DI ERNESTO MASI

Se, pigliando alla lettera il tema assegnatomi, avessi a narrarvi

per filo e per segno i fatti compresi sotto i due nomi di Svevi ed

Angioini, dovrei, pur non oltrepassando il secolo XIV, narrarvi per

lo meno un dugento quarant'anni di storia. Che se poi, dopo avervi

mostrata intiera la parabola storica, ascendente e discendente, della

dinastia Sveva, volessi fare altrettanto per l'Angioina, seguendola

fino al tempo che, morta la seconda Giovanna, finisce con essa la

linea principale della Casa d'Angiò, e nella monarchia dell'Italia

meridionale le sottentra con Alfonso il magnanimo la dinastia

Aragonese, dovrei, a dir poco, narrarvi più di trecent'anni di storia,

e di quale storia! Della più varia, più complicata, più intricata anzi

di tutto il nostro Medio Evo; trecento e più anni, nei quali tutte

le instituzioni, che compongono la tela del terribile dramma, fanno

l'estremo di lor prove, si svolgono, si combattono, vincono, sono

vinte, e dopo avere nei loro contrasti perpetui, nelle loro antitesi

inconciliabili mandati a male, non dirò i possibili tentativi, ma le

meno utopistiche occasioni d'una qualsiasi ricostituzione nazionale,

consumano tutta la vita politica italiana, compiono un intiero ciclo di

storia e con esso ancora un intiero ciclo di civiltà, che d'italiana si

trasforma in mondiale, e dà luogo ad una mutazione così profonda, che,

come evoluzione civile, torna bensì col Rinascimento a beneficio di

tutti, ma, come vicenda di storia, si chiude nella catastrofe politica

dell'Italia medievale, destinata, com'altri disse, a morir sola per la

salvezza di tutti.

Non vi spaventate, o signore, di tale orribile ampiezza di disegno.

Sarò al possibile misericordioso e con voi e con me. Il Tommasèo

consigliava di studiare la storia per circoli concentrici e sempre

allargantisi, vale a dire sempre più comprensivi di un maggior numero

di particolari. Per questa volta converrà invertire il metodo proposto

dal Tommasèo, e dai circoli esteriori e più larghi venir dritto ai

più interni e più ristretti, scegliendo, fra tanta congerie di fatti e

tanta ressa di personaggi storici di capitale importanza, quelli che

sono più spiccatamente caratteristici dei varii periodi che dobbiamo

percorrere; quelli che più ci giovino quindi, se non a penetrare,

ad intendere alquanto il mistero di quella torbida vita italiana dei

secoli XIII e XIV e che più s'attengano come sfondo di quadro storico

e come fonte d'inspirazione ai sentimenti, ai pensieri, alle creazioni

d'arte del triumvirato toscano, le cui opere immortali fecero di

Firenze la vera Roma del Medio Evo e sono quest'anno il principale

soggetto di queste conferenze.

Anche per scegliere però c'è di troppo, e a persuadervene vi basti

ricordare quanti e quali fatti, fra quelli soltanto di ordine

più generale, sono coinvolti nel destino della dinastia Sveva e

dell'Angioina: la seconda e terza lotta fra il Papato e l'Impero, le

quattro ultime Crociate, la prima e la seconda Lega Lombarda, l'apogèo

della teocrazia con Innocenzo III e la sua decadenza con Bonifazio

VIII, il tentativo di Federico Barbarossa d'imporre all'Italia la

sovranità tedesca e quello di Federico II di far dell'Italia il centro

e la sede d'un nuovo Impero, la monarchia dell'Italia meridionale

congiunta all'Impero e poi separatane per sempre per la tenace e

implacabile politica dei Papi, l'espansione italiana dei tre primi

Angioini di Napoli e la decadenza della dinastia iniziata dal Vespro

Siciliano, il Comune finalmente, che nell'Italia superiore sostiene

contro l'Impero con federazioni transitorie i diritti penosamente

conquistati, pur non cessando mai un momento le proprie lotte interiori

di Guelfi e di Ghibellini, e coi podestà e coi capi militari inclinando

ben presto a signoria, mentre in Firenze invece, nel Comune più tardivo

a svolgersi, ma straziato esso pure dalle medesime lotte interiori,

la parte popolare sormonta, e, superata la forza dell'Impero, vinte le

insidie papali e francesi, esplica tutte le sue potenze fino alle più

tiranniche e diviene il tipo del Comune guelfo e democratico, sicchè

dir Parte Guelfa e dir Comune di Firenze è tutt'uno.

Questi i fatti, ripeto, di ordine più generale, e non son tutti. Dei

personaggi non parlo. Sono tutti gli attori della _Divina Commedia_,

che, sparsi e variamente atteggiati, incontrate qua e là nelle bolgie

d'inferno, sul monte del Purgatorio, nei nove cieli tolemaici del

Paradiso, perchè la _Divina Commedia_ è principalmente lