Se, pigliando alla lettera il tema assegnatomi, avessi a narrarvi
per filo e per segno i fatti compresi sotto i due nomi di Svevi ed
Angioini, dovrei, pur non oltrepassando il secolo XIV, narrarvi per
lo meno un dugento quarant'anni di storia. Che se poi, dopo avervi
mostrata intiera la parabola storica, ascendente e discendente, della
dinastia Sveva, volessi fare altrettanto per l'Angioina, seguendola
fino al tempo che, morta la seconda Giovanna, finisce con essa la
linea principale della Casa d'Angiò, e nella monarchia dell'Italia
meridionale le sottentra con Alfonso il magnanimo la dinastia
Aragonese, dovrei, a dir poco, narrarvi più di trecent'anni di storia,
e di quale storia! Della più varia, più complicata, più intricata anzi
di tutto il nostro Medio Evo; trecento e più anni, nei quali tutte
le instituzioni, che compongono la tela del terribile dramma, fanno
l'estremo di lor prove, si svolgono, si combattono, vincono, sono
vinte, e dopo avere nei loro contrasti perpetui, nelle loro antitesi
inconciliabili mandati a male, non dirò i possibili tentativi, ma le
meno utopistiche occasioni d'una qualsiasi ricostituzione nazionale,
consumano tutta la vita politica italiana, compiono un intiero ciclo di
storia e con esso ancora un intiero ciclo di civiltà, che d'italiana si
trasforma in mondiale, e dà luogo ad una mutazione così profonda, che,
come evoluzione civile, torna bensì col Rinascimento a beneficio di
tutti, ma, come vicenda di storia, si chiude nella catastrofe politica
dell'Italia medievale, destinata, com'altri disse, a morir sola per la
salvezza di tutti.
Non vi spaventate, o signore, di tale orribile ampiezza di disegno.
Sarò al possibile misericordioso e con voi e con me. Il Tommasèo
consigliava di studiare la storia per circoli concentrici e sempre
allargantisi, vale a dire sempre più comprensivi di un maggior numero
di particolari. Per questa volta converrà invertire il metodo proposto
dal Tommasèo, e dai circoli esteriori e più larghi venir dritto ai
più interni e più ristretti, scegliendo, fra tanta congerie di fatti e
tanta ressa di personaggi storici di capitale importanza, quelli che
sono più spiccatamente caratteristici dei varii periodi che dobbiamo
percorrere; quelli che più ci giovino quindi, se non a penetrare,
ad intendere alquanto il mistero di quella torbida vita italiana dei
secoli XIII e XIV e che più s'attengano come sfondo di quadro storico
e come fonte d'inspirazione ai sentimenti, ai pensieri, alle creazioni
d'arte del triumvirato toscano, le cui opere immortali fecero di
Firenze la vera Roma del Medio Evo e sono quest'anno il principale
soggetto di queste conferenze.
Anche per scegliere però c'è di troppo, e a persuadervene vi basti
ricordare quanti e quali fatti, fra quelli soltanto di ordine
più generale, sono coinvolti nel destino della dinastia Sveva e
dell'Angioina: la seconda e terza lotta fra il Papato e l'Impero, le
quattro ultime Crociate, la prima e la seconda Lega Lombarda, l'apogèo
della teocrazia con Innocenzo III e la sua decadenza con Bonifazio
VIII, il tentativo di Federico Barbarossa d'imporre all'Italia la
sovranità tedesca e quello di Federico II di far dell'Italia il centro
e la sede d'un nuovo Impero, la monarchia dell'Italia meridionale
congiunta all'Impero e poi separatane per sempre per la tenace e
implacabile politica dei Papi, l'espansione italiana dei tre primi
Angioini di Napoli e la decadenza della dinastia iniziata dal Vespro
Siciliano, il Comune finalmente, che nell'Italia superiore sostiene
contro l'Impero con federazioni transitorie i diritti penosamente
conquistati, pur non cessando mai un momento le proprie lotte interiori
di Guelfi e di Ghibellini, e coi podestà e coi capi militari inclinando
ben presto a signoria, mentre in Firenze invece, nel Comune più tardivo
a svolgersi, ma straziato esso pure dalle medesime lotte interiori,
la parte popolare sormonta, e, superata la forza dell'Impero, vinte le
insidie papali e francesi, esplica tutte le sue potenze fino alle più
tiranniche e diviene il tipo del Comune guelfo e democratico, sicchè
dir Parte Guelfa e dir Comune di Firenze è tutt'uno.
Questi i fatti, ripeto, di ordine più generale, e non son tutti. Dei
personaggi non parlo. Sono tutti gli attori della _Divina Commedia_,
che, sparsi e variamente atteggiati, incontrate qua e là nelle bolgie
d'inferno, sul monte del Purgatorio, nei nove cieli tolemaici del
Paradiso, perchè la _Divina Commedia_ è principalmente lo specchio
della vita politica dell'Italia nel tempo di cui ci occupiamo; la
_Divina Commedia_ si profonda anzi talmente nel più fitto baratro
delle lotte contemporanee e soprattutto fiorentine, che quanto è ad
esse estraneo quasi non vi trova luogo, e di certi fatti, che pur
sono grandissimi, di certi personaggi, che pur sono famosi, di certe
città, illustri nella storia, Dante non parla o vi accenna appena. Non
saprei spiegarmi in altro modo certi silenzi d'un poema storico per
eccellenza, qual è quello di Dante. Di Venezia, ad esempio, che, come
sapete, rimane fuori dalla lotta delle fazioni italiane, nulla dice.
Federico Barbarossa è nominato appena con una parola incerta fra la
stima e l'ironia. Di Enrico VI nulla. Di Federico II in persona il nome
soltanto fra gli eresiarchi ed altri, poi parla di lui per ricordo.
E tutti e tre questi Svevi chiama i tre _venti_, i tre uragani, come
pare che debba intendersi, i quali hanno sconvolto il mondo, e non più.
