DI ADOLFO BARTOLI

Il sabato santo del 1334 una giovane e bella donna, d'alto lignaggio,

pregava nella chiesa di San Lorenzo a Napoli; e vicino, tutto rapito

nella contemplazione di lei, stava un uomo, dal volto gentile ed

arguto, i cui occhi scintillanti pareva volessero a forza attrarre

a sè quelli della genuflessa. Ed essa infatti o quel giorno stesso o

i successivi vide quegli occhi che chiedevano amore, li vide e sentì

penetrarsene nel cuore una fiamma, che per lungo tempo non doveva più

spengersi.

Era dessa la figlia del conte d'Aquino e di Sibilla di Sabran, una

bellissima provenzale, su cui sembra si fosse posato lo sguardo del

re Roberto, che ne fece la sua favorita e ne ebbe Maria; e lui, il

quadrilustre giovane, Giovanni Boccacci, il figliuolo d'un mercante di

Certaldo, mandato a Napoli dal padre, perchè attendesse alla pratica

della mercatura, ma che invece fino da quegli anni sognava di amore e

di poesia, visitava con entusiasmo la tomba di Virgilio, s'estasiava

agli incanti della natura, si sentiva rapire verso ignote speranze,

verso luminosi ideali.

Il Boccaccio e l'avvenente Maria si amarono di un irresistibile amore,

e l'umile figliuolo del mercante certaldese trovò nel cuore di questa

figlia di re tutte le gioie d'un amore corrisposto. Non in lei le

ritrosie di Laura, gli accorgimenti astuti, le sottili malizie, i

superbi dinieghi, ma un abbandono intero di sè al giovinetto dell'amor

suo, scelto tra i mille vagheggiatori che a lei certo si affollavano

intorno. Si videro, si parlarono, s'intesero, e sia, forse, nelle più

celate stanze del palazzo maritale, sia nelle chiese, e per le vie, e

alle feste cittadinesche, i due amanti felici ebber convegni che più

sempre li strinsero l'uno all'altro.

Felice, intessuta tutta di fantasiosi sogni, di gioie e d'amore, dovè

essere le vita del Boccaccio ne' primi anni del suo soggiorno a Napoli,

e Napoli colle rive incantevoli del suo golfo, colla sua aria tepida

e voluttuosa, collo splendore del suo cielo, colla sua lussureggiante

natura dovè potentemente influire su di lui, sullo svolgersi delle sue

facoltà poetiche, sull'avviarlo per quelle nuove vie ch'egli scelse

all'arte sua. Furono quelli i bei tempi nei quali vagava per il mare

seguendo la donna sua:

Sulla poppa sedea d'una barchetta

Che il mar segando presto era tirata

La donna mia con altre accompagnata,

Cantando or una or altra canzonetta.

I bei tempi, ritratti in questi versi che dipingono una scena tutta

napoletana, che colgono in atto la vita di Baia con le sue soavità e le

sue licenze[6]:

Intorno ad una fonte in un pratello

Di verdi fronde pieno e di bei fiori

Sedeano tre angiolette, i loro amori

Forse narrando; ed a ciascuna il bello

Viso adombrava un verde ramoscello

Che i capei d'or cingea, al qual di fuori

E dentro insieme, due vaghi colori

Avvolgeva un soave venticello.

E dopo alquanto l'una alle due disse,

Com'io udii: Deh! se per avventura

Di ciascuna l'amante qui venisse

Fuggiremo noi quinci per paura?

A cui l'altre risposer: chi fuggisse,

Poco savia sarìa con tal ventura.

Alla donna sua messer Giovanni diede il poetico nome di Fiammetta,

e per lei scrisse molti libri; primo il _Filocolo_, una specie di

romanzo, tratto in parte da un vecchio libro francese, noioso veramente

nel suo stile involuto e nella sua pesante erudizione; ma a quando

a quando appassionato e rivelatore dell'affetto che già il Boccaccio

sentiva vivissimo per gli studi classici. Curiosa è veramente quella

parte del libro dov'è introdotta Fiammetta, quando egli finge che

Filocolo andando in cerca dell'amante sia da una tempesta obbligato a

fermarsi a Napoli; e quivi un giorno s'imbatta in una brigata che sta

sollazzandosi e a capo della quale è appunto Fiammetta. Entra così in

scena la società napoletana del tempo e noi assistiamo in qualche modo

al riprodursi delle costumanze provenzali, quando sentiamo ripetersi

alcune di quelle questioni che furono già argomento alle tenzoni

degli Occitanici: come queste, ad esempio: quale è più infelice fra

due donne, quella che ebbe un amante e lo perdè, o quella che non può

sperarne di averne mai uno? Quale di tre amanti merita la preferenza,

il più cortese, il più forte, o il più saggio? Quale è più verace amore

il timido o l'ardito? È preferibile amare una fanciulla, una maritata

o una vedova?

