DI ARTURO GRAF

_Signore e Signori_,

Uno dei fatti più notabili della storia intellettuale e morale dei

popoli cristiani nel medio evo si è la produzione di quello sterminato

numero di leggende, varie d'indole, di significato e di forma, che

furono allora tanta parte della credenza e della letteratura; e uno dei

fatti più notabili della storia intellettuale e morale degl'Italiani

in quella età si è che, meno di ogni altro popolo dell'Occidente,

essi cooperarono a tal produzione. Non già che abbiano, generalmente

parlando, ignorate o sgradite quelle pie od eroiche finzioni; ma il

più delle volte si contentarono di riceverle dai vicini, già belle e

formate: e se le ripeterono spesso con devozione ed amore, tradotte

nella loro favella; se, non di rado, le rimaneggiarono e le ampliarono,

acconciandole ai propri sentimenti e bisogni, non però si diedero gran

fatto pensiero di accrescerne la vasta e prestigiosa congerie. Rubando

i vocaboli al linguaggio delle industrie e dei traffici, si potrebbe

dire che gl'Italiani consumarono molte leggende e ne produssero poche;

ne importarono in copia e ne esportarono assai scarsamente.

Le maggiori leggende, così sacre come profane, le quali ebbero

corso nel medio evo, e furono, per secoli, patrimonio comune della

cristianità, nacquero, pressochè tutte, e crebbero fuori d'Italia.

Delle ascetiche, molte, che più strettamente si legano alle Scritture,

sono antichissime, e apparvero dapprima in Oriente, dov'era stata la

culla della fede, e d'Oriente passarono a mano a mano in Occidente,

seguendo alcuna volta assai da presso la predicazione e la diffusione

dell'Evangelo. La leggenda della penitenza di Adamo ed Eva; quella,

ben più famosa, del legno onde fu formata la croce; quelle ancora di

Giuda e Pilato, della discesa di San Paolo all'Inferno, dei Sette

Dormienti, della Vendetta del Salvatore, di San Silvestro che sanò

e convertì Costantino imperatore, dell'Anticristo, che alla fine de'

tempi verrà a porre in grande travaglio la Chiesa e il mondo, e altre

parecchie, le quali sarebbe lungo ricordare, ebbero per lo appunto,

in tutto o in parte, sì fatta origine e sì fatta vicenda, e alcune di

esse non penetrarono, a quanto sembra, in Italia, se non dopo che si

furono sparse per varie province d'Europa. Nella storia necessariamente

oscura e confusa di queste finzioni, non è sempre possibile, gli è

vero, rintracciare i primi cominciamenti, seguire le derivazioni e i

trapassi; ma l'incertezza che non si scompagna da' singoli casi non

muta però l'indole del fatto generale. Molte altre leggende ascetiche

ebbero diffusione in Italia, le quali indubbiamente sorsero fuori dei

nostri confini, qua e là per l'Europa, spesso tra genti assai remote

da noi, e talvolta quasi ancora barbare. Tali quelle meravigliose e

paurose Visioni del mondo di là, che precedono il poema di Dante, e,

in un certo senso, il preparano. Parecchie, come la Visione di San

Furseo, la Visione del cavaliere Tundalo, la leggenda del Pozzo di San

Patrizio, ebbero divulgazione e celebrità grandissima, e furono note e

ripetute anche in Italia; ma quando se ne tolgano alcune poche di minor

conto, riferite da Gregorio Magno e da san Pier Damiano, e quella,

assai tarda, del monaco Alberico, tutte l'altre, così, le maggiori

come le minori, avemmo dagli stranieri. Altrettanto dicasi di quella

singolare peregrinazione dell'irlandese san Brandano, che acconciamente

fu chiamata una Odissea monastica, e di molte altre leggende ove si

narrano viaggi miracolosi al Paradiso terrestre.

Se, lasciate da una banda le leggende ascetiche, ci volgiamo

all'eroiche e romanzesche, vediamo che le condizioni dell'Italia, per

rispetto alla produzione loro, non mutano. Tutta, o quasi, la poesia

epica nostra è nudrita di tradizioni e di leggende non nostre. Le

storie favolose di Alessandro Magno, i romanzi di Apollonio di Tiro

e di Fiorio e Biancofiore sono orientali d'origine; e, come tutti

sanno, le leggende epiche del ciclo carolingio e del ciclo brettone, o,

secondochè usò dirsi nel medio evo, la materia di Francia e la materia

di Brettagna, ci vennero appunto di Francia.

In tutto ciò, se v'è del notabile, non v'è però nulla di strano; ma

bene vi parrà essere alcun che di strano nel fatto che sienci venute di

fuori, e di gran lontananza talvolta, leggende nelle quali di proposito

si parla di cose nostre, o che a cose nostre si legano strettamente.

Concedete ch'io rechi di ciò alcuni esempi.

Tutti sanno a quale curiosa trasformazione sia andato soggetto

Virgilio nel medio evo, e quale rigogliosa leggenda gli sia cresciuta

d'attorno. Di poeta che fu, egli divenne a poco a poco maestro di

tutte le scienze, e poi mago, operator di miracoli e dominator di

demoni. Si mostravano in Roma e in Napoli gli edifizi meravigliosi

da lui costruiti, i talismani e gli amuleti da lui congegnati, in

benefizio e a tutela dell'una o dell'altra città. Una gran fabbrica,

detta _Salvatio Romæ_, fatta per arte magica, e mercè la quale i Romani

erano incontanente avvertiti di qualsiasi ribellione che avvenisse

tra i popoli sottoposti al loro dominio, era opera sua; opera sua la

strada che correva da Roma a Napoli; opera sua la Grotta di Posilipo,

ecc., ecc. E molte meraviglie si raccontavano della sua conversione,

della sua morte, della portentosa virtù che conservavano le sue ossa.

Ora, sebbene sia più che probabile che molte di queste immaginazioni

abbiano origine popolare, e siano primamente sorte in Napoli, dov'era

e si venerava il sepolcro del poeta; e sebbene parecchie si annodino

a una tradizione letteraria già cominciata anticamente in Italia, non

è men vero che altre (non posso indugiarmi qui a fare le distinzioni

opportune) nacquero fuori d'Italia; come, da altra banda, gli è certo

che e quelle e queste si trovano ricordate la prima volta da stranieri,

da Giovanni di Salisbury, da Giovanni di Alta Selva, da Corrado di

Querfurt, da Gervasio da Tilbury, da Alessandro Neckam, tre inglesi, un

francese, un tedesco.

Altro esempio. Sapete che cosa l'antica leggenda epica racconti del re

Artù, che mortalmente ferito in battaglia, fu dalla sorella Morgana,

la famosissima fata, portato nell'isola di Avalon, e quivi serbato

miracolosamente in vita. Orbene, in sul principio del secolo XIII,

e probabilmente anche assai prima, Artù, non mai guarito delle sue

ferite, è in Sicilia, e abita sul monte Etna, o nell'interno di esso,

in un palazzo di mirabile fattura, cinto di deliziosi giardini. Ma

da chi sappiamo noi ciò? dal testè ricordato Gervasio da Tilbury,

inglese, da un monaco tedesco, che aveva il capo pieno di diavolerie,

Cesario di Heisterbach, morto verso il 1240; dall'innominato autore

di un poema alquanto più tardo, il _Florian et Florète_ dove si legge

ciò che quegli altri due debbono sapere, ma non si curano di dire,

cioè, che l'Etna è una specie di regno fatato, pieno di meraviglie e di

delizie, consueta dimora di Artù e della sua corte. Gli è probabile che

questa forma nuova data all'antica leggenda si debba alla fantasia dei

Normanni: comunque sia, non se ne trova cenno in scritture italiane,

salvo che in una bizzarra poesia, composta, come pare, nel secolo XIII,

nella quale n'è uno assai fugace ed oscuro.

E poichè sono a parlar di vulcani, siami concesso di ricordare come i

vulcani si credessero comunemente nel medio evo luoghi di pena per le

anime dannate o purganti. Parecchie leggende s'inspirarono di quella

credenza; e poichè l'Etna, il Vesuvio, l'Epomeo, lo Stromboli, sono

in casa nostra, parrebbe che quelle leggende dovessero essere sempre,

o quasi sempre, italiane, e riferite da autori italiani. Eppure non

sono; o se, quanto all'origine, sono alcune di esse italiane, non

però trovano, o di rado trovano luogo in libri italiani. Gregorio

Magno, romano, narra di un solitario dell'isola di Lipari, che vide

precipitare nella bocca di quel vulcano il re Teodorico, dannato; ma

questa novella, ripetuta poi da innumerevoli stranieri, appena trova

in Italia, durante tutto il medio evo, chi la voglia ripetere. Altre

leggende simili si narrano del re Dagoberto di Francia, di Bertoldo V,

duca di Zäringen, di Attone, vescovo di Magonza, di altri parecchi; ma

sono sempre stranieri coloro che le narrano. L'Etna è l'Inferno, o un

vestibolo dell'Inferno, al quale i diavoli portano quotidianamente a

volo le anime dei dannati; ma è un cronista francese del secolo XIII

colui che lo afferma, Alberico delle Tre Fontane. In fondo al lago

d'Averno, presso Pozzuoli, si vedono le porte di bronzo dell'Inferno,

divelte e infrante da Cristo quando penetrò nel limbo; ma se tutti le

vedono, chi ne parla è il già ricordato Gervasio.

Se questa litania non v'annoia troppo, io seguito un altro po' perchè

non mi par che sia inutile.

In un anno del secolo undecimo che, discordando gli storici, non si

sa precisamente qual fosse, avvenne nell'aurea città di Roma un caso

nuovo, strano e memorabile. Un giovane patrizio, avendo il giorno

stesso delle sue nozze posto in dito a una statua di Venere, per poter

più liberamente giocare alla palla, l'anello nuziale, fu poi, per

lunghissimo tempo, perseguitato e tribolato dall'antica dea mutata

in demonio, la quale, allegando il fatto dell'anello, pretendeva di

essere sua legittima sposa e di togliere il luogo all'altra. Ci volle

tutta l'arte di un solennissimo mago per strappare all'intrusa l'anello

indebitamente ricevuto e restituire il giovane alla libertà e a più

naturali amori.

Questa novella piacque oltre modo nei due secoli che seguirono, e fu

narrata da molti cronisti; ma tra i molti inglesi la più parte e frati,

voi cerchereste inutilmente un italiano; o dovrò dire che a me non

riuscì di scovarlo. Solo molto più tardi, in pieno secolo XVI, se ne

vede fatto ricordo in un libro del piemontese Simone Majolo.

Un altro bel caso ci si offre nella leggenda di Gerberto, il quale

non fu italiano, ma molti anni visse in Italia, e da ultimo fu papa

in Roma, dal 999 al 1003. Non v'è dubbio che la persona e gli atti di

lui dovettero stare molto a cuore agl'Italiani di quel tempo, e più

particolarmente ai Romani. La leggenda narra di lui cose singolari,

spaventose ed incredibili: che, essendo in Ispagna per cagion di

studio, rubò a un negromante saraceno un libro magico di mirabile

virtù e pregio; che fece un patto col diavolo; che fu il drudo di una

diavolessa, che si faceva chiamar Meridiana, ed era, al vedere, più

bella di un angiolo; che con l'ajuto, non del Cielo, ma dell'Inferno,

salì tutti i gradi della ecclesiastica gerarchia, finchè s'assise,

con sacrilega tracotanza, sulla cattedra di San Pietro, e fu vicario

di Cristo; che essendo in Roma, penetrò per sua avvedutezza in certi

sotterranei meravigliosi, ov'erano raccolti, e custoditi gelosamente,

gl'immensi tesori d'Ottaviano Augusto imperatore; che sentendo prossima

la sua ultima ora, rientrò in sè, si pentì, e con atroce e non più

udita penitenza riscattò l'anima dalle mani dei demoni, che già gli

si affollavano intorno furiosi, facendosi, vivo ancora, tagliare a

pezzi. Io non so dire, e nessuno, credo, saprebbe se qualche parte di

tale storia sia prima germogliata in Italia; ma gli è certo che essa

si trova da prima solo in libri stranieri. I cronisti italiani non

cominciarono a riferirla se non nel secolo XIV, quando già da oltre

due secoli essa correva l'Europa, e i racconti loro non sono se non

ripetizioni, e più spesso abbreviature dei racconti d'oltr'alpe.

Come non ricordare, dopo la leggenda di un papa, quella di una

papessa, della famosa papessa Giovanna? Se si dovesse dar fede a certi

manoscritti, il primo a darle lo spaccio sarebbe stato quell'Anastasio

Bibliotecario, che visse in Roma nella seconda metà del secolo

IX, fu abate di Santa Maria in Trastevere e scrisse certe Vite dei

pontefici assai cognite agli storici di professione; ma, prima di

tutto, non si conosce con sicurezza s'egli fosse italiano o greco;

poi quei manoscritti sono di genuinità peggio che sospetta, e si ha

buona ragione di credere che l'intera novella sia una interpolazione

o aggiunta di tempi posteriori. Nacque essa in Italia? Nessuno può

dirlo, e non è gran fatto probabile perchè se si trova in iscorcio in

alcuni dei nostri cronisti, e se in tempi già assai tardi la narra

malignamente, per disteso, il Platina, sono assai più gli storici

forastieri che la raccontano, l'adornano, la commentano.

Potrei continuare un pezzo a recare altri esempi; ma quelli che ho

recati mi pare che bastino a mostrare come gl'Italiani lasciassero a

Francesi, a Inglesi, a Tedeschi la briga di crear leggende anche di

argomento italiano, o come nemmen poi s'affrettassero, in molti casi,

a ripeterle. È questo un fatto da tener presente, e che dovrò ricordare

quando parlerò del rapido svanire delle leggende nel nostro paese.

*

Badiamo per altro di non esagerare. Non bisogna fare maggior che non fu

questa incapacità, o svogliatezza, o come altramente volete chiamarla,

degl'Italiani, di creare leggende. Lasciando stare ora le molte che

essi accolsero e fecero proprie, parecchie ancor ne crearono, e ragion

vuole che si dica qualche cosa di queste, dopo aver detto di quelle

ch'e' lasciarono creare agli altri.

Tra le più importanti (intendo delle profane) sono le leggende

concernenti le origini di molte città. Queste leggende erano promosse

dall'orgoglio cittadinesco, e dalla rivalità dei Comuni, che con tutti

i mezzi e per tutte le vie cercavano di soperchiarsi l'un l'altro. Una

origine molto antica e molto gloriosa era già di per sè un titolo di

preminenza, una ragion di maggiorità. A imitazione dei Romani quasi

tutti i popoli d'Europa cercarono di far risalire le origini proprie

sino ai Trojani. In Italia, Padova, Pisa, Verona, Piacenza, Aquileja,

Mantova, Modena, Parma, e più altre città che non vi sto a ricordare,

si vantavano fondate da fuggiaschi di Troja espugnata. Alcune, di

maggiore orgoglio, volevano essere più antiche, o non meno antiche di

Troja, madre di Roma. Luni aveva mandato navi e genti in soccorso de'

Greci, contro ai Trojani. Fiesole si gloriava d'avere avuto a fondatore

Atalante, o Attalo, pronipote in quinto grado di Jafet (altri dicevano

pronipote di Cam, di Saturno e di Giove) e padre di quel Dardano che

poi edificò Troja; e asseriva d'essere la prima città sorta in Europa,

e perciò denominata _Fia sola_. Ma le contrastava Ravenna, fondata da

Tubal, nipote di Noè, e più ancora Roma, che sdegnando oramai le troppo

recenti origini trojane, fece risalire il suo primo cominciamento

a Noè, approdato dopo il diluvio in Italia, e a Giano, figliuolo di

Jafet, che, in compagnia di altri, costrusse sul Palatino una città,

da lui detta Gianicolo. Genova si vantava ancor essa fondata da Giano;

Brescia da Ercole. Milano pretendeva d'essere stata edificata 932 anni

prima della Roma di Romolo, se non di quella di Noè. Firenze, meno

ambiziosa, e più ragionevole, legava i suoi principii alla guerra

combattuta contro Catilina, e la edificazion propria attribuiva a

cinque _signori_ di Roma, Giulio Cesare, Macrino, Albino, Gneo Pompeo,

Marzio, da' quali fu cinta di buone mura, guernita di buone torri,

lastricata pulitamente, provveduta di acquedotti che menavano acque

pure e sanissime, insignita di un Campidoglio a somiglianza di quello

di Roma: e il nome gentile derivava da un nobile cittadino romano

(altri dirà re), detto Fiorino, il quale fu morto in quella guerra

contro lo scellerato Catilina, e anche da' molti e vaghi fiori che

nascono ne' campi e sui colli in mezzo ai quali è assisa. Questa

nobile istoria è narrata da' più antichi cronisti della città, e si

ritrova nel così detto _Libro Fiesolano_, ed è ripetuta da Giovanni

Villani, e da Ricordano Malespini. Costui poi vi lega, non di suo capo,

credo, una novella assai romanzesca di Bellisea e di Teverina, moglie

l'una, figliuola di Fiorino l'altra, e degli amori di Catilina e d'un

centurione. Cinquecent'anni dopo, Attila (molti dicono Totila, giacchè

l'uno spesso si scambia con l'altro nella leggenda) Attila, figliuolo,

salvo il vero, di un cane, volendo vendicare la morte di quel buon

Catilina, riedificò Fiesole e distrusse Firenze, la quale poi, a marcio

dispetto de' Fiesolani, fu rifabbricata da Carlo Magno imperatore. A

tutte queste favole, senza dubbio antichissime, accenna Dante là, nel

quindicesimo canto del Paradiso, quando fa che Cacciaguida suo avo

descriva l'antica donna fiorentina, non guasta ancora dal lusso, tutta

intenta al governo della casa, ad allevare i figliuoli, e che,

traendo alla rocca la chioma,

Favoleggiava con la sua famiglia

De' Trojani, di Fiesole e di Roma.

Per amor di brevità non dico nulla di certe leggende araldiche e

genealogiche, le quali facevano risalire la nobiltà di certe famiglie

a gran cittadini e patrizii di Roma antica, o a eroi famosi del ciclo

carolingio.

In parecchie città d'Italia diedero argomento a leggende gli avanzi di

antichi monumenti, che ancor sussistevano a far memoria e testimonianza

della romana grandezza. Com'è naturale, le più numerose e notabili

sorsero intorno a quel monumento di Roma che il tempo, i Barbari,

e i propri suoi cittadini non erano giunti a distruggere. Di tali

furono intessuti due libri, detto l'uno _Mirabilia Romæ_, e _Graphia

aureæ urbis Romæ_ l'altro, i quali, nel dodicesimo, decimoterzo

e decimoquarto secolo, ebbero grandissima celebrità e incredibile

divulgazione. In essi, miste a tradizioni e notizie di argomento e

carattere affatto religioso, trovansi molte e curiose immaginazioni

risguardanti le rovine ingenti del Palatino (le quali si credeva

avessero formato un solo, smisurato e magnifico palazzo), il Colosseo,

il Campidoglio, il Pantheon, il Mausoleo di Adriano, mutato in Castel

Sant'Angelo, altri palazzi in gran numero, e templi, e terme, e

acquedotti, e ponti, e statue. Ora, sebbene parecchie, e forse molte

di tali immaginazioni, possano, esse pure, avere straniera origine,

ed essere state messe in corso, come par più probabile, da quegli

innumerevoli pellegrini che, senza intermissione, venivano sin dalle

più lontane regioni d'Europa a visitare i _limina apostolorum_, ciò

nondimeno gli è ragionevole credere che parecchie altre avessero

ad autori gli stessi Romani, o i pellegrini, non d'oltremonti, ma

d'Italia. Certo si è che in parte esse già trovansi in libri di

Benedetto, canonico di San Pietro, di Albino, cardinale di Santa Croce

in Gerusalemme, di Cencio Camerario, che poi fu papa col nome di Onorio

III, tutti italiani, e vissuti nel XII secolo, morto l'ultimo nel

1227; e che i _Mirabilia_ furono di latino voltati in volgare già nel

secolo XIII. Se s'ha a dar fede, e non v'è ragione di non dargliela,

all'anonimo narratore della sua vita, Cola di Rienzo _tutta la die se

speculava negl'intagli de marmo li quali iaccio intorno Roma_.

Gl'Italiani ebbero dai Francesi le leggende epiche del ciclo carolingio

e del ciclo brettone; ma quelle leggende essi non si contentarono di

ripetere tali e quali erano loro trasmesse. Molte alterarono in vario

modo, altre esplicarono più largamente, e non poche nuove inventarono

di pianta, legandole a memorie locali, a città, ad avvenimenti delle

storie nostre, a particolarità del nostro paese. Orlando, che si chiamò

veramente Rolando, e a cui fu da noi mutato il nome in quella foggia,

diventò quasi un eroe nazionale, e quasi una leggenda nazionale la

sua leggenda interminabile. Nè di leggende epiche proprie mancò in

tutta l'Italia, sebbene le vicende e il corso della sua storia, e le

condizioni di vita del suo popolo, nei secoli di mezzo, spieghino

abbastanza la scarsità e tenuità loro. Le guerre combattute fra

Longobardi e Franchi, appiè delle Alpi e sui campi di Lombardia,

suscitarono alcune tradizioni epiche, di cui forse una piccola

parte soltanto pervenne sino a noi, e che avrebbero potuto, qualora

fossero state favorite dagli eventi, prender vigore, e moltiplicarsi,

e congiungersi in epico ciclo. E ad altre leggende epiche diedero

argomento, in alcune nostre città, il nome esecrato di Attila, e il

ricordo terribile de' suoi fatti, le quali, sebbene non fossero, nemmen

esse, di tal condizione da poter produrre rigogliose e vivaci epopee,

pure non si smarrirono così presto come quelle pur ora accennate dei

Longobardi, anzi durarono a lungo e si legarono (caso, ahimè, non

unico, nè raro) con la storia di casa d'Este, e trovarono ancora, in

pieno secolo XVII, ripetitori, rimaneggiatori e, dobbiam credere, anche

lettori.

Da Attila _flagellum Dei_ a Ponzio Pilato proconsole romano la distanza

è grande; ma li ravvicina in mio servigio il fatto che c'è una leggenda

al tutto italiana in cui è fatto ricordo del tristo giudice. Nel medio

evo si mostrava in Roma una casa, o torre, o palazzo di Pilato, e in

un racconto certamente italiano, la _Cura sanitatis Tiberii_, si dice

che il proconsole, chiamato dall'imperatore a dar conto de' fatti

suoi e della ingiusta morte di Cristo, fu imprigionato in una città

di Toscana, variamente nominata, e quivi, non dandogli pace la mala

coscienza e il terror del castigo, di propria mano si uccise. Non

ricorderò, nemmeno di volo, le mille favole che di Pilato si narrarono

nel medio evo, per tutta Europa; ma solo farò cenno di una, secondo la

quale il corpo del maledetto, gettato in fiumi, o in laghi, in pozzi

profondi, o sulla sommità di monti quasi inaccessibili, e trascinato

d'uno in altro luogo, seppellito sotto cumuli di pietre, per tutto

suscitava, con la presenza sua, spaventose procelle, e morbi micidiali,

od altre calamità. Parecchi furono, e sono in Europa i monti e i laghi

di Pilato, e un monte e un lago di Pilato volle avere anche l'Italia.

Fazio degli Uberti ne fa un cenno nel _Dittamondo_; altri ne parlano

più distesamente. Il monte e il lago erano presso Norcia, luogo di

diabolica nominanza. Al lago, ove nuotavano, come pesci, i diavoli, ed

era sommerso il corpo di Pilato, traevano da tutti i paesi i negromanti

per consacrare i libri loro di magia, tanto che ci si eran dovute porre

le guardie per vietarne l'accesso. Ogni anno bisognava dare in pastura

a quei diavoli un condannato, senza di che avrebbero con le procelle

mandato a soqquadro tutto il paese.

E legata ai monti di Norcia troviamo un'altra leggenda tutta italiana,

la leggenda dell'antro della Sibilla, la quale non è improbabile che

abbia suscitato la leggenda tedesca del Monte di Venere, di quel Monte

di Venere entro a cui andò a perder l'anima il gentile cavaliere

e poeta Tannhäuser. Andrea da Barberino, nel V libro di quel suo

romanzo che, dopo cinque secoli, ha ancora in Italia innumerevoli

lettori, e tutti gli anni si ristampa, e sembra, senza suo merito,

destinato all'immortalità, voglio dire il _Guerin Meschino_, parla

molto diffusamente delle meraviglie dell'antro, e molti altri ne

parlano dopo di lui. Nell'interno del monte era un amoroso regno,

pien di letizia, e d'ogni vaghezza di cose naturali o artifiziate:

campi d'impareggiabile amenità, giardini che non avevano i simili in

terra, palazzi d'inaudita ricchezza, sfolgoranti d'oro e di gemme.

Regina del luogo era la Sibilla, che in ristampe più recenti si mutò

nell'Alcina dell'Ariosto, adorna d'ogni bellezza e leggiadria, servita

da schiere di avvenentissime donzelle, e da un popolo di cavalieri e

valenti uomini, quivi trattenuti dall'amore di lei, e per sempre, o

per alcun tempo soltanto, spogliati della libertà. I giorni e gli anni

si consumavano giojosamente, banchettando, amoreggiando, fra musiche e

danze e sollazzi d'ogni maniera; ma tutte le settimane, al sopravvenir

del sabato, la regina e i soggetti suoi si trasformavano in draghi, in

serpi, in basilischi e in altre specie di rettili.

Altre leggende potrei venire ricordando, nate in Italia, o nel formar

le quali ebbero gl'Italiani non piccola parte. Italiana è la leggenda

di quello stretto parente spirituale dell'Ebreo errante, chiamato,

con nome tolto agli Evangeli, Malco, il quale avendo dato a Cristo uno

schiaffo con un guanto di ferro, fu condannato a girar senza posa in

un sotterraneo, intorno a una colonna, fino al giorno dell'Universale

Giudizio. A forza di camminar tutto il dì e tutta la notte, per secoli

e secoli, egli ha scavato un solco profondo nel pavimento di pietra.

Talvolta, sopraffatto dalla disperazione e dal tedio, ei s'avventa col

capo contro quella colonna, ma non riesce a tòrsi la vita, lasciatagli

in punizione. L'Ebreo Errante, che, se non altro, può correre a suo

talento il vasto mondo, è assai meno infelice di lui. E gl'Italiani

collaborarono in modo notabile alla leggenda di Maometto, la quale,

per ragioni facili a intendere, fu una delle maggiori del medio evo,

e diffusissima per tutta Europa; e così ancora collaborarono alla

leggenda di quel Prete Gianni, che governava nell'India remota, e

poi nel cuore dell'Africa, un vastissimo impero cristiano, pieno di

meraviglie, e aveva tanti tesori quanti gli storici e i viaggiatori

non ne potevan descrivere, e di cui leggevansi in tutte le lingue

d'Europa, l'epistole scritte a papi, a re, a imperatori. In sul

principiare del secolo XVI, o poco innanzi, Giuliano Dati fiorentino

scriveva ancora della magnificenza di lui un poemetto in ottava rima, e

Lodovico Ariosto lo introduceva, sotto il nome di Senapo, nell'_Orlando

Furioso_.

Durante tutto il secolo XIV vi furono in Italia scrittori e ripetitori

di leggende. Crescono allora di numero, si variano di colore e di

profumo, que' _Fioretti di San Francesco_, che, dopo avere innamorate

di sè tante anime pie, innamorarono pure tanti studiosi di nostra

lingua; e nasce la leggenda di Santa Caterina da Siena. Nel secolo

precedente, un domenicano, che fu vescovo di Genova, Giacomo da

Voragine, aveva raccolto in un libro latino, divenuto presto famoso,

e intitolato _Legenda aurea_, una gran quantità di leggende di santi,

attingendo con ingenua e dilettosa credulità a fonti disparatissime;

nel secolo XIV molte di quelle, e altre assai, similmente latine, si

recano in volgare, si mettono talvolta in versi; e recansi in volgare,

non si può dire con sicurezza da chi, le antiche Vite dei Santi Padri

nel Deserto. I predicatori, dal pulpito, confortano con esempi tratti

da leggende gli ammaestramenti loro, sebbene non con la frequenza e

copia che si veggono usate dai predicatori d'oltremonte. Gli scrittori

ascetici spargono di leggende, intese a edificare o intimorire gli

animi, i loro scritti. Parecchie, alcune delle quali assai notabili,

se ne leggono nello _Specchio di vera penitenza_ di Frate Jacopo

Passavanti, e parecchie nelle opere di Fra Domenico Cavalca. Nel _Fiore

di Virtù_, opera di uno sconosciuto, trovansi mescolate ad alcune, che

più propriamente si direbber novelle, alquante leggende. Altri libri

di quel tempo, come il _Fiore de' filosofi_, il _Fiore della Bibbia_,

il _Fioretto di cronache degl'imperadori_, il _Fiore d'Italia_ di Frate

Guido da Pisa, la _Fiorita_ di Armannino Giudice, il _Libro imperiale_,

il _Libro dei Sette Savii_, son pieni di varie leggende; e qualcuna pur

se ne trova in quel fastidioso romanzo ch'è l'_Avventuroso Ciciliano_

attribuito a Busone da Gubbio, e molte ne riferisce succintamente, in

quel suo fastidioso poema del _Dittamondo_, Fazio degli Uberti.

Il diavolo che tanta briga diede nel medio evo, ne diede agl'Italiani,

parlando in generale, assai meno che ad altri popoli cristiani, e

non ingombrò così fieramente gli animi qua come fece altrove, nè li

empiè di tante immaginazioni e di tanti terrori; e noi non abbiamo,

nella letteratura nostra, libri che possano fare degna accompagnatura

ai molti stranieri, ove non d'altro quasi si parla che della sua

tristizia, male arti e scellerate imprese, e dei modi che tiene in

conciare chi gli capita finalmente tra l'ugne. Ma non mancano nemmeno

da noi le leggende diaboliche, e un nostro monaco agostiniano, che

visse gli anni suoi migliori nel secolo XIV e morì nel susseguente,

Fra Filippo da Siena, ne raccolse parecchie, insieme con più altre di

vario argomento, in certo suo libro cui pose titolo _Gli assempri_.

Quivi si legge di mali cavalieri, e di pessimi religiosi, e di usurai,

e di mercanti, e di giocatori, portati via dai diavoli, quando in

anima soltanto, e quando in anima e in corpo, e talvolta strozzati;

e di diavoli infelloniti, che invasero una chiesa dov'era stato

seppellito un malvagio uomo, e la empierono di romore e di tempesta, “e

quando parevano cavalieri che giostrassero, e quando parevano uomini

che combattessero con le spade in mano, e quando parevano animagli

ferocissimi che rabbiosamente con mughi dolorosi s'accapegliassero

insieme„, tanto che fu forza disseppellire quel maledetto corpo, e

trarlo di chiesa, e interrarlo nell'orto, dopo di che s'ebbe pace. E

quivi ancora si legge la paurosa istoria di una nobil donna sanese,

molto vaga di sua bellezza, e dello adornarsi, la quale lisciata e

acconcia una volta dal diavolo, apparsole in sembianza di cameriera,

diventò così scura nel volto che nessuno la poteva guardare senza

tramortire dallo spavento, e colta da una febbre continua, senza più

potersi riavere, in tre dì venne a morte: e la storia di due genitori

mal consigliati, i quali, avendo un loro figliuolo ammalato, permisero,

per farlo guarire, che una pessima incantatrice l'offrisse al diavolo:

e la storia di un soldato tedesco in Lombardia, ch'ebbe in prestito

dal diavolo tremila fiorini d'oro, e non potendoli rendere in capo di

tre anni, com'era il patto, fu vivo vivo portato via dal suo creditore

all'Inferno; e la storia d'un altro soldato tedesco, il quale, per

avere dal diavolo certa quantità di denari, gli cedette una sua

figliuola, bellissima e di ottimi costumi, che poi fu salva, e il padre

similmente, mercè l'ajuto della Vergine Maria.

Moltiplicavano in pari tempo, a cura di altre anime devote, i Miracoli

della Vergine, e moltiplicavano i contrasti fra Cristo e Satana, fra

Satana e Maria; e il celebre giureconsulto Bartolo da Sassoferrato

dettava in latino un _Trattato della questione ventilata innanzi al

Signor Gesù Cristo fra la Vergine Maria da una parte e il diavolo

dall'altra_.

Andarono ancora moltiplicando in quel secolo le storie e le novelle

cavalleresche, quali in prosa e quali in verso. I così detti _Cantari_,

fattura di poeti popolari, tennero viva fra il popolo la memoria degli

eroi di Francia e di Brettagna e di Grecia e di Roma: divulgarono i

casi d'innamorati celebri, e avventure romanzesche di più maniere.

Antonio Pucci, fiorentino, che di fonditor di campane diventò banditor

del Comune, ebbe a comporne parecchi. _L'istoria di Apollonio di Tiro_,

_L'istoria della Reina d'Oriente_, _Madonna Lionessa_, il _Gismirante_,

e fors'altri ancora. Il già ricordato Andrea da Barberino rinarrò nel

volgar nostro più storie romanzesche francesi, e narrò, non sappiamo

se traendola dal suo capo, o d'altronde, la storia, pur ora da me

nominata, di quel Guerin Meschino, che distrusse in guerra tanti Turchi

e Saracini, liberò tante città assediate, soccorse tante regine strette

da' nemici, e viaggiò le più remote contrade della terra, popolate di

mostri, e scese, oltrechè nell'antro della Sibilla, anche nel Pozzo

di San Patrizio, e nel fondo dell'Inferno, e ritrovò dopo molt'anni e

infiniti travagli, i genitori, da' quali era stato separato bambino.

Appare da quanto sono venuto dicendo che gl'Italiani ebbero,

contrariamente alla opinione di molti, una letteratura leggendaria

abbastanza copiosa e abbastanza variata; ma rimane pur sempre vero

che quella letteratura può dirsi scarsa a paragone di altre, pur

leggendarie e che per molta parte essa è formata di elementi non

nostri. Ora le ragioni di tale scarsezza sono in sostanza quelle stesse

le quali fan sì che le leggende, sieno sacre, sieno profane, dileguino

dalla coscienza e dalla letteratura nostra un pezzo prima che dalla

coscienza e dalla letteratura di altri popoli d'Europa. Le leggende già

impallidiscono nel cielo d'Italia, e già tramontano, mentre in altri

cieli sono ancora assai alte e brillano di tutto il loro prestigioso

splendore. Nè poteva avvenire diversamente. Quelle medesime cause,

alcune più prossime, altre più remote, le quali dovevano, in Italia,

prima che altrove, condurre alla nuova coltura dell'umanesimo,

iniziare il Rinascimento, mutare le condizioni del pensiero e della

vita, dovevano pure contrastare a una produzione di leggende molto

copiosa, e sollecitare la sparizione di quelle che s'erano venute via

via producendo. L'umanesimo, contraddistinto, sino da' suoi principii,

da un nuovo spirito di esame e di critica, avversa, insieme con molte

altre cose della precedente età, anche le leggende, nate di credulità

e di errore. E notisi che le leggende ascetiche, le quali sono tanta

parte delle leggende medievali, in Italia malamente potevano allignare;

non solo perchè la qualità del nostro cielo, e la natura delle nostre

contrade, e l'indole del nostro popolo, non si accordano con ciò

che in molte di esse è di tetro e di terribile; ma ancora perchè col

carattere loro più consueto non si accorda, generalmente parlando, la

qualità del nostro sentimento religioso, il quale non è, di sua natura,

troppo contemplativo o fantastico, e piuttosto che perdersi dietro alle

vane immaginazioni, tende alle utili riforme, e di rado si fa cupo

e doloroso. Le _Danze macabre_, o _Danze della Morte_, una delle più

fosche e terribili creazioni dell'ascetica fantasia, ebbero in Italia

pochissimo favore. San Francesco, che raccomandava a' suoi seguaci la

giocondità e la serenità dell'anima, e la piena affidanza in Dio Padre

e in Cristo Salvatore, non poteva essere gran fatto amico delle paurose

visioni e delle innumerevoli leggende infernali e diaboliche.