E tant'altri potrei accennare di questi silenzi e di queste reticenze
dantesche. Ma se poco dice dei primi Svevi, non è così degli ultimi,
non è così degli Angioini, più strettamente collegati alle fortune
del Comune di Firenze; sicchè, scegliendo solo fra i personaggi della
storia quelli che entrano nel poema dantesco, potremmo conoscerli, se
non tutti, quelli, almeno, che importa più di conoscere. E le figure
che vi atterriscono nella _Divina Commedia_, quelle pure che son
nominate ad ogni momento e quasi con riverente terrore nel _Novellino_,
vecchia raccolta d'indole ben più umile e popolare, vi fanno ridere
nel _Decamerone_ e nelle novelle di Franco Sacchetti, e tuttavia sono
press'a poco le stesse; ma sotto la celia comica del Boccaccio e del
Sacchetti si vede già che la solennità tragica delle grandi lotte
italiane sta per dissolversi, si vede già che nel periodo di storia,
il quale comprende gli Svevi e gli Angioini, si viene compiendo la
trasformazione della società medievale in moderna, tant'è che la
modernità già si mostra coi rosei bagliori dell'alba nel Petrarca, il
quale libera dai veli e dalle oscurità del Medio Evo la scienza, la
donna, l'amore; sebbene poi, allorchè vagheggia, come uomo politico,
un rimedio all'anarchia italiana, esso pure non sappia trovarlo che
nel passato, nel concetto cioè universale di Roma e d'Impero, ed il suo
pensiero si riscontri anzi quasi identico a quello che cent'anni prima
ferveva nella mente di Federico II. Quanto v'ha di nuovo e di profetico
nell'opera sua forse sfugge al Petrarca, perchè i contemporanei
ignorano il senso storico dei propri atti. Nella letteratura stessa,
quando è più prossima l'evoluzione del Rinascimento, Franco Sacchetti,
morto il Petrarca nel 1374, morto il Boccaccio un anno dopo, crede
tutto finito e sclama disperato:
Or è mancata ogni poesia,
La stagione è rivolta,
Se tornerà, non so, ma credo tardi;
e ciò quasi al momento stesso che fra la morte di Roberto d'Angiò
e quella delle sue due figliuole, Giovanna I di Napoli e Maria di
Durazzo, tra il 1343 e il 1382, la fortuna degli Angioini s'avvia alla
sua estrema ruina.
Quantunque precedente in ordine di tempo ai due secoli, che più
specialmente ci sono assegnati, mi sarebbe impossibile parlarvi degli
Svevi e non prender le mosse almeno da Federico Barbarossa. Quando nel
1154, eletto già da due anni Imperatore, egli discese per la prima
volta in Italia, da diciassette anni niun esercito tedesco avea più
varcate le Alpi. Come trovava Federico l'Italia, e che cosa voleva esso
in Italia? Quel che voleva è presto detto: ricostituire i diritti del
regno tedesco sull'Italia come al tempo d'Ottone I. Quel che trovava è
un po' più lungo a dire, ma mostra appunto la difficoltà dell'impresa,
a cui s'accingeva, perocchè i Comuni dell'antico regno longobardo hanno
ormai abbattute le instituzioni del tempo degli Imperatori Sassoni, si
sono ormai messi al posto dei feudatari e riconoscono bensì l'autorità
imperiale, ma ne contrastano l'esercizio ogni volta che lo giudicano
contrario alle loro _buone consuetudini_, che nel linguaggio del tempo
valgono come diritti.
Nel resto d'Italia (e poichè a parlar di Firenze è ancor presto)
Federico trovava la monarchia meridionale, che alle pretensioni
dell'Impero, se ne ha, oppone l'alta sovranità del Papa; trovava il
Papa, che alla sua volta vanta sull'Italia e sul mondo un diritto
superiore a quello dell'Imperatore. Tuttociò indica che un gran
mutamento è avvenuto nei Comuni, nell'Impero, nel Papato stesso, il
qual è ben lontano ancora dall'avere raggiunto tutta la sua grandezza;
ma esso pure, nel momento che Federico scende per la prima volta in
Italia, è travagliato interiormente da avverse tendenze, da tendenze
filosofiche trascendenti a razionaliste, da tendenze mistiche, che
vogliono rivocarlo alla povertà dell'Evangelo, alla separazione dei
due poteri, e queste, uscite dalle scuole francesi d'Abelardo, vengono
ad assalirlo con Arnaldo da Brescia nella stessa sua Roma. Non per
questo il Papa è disposto a transigere coll'Imperatore e occorrendo
si associerà ad ogni suo avversario. Che cosa farà Federico? Sotto
la guida di lui, scrive Giacomo Bryce nel suo bel libro sul _Sacro
Impero Romano_, il potere transalpino compì il massimo de' suoi
sforzi per soggiogare i due antagonisti, che allora lo minacciavano
ed erano all'ultimo destinati a distruggerlo: il Papato e quella che,
con espressione poco esatta, lo stesso Bryce chiama la _nazionalità
italiana_. A tal fine, approfittando delle feroci discordie comunali,
Federico cercherà di opporre i Comuni minori ai maggiori, il contado
alle città prepotenti, ma in questo non riescirà che a mezzo, perchè
pochi Comuni si uniranno a lui insieme coi feudatari (i discendenti
degli antichi invasori barbari) e gli altri Comuni si stringeranno
insieme contro di lui, salvo a straziarsi di nuovo in appresso gli
uni cogli altri. Peggio è che i propositi dell'Imperatore non si
limitano a sottomettere i Comuni. Vuol sottomesso anche il Papa;
vuol tornare anche più addietro del concordato di Worms del 1122;
non pace, ma tregua, che fu, colla quale però si chiuse la prima
lotta fra l'Impero e il Papato. Ora è fatale che questa lotta si
riaccenda e spinga il Papato ad associarsi ai Comuni. Non divamperà
subito. L'Imperatore vuol essere coronato a Roma e il prezzo di tale
concessione è la vita d'Arnaldo. Di fatto Arnaldo può ben essere
per noi un eroe, un precursore, un profeta, ma che cos'era e poteva
essere per Federico? Meno di nulla, e fu immolato. E che cos'era
per Federico quella Repubblica, allora proclamata in Roma, quella
Repubblica colle sue strambe pretensioni classiche di concedere per
gran grazia all'Imperatore i diritti del popolo romano; di _ospite_,
come dicevano, farlo _cittadino_, di _straniero_, farlo _principe_? —
“Ma che linguaggio è codesto? (è naturale che Federico rispondesse).
Sono ombre di morti che parlano o sono pazzi?„ — E la coronazione finì
in una strage.
Sei volte l'Imperatore scese in Italia. Alla quarta la Lega Lombarda,
che giurata già una prima volta a Bergamo, una seconda a Cremona,
pigliò nome dal terzo giuramento di Pontida, è già costituita di
venticinque città; bel moto, non d'indipendenza nazionale (che a
chiamarlo così si commette un anacronismo ridicolo), ma bel moto
nazionale ad ogni modo, stupenda riscossa latina, e che non ha
riscontri nella nostra storia medievale. Alla quinta discesa Federico
è sconfitto nella battaglia di Legnano il 29 maggio 1176. L'indomabile
Imperatore piega dinanzi ad avversari degni di lui, un gran Papa,
Alessandro III, una lega di città eroiche. Ma non chiediamo nè al
Papa di pensare ad altro che al Papato, nè ai Comuni di perseverare
nella Lega per costituire l'Italia in una federazione perpetua. Oibò!
Ognuno ha combattuto colle idee del suo tempo, non con quelle di sei
o sette secoli dopo. Se c'è un solo, che abbia mutato opinione, è il
leale Imperatore, il quale s'avvede che dinanzi al Comune, dinanzi a
questo feudatario nuovo, che nel suo regno d'Italia ha preso un posto
così formidabile, è forza cedere e cede in realtà a Costanza nel 1183,
benchè il Papa avesse già trattato per primo e da sè, e benchè la Lega
Lombarda si fosse già a quest'ora disciolta. Ad ogni modo, ripeto, la
prima Lega Lombarda, Pontida, Legnano sono certamente le più grandiose
ed epiche pagine del nostro risorgimento comunale nel Medio Evo.
Quali che siano i fini della lotta, v'ha Italiani contro stranieri e
la lotta è santa, giusta, gloriosa. Ma v'ha ancora Italiani alleati
dell'Imperatore e ciò in forza delle condizioni e delle divisioni
storiche d'allora, che non si possono giudicare coi sentimenti dei
nostri giorni. Bisogna guardarsi dal recare idee d'altro tempo in
questi conflitti, altrimenti si rischia di non capirci più nulla;
bisogna guardarsi dal _quarantotteggiare_ (permettetemi la parola)
anche nella storia, come quando dir Pio IX e Alessandro III, imperatore
d'Austria e Barbarossa, Goito e Legnano pareva che fosse tutt'uno e che
non facesse una piega.
Ad un ultimo fatto della storia di Federico Barbarossa mi conviene
accennare, ad un ultimo fatto, che ha conseguenze d'estrema importanza.
Quella Milano, ch'egli ha combattuto con tanto accanimento, quella
Milano, ch'egli ha umiliata, distrutta, rasa al suolo e che nondimeno
l'ha vinto, è divenuta ora la prediletta di quel grand'animo di soldato
e di cavaliere, e la ricolma de' suoi favori, e vi celebra, per farle
onore, le nozze di suo figlio Enrico VI con Costanza, l'erede del trono
normanno di Sicilia, le quali nozze danno agli Svevi un diritto di
successione alla monarchia meridionale, nei tempo stesso che gli Svevi
cercano di rendere ereditaria nella loro casa la corona imperiale.
Per tal guisa diventa possibile l'eventuale unione dell'Impero e della
monarchia meridionale italiana; per tal guisa alla lotta perpetua di
preminenza fra l'Impero e il Papato, s'aggiunge un altro argomento, e
più aspro, di nuovi dissidi; per tal guisa il destino di casa Sveva è
più che mai stretto, vincolato indissolubilmente all'Italia. Il caso
volle che di tuttociò si vedessero ben presto gli effetti, perocchè
presa da Saladino Gerusalemme e commosso di tanta perdita tutto il
mondo cristiano, il vecchio imperatore Federico, che già da giovinetto
avea presa la croce, volle finire da crociato la gloriosa sua vita e la
finì non in battaglia, combattendo, ma tragittando un fiumiciattolo,
che lo strascinò nella sua corrente e l'affogò. Strano ludibrio di
destino, che parve allora all'ingenua fantasia dei contemporanei in
tal contrasto, in tale sproporzione, dirò meglio, coll'epica figura
di quest'eroe nazionale tedesco, di questo fulmine di guerra, uscito
vivo da tante battaglie, di questo Ildebrando imperiale, come il Bryce
lo chiama, ultimo forse ad avere schietto e splendente nell'animo
il concetto dell'origine divina della sua potestà universale, a
considerarsi secondo la conferma, che al suo concetto porsero i
grandi giuristi bolognesi, padrone del mondo, fonte della legge,
incarnazione del diritto e della giustizia, che alla sua morte non si
volle credere, e Barbarossa trapassò nella leggenda e nella poesia
come il mito perpetuo e sempre aspettato del Sacro Impero, come il
vendicatore millenario, che tornerà nel giorno assegnato dal destino
per castigare i nemici dell'Impero e della Germania. L'Imperatore
non è morto (canta la vecchia ballata, che potete vedere riprodotta
sino ai giorni nostri nei versi del Rückert, dell'Heine, del Geibel),
l'Imperatore non è che addormentato coi suoi cavalieri in una caverna
inaccessibile dell'Untersberg, aspettando l'ora che i corvi abbiano
finito di svolazzare intorno alla cima del monte e il pero nano di
fiorire giù nella valle, per ricomparire alla testa de' suoi crociati e
riportare alla sempre giovane Germania dalle bionde chiome l'èra della
pace, della forza e dell'unità.
C'è che ire però prima che il misterioso vaticinio si compia. Ma non
è lontano il tempo, che un altro successore degno del primo Federico,
benchè con tutt'altri pensieri, si mostri sulla scena del mondo.
Intanto il figlio di Barbarossa, Enrico VI, doma con selvaggia ferocia
il regno tedesco, tutto sconvolto alla morte del padre, poi tenta due
volte la conquista della Sicilia, spettantegli per diritto ereditario
di sua moglie Costanza, e la seconda volta la prende e la tiene con
così spietata crudeltà di governo, che viene in odio a tutti, alla
stessa sua moglie, la quale movendo dalla Germania per partecipare ai
trionfi del marito avea dato alla luce in Jesi un fanciullo, Federico
II, che i contemporanei chiameranno poi _stuporem mundi_, la meraviglia
del mondo. Ma tra la morte d'Enrico VI e l'anarchia, che le succede
nel regno tedesco a cagione dell'Impero conteso tra Filippo di Svevia
e Ottone di Brunswick, un altro gran Papa, il maggiore dopo Gregorio
VII, è salito sulla cattedra di San Pietro, Innocenzo III, che la
dottrina della supremazia papale formulerà con tal audacia teorica,
e praticherà con tale ardimento, abilità e scaltrezza di politica,
da doverlo considerare come l'ultimo dei grandi Papi del Medio Evo, e
quegli che veramente chiude un'epoca della storia del Papato, siccome
Federico II ne chiuderà e per sempre un'altra della storia dell'Impero.
Dove non ha egli, Innocenzo III, distesa la sua mano?! Durante il
suo papato le crociate, questo gran moto dell'Occidente sull'Oriente,
questo gran moto inspirato, promosso, capitanato sempre dai Papi (anche
quando trovansi fra i crociati i più potenti principi d'Europa), sta
per cambiare carattere, perchè l'antico entusiasmo è sbollito, perchè
la speculazione commerciale e politica (come chiaramente dimostra la
quarta crociata, che piglia Costantinopoli e lascia
Il sepolcro di Cristo in man dei cani),
la speculazione commerciale e politica, dico, vi s'è infiltrata e
prevale in sostanza all'inspirazione religiosa; ma Innocenzo III crea
un'altra specie di crociata, quella contro gli eretici, gli Albigesi
per primi, con che all'astratta supremazia papale surroga una ingerenza
strana e nuovissima nel governo d'uno Stato europeo. Quanto alla
Sicilia, Innocenzo III ha un concetto assai chiaro, che trasmetterà ai
suoi successori: impedire che sia unita all'Impero con un solo sovrano,
e vi persiste, nonostante che la vedova di Enrico VI abbia messo sotto
la sua tutela l'erede diretto degli Svevi e della corona Normanna;
vi persiste sino a che la necessità lo spinge ad opporre Federico II
ad Ottone di Brunswick, a cui è riescito d'arraffare l'Impero. Allora
credendo in poter suo costringere poi il suo pupillo a rinunciare alla
Sicilia, Innocenzo III può dunque morire nella dolce illusione d'aver
sottomesso il mondo al Papato. In quella vece il principio imperiale,
civile, laico, che dir vogliate, è appunto allora che sta per reagire.
È tristo a dirsi, signore mio, ma fra queste azioni e reazioni, fra
questi corsi e ricorsi si travaglia continuamente la storia. È egli
vero, che al di sotto di essi c'è, come crede il Gervinus, una corrente
profonda, che avanza sempre e sempre procede? Speriamolo! Intanto la
supremazia papale di Innocenzo III era un sogno, e quella dell'Impero,
che un altro grand'uomo, Federico II, ritenta, sarà un sogno ancor
essa!
Consideriamo Federico specialmente in relazione all'Italia, perchè al
mio tema mi convien cercar limiti da ogni lato.
Dalla prima Lega Lombarda in poi s'hanno altri esempi e frequenti
di leghe di Comuni, quella di San Donnino, quella di San Ginesio in
Toscana, quella per aiutare Innocenzo III. È bensì vero che ne sono
aiutati talvolta anche Ottone, anche Federico, e che si hanno altresì
leghe di Comuni contro Comuni. Ma infine questa forma persiste. È
forse essa che potrà riordinare stabilmente l'agitata vita dei Comuni
italiani? Oibò! Le leghe sono uno spediente transitorio. Gli odii
sopravvivono; lo strazio persiste; per le più futili cagioni i Comuni
si combattono, ed una caricatura profondamente storica, nonostante
i suoi anacronismi, è la _Secchia Rapita_ del Tassoni, che tutti
conoscono. Non basta! La lotta è anche dentro il Comune, permanente,
indomabile, fra classe e classe, fra una contrada e l'altra, fra una
casa e l'altra. Non importa contare le sette od ottomila guerre di
Comuni, che ha noverato il Ferrari. Bastano i versi di Dante:
E l'un l'altro si rode
Di quei che un muro ed una fossa serra.
Come fa, ciò nonostante, a vivere il Comune? Eppure, non soltanto
vive, ma oggi è guelfo, domani è ghibellino, a seconda che l'una
o l'altra parte prevale, e nondimeno questo nocciolo centrale,
quest'unità primitiva, che si chiama Comune, non si dissolve. Oh,
vorrei ben vedere quanto resisterebbero oggi a tali prove i nostri
grandi congegni parlamentari ed amministrativi! Quell'unità del
Comune ha pur dunque saputo imporsi alle divisioni delle parti.
Perchè non potrebbe un'unità superiore imporsi ai Comuni? Non ha già
il Comune una autorità unificatrice nel Potestà, che per i patti di
Costanza era imperiale ed ora è suo? non è il Podestà straniero per
rappresentare appunto una giustizia superiore ai partiti? e perchè
non si può avere un Podestà straniero e più alto, che molti Comuni
rispettino? Potrebbe essere un gran papa, se Innocenzo III non fosse
morto. Sarà invece un grande imperatore? Sarà Federico II? È questo,
o signore, il suo gran tentativo. Chi potrebbe osarlo meglio di lui?
“È il più italiano, dice il Del Lungo, anzi il solo italiano fra quei
Cesari ghibellini„; ha sangue normanno e tedesco nelle vene, è nato
in Italia, è imperatore in Germania, è re in Sicilia, è, soggiunge
il Lanzani, sveglio e immaginoso come un Italiano, ardito e scaltro
come un Normanno, scettico come un Greco, voluttuoso come un Arabo,
tenace come un Tedesco; è bello, cultissimo, parla cinque lingue,
ha il pensiero libero, la mente sagace, pochi scrupoli, diplomazia
sopraffina. Quale attitudine gli manca ad una grande impresa, come
quella di pacificare i Comuni e riunirli sotto di sè, egli, che è già
signore diretto di così gran parte d'Italia? C'è di più. Federico ha
il concetto dello Stato laico ed accentratore (le sue costituzioni
melfitane del 1231 lo dimostrano) quasi come un moderno. Non ha, non
vuole ombre medievali intorno a sè, ma gaiezza, luce, amore, poesia.
Fra le più rabbiose contese reca un alto senso di tolleranza scettica
e filosofica. Predilige le scienze, le arti, le lettere, tanto che
v'ha chi anche oggi sostiene che la poesia italiana è nata alla sua
Corte. Quanto a me, quest'opinione ho per troppo assoluta; e il fatto
m'è sempre sembrato assai più complesso, e non così determinabile di
tempo e di luogo. Comunque, l'affermazione di Dante è in suo favore ed
è tutto dire, sebbene la poesia aulica siciliana sia assai povera di
contenuto e la più aduggiata d'influenze straniere. Ma ciò non scema
nulla all'agile ingegno di Federico, che, curioso e indagatore, ama,
oltre le lettere, la scienza, non solo nelle sue indagini pazienti, ma
ancora nei suoi deliri. Si tiene accanto uno dei più grandi ingegni
del tempo, Pier delle Vigne, e dal nulla lo solleva ai primi onori.
Ha una corte splendida; gli fa corona una figliuolanza bellissima; ben
sedici figliuoli gli conta il Raumer, lo storico degli Hohenstauffen.
I cronisti e i novellieri del tempo lo ammirano. “Lo vidi una volta e
lo amai„ dice fra Salimbene, che pure era guelfo ardentissimo. Tutto
questo, o signore, vi indica una personalità straordinaria, una figura,
che non ha riscontri in tutto il nostro Medio Evo. Ma che giova tutto
questo agli intenti di Federico? Con lui scoppia la terza lotta fra il
Papato e l'Impero, e le grandi qualità personali di Federico divengono
quasi altrettanti delitti, dei quali i Papi lo tacciano. Con tre di
essi specialmente ebbe _briga_, per usare l'espressione dantesca. Ma
se con Onorio gli bastò destreggiarsi, con Gregorio IX e con Innocenzo
IV fu una guerra a morte e nella quale Federico ebbe la peggio. Era
il pupillo dei Papi, il _Re dei preti_, lo chiamavano per beffa i
Guelfi tedeschi: i Papi s'erano covata essi in seno, come dicevano,
questa serpe, ma a proposito della Crociata, sempre promessa e sempre
differita, Gregorio IX (che non è un don Bartolo come Onorio, ma ha
nelle vene il sangue d'Innocenzo III) lo scomunica tre volte in un
anno e dalla scomunica Federico si appella (gran novità anche questa)
alla pubblica opinione, segno certo, che questa si veniva mutando.
Tant'è che nel giugno 1228 Federico, benchè scomunicato, parte per la
Crociata, e questa è condotta da lui, anzichè come una guerra, come
un negoziato diplomatico, degno di un principe sapiente, cristiano e
tollerante. Ma è uno scomunicato, che invece di massacrar gli infedeli,
ha trattato con essi. Che importa, se ha riacquistato Gerusalemme e
il sepolcro di Cristo? Non avesse contro di sè che questa lotta così
pazzamente insensata, Federico forse la supererebbe, ma quando vuol
ricondurre i Comuni dell'Italia ai patti di Costanza, che s'erano
già pian piano rimangiati, egli si trova a fronte d'una seconda Lega
Lombarda. Come domarla? Gli mancano gli aiuti feudali di Germania.
Venissero; la lega chiude i passi delle Alpi. Non resta se non
poggiarsi sul partito Ghibellino, che è dentro ai Comuni. E allora dove
se ne va l'ideale del Podestà supremo, del principe pacificatore? Il
Papa stesso, che non è più arbitro del regno di Sicilia, dove troverà
aiuto contro l'Imperatore? Nei Guelfi dei Comuni. Il fatto delle
discordie italiane trascina dunque per forza nel suo stretto campo,
contaminato d'odii e di sangue, le grandi potestà universali del Medio
Evo. E con esse tutti vi sono trascinati egualmente, chè anche i grandi
feudatari non hanno forza, se non s'aggrappano alle fazioni lottanti
nelle città. Ezzelino da Romano, bizzarro ceffo di tiranno in
Quella parte della terra prava,
Italica, che siede in fra Rialto
E le fontane di Brenta e di Piava,
è un Ghibellino; come gli Este son Guelfi. L'Imperatore lotta colle
forze che ha. I Comuni invece con vera soppiatteria e perfidia italiana
(gli stranieri hanno questa volta ragione di chiamarla così) porgono
di nascosto la mano al ribaldo figlio dell'Imperatore, che gli si è
ribellato in Germania; infamia, nella quale almeno, dice il Raumer, il
violento ma onesto Gregorio IX non trescò. Con tutto questo Federico
vinse la seconda Lega Lombarda a Cortenuova il 27 novembre 1237. È
la rivincita di Legnano codesta? Mai più! Anzi, mandando a Roma in
Campidoglio, come alla sua capitale, le spoglie opime di Cortenuova,
Federico allarma ed irrita sempre più il Papa, che non ha più ritegno
nella lotta, e lo scomunica, lo destituisce dal regno e dall'Impero,
gli cerca ovunque competitori, lo denuncia per ateo, eretico, epicureo,
maomettano, gli bandisce contro una crociata, e indice un concilio,
mentre l'Imperatore dal canto suo fa mandare a picco le navi, che
vi portavano cardinali, vescovi e prelati. Morto Gregorio, la lotta
è continuata da Innocenzo IV, nè d'altro lato l'Imperatore riesce a
domare i Comuni, i quali colla battaglia di Parma del 1248 vendicano
anzi Cortenuova e infliggono all'Imperatore un disastro irreparabile.
Oramai la stella di Federico tramonta; sventure pubbliche, sventure
private, tutto gli si accumula addosso; lo stesso suo figlio Enzo,
bello, cavalleresco, valoroso, amore del padre, idolo dei poeti e delle
donne, è sconfitto a Fossalta e cade prigione dei Bolognesi, che non
lo restituiranno mai più. Fu l'ultimo colpo — e tanta ruina abbuiò
anche la generosa indole di Federico; lo rese sospettoso, feroce,
sicchè è di questo tempo la morte di Pier delle Vigne, il consigliere
più illustre, l'amico più fido dell'Imperatore, che improvvisamente
gli cade in disgrazia ed il cui supplizio rimane un'onta per Federico,
quasi come quello di Boezio per Teodorico. La cagione fu e rimane un
mistero. Fra i contemporanei si credette Pietro vittima dell'invidia
e della calunnia, ed oggi l'Huillard Breholles, l'illustre storico di
Federico e di Pier delle Vigne, conferma quest'opinione, che fu pur
quella professata da Dante, il quale incontrando Pier delle Vigne in
Inferno fra i suicidi, si fa dire da lui:
E se di voi alcun nel mondo riede
Conforti la memoria mia, che giace
Ancor del colpo che _invidia_ le diede.