Un altro libro scritto per Fiammetta fu il _Filostrato_, poema in

ottava rima, anch'esso derivante in parte da fonte francese, e che

narra gli amori di Troilo e Griselda. Il suo merito letterario è

smisuratamente superiore a quello del _Filocolo_; e ciò che in esso

specialmente ci interessa è che il Troilo e la Griselda della vecchia

storia troiana spariscono dagli occhi nostri, e non restano davanti

a noi che un uomo e una donna dell'eterno dramma dell'amore. Codesto

amore è preso proprio alle origini, è scrutato, analizzato, svolto

nei suoi casi molteplici, nella felicità e nel dolore, nell'ebbrezza

e nella disperazione. Bellissimo un soliloquio di Griselda, quando

ella già cerca pretesti al fallo che sente nel cuor suo ormai fatale:

e combattuta, vuole e disvuole, desidera e teme, sogna i nuovi gaudi,

trema già dell'abbandono. Mirabilmente dipinta la gioia di Troilo,

vittorioso nell'amor suo; arditamente scolpite le intime gioie

degli amanti, e nunzie dello splendore delle tinte che il futuro

pittore del _Decamerone_ prepara sulla sua tavolozza. Quel domandarsi

scambievole: ma è dunque vero ch'io sono con te? E quel raccontarsi

le pene sofferte, quell'anelare al ritorno prima della separazione;

quel non saziarsi mai della propria beatitudine, tutto questo è vero,

è profondo, è sentito dal poeta, che è il vero Troilo narrante l'amor

suo per Fiammetta, alla quale il Boccaccio nella invocazione si volge

dicendo:

Tu, donna, sei la luce chiara e bella

Per cui nel mondo tenebroso accorto

Vivo: tu sei la tramontana stella

La qual io seguo per venire al porto;

Ancora di salute tu se' quella

Che se' tutto il mio bene e il mio conforto

. . . . . . . . . . . . . . . .

Nel _Filostrato_, il Boccaccio aveva trovata una materia adatta alla

sua indole, e subitamente raggiunse una perfezione che appena doveva

superare nel _Decamerone_. Codesta storia d'intrighi amorosi, di

seduzione, di gelosia, era una vera novella, malgrado i nomi classici e

si confaceva mirabilmente alle attitudini più spiccate del suo ingegno,

che lo portava a rappresentare la realtà con finezza di osservazione,

accompagnandola col suo riso beffardo[7].

Anche il lungo poema della _Teseide_ fu scritto per Fiammetta e

contiene molte allusioni al suo amore. Ma la sua prolissità, la

mescolanza di elementi eterogenei, la studiata imitazione degli antichi

ed altri difetti ne rendono faticosa la lettura. Ad ogni modo egli fu

con quest'opera l'annunziatore del poema romanzesco del secolo XVI, e

fu, se non l'inventore, certo il perfezionatore dell'ottava, che doveva

poi servire alle immortali creazioni dell'Ariosto e del Tasso.

Un idillio, che nella sua maliziosa ingenuità può quasi (come alcuno ha

detto) ricordare il _Don Giovanni_ di Byron, è il _Ninfale Fiesolano_,

in ottava rima anch'esso e anch'esso scritto durante gli amori del

Boccaccio con Maria. Il pastore Africo s'innamora di Mensola, una delle

ninfe di Diana, ne è riamato e la povera ninfa perde il fiore del suo

pulzellaggio; ma poi, pentita, abbandona l'amante, che disperato si

uccide. Essi sono trasformati nei due fiumicelli che scorrono presso la

collina di Fiesole, e che mescolano insieme le loro acque.

Un caldo sentimento della natura, un profumo incantevole di gentilezza

e un acre fremito di sensualità fanno del Ninfale un'opera d'arte

già per sè stessa perfetta. Qui, come dice il Carducci[8], l'idillio

d'amore persuaso dalla stessa natura s'intreccia coll'epopea delle

origini, e la sensualità in mezzo a' campi e torrenti è selvatica e

pura come nel Dafni e Cloe, e la verità di tutti i giorni, un'avventura

d'amore forse dell'altro ieri, è carezzata dal canto delle ninfe

mitologiche su le cime di Fiesole soavemente illuminate dagli splendori

di maggio e della leggenda, nelle fiorenti convalli che saranno poi

scena al _Decamerone_; e viene in fine Atalante il mitico incivilitore,

e, a vendetta de' due amanti sacrificati ai voti crudeli di Diana,

disperde le ninfe e le costringe ai matrimoni, e fonda la città e la

civiltà. Non sembra la parabola del Rinascimento sulle rovine degli

istituti ascetici?

Arrivò un giorno nel quale l'amore di Maria parve intiepidirsi. Era

andata da Napoli a Baia, e forse la lontananza, o la stanchezza, o

altro a noi sconosciuto motivo la resero diversa da quello che era

prima. O forse la gelosia faceva credere a messer Giovanni quello che

non era. Certo è che di quel tempo abbiamo alcune sue rime nelle quali

sentiamo gemere dolorosamente l'anima sua:

C'è chi s'aspetta con piacere i fiori,

E di veder le piante rinverdire,

E per le selve gli uccelletti udire

Cantando forse i lor più caldi amori.

Io non son quel: ma come sento fuori

Zefiro, e veggio il bel tempo venire,

Così m'attristo e parmi allor sentire

Nel petto un duol, il qual par che m'accuori.

Ed è di questo Baia la cagione,

La quale invita sì col suo diletto

Colei che là sen porta la mia pace,

Che non mel fa alcun'altra stagione;

E che io vada là mi è interdetto

Da lei, che può di me quel che le piace.

Allora non sono più gemiti ma sdegni feroci, e propositi di fuga:

Dice con meco l'anima talvolta:

Come potevi tu giammai sperare

Che dove Bacco può quel che vuol fare

E Cerere v'abbonda in copia molta;

E dove fu Partenope sepolta,

Ov'ancor le Sirene usan cantare,

Amor, fede, onestà potesse stare,

O fosse alcuna sanità raccolta?

