche nel Palazzo

Vecchio nostro, ma non per questo cadde in disistima dei Fiorentini,

che anzi continuò ad essere, anche dopo la famosa cacciata, uno dei

loro capimaestri; tantochè non solo gli dettero la cittadinanza, ma a

settantacinque anni quando morì, lo seppellirono onorevolmente in Santa

Maria del Fiore.

Fu ad Orvieto e vi scolpì una parte dei bassorilievi della facciata,

lavorò alla facciata del Duomo di Siena ed alle formelle del campanile

di Giotto; io vi suggerisco di non passare davanti al Duomo senza

gettare uno sguardo su quelle formelle, quasi dimenticate, dove voi

vedrete specialmente in certe figure rappresentanti l'Architettura e

la Matematica, una tale intensità di sentimento, una tale giustezza di

movenze dalla quale vi sarà dato arguire quale eccellente artista egli

fosse specialmente per esprimere il senso intimo delle cose.

Da lui nacquero Nino e Tommaso, collaboratori nella chiesa della

Spina, dove Nino scolpisce la Madonna col San Pietro a fianco, nel

quale si dice che il figlio abbia ritratte le sembianze del padre.

Più specialmente orafo fu Tommaso, che per commissione del doge

dell'Agnello fece il sepolcro di Margherita sua moglie, sepolcro che

fu distrutto nell'incendio del Duomo del quale vi ho parlato. Nel

Camposanto di Pisa si vede una Madonna in bassorilievo, con quattro

santi, con questa iscrizione: “Tommaso figliuolo di maestro Andrea fece

questo lavoro et fu Pisano.„ Nino morì nel 1368 ed ebbe compagno di

studio quel Giovanni Balducci che scolpiva l'arca di Sant'Eustorgio a

Milano.

La scultura, come vi ho detto e avete capito, è largamente

rappresentata dai Pisani, che lavorando in materia più duratura hanno

potuto lasciare più larga traccia di sè, ma però molti furono anche i

pittori, e, per non andar troppo per le lunghe, nominerò soltanto pochi

ed uno fra questi principalmente.

Questo tale è l'autore di un ritratto di San Tommaso d'Aquino che

si trova nella chiesa di Santa Caterina di Pisa. Codesta pittura è

del 1345. Sopra un fondo di cielo stellato, le figure dei filosofi

Aristotele e Platone, che stanno ai lati della gigantesca figura del

Santo, sono di movenze così giuste, di espressione così esatta, che

ci dimostrano che il Traini è certamente uno dei più grandi artisti

della sua epoca. Di lui resta anche, nella galleria di Pisa, un San

Domenico il quale è degno di stare a fianco del suo collega San Tommaso

d'Aquino. Di Francesco Traini poche o punte, oltre questo, sono, che io

sappia, le opere che si conoscono.

Jacopo di Niccola detto il Gara di Pisa pittore della scuola di

Cimabue, è abbastanza insigne, ma quello che più importa è il

Traini che si vuole compagno ed amico dell'Orcagna e che può stargli

degnamente a livello.

Nel breviario pisano si fa menzione fino dal 1303 di un Upettino

Pisano ottimo dipintore. “Nero Nellus me pinxit A. D. MCCIC„ stava

scritto in basso di una Madonna in tavola ora irreperibile della chiesa

di Tripalle. Bernardo Nello di Giovanni Falconi Pisano fu allievo

dell'Orcagna, e dipinse nel Camposanto le storie di Giobbe, continuando

Giotto; e Vicino Pisano fu maestro di pittura e musaico e lavorò nel

Duomo, insieme al Gaddi e a Lorenzo Paladini.

Tutta questa grande epopea artistica si svolge in Pisa a' suoi tempi

gloriosi, e termina colle sventure di questa illustre città. Noi

troviamo, nei ricordi dell'epoca, che molti sono gli artisti che dal

di fuori vengono a Pisa per lavorare, ma abbiamo già veduto che molti

sono gli artisti pisani che vanno a lavorare in altre parti d'Italia.

L'Orcagna lavora a Pisa, Giotto lavora a Pisa, fra Jacopo da Torrita, i

Gaddi suoi scolari lavorano a Pisa, di più avete visto Niccola andare

a Siena per il pergamo, là incontrarsi con altri e viceversa; cosa

che ci dimostra che per quanto gravi fossero gli odii e le cupidigie

che spingevano gli Italiani a dilaniarsi fra loro, la comunione del

pensiero pure esisteva; in mezzo a queste grandi divisioni l'Italia

intelligente lavorava collettivamente per un solo fine.

Difatti, accanto ai grandi artisti della squadra dello scalpello e

della tavolozza, noi troviamo anche i grandi artisti della penna,

esemplari insigni della lingua nostra, fra questi il Passavanti, il

Cavalca ed il primo commentatore della _Divina Commedia_, Francesco

da Buti. Questo è un fatto che deve grandemente consolare perchè fa

rimontare l'origine della nostra fratellanza e della nostra comunione

spirituale, come nazione, tempi molto antichi e diversi.

Oggi le catene, trofeo odioso che dai Genovesi furono involate al porto

pisano, sono tornate nella quiete del sepolcro, segno di pace eterna e

solenne, nel bello, nel santo Camposanto pisano, così sieno sepolte per

sempre le discordie fra noi; imperocchè Pisa disgraziatamente si tacque

quando fu vinta dal tradimento, quando fu vinta dalla sventura, quando

Firenze le si sovrappose, la distrusse, la sperperò. Essa risorse a

poco a poco al principio dell'età moderna e negli albori di una nuova

filosofia, tutta umana, Pisa precorre le città toscane e ci dà Galileo.

Così nel 1848 primavera sacra d'Italia (perdonate a me vecchio la

quarantottata) manda la sua gioventù universitaria sui campi lombardi

dove si affermava, con l'armi in pugno, con l'olocausto della vita, la

liberazione della patria.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 71 / 80 题