L'Imperatore morì l'anno dopo, negli ultimi del 1250. Di lui riparlerò
conchiudendo. Basti qui che con lui scompare la più grande forse e la
più complicata figura di tutto il Medio Evo. È la figura di un vinto?
Nella lotta fra Impero, Papato e Comuni il vincitore vero è pel momento
il Comune, ma Federico segna la prima riscossa del principio laico
contro il principio teocratico, e questa è la sua vera vittoria.
Ben lo sentono i Papi e non daranno più tregua alla dannata razza degli
Svevi. Sembra un fato di tragedia greca che, al pari di quella degli
Atridi, incalzi questa famiglia, e gli epigoni di Barbarossa scompaiono
uno dietro l'altro misteriosamente. Rimangono in Germania un fanciullo
di nome Corradino, figlio di Corrado di Svevia e di Elisabetta di
Baviera, ed in Italia, Manfredi, figlio naturale di Federico II,
legittimato in punto di morte. Corrado era morto in Italia (vero
cimitero degli Svevi) contrastando ai Papi, insieme con Manfredi, il
regno di Sicilia, e intanto, durante il grande interregno dell'Impero,
passerà più di mezzo secolo prima che l'Italia riveda un Imperatore
tedesco. Ha usurpato Manfredi il regno di Corradino? La questione è
dubbia, ma inclinerei ad ammetterlo. Non per nulla Manfredi è figlio
di Federico e di una bella e astuta Siciliana! Ma la corona di Sicilia
non se l'era forse guadagnata? e chi l'avrebbe difesa dal 1250 al 1258
contro le furie del Papa, se non era questo giovane ventenne, erede
dell'ingegno, dell'avvenenza, della scaltrezza e del valore del padre?
Pensate, o signore, in che temperie sociale e politica egli deve agire.
Egli è in Italia, si voglia o no, il rappresentante del principio
ghibellino e d'altra parte pei Ghibellini è un usurpatore. I Guelfi lo
temono, ma temono assai più i vecchi e feroci feudatari ghibellini,
uno dei quali, Ezzelino da Romano, osa innalzare fin su Milano le
sue mire ambiziose. Il Papa, implacabile sempre, maledice Manfredi,
come ha maledetto in fasce Corradino, e intanto fra così fiera lotta
di passioni selvaggie, turbe infinite di flagellanti percorrono le
città, implorando pace e perdono. Le leghe guelfe s'accosterebbero
a Manfredi, ma la sua coronazione, che pare l'accenno d'una riscossa
Sveva, rianima i Ghibellini, i quali coll'aiuto di Manfredi vincono il
4 settembre 1260 la battaglia di Montaperti, la qual vittoria è la fine
di quello che i nostri cronisti chiamano il _vecchio popolo_ di Firenze
ed il principio del _secondo popolo_, fattosi in pochi anni “così
vigoroso (scrive Cesare Paoli, pubblicando quel prezioso monumento
di storia, che è il cosiddetto _libro di Montaperti_) da compiere
prima che termini il secolo la sua evoluzione guelfa e democratica
coll'istituzione del Magistrato dei Priori delle Arti, da affermare la
sua nuova e grande potenza colla battaglia di Campaldino„; la rivincita
guelfa, in cui, secondo la tradizione, anche Dante ha combattuto.
Dopo Montaperti e la morte del Papa Alessandro IV si svolge la breve
fortuna di Manfredi. Egli è sul trono; parte ghibellina prevale; la
sempre torbida Roma ha cacciato in esilio la corte Papale; Manfredi
marita sua figlia Costanza a Pietro d'Aragona (altre nozze che avranno
conseguenze importanti); egli stesso, Manfredi, mortagli Beatrice di
Savoia, sposa Elena, greca e discendente dei Comneni. Mai la casa di
Svevia era stata così potente in Italia, e in questa breve tregua
Manfredi si volge alle più civili arti di regno coll'intuito, il
buon gusto, l'alacrità del padre. Sembrano rinati i più bei tempi
della corte di Federico; il re è il più gentile cavaliere d'Italia;
sua moglie una delle più belle donne del mondo. Intorno a questi due
giovani tutto è festa, luce, musica, amore, poesia. Perchè non potrebbe
Manfredi stendere da mezzodì al centro e a settentrione d'Italia la
sua egemonia, determinando la conciliazione dei due partiti? È un bel
sogno anche questo, che forse attraversò la mente di Manfredi, ma si
dileguerà come un sogno! Manfredi pure non è in realtà che un capo
di parte. Di suo, proprio suo, non ha che la sua spada, i Saraceni di
Lucera e i mercenari tedeschi. Ha un bell'essere e sentirsi italiano.
Pei popoli d'Italia è un tedesco; pei Papi è il figlio di Federico II,
e durante quattordici anni i Papi gli cercano un competitore, battendo
a tutte le porte, finchè Urbano IV, un papa francese, si volge a Carlo
d'Angiò, fratello del re di Francia e conte di Provenza. Costui è un
principe cupido, valoroso, violento e già dalla Provenza al di qua
delle Alpi ha distesa la mano rapace su parecchie città del Piemonte.
Non è senza virtù; ha vigor d'animo e di corpo, e Dante, così avverso
a questo primo Angioino ed ai seguenti, salvo Carlo Martello, amico
suo personale, ce lo indica come _colui dal maschio naso_, il nasuto,
certo però con intenzione non benevola, al pari del figlio Carlo II,
il zoppo, indicato pel _Ciotto di Gerusalemme_; al pari del nipote
Roberto, che sebbene noto nella storia coll'attributo di _savio_
e di _buono_, Dante disprezza come un qualunque pedante coronato,
chiamandolo _re da sermone_.
Istigato dall'ambiziosa moglie, che ha tre sorelle regine e vuol essere
regina essa pure, soccorso con ogni mezzo, lecito ed illecito, da
due papi francesi Urbano IV e Clemente IV, Carlo d'Angiò muove alla
conquista del regno, e sebbene Manfredi raccolga ogni mezzo di difesa,
Carlo passando senza inciampo per
Ceperan là dove fu bugiardo
Ciascun Pugliese,
lo raggiunge a Benevento e il 26 febbraio 1266 lo sconfigge, e Manfredi
muore, combattendo da eroe. Onorando da soldato il valore infelice,
Carlo volle dar sepoltura al corpo di Manfredi. Glie la negò invece
il legato del Papa. Ma al di sopra di questi odii selvaggi, al di
sopra di queste atroci intolleranze, che inferociscono anche contro un
cadavere, si solleva, come la giustizia di Dio, la giustizia di Dante,
che assolve Manfredi nei suoi versi immortali.