E se 'l vedevi, come t'occupare

I fals'occhi di quella che non t'ama

E la qual tu con tanta fede segui?

Destati omai e fuggi il lito avaro,

Fuggi colei che la tua morte brama

Che fai? che pensi? che non ti dilegui?

E arriva finalmente il grido dell'imprecazione:

Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,

Boschi selvaggi le tue piagge sieno!

E le tue fonti diventin veleno,

Nè vi si bagni alcun molto nè poco!

In pianto si converta ogni tuo gioco,

E sospetto diventi il tuo bel seno

Ai naviganti, e il nuvolo e il sereno,

In te riversin fumo, zolfo e fuoco!

Che hai corrotta la più casta mente

Che fosse in donna, con la tua licenza

. . . . . . . . . . . . . . .

Nè dell'imprecazione a Baia è contento; ma va più in là, e con parole

quasi selvagge urla che sarà felice quando vedrà distrutte le bellezze

della donna amata, quando la vedrà vecchia, macilente e vizza:

S'egli avvien mai che tanto gli anni miei

Lunghi si faccian, che le chiome d'oro

Vegga d'argento, onde io m'innamoro,

E crespo farsi il viso di costei,

E crespi gli occhi bei, che tanto rei

Son per me, lasso! ed il caro tesoro

Del sen ritrarsi, e il suo canto sonoro

Divenir roco sì, com'io vorrei.

Ogni mio spirto, ogni dolore e pianto

Si farà riso, e pur sarò sì pronto,

Ch'io dirò: Donna, Amor non t'ha più cara

. . . . . . . . . . . . . . . .

Non dirò, o Signori, che questi sian versi bellissimi; ma son versi

che ci dicono quanto fosse vera, profonda, ardente la passione del

Boccaccio. Paragonati a quelli del Petrarca, essi rimangono certo

molto inferiori per l'eleganza; ma ci rivelano un amore pieno,

quasi troppo pieno, di tutte le realtà più sensibili e più terrene.

Il futuro novelliere mostra già qui le sue tendenze a ciò che è

schiettamente umano, a ciò che si stacca da tutti i misticismi, da

tutti i trascendentalismi dei tempi anteriori. Ci riaccostiamo alla

natura e alla verità; ed è questo un gran fatto nella storia dell'umano

pensiero.

Se Baia tolse per un momento al Boccaccio l'amor di Maria, questo

dovè, pare, più tardi, riaccendersi. Era stato Giovanni richiamato

imperiosamente dal padre a Firenze. Un giorno che Maria era andata

a visitare forse le monache del convento di Bajano dove era stata

educata, entrò là dentro un mercante fiorentino, che narrò aver visto

pochi giorni prima che partisse entrare nella casa de' Boccacci una

bellissima giovane, la quale gli avevano detto esser la sposa di

Giovanni. La notizia non era vera. Una giovane sposa era entrata bensì

nella casa de' Boccacci, ma sposa del padre; del “vecchio freddo,

ruvido e avaro„, rimaritatosi con Bice de' Bostichi.

L'annunzio del mercante però trafisse il cuore a Maria. Lasciate che

parli per un momento ella stessa, che ella stessa vi dica le angosce

e i furori suoi: “Venuti i nostri ragionamenti, ciascuna si dipartì,

ed io con animo pieno di angosciosa ira.... ora nel viso accesa

ed ora pallida divenendo, quando con lento passo, e quando con più

veloce che la donnesca onestà non richiede, tornai alla mia casa. E

poi che lecito mi fu di poter fare di me a mio senno, entrata nella

mia camera amaramente cominciai a piangere, e quando per lungo spazio

le molte lacrime parte della gran doglia ebbero sfogata, essendomi

alquanto più libero il parlare, con voce assai debole cominciai: ora,

o misera Fiammetta, sai perchè il Panfilo non ritorna, ora sai quello

che tu andavi cercando di trovare: che, misera, chiedi di più? che

più addimandi? Panfilo non è più tuo. Gitta via omai i tuoi desideri

di riaverlo, abbandona la mal ritenuta speranza, pon giù il fervente

amore, lascia i pensieri matti: credi oramai agli auguri e alla tua

divinante anima, e comincia a conoscere gli inganni de' giovani. Tu

se' a quel punto venuta là dove l'altre sogliono venir che troppo si

fidano. E con queste parole mi raccolsi nell'ira e rinforzai il pianto,

e da capo con parole troppo più fiere ricominciai così a parlare: o

Iddii ove siete? ove ora mirano gli occhi vostri, ov'è la vostra ira?

perchè sopra lo schernitore della vostra potenza non cade?... O Iddii

rivolgete in lui alcuno di quelli pericoli, o tutti, de' quali io già

dubitai: uccidetelo di qualunque generazione di morte più vi piace,

acciò che io ad un'ora tutta e l'ultima doglia senta che mai debbo

sentire per lui, e me vendichiate ad un'ora.„

Queste parole si leggono in un libro scritto dal Boccaccio; una specie

di romanzo d'amore, intitolato _Fiammetta_, dove i pericoli del primo

incontro, la felicità dell'amor diviso, la irrefrenabile forza della

passione, il combattimento contro tutti gli ostacoli, i lamenti per

la separazione, il desiderio della persona lontana, il destarsi della

gelosia, la disperazione dopo la certezza della perdita, tutto è

rappresentato con profonda verità, con larga espansione, con tenerezza

sincera.

Se non che anche nella _Fiammetta_ certi difetti non mancano. Come già

nel _Filocolo_, come nel _Filostrato_, nella _Teseide_ e nell'_Ameto_

e in tutte le opere giovanili del Boccaccio apparisce evidente la

tendenza del suo spirito verso l'antichità classica. I lunghi e

latineggianti periodi del _Filocolo_, le reminiscenze degli scrittori

antichi, la predilezione per la mitologia, ce lo dicono chiaro; e anche

la _Fiammetta_ ci apparisce troppo erudita, troppo imbevuta di letture

classiche, troppo smaniosa di citazioni, troppo diversa da quello che

doveva essere una donna del tempo suo.

E questo è sicuramente un difetto. Ma un difetto che trova la sua

ragione, e la sua scusa in uno dei caratteri più eminenti dell'ingegno

del Boccaccio.

Il quale, mentre amava Maria, mentre scriveva i suoi romanzi amorosi,

mentre si dava bel tempo nei lieti ritrovi di Napoli, aveva anche il

pensiero ai suoi diletti studi umanistici, e si apparecchiava ad essere

dell'umanismo uno dei più operosi fondatori. Il modo appunto col quale

il Boccaccio cerca di giustificare e trasfigurare l'impetuosa passione

di Fiammetta con modelli e confronti delle antiche leggende d'iddii

e d'eroi, mostra che per le più intime disposizioni dell'animo suo,

per il suo impulso, forse sfrenato ma profondamente ragionato verso

lo svolgimento della piena e intera natura umana, egli non trovava

riscontro e risposta se non nella libera e agitata umanità dell'antico

mondo greco. E così quando egli nella seconda metà della sua vita si

venne con sempre maggior fervore rivolgendo agli studi classici, potè

fare il suo ingresso nel mondo antico come persona ad esso legata da

intima affinità, e potè condurre quegli studi ad uno svolgimento e

a una perfezione che hanno avuto un effetto decisivo per la cultura

moderna[9].

Il Boccaccio fu il primo che si applicasse con profitto allo studio

del greco, fu il primo che possedesse un manoscritto completo di Omero,

che egli leggeva col calabrese Leonzio Pilato, a cui diede ospitalità

nella sua povera casa, e per il quale ottenne che fosse nello studio

fiorentino istituito un pubblico insegnamento di lingua greca. Potè

così scrivere il suo trattato della _Genealogia degli Dei_, vasta

compilazione nella quale è raccolta la sua erudizione mitologica e che

per quei tempi è cosa prodigiosa.

Certo su questo indirizzo dell'operosità del Boccaccio dovè esercitare

non piccola influenza il Petrarca. I due grandi uomini s'incontrarono

la prima volta nel 1350, quando il Petrarca passò per Firenze,

diretto a Roma. E nell'anno seguente, al Petrarca portò il Boccaccio

a Padova la lettera del Priore delle Arti, del Popolo e del Comune di

Firenze, colla quale gli si rendevano i beni già confiscati al padre

suo e s'invitava a ritornare alla patria. — “Vieni, gli scrivevano,

vieni, o aspettato. Abbastanza vagasti intorno; città e costumi di

straniere nazioni ti furon conti abbastanza. Te ogni privato, te

nobili e plebei, te i domestici lari, te i ricuperati poderi invocano

e chiamano.„ — Forse questa lettera così abbondante d'affetti fu

scritta dal Boccaccio stesso, e noi possiamo figurarci con che gioia

egli si movesse per portarla al suo grande amico, in quali dolci

colloqui si trattenesse con lui. Essi trascorsero insieme alcuni

giorni deliziosi; mentre il Petrarca era allora tutto intento agli

studi teologici, il Boccaccio si trascriveva avidamente una parte

o l'altra delle opere di lui; verso sera scendevano nel giardinetto

ridente nel lusso della vegetazione primaverile, e si ricreavano in

isvariati colloqui[10]. Per il Boccaccio, il Petrarca era una specie di

divinità; egli lo chiama sempre maestro suo, e lo proclama santissimo

esempio di onestà, famosissimo poeta, arca di verità, splendore di

virtù, gloria della facoltà poetica; egli, modesto e buono, spera di

aver fama dopo la morte sol perchè fu in corrispondenza col Petrarca

“Questo mi fa sicuro, egli dice, che così almeno il mio nome alla più

tarda posterità giungerà venerabile, chè non potranno gli assennati

creder dappoco e neghittoso un uomo cui tu frequenti e lunghe lettere

scrivesti.„ E quelle lettere ordina amorosamente in volume, e si

affatica a trascriver per lui opere antiche, e lo circonda di un

amore, di un rispetto, di una venerazione, che ci svelano (se pur ce

ne fosse bisogno) tutta la bontà di quell'anima. Si fa piccolo davanti

a lui, gli scrive che ha bruciate le proprie poesie dopo aver letto le

sue. Gli parla de' cari suoi, della figlia, della piccola nipote, del

genero, con un affetto candido e vivo, e dal quale apparisce quanto

fosse sensibile il suo cuore, quanto squisitamente nei suoi affetti

gentile. Non vi dispiaccia sentir questa pagina; colui che scrive

è quel Boccaccio che tante volte fu chiamato maestro di lascivie e

corruttore del costume. Viveva a Venezia col marito e con una piccola

bambina, Francesca figliuola del Petrarca; lei visitò il Boccaccio, e

così all'amico ne scrive: “Riposatomi alquanto mi recai alla casa di

lei per salutarla, la quale saputo appena ch'io v'era, non altrimenti

che fatto avrebbe per il tuo ritorno, lietissima in volto mi corse

incontro, e tinta alcun poco di rossore, poichè mi fu accanto, chinati

a terra gli occhi in atto di modestia e di filiale affezione, mi

fe' un gentile saluto e a braccia aperte mi ricevette. Dio buono!

M'accorsi tosto che ella adempieva un tuo ordine, vedi la fiducia che

in me voi tutti ponete, e di essere veramente tutto cosa tua io meco

stesso mi rallegrai. E poichè d'alquante cose e delle recenti novelle

si fu parlato alcun poco, scendemmo nel tuo orticello, ed ivi con più

aperte e più tranquille parole, la casa, i libri, e tutto quanto è tuo

e quanto è suo con matronale gravità, perchè il prendessi, m'offerse.

Ed ecco, mentre noi parlavamo, a passo più posato che a quella età

non si convenga, a noi venire la tua delizia, Eletta tua, che prima di

parlarmi mi guardò sorridendo; ed io non lieto soltanto, ma avidamente,

tra le braccia la strinsi. Al primo aspetto parvemi rivedere la mia

bambina. Eguale a quello della mia figliuoletta è il viso della tua

piccola Eletta; eguale il sorriso, eguale la vivezza dell'occhio, il

gestire, l'andare, sebbene più grandicella e d'età un poco maggiore

fosse la mia, che già toccava cinque anni e mezzo quando la vidi per

l'ultima volta.... Ahimè infelice! quanto soventi volte abbracciandola

teneramente e prendendomi diletto di favellare con lei, la memoria

della mia bambina perduta mi fece prorompere in pianto.„

Se grande però era la venerazione del Boccaccio per il Petrarca, egli

sapeva anche a tempo parlargli con quella franchezza ch'era propria

di lui. Giunse un giorno all'orecchio del Boccaccio che il Petrarca

aveva accettato l'ospitalità dei Visconti, e all'uomo povero e onesto

parve ciò imperdonabil delitto, tanto più che egli si ricordava come

già nel loro soggiorno a Padova avesse udito l'amico gridare contro le

tirannide dei signori di Milano. E presa tosto la penna gli scrisse,

ricordandogli prima com'egli a Padova parlasse dello stato infelice

dell'Italia, e della tirannia dell'arcivescovo Giovanni Visconti; “ti

dirò il vero, io sono rimasto di sasso, ed ho detto, è impossibile. Ma

poi da una tua lettera stessa sentii la notizia accertata. Oh Dio! chi

mai avrebbe potuto aspettarsi tanta mobilità di carattere? Chi avrebbe

creduto che per avidità tu potessi così rinnegare la tua fede? Hai

forse fatto ciò per vendicarti dei tuoi concittadini? Ma quale uomo

di onore, se anche avesse ricevuto qualche torto dalla sua patria, si

unirebbe coi nemici di lei? Oh quanto hai tu mortificato con questo

atto i tuoi ammiratori ed amici, che non si stancavano mai di lodarti

e di proporti ad esempio a ogni virtù?„

Queste parole franche e fiere, questo rivolgersi con tanto coraggio

all'uomo ch'ei chiamava maestro, che circondava di tanto rispetto,

ch'era per lui quasi un idolo, ci mostra quanto nobile fosse il

carattere del Boccaccio, e come egli sentisse altamente gli obblighi

dell'amicizia. Non egli certo, che era pure angustiato dalla povertà

e che così infelice si trovava sotto il duro tetto paterno, non egli

avrebbe sacrificata la propria dignità e il proprio onore, sino a

divenire l'ospite dei più feroci tiranni d'Italia. Vero è che il

Petrarca con uno di quei gridi d'orgoglio che gli uscivano di tratto

in tratto dalle labbra si giustificava dicendo: non sono già io che

vivo presso i principi, sono essi che vivono presso di me. Ma queste

non erano che frasi. Il Boccaccio nella sua integrità sentiva che

l'amico suo era colpevole, colpevole d'ambizione e di cupidigia, e a

viso aperto dicevagli quel ch'era il vero, affrontando così lo sdegno

dell'uomo che pur gli era supremamente caro.

Nè questo è tutto: a certi superbi disdegni del Petrarca sapeva il

Boccaccio opporsi senza tergiversazioni e senza timori. Egli aveva un

vero culto per Dante, e doveva sapere che l'amico suo poco l'amava e

forse in cuor suo disprezzavalo. Onde un giorno gli mandò un esemplare

della _Divina Commedia_, accompagnandolo con un carme latino, nel quale

traspare tutto il suo entusiasmo per l'Alighieri, e nel quale, ancora,

non manca un po' di maliziosa ironia per il disdegno Petrarchesco.

Accogli, dice, accogli quest'opera gradita ai dotti, mirabile al

volgo.... nè ti sia duro mirar versi che tengono la loro armonia sol

dalla patria favella: sono d'un poeta esule, che, gran peccato della

fortuna, non ebbe corone.... Accogli, ti prego, questo tuo concittadino

e dotto insieme e poeta; accoglilo, leggilo, uniscilo a' tuoi, onoralo,

lodalo....

Questa schiettezza, dice il Gaspary, colla quale il Boccaccio riconosce

la grandezza degli altri, ce lo rende specialmente simpatico. E l'amor

suo a Dante dimostra com'egli meglio del Petrarca intendesse per quale

via oramai, dopo il grande poema dantesco, dovesse porsi la letteratura

italiana.

E a porla su quella via contribuì egli potentemente. Il Petrarca

spregiava il volgare, non si riprometteva fama che dalle opere

latine, si vergognava, da vecchio, di avere scritto il Canzoniere. Che

sarebbe accaduto della nascente letteratura, se questo concetto avesse

prevalso? Ma il Boccaccio seppe tenere in pregio la lingua italiana, ed

egli, così fervido amatore de' greci e de' latini, scrisse in volgare

la maggior parte delle opere sue, apparecchiandosi così a quella tra

esse, che fa di lui uno de' patriarchi della nostra letteratura.

Il _Decamerone_ è, come ben sapete, una raccolta di cento novelle.

La novella era un genere letterario che piacque grandemente al

medioevo: che gli piacque per quell'ardente desiderio dei racconti

che era comune a tutti nell'età infantile dei popoli europei; che

gli piacque ancora, perchè potè usarne largamente per i suoi istinti

e pei suoi scopi di misticismo. Tutta una ricca serie di opere ci

mostra questo speciale carattere della novella dell'età di mezzo: il

carattere cioè di servire ad una data applicazione morale, o più spesso

ad un precetto ascetico: ed è notabile il fatto, che, per servire a

ciò, essa non rifugge dalla narrazione delle cose più stravaganti e si

tuffa anzi ben spesso in tutto quello che può esserci di più ributtante

e di più sconcio, di più sciocco e di più immorale. In quei libri è

una mescolanza continua di turpe e di ridicolo. Ma cosiffatto è il

misticismo dell'età di mezzo: un idiotismo delle menti, rimpiccolite e

annebbiate dall'oltremondano, che non sanno uscir mai da quel ristretto

giro d'idee, dove inesorabilmente le confina il falso concetto che si

son fatto della vita e del mondo; dove le costringe quel deperimento

morale della coscienza, quella mancanza del sentimento umano, tutto

insomma quell'insieme di condizioni patologiche onde si compone il

medioevo. La reazione contro un tale sonnambulismo dei cervelli non

mancò: ben presto il giullare francese intuonò il suo fabliau gaio

e mordace. Ma il fabliau è tutto quello che può immaginarsi di più

ruvido, di più scopertamente basso e triviale. Esso non conosce nè

eleganza, nè delicatezza di forma, nè elevatezza di sentimento. È quasi

un grido brutale che si sprigiona dall'anima inconscientemente. Per

quale ragione dunque, come scrive il Villari, quei personaggi incerti,

fantastici, e astratti de' racconti francesi, che traversan come

ombre tutto il medioevo, divengono a un tratto personaggi reali nel

_Decamerone_? In esso troviamo, con la più pura ed elegante favella,

descritta la intricata e molteplice vicenda delle cose umane. Il

maraviglioso e l'impossibile spariscono e ci viene invece riprodotto

quel contrasto di capricciosa fortuna e di umane passioni, che crea la

mutabilità della nostra sorte. Il poeta ha una grande esperienza degli

uomini, ed un continuo sogghigno sulle labbra, poichè egli vede, sotto

la sua penna, un mondo di sogni e di fantasmi trasformarsi nel mondo

reale di uomini schiavi delle loro passioni e dei pregiudizi che essi

medesimi crearono. Quella tendenza che noi osserviamo continuamente nel

Boccaccio di dar carattere storico ai suoi personaggi, di determinare

la nascita, la patria, la vita, il nome di uomini che vissero solo

nella fantasia del popolo, ci prova chiaro il bisogno di realtà e di

verità, che è in lui come in tutti i nostri grandi scrittori.

Tutte infatti le figure del Boccaccio sono di rilievo, sono caratteri

che egli ha studiato, e che ci mette sotto gli occhi vivi, parlanti.

Le sue novelle sono azioni drammatiche ritratte dal vero. Noi possiamo

scegliere là dentro quel che vogliamo da ser Ciappelletto a Belcore,

da Calandrino a Griselda, da Masetto da Lamporecchio a frate Alberto:

troveremo sempre una grandezza di rappresentazione, una pittura così

oggettiva, dei tratti di pennello così franchi, decisi, presi dal

vero; una grandiosità d'insieme e una cura minuta dei particolari che

inutilmente si cercherebbero nelle produzioni dei tempi anteriori.

Il _Decamerone_ è una grande opera d'arte, è la commedia umana in

tutti i secoli, in tutti i paesi, in tutte le condizioni, disegnata

sul fondo della natura al lume della ragione. Niuno dopo Dante e

prima dello Shakespeare creò come il Boccaccio tante figure diverse,

in tante diverse posizioni[11]. Se in un luogo egli rappresenta scene

colte sul vivo nella più abietta vita napoletana, altrove si piace

novellando dar prova che amore è fonte d'ogni virtù; e contro il

medioevo che malediceva la donna egli se ne fa difensore, e contro il

medioevo adoratore de' cherici, egli se ne fa flagellatore indomabile:

non flagellatore colla satira terribile dell'Alighieri, ma col riso

beffardo, ond'ha reso immortali le figure di frate Alberto, del prete

di Varlungo, del proposto di Fiesole e d'altri mille.