Se molte leggende sono ancor vive in Italia nel secolo XIV, sono pur

molti i segni dell'affievolirsi loro e della prossima sparizione.

I cronisti nostri non furono in nessun tempo così vaghi di finzioni

come quelli d'oltralpe, e nei libri loro i cercatori e gli studiosi di

leggende poco trovano da raccogliere. Noi non abbiam nulla che possa,

per questo rispetto, stare a paragone delle Cronache di Elinando, di

Vincenzo Bellovacense, di Guglielmo di Malmesbury, e di molte altre,

francesi, inglesi, tedesche. Nel secolo di cui discorriamo c'è ancora

qualche cronista favoloso, come Bonamente Aliprando e Giacomo da

Acqui; ma è nata oramai la storia vera; e sebbene il Machiavelli e

il Guicciardini sieno lontani ancora, pure già si scorgono i segni di

quello spirito pratico e indagatore che sarà il loro spirito. A poco

a poco la storia distoglie l'occhio dal mondo di là, e lo fissa sul

mondo di qua, e comincia a penetrare il segreto delle umane vicende, e

a discernere le forze che le promuovono, e a intendere le leggi che le

governano. Giovanni Villani non manca di religione, e crede ai segni e

ai portenti che prenunziano l'avvenire; ma il suo spirito non corre, di

solito, dietro ai fantasmi; anzi è tutto volto alla sua città, al suo

popolo. Egli s'industria di mostrare altrui il modo e le ragioni del

loro crescere e del loro scadere: studia il meccanismo di quel mutabile

reggimento, rileva e descrive le congegnature della pubblica vita,

specifica le entrate e le spese, forma il bilancio, accerta il debito

pubblico, osserva il moto della popolazione, narra rovesci economici,

enumera le arti e le industrie, ragionando di lor condizioni; pone,

come giustamente fu detto, i fondamenti della statistica. Qua e là,

nel corso della lunga e minuta sua narrazione, riferisce qualche

rara leggenda, come quelle già ricordate delle origini di Fiesole e

di Firenze, o quella di Gog e Magog, e alcuni miracoli accaduti a'

suoi dì; ma le favole non trovano in lui facile credenza; e quando

viene a discorrere, in principio del terzo libro, di quell'antico

simulacro di Marte che i Fiorentini credevano essere presidio della

loro città, e che dopo esser rimasto sommerso in Arno più secoli, fu

posto, al tempo di Carlo Magno, su una pila, ove ora è Ponte Vecchio,

egli dice risolutamente: “grande simplicità mi pare a credere, che una

sì fatta pietra potesse ciò adoperare; ma vulgarmente si dicea per

li antichi, che mutandola convenia che la città avesse mutazione„.

E come avrebbe potuto avere l'animo inclinato alle favole quel Dino

Compagni, cui lo spettacolo della _città partita_ empieva di così vivo

rammarico e di così generoso sdegno, e che in procacciar la concordia

de' male avvisati cittadini spendeva tutto sè stesso? La turbolenza e

il periglio continuo della vita reale nelle città nostre, le passioni

prosciolte e gl'interessi molteplici in contrasto, dovevano distogliere

di necessità le menti dalle finzioni e dai sogni. E già nella coscienza

degli uomini meno colti certi temi tradizionali di visione o di

leggenda venivano rimettendo alquanto del loro carattere pauroso, e si

piegavano a interpretazioni e a propositi che dovevano a poco a poco

alterarne profondamente lo spirito. Narra lo stesso Giovanni Villani

che nel maggio del 1304, essendo in Firenze il Cardinal da Prato, con

buona speranza di metter pace fra i cittadini, si fecero le _compagnie

e le brigate de' sollazzi, in più parti della città, a gara l'una

contrada dell'altra_, e quei di Borgo San Friano, i quali avevano per

antica usanza _di fare più nuovi e diversi giuochi, si mandarono un

bando per la terra, che chi volesse sapere novelle dell'altro mondo

dovesse essere il dì di calende di maggio in sul ponte alla Carraja

e d'intorno all'Arno_. E fecero di palchi, sopra barche, una immagine

dell'Inferno, piena di diavoli, e di anime dannate, e di fuochi, e di

varie qualità di tormenti, sicchè _parea odiosa cosa e spaventevole

a udire e vedere_. Al quale _nuovo giuoco_ trasse sì grande quantità

di popolo, che, sfasciatosi il ponte, il quale era ancora di legname,

molti annegarono, molti rimasero guasti della persona, di modo che,

nota lo storico, _il giuoco da beffe tornò a vero_.

*

I gran moti religiosi dei due secoli precedenti, dei due secoli che

avevano veduto Gioachino di Fiora, e le torme dei flagellanti, e gli

apostoli dell'Evangelo eterno, s'erano andati a mano a mano chetando.

Nasceva Caterina da Siena; ma l'opera di san Francesco isteriliva; e

uno spirito laico, indocile ed irrequieto si diffondeva allo intorno

e sormontava. Era nato in alcuni spiriti il concetto di una scienza

autonoma, libera de' suoi movimenti; di una verità procacciata

direttamente col mezzo della osservazione e della ragione, e tolta alla

perigliosa comunanza delle credenze indiscusse, delle immaginazioni e

delle favole. Già Federico II, grande avversario della Chiesa, cinto

di dotti, avido di sapere era stato sperimentatore appassionato, e

talvolta, feroce. Quel malavventurato di Cecco d'Ascoli, che qua in

Firenze finì la vita sul rogo, e di cui la leggenda ebbe a narrare,

indi a poco, un patto stretto col demonio e l'inganno sofferto,

rimproverando a Dante le meraviglie e i miracoli della _Commedia_

esclamava nell'_Acerba_:

Qui non se canta al modo del poeta

Che finge emmaginando cose vane

. . . . . . . . . . . . . . . .

Qui non si sogna per la selva obscura

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Lasso le ciance torno su nel vero:

Le favole me fo sempre inimiche.

Parole che molto dicono e più lasciano intendere.

Che alle leggende, più specialmente se ascetiche, dovessero poi essere

avversi, in particolar modo, gl'increduli, dirò così, di professione,

come Guido Cavalcanti (se di lui si sa il vero), e i seguaci di quella

setta degli Epicurei, ricordata da Fra Salimbene e da Dante, alla

quale aveva appartenuto Federico II, e, stando al giudizio di alcuno,

anche Manfredi; setta che negava, in sua dottrina, la immortalità

dell'anima; s'intende facilmente, come pure s'intende che non dovessero

troppo curarsene i compagni di certe brigate sollazzevoli, sorte

nelle città prosperose, arricchite dai commerci e dalle industrie,

quali erano que' giovani della _brigata spendereccia_ in Siena, che,

messe in denaro tutte quasi le loro sostanze, e fattone un cumulo di

dugentomila ducati, in termine di venti mesi li ebbero consumati,

e rimasero poveri. I nostri viaggiatori esploravano intanto le più

remote regioni dell'Asia, e vedevano dileguarsi dinanzi agli occhi

le infinite meraviglie di cui già la fantasia degli antichi le avea

popolate, sebbene non lasciassero di riferirne qualcuna. Marco Polo è

un osservatore di prim'ordine, che studia i costumi delle genti da lui

visitate, intende le ragioni della prosperità o dello scadimento degli

Stati, descrive le merci ed i traffici e non bada, o di rado bada, a

leggende e a portenti.