Carlo d'Angiò, atteggiatosi subito come capo di parte guelfa in
Italia, appena assestate con mano di ferro le faccende del regno,
va in Toscana in persona, ma intanto al Papa non paga il tributo,
non fa la Crociata, si mescola a tutta la politica italiana. Da tale
amico mi guardi Iddio, deve dire il Papa! Ma è tardi a pentirsi!
Nel regno però il malcontento è grande e con lagrime di coccodrilli
si rimpiangono Manfredi e gli Svevi. Ne approfitta il giovinetto
Corradino, e spinto dal tristo fato della sua casa viene in Italia.
Parve da prima arridergli la fortuna. A Carlo d'Angiò ch'era, come
ho detto, in Toscana, si ribellò mezzo il regno, l'isola di Sicilia
andò in fiamme, ma Carlo accorse come un fulmine, e il 23 agosto 1268
vinse Corradino sui campi Salentini, nella battaglia, che erroneamente
ebbe nome da Tagliacozzo, come ha dimostrato il Ficker, correggendo
a questo proposito gli errori topografici del Raumer e dei suoi
predecessori. Rientrato nei confini romani, Corradino si rifugiò nella
Torre d'Astura, ma tradito da un Frangipani e consegnato a Carlo, il
29 ottobre 1268, senz'alcuna forma di giudizio, checchè si sia preteso
in contrario, fu giustiziato sulla piazza del mercato di Napoli come un
volgare predone di strada. Che parte ebbe il Papa Clemente IV in questo
delitto, che tale è veramente? Molti lo accusano. Il Del Giudice, così
benemerito dei documenti Angioini e così autorevole illustratore di
questa catastrofe, lo assolve; ma è in punto oscuro di storia, tanto
più che il pietoso e breve romanzo di quest'ultima vittima Sveva,
eccitò, come doveva, la fantasia popolare, che vi ricamò attorno ogni
sorta di leggende, fra le quali basti ricordare quella del guanto, che
Corradino getta dal patibolo ed è raccolto da Giovanni da Procida, il
futuro e dubbio eroe dei Vespri Siciliani. Ciò dimostra però che tra i
due fatti la coscienza popolare intravvedeva un rapporto, che in realtà
è storico, anche se, come l'Amari ha provato, Giovanni da Procida è
bensì intermediario fra la malcontenta baronia siciliana e le cupidigie
aragonesi, ma non l'eroe dell'improvvisa e spontanea insurrezione
siciliana, che nel 1282 troncò il volo alle ambizioni di Carlo d'Angiò,
le quali oramai da occidente ad oriente parevano non avere più limiti.
Ma la separazione della Sicilia è il primo segno della decadenza
angioina, perchè, nonostante una guerra interminabile, la Sicilia non
fu ricuperata, e quando, salito al Papato Bonifacio VIII, al debole
successore di Carlo I d'Angiò fu dal Papa chiamato in aiuto un altro
avventuriere francese, Carlo di Valois, tutto finì nell'abbietta pace
di Caltabellotta, la quale lascia la contesa come la trova, e di cui,
ora invocandola ora violandola, sapranno ben avvalersi gli Aragonesi.
Certo la loro ambizione fu più fortunata ed accorta di quella del Papa
loro nemico, quel peccatore di grand'animo, strumento e vittima della
lega guelfa fra la Chiesa e la Francia, che Dante mise ancor da vivo in
Inferno, sebbene compassionasse in lui la dignità del Papato vilipesa
nel sacrilegio d'Anagni. Trinciandola da Gregorio VII, Bonifazio VIII
non ne fu che la caricatura, perchè all'alto ideale di quel Papa non
surrogò che cupidigie e passioni personali, delle quali anche Firenze
portò la pena e nelle quali il Papato non guadagnò che l'abbandono di
Roma e la schiavitù d'Avignone. Chi aiutò molto a far durare questa
schiavitù e ne trasse profitto fu re Roberto di Napoli, figlio di Carlo
II d'Angiò e il più notevole dei successori di Carlo I. Fra le satire e
le invettive dantesche contro Roberto e le lodi che gli tributavano il
Petrarca, fatto da lui incoronare poeta, ed il Boccaccio, vissuto alla
sua corte e che adombrò nel _Filostrato_ la storia dei suoi amori con
una figlia naturale del re, il giudizio può rimanere un po' incerto,
ma guardando ai fatti si conferma che quel titolo di _re da sermone_,
affibbiatogli da Dante, non gli tornava poi tanto male. Potenza ebbe
molta; occasioni a farsi grande non gli mancarono; l'animo gli mancò.
Non seppe riacquistare la Sicilia; non seppe nè mantenere, nè assodare
l'ascendente che esercitò nei primi anni dal suo regno in Roma, in
Toscana, in Lombardia. Ai tentativi dei Ghibellini, di Arrigo VII, di
Lodovico il Bavaro, di Giovanni di Boemia contrastò con fortuna; ma
se Convenevole da Prato, il maestro del Petrarca, interprete d'una
necessità, che da molti allora doveva essere sentita, lo preconizzò
in un poema latino come futuro capo d'un gran regno, non napoletano o
siciliano soltanto, ma italiano, certo è che mal poteva rispondere a
cosiffatto ideale, e in quel tempo, un re dotto bensì e letteratissimo,
protettore di poeti e scienziati, ma timido, non guerriero, e che non
aveva lasciata altr'arme in mano ai suoi sudditi che una _mazza di
legno per difendersi dai cani_.
Di Giovanna I, la donna dai quattro mariti, che colla tragica morte
espia le colpe della giovinezza, di Ladislao, le cui cesaree velleità
Firenze seppe a tempo frenare, di Giovanna II, che come dice il
Cipolla, fra l'impero dei favoriti, le gelosie dei cortigiani,
le sanguinose gare dei principi, la guerra esterna ed interna, e
l'universale anarchia, precipita la ruina degli Angioini, non ho più
tempo a parlare e varcherei del resto i limiti cronologici che mi
furono assegnati.
Mi affretto dunque a conchiudere, chiedendovi scusa se per quanto io me
ne sia ingegnato, non m'è riuscito d'esser breve quanto avrei voluto.