Io non posso entrare, davanti a voi, o signore, in particolari

minuti sulle novelle del _Decamerone_, o almeno su quelle che più

meriterebbero studio. Ma per darvi un'idea della geniale malizia,

della finezza comica di messer Giovanni vi citerò due esempi: quello

di ser Ciappelletto e del giudeo Abraam. Ser Ciappelletto (che noi

sappiamo oggi essere stata persona reale) è dipinto come un grande

bestemmiatore, un falsario, un ladro, un usuraio, il quale persino sul

letto di morte inganna il confessore. Eppure ser Ciappelletto quando è

morto diventa un santo e tanto cresce la fama della sua santità che a

lui tutti si votano: ed affermasi, dice il Boccaccio, “molti miracoli

Iddio aver mostrati per lui e mostrare tutto giorno a chi divotamente

a lui si raccomanda„: segno questo della infinita misericordia divina.

Vedete voi spuntare un sorriso motteggiatore sulle argute labbra di

messer Giovanni, mentre scrive quelle parole? Come meglio poteva egli

deridere le facili credenze del volgo negli impostori e negli ipocriti,

come meglio smascherare le arti dei bricconi che voglion passar per

santi?

Più acuta e tagliente ancora la satira nella novella di Abraam, il

quale è un giudeo che istigato a farsi cristiano vuol prima andare

a Roma “e quivi vedere colui il quale tu di' che è Vicario di Dio in

terra e considerare i suoi modi e i suoi costumi, e similmente de' suoi

fratelli cardinali; e se essi parranno tali che io possa comprendere

che la vostra fede sia migliore che la mia„ io mi farò cristiano.

Ora cosa accade? Il Giudeo va infatti a Roma, osserva il papa e i

cardinali, vede che essi sono golosi, bevitori, ubriachi, avari,

simoniaci, coperti insomma d'ogni più ignominioso peccato; e allora si

fa davvero cristiano, poichè, egli dice, se tanti prelati e lo stesso

pastore supremo si affaticano instancabilmente a distrugger la Chiesa,

e ciò nondimeno essa vive ancora, segno è che lo Spirito Santo ne è

fondamento e sostegno.

Se Dante aveva dannati tragicamente papi e cardinali all'inferno,

comicamente ora il Boccaccio li metteva alla gogna; più atroce pena,

forse, di quella, perchè traentesi dietro uno scroscio di risa, non

cessato ancora traverso i secoli.

E se delle risa che suscita il _Decamerone_ sui preti, sui frati,

sugli amanti, sui mariti, sulle donne cattive e sugli uomini gonzi,

su tutta una turba infinita che ci passa davanti viva, vera, sublime

nella sua comica realità, io potessi parlarvi, sentireste quanto sia

vero quello che disse un moderno, essere stato il Boccaccio il più

terribile vendicatore dei diritti umani contro le ascetiche malvagità.

Ma il silenzio mi è imposto su questa che è certo la più bella e

caratteristica parte del _Decamerone_. Permettetemi solo ch'io vi dica

ancora come sapesse il Boccaccio mirabilmente infondere uno spirito

nuovo nell'antica leggenda, e anche qui innestare la nota comica nel

tragico racconto, creato dalle malate fantasie medioevali. Tutti i

volghi d'Europa tremarono un giorno al racconto della caccia infernale.

Un povero carbonaio, mentre vegliava nella sua capanna a guardia

della fornace, sentì, a mezzanotte, alte grida di dolore. Uscì per

vedere quello che fosse, e vide venir correndo e stridendo una femmina

scapigliata e ignuda e dietro le veniva un cavaliere in su un cavallo

nero correndo, con un coltello ignudo in mano, e dalla bocca e dagli

occhi e dal naso del cavaliere e del cavallo uscia fiamma di fuoco

ardente. Giunta alla fornace, la femmina corre intorno ad essa, ed ivi

è raggiunta dal cavaliere, che l'afferra per i capelli svolazzanti, la

trafigge col coltello nel petto e la getta nella fossa ardente, dalla

quale poi la ritrae viva e fugge con essa. Quella donna e quel suo

persecutore erano stati nella vita una dama e un cavaliere che si erano

amati ardentemente, e per lui la donna aveva ucciso il marito, onde era

stata condannata ad essere ogni notte uccisa ed abbruciata dall'amante,

che provava egli stesso quei tormenti dei quali era esecutore.

Tale, in una delle sue svariate versioni, la leggenda della caccia

infernale, narrata da Elinando, da Vincenzo di Beauvais, dal Passavanti

e da altri, e procedente forse dal mito nordico del dio Wuotan

cacciatore demoniaco inseguente la donna selvaggia.

Sentite ora il Boccaccio: Nastagio degli Onesti, da Ravenna, amava

perdutamente una fanciulla de' Traversari, la quale sempre si era

all'amor suo rifiutata, ponendo il giovane alla disperazione. Per

tentare di dimenticarla o di mitigare almeno la sua cocente passione,

partì egli da Ravenna per Chiassi, e, quasi inconsapevole di quel

che faceva, s'inoltrò una sera nella pineta, sempre pensando a colei

ch'era verso di lui tanto crudele. “Quando (son le parole stesse del

novelliere) subitamente gli parve udire un grandissimo pianto e guai

altissimi messi da una donna; perchè rotto il suo dolce pensiero,

alzò il capo per vedere che fosse.... e vide venir correndo verso il

luogo dov'egli era una bellissima giovane ignuda, scapigliata e tutta

graffiata dalle frasche e da' pruni, piangendo e gridando forte mercè;