Francesco Petrarca fu detto il primo dei moderni, l'iniziatore dell'evo

moderno, e non senza verità, sebbene non senza esagerazione. Meno che

per la fede, e per l'indole del sentimento religioso, si può dire che

per tutto il resto egli sia in contraddizione col medio evo, da cui

esce, e che sembra chiudersi dietro di lui. Il suo è uno spirito di

poeta e di critico al tempo stesso. Egli non serve nè all'autorità, nè

alla tradizione, sebbene non manchi verso di esse del dovuto rispetto.

Nessun uomo, in tutto il secolo, è più spregiudicato, più libero di

mente di lui. La fede non uccide, nè comprime in lui la ragione, che

si rafforza del sapere. Miracolo quasi unico, non pure in quel tempo,

ma in tutti i tempi, egli è, quasi affatto, scevro di superstizioni.

Deride l'astrologia, e ai sogni non crede, sebbene di due ch'egli ebbe

narri i fatti esser seguiti poi come da quelli eragli stato mòstro.

Quando il certosino Gioachino Ciani, in nome di un suo compagno di

convento, poc'anzi morto in odore di santità, ammonì il Boccaccio che

si ravvedesse, e facesse ammenda de' suoi trascorsi, se non voleva

morire in breve, fu il Petrarca quegli che confortò l'autore del

_Decamerone_, tutto sgomento di quella minaccia, e lo esortò a non

darvi fede così alla leggiera, perchè poteva ben esserci inganno sotto.

Si capisce come il Petrarca, con tale indole e qualità d'ingegno,

non dovesse essere troppo corrivo in accettare leggende; anzi dovesse

averle piuttosto in dispregio, o cercare di trarne fuori, con l'ajuto

della critica, quel tanto di verità che potessero contenere. E di ciò

fanno prova gli scritti suoi. Nel libro secondo del trattato _Della

vita solitaria_, egli riferisce parecchie leggende di santi; ma non

senza esprimere alcuna volta un dubbio sulla loro veracità, o accennare

a contraddizioni o ad errori. In una delle sue lettere familiari,

scritta a Francesco, priore dei Santi Apostoli, egli narra come

trovandosi un giorno nel convento di San Simpliciano, presso Milano,

gli fu fatta vedere da que' monaci una Vita di esso santo, piena di

cose alterate e di confusione, e va in collera contro lo scrittore

di essa, e la vita del santo narra poi egli stesso sommariamente,

in modo conforme a verità. In altra lettera sua, ch'è pure tra le

familiari, scritta al cardinale Giovanni Colonna, abbiamo un altro

esempio che merita d'essere ricordato. Nella città di Aquisgrana, dove

capitò durante una delle molte sue peregrinazioni, egli udì narrare ai

preti di quella cattedrale una strana novella. Carlo Magno s'era così

perdutamente innamorato di una donna di bassa condizione, che non si

scostava più un'ora da lei, e per lei trascurava i più gravi negozii

dello Stato. Accadde che questa donna infermò e morì; ma non perciò

mancò la passione dell'imperatore, il quale, come affascinato, continuò

ad amare quel corpo senza vita, da cui più non voleva staccarsi. Una

rivelazione del cielo fece avvisato di qualche frode un vescovo, il

quale, approfittando di una breve assenza dell'imperatore, esaminò

il corpo, e trovato sotto la lingua un anello magico, ch'era cagione

del fascino, lo tolse. Incontanente Carlo cessò d'amare la morta,

ma prese ad amare il buon vescovo, il quale non poteva più muover

passo senz'averlo alle calcagna. Questi per liberare l'imperatore e

sè stesso, e prevenire guai maggiori che avrebbero potuto succedere,

gettò l'anello in un lago presso Aquisgrana; ma l'imperatore allora

s'invaghì di quel lago, per modo che più non volle partirsene, e in

Aquisgrana fermò la sua residenza, e quivi ordinò che i successori suoi

fossero incoronati. Il Petrarca rinarra la novella, che dice d'aver poi

anche letto in alcuno scrittore, ma non vi dà nessuna fede. La chiama

una _favoletta_ non ispiacevole; ricorda altre _favole_ soggiunte da

que' preti, le quali egli, nè può credere vere, nè stima che si debban

ripetere; e da ultimo chiede scusa all'amico, se non potendo formar la

sua lettera di cose serie, la formò di fanfaluche. Quella favoletta,

che in più diversi modi trovasi riferita da scrittori del medio evo,

vive ancora in Aquisgrana, nella tradizion popolare.

Che il Petrarca, primo degli umanisti e studiosissimo dell'antichità

romana, non potesse credere le molte favole ch'erano corse, e ancora

correvano, intorno a parecchi dei grandi scrittori latini, è cosa che

non parrà strana a nessuno. Richiesto una volta da re Roberto di Napoli

che cosa ei pensasse della magìa di Virgilio, rispose risolutamente

avere il tutto in conto di favola inetta e di sogno.

Io non dirò col Settembrini che dal Boccaccio abbia principio un'era

nuova, _il terrore cessato, cominciato il riso e lo scetticismo_;