Ho cominciato dal parlarvi di Federico Barbarossa, archetipo
d'imperatore tedesco, affinchè poteste meglio apprezzare il carattere
italiano di Federico II e di Manfredi. V'è in questa trasformazione
dei nipoti di Barbarossa tale vittoria della civiltà latina sul
germanesimo, che vi colpisce per la sua rapidità e i suoi effetti.
— Rendere italiano l'impero, come tentò Federico II, era un concetto
degno d'una gran mente, ma era un concetto utopistico. Ad ogni modo,
se non il Comune, il Papa era per certo un ostacolo insuperabile, ed è
perciò che fu talora creduto avere Federico mirato ancora a cumulare
in sè Papato ed Impero. In Manfredi invece v'è in realtà un momento,
in cui si direbbe davvero possibile per la casa di Svevia assumere tale
egemonia italiana da raccogliere sotto di sè tutta la penisola. Se non
che anche Manfredi è storicamente collegato al ghibellinismo, ha contro
di sè il Papato e l'Italia comunale. Non può riescire e non riesce.
La vittoria definitiva dei Guelfi dopo la battaglia di Benevento porta
alla maggiore altezza la civiltà dei Comuni, principalmente in Toscana,
ma è pure preparazione alle signorie nell'Italia superiore. È in quella
vittoria guelfa che si fonda l'autorità di parecchi Podestà e capitani
del popolo, i quali si mutano in signori, e l'esempio del principato e
di una corte italiana, dato da Federico II e da Manfredi, non è senza
efficacia a formare il tipo del signore e delle corti italiane, che qua
e là divengono centro di civiltà e di splendido vivere.
L'età di Federico II e di Manfredi è uno dei momenti di più operosa
vitalità politica italiana, sia per l'azione sveva e ghibellina, sia
per la reazione comunale e guelfa. Questa vitalità per l'improvviso
apparire della casa d'Angiò rimane interrotta, perchè vien meno uno
degli elementi della lotta, vale a dire l'Impero, e gli altri, il
Comune guelfo e il Papato, s'adagiano più tranquilli all'ombra della
nuova monarchia guelfa. Qual'è l'azione di questa _nuova venuta_
nella storia d'Italia? A torto o a ragione tutti si volgono, come
eliotropi, a questo sole nascente. Che meraviglia? Sia giusto o no,
il mondo è dei forti e (come ha di recente dimostrato il Merkel in un
lavoro di assai belle e originali ricerche, in cui prende in esame
le storie, le cronache, le canzoni dei trovèri, dei trovatori, dei
minnesingeri e dei poeti, che cantarono nel provenzale nativo o nel
nuovo volgare italiano) la caduta materiale degli Svevi s'accompagnò
con la loro caduta morale nella pubblica opinione, la quale fu in
prevalenza favorevole all'impresa di Carlo d'Angiò. S'ebbe come una
sosta nel turbinìo degli elementi componenti la vita italiana, ma gli
ideali politici del tempo scaddero tutti e neppure la vittoria finale
fu degli Angioini. L'idea imperiale era già diminuita, fin da quando
casa di Svevia s'era fatta italiana, perchè, scemata la sua autorità
al di là delle Alpi, perdette con questo della sua universalità. Ed
ora la separazione dall'Impero di quel regno delle due Sicilie, ove
gli Italiani avean veduto da ultimo la sede degli imperatori, compie
la scomparsa dell'idea imperiale dalla vita reale d'Italia. Quest'idea
rimane il sogno di Dante; rimane un'ombra che inutilmente cerca
incarnarsi in Arrigo di Lussemburgo, in Lodovico il Bavaro. L'ultimo
suo nobile rappresentante è Arrigo, a cui Dante prepara in Paradiso
un seggio di gloria; poi l'idea imperiale casca negli impronti, negli
avventurieri, nei truffatori.
Che cosa surroga a quell'idea la casa d'Angiò? Nulla di grande, perchè
è guelfa, perchè è straniera e rimarrà sempre tale; perchè la sua
azione si va sempre più ritraendo, prima dalla valle del Po, quindi
dalla Toscana, ed infine si regge a mala pena entro gli stessi confini
del regno.
Quanto al Papato, e al Comune guelfo, che hanno vinto colla spada
di casa d'Angiò, essi non coglieranno che tristi frutti dalla loro
vittoria. Il Papato s'è dato un padrone; il Comune settentrionale
decade nelle signorie, le quali chiedono una consecrazione alla
loro usurpazione, che gli Angioini sono impotenti a dare e che esse
preferiscono ricevere dall'Impero, ogni volta che pare risorgere, sia
pure sotto l'aspetto di una scorribanda di ladri, o di un'avventura
da intriganti. Quanto ai Comuni dell'Italia centrale, essi vedono gli
inframmettenti Angioini mescolarsi alla loro vita, ma per recarvi nuovi
elementi o di discordie o di servitù.
Finalmente, quanto alla stessa casa d'Angiò, se paragonate soltanto le
condizioni d'Italia nel primo decennio del secolo XIV cogli ultimi anni
della casa di Svevia, vedrete che gli Angioini hanno già perduta una
parte della loro monarchia, che hanno il Papato avverso e cospirante
alla loro ruina, che alle signorie dell'Italia superiore basta la
comparsa d'un'ombra d'imperatore per rifarsi ghibelline, che i Comuni
dell'Italia centrale invocano talvolta il suo aiuto, ma poi subito
l'hanno in sospetto e se ne liberano. In tali condizioni essa, non solo
non ha più speranza di divenire una potenza italiana, ma, mantenutasi
a stento napoletana, non le rimarrà che sprofondarsi a poco a poco
nell'anarchia e finalmente cedere il campo agli Aragonesi, più validi,
più destri e più fortunati.
Che tetra e dolorosa storia ho dovuto narrarvi! Gente che corre dietro
alle ombre; grandezze fatue, colpe, sventure, illusioni; nulla di
certo, tranne sognare, decadere, annientarsi, scomparire come in un
perpetuo _nirvana_. Ma queste conclusioni dolorose sono la grande e
malinconica poesia della storia! Nella quale intendo la rassegnazione
cristiana del Manzoni, il gemito disperato del Leopardi, ma nella quale
l'ottimismo, se non è sulle labbra sarcastiche del Voltaire, mi sembra
la più volgare delle conclusioni. Del resto, che meraviglia? La storia
è la vita!