ed oltre a questo le vide ai fianchi due grandissimi e fieri mastini,

li quali duramente appresso correndole, spesse volte crudelmente

dove la giungevano la mordevano; e dietro a lei vide venire, sopra

un corsiero nero un cavalier bruno, forte nel viso crucciato, con

uno stocco in mano, lei di morte con parole spaventevoli e villane

minacciando.„ Il cavaliere, da Nastagio interrogato, gli disse esser

stata quella donna ribelle all'amor suo, ond'ei si uccise: ed essere

stati ambedue condannati all'inferno con questa pena: “a lei di

fuggirmi davanti, ed a me, che già cotanto l'amai, di seguitarla come

mortal nimica, non come amata donna; e quante volte io la giungo,

tante con questo stocco col quale uccisi me uccido lei, ed aprola per

ischiena, e quel cuor duro e freddo nel qual mai nè amor nè pietà

poterono entrare, coll'altre interiora insieme le caccio di corpo

e dòlle mangiare a questi cani. Nè sta poi grande spazio ch'ella,

sì come la giustizia e la potenza di Dio vuole, come se morta non

fosse, risorge, e da capo comincia la dolorosa fuga e i cani ed io a

seguitarla; ed avviene che ogni venerdì in su quest'ora io la giungo

qui, e qui ne fo lo strazio che vedrai.„ Nastagio degli Onesti, udendo

queste parole, pensò di trar profitto per sè della strana avventura,

fece in modo che la fanciulla de' Traversari assistesse il venerdì

successivo all'orrendo spettacolo; e questa tanto spavento ne ebbe e

tanto temè che un giorno potesse accadere a lei il simigliante, che

all'amor suo arrendendosi divenne sua moglie. “E non fu, conclude il

malizioso Certaldese, non fu questa paura cagione solamente di questo

bene, anzi sì tutte le ravignane donne paurose ne divennero, che sempre

poi troppo più arrendevoli a' piaceri degli uomini furono, che prima

state non erano.„

Questa novella, osserva un moderno, par quasi la parodia della

leggenda. Quella finisce col terrore degli ascoltatori, e

coll'esortazione alla penitenza; la novella Boccacesca consiglia alle

donne d'esser pieghevoli all'amore e si chiude con una risata. Il mondo

leggendario tramonta; ciò che prima aveva atterrito i cuori diventa ora

un sollazzo per la mente.

Il gran libro del Certaldese è insomma un documento del più alto valore

per la storia del pensiero umano. In esso noi troviamo i più forti e

caratteristici segni della reazione contro tutte le idee medievali,

sia nelle novelle che ci mostrano il Boccaccio ardito propugnatore

della libertà di coscienza, sia in quelle dove flagella gli ipocriti,

i falsi spacciatori di miracoli, i preti attentatori all'onore delle

famiglie, le monache nasconditrici delle loro debolezze nel segreto

de' claustri profanati. Ci sono nel _Decamerone_ certi tipi immortali,

che a ricordarli solo, si sente come per essi fosse colpita a morte

tutta un'età; ser Ciappelletto, fra Cipolla, Martellino, Masetto da

Lamporecchio, Rustico Monaco, frate Alberto celebrano il gaio funerale

del medioevo, cantano l'alba del mondo moderno. Oramai i nuovi tempi

sono maturi. Si torna ad avere un concetto più giusto della vita e

della natura: il mondo non è più nè disprezzato nè maledetto, non è più

fatto antitesi del bene, della felicità, della virtù; dalle nebbie del

paludoso misticismo, s'innalzano gli uomini a più serene e luminose

regioni, dove la verità e la bellezza si abbracciano, immortali

sorelle. L'uomo rinasce, e con lui riprende i suoi diritti l'umana

ragione e più vasti orizzonti si aprono al suo emancipato pensiero.

Le ricche forme del mondo greco-latino, le sue rosee immagini, i suoi

caldi colori, riconciliano natura e spirito, idealità e materia; e

al contatto di esso tutto si rinnovella, la politica, la religione,

l'arte e la letteratura. Vedete: già sono sulla soglia della storia

il magnifico Lorenzo, nel quale così mirabilmente si armonizzeranno la

tradizione e l'attualità, e il dotto Poliziano che sarà come la sintesi

vivente dell'elemento classico e popolare; il Masaccio che studierà

gli effetti del rilievo, il chiaroscuro, lo scorcio, il colorito: il

Pollaiuolo che scorticherà i cadaveri per cercare i muscoli. Questo

ringiovanire delle forze umane, estenuate nell'affannosità dei sospiri

ascetici e dei sillogismi scolastici, questo ricongiungersi del

pensiero alla terra e all'umanità e staccarsi dal simbolismo e palpare

con mano amorosa la natura ignuda, era ben necessario perchè potessero

educarsi alla scuola della ragione e della esperienza i politici,

i riformatori, i filosofi, tutti i grandi preparatori della moderna

civiltà.

E a questo nuovo mondo, uscente dalla tetra necropoli del medioevo,

diede alito vivificatore il Boccaccio; il buono e tranquillo messer

Giovanni, che fu dispregiatore degli onori, sempre sereno nella sua

grande coscienza di artista, innamorato sopra tutto della gloria e

delle belle donne, e che scese nel sepolcro povero, egli che lasciava

al mondo i tesori della sua prodigiosa ricchezza.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 67 / 80 题