nè col De Sanctis che dal Boccaccio abbia principio a dirittura un

nuovo mondo; ma bene dirò che l'autor del _Decamerone_ fu uno spirito

disinvolto e spregiudicato, amabilmente scettico e beffardo, niente

devoto della tradizione, poco rispettoso dell'autorità, aperto assai

più alle impressioni della vita reale, di cui fu dipintore insuperato,

che non ai sogni della leggenda e alle ubbie del soprannaturale. In

alcune parti egli vince, quanto a libertà di spirito, almeno negli anni

suoi migliori, lo stesso Petrarca. Chiunque abbia letto il _Decamerone_

può farne fede. L'inclinazione che il Petrarca ebbe naturalmente

all'ascetismo egli non ebbe mai, nemmeno in vecchiezza, dopo che si

fu ravveduto e pentito. Ebbe, gli è vero, alcune superstizioni, ma

le più in sul tardi, quando già era molto mutato da quel di prima,

e col vigor della mente gli si era scemata l'antica baldanza. Da

giovane credette un po' ai sogni; ma quante più son le cose alle quali

le sue novelle mostrano ch'ei non credette punto! Non credette alle

virtù mirabili delle pietre preziose, di cui tanti, a cominciar dagli

antichi, avevano scritto, e a cui non pochi dovevano credere ancora

dopo di lui, tra gli altri Marsilio Ficino e Giambattista Porta; non

credette alle malìe e agl'incanti; non ai fantasmi; perchè non si ride,

così com'ei fa, delle cose cui si crede; e in materia d'amore, egli

che ne fu intendentissimo, non ebbe fede alcuna nei filtri e nei brevi

magici, ma solo nella gioventù, nella bellezza e nella grazia. E chi

più di lui, e meglio di lui, derise i falsi santi, le false reliquie,

i falsi miracoli, temi consueti di tante leggende? E chi lo agguagliò

nel mettere in canzone le astinenze, le macerazioni e la santa vita

di certi anacoreti? Veggasi l'uso che nella novella di Rinaldo d'Asti

egli fa di una leggenda celebratissima, non meno divulgata in Italia

che fuori, la leggenda di san Giuliano lo Spedaliere. E non è forse

la novella di Ferondo, che vivo vivo fu messo in purgatorio, una

satira delle visioni e dei viaggi nel mondo di là? e la novella di

quel Tingoccio Mini, che si lasciò vedere, dopo morto, al compagno,

una canzonatura delle apparizioni? e la novella di Maestro Simone che

volle esser fatto della brigata che andava in corso, una salatissima

parodia di tutti gli stregamenti, di tutti gl'incantesimi, di tutte

le diavolerie? Ma dove forse il Boccaccio mostra più aperto il

modo suo di sentire e di pensare rispetto alle leggende, si è nella

novella di Nastagio degli Onesti, la quale essendo in origine, come

tuttavia può vedersi nei racconti di Elinando e del Passavanti, una

delle più fosche leggende ascetiche del medio evo, diventa sotto la

penna dell'innamorato novellatore una storia molto profana, da cui si

tragge questa curiosa e memorabile moralità, che chi si mostra duro e

sconoscente in amore convien che paghi poi l'error suo, nel mondo di

là, con atroci castighi.

E gli altri novellieri di quel secolo, venuti dopo il Boccaccio?

Franco Sacchetti non ha neppure una leggenda mista alle sue novelle.

Ser Giovanni Fiorentino ne reca alcune, perchè, pur di dar modo di

cicalare a quella sua coppia scipita d'innamorati, e' toglie ciò che

gli viene alle mani. Ser Giovanni Sercambi ne narra parecchie; alcune

profane, quali son quelle degl'inganni fatti da donne a Virgilio e ad

Aristotele; altre devote, come quelle del Re Superbo, e quella di un

conte di Francia, che fece un patto col diavolo, e fu portato per aria

all'Inferno. Ma non si capisce se egli, che è di tutti i novellieri

italiani senza paragone il più laido, e ruba al Boccaccio la novella

di Rinaldo d'Asti e l'altra di Ferondo, parli proprio sul serio, quando

narra di un conte di Brustola, che, soccorso dalla Vergine, di cui era

devoto, potè scampare dalle mani del diavolo, e riferisce un colloquio

in versi che un ebreo di Roma, il quale poi si convertì, ebbe in una

chiesa con una immagine della Madonna; giunti poi a certa novella ove

racconta del modo tenuto da san Martino per punire un prete disonesto,

e tutelare l'onor di un marito, ciò che sopratutto si capisce si è che

il tempo delle pie leggende è passato per sempre.

E non delle pie soltanto è passato il tempo. L'umanesimo vien

premendo e ributtando anche le profane, e più specialmente quelle che

avevano argomento da persone, cose e fatti dell'antichità classica.

L'antichità, che durante il medio evo era rimasta come velata agli

occhi degli uomini, ora comincia a disvelarsi, a lasciarsi vedere qual

fu veramente. Le favole nate da ammirativa ignoranza, o da terrore,

a poco a poco dileguano. Gli eroi, i re, gl'imperatori, i poeti, i

filosofi depongono le maschere e le bizzarre vesti della finzione,

e racquistano a mano a mano l'antica figura. Le sacre mura di Roma

scuoton da sè quella rigogliosa vegetazion di leggende ch'era loro

cresciuta addosso. I _Mirabilia_ non si perdono, ma si trasformano.

La rinascente dottrina li penetra a grado a grado, e li purga di

quelle favole secolari ond'eran pieni: ed ecco venir fuori a lungo

andare certi _Mirabilia_ nuovi, che con gli antichi non hanno quasi

più nulla di comune. Verso il mezzo del secolo XIV (per quanto si può

congetturare) uno scrittore della Curia Romana, e canonico di Santa

Maria Rotonda, Giovanni Cavallino de' Cerroni, componeva in latino un

libro intitolato _Polyhistoria_, il quale è, più che altro, un trattato

d'antichità romane e, insieme, una descrizione di Roma. L'autore

conosceva la _Graphia_, e senza dubbio anche i _Mirabilia_, ma di

quelle favole non introduce nel suo libro se non pochissime, sebbene

nol chiuda ad altre fantasticherie. Nasceva l'archeologia scientifica,

e già non erano lontani Poggio Bracciolini e Flavio Biondo.

Tutto volto all'antichità, innamorato dell'arte antica e pieno ormai

del suo spirito, l'umanesimo avversa ancora quell'epiche leggende,

che, maturate nella oscurità e nella confusione dei tempi di mezzo,

porgevano materia a indigesti romanzi in prosa e a popolareschi

cantari, composti senz'arte e nudi d'ogni eleganza. Dante aveva

giudicate bellissime le favole del ciclo di Artù; ma il Petrarca, che,

quando volle fare un poema epico, andò a cercarne il soggetto nelle

istorie di Roma antica, il Petrarca ne parla con manifesto disprezzo,

non nato di sole ragioni morali, quando, descrivendo in uno de' suoi

_Trionfi_ la lunga processione de' prigionieri d'amore, fa che il

misterioso amico che lo ammaestra prorompa in quelle parole:

Ecco quei che le carte empion di sogni,

Lancilotto, Tristano e gli altri erranti,

Onde convien che 'l vulgo errante agogni.

E con manifesto disprezzo accenna ai rozzi cantari Franco Sacchetti,

quando, narrata quella novella del fabbro che cantando, _come si

canta uno cantare_, alcun pezzo del poema di Dante, ne tramestava

e sconciava i versi, onde il poeta, per castigarlo, gli buttò sulla

via tutti i ferri e gli arnesi che aveva in bottega, soggiunge: “Il

fabbro gonfiato, non sapendo rispondere, raccoglie le cose e torna al

suo lavorio; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancelotto,

e lasciò stare il Dante.„ Ormai le vecchie leggende epiche avevano

smarrito il vero e proprio carattere di leggende, e divenivano una

materia tutta mobile e fantastica, senza radici nella credenza e

nel sentimento, e preparata a trasformarsi in pura materia d'arte e,

all'occorrenza, di beffa. Pochi anni ancora, e nascerà, qua in Firenze,

Luigi Pulci.

Ecco principia nuovo secolo, appar nuovo dì, e le leggende tramontano.

Tramontano le colorite leggende che avevano constellato il nostro

cielo, e illuminate di fantastica luce, per lungo volger di tempi, le

vie della vita, e penetrate le anime dei loro influssi, e scaldatele

del loro calore. Tramontano, ma non si spengono. Come astri dilungatisi

nelle profondità dello spazio, esse brillano ora in più recondite

plaghe. Gli occhi delle moltitudini più non le scorgono; ma le scorgono

i dotti; e figgendo in esse lo sguardo e la mente scrutano e intendono

nel lume e nella natura loro non piccola parte della vita che fu, non

piccola parte della grande e immortale anima della umanità.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 69 / 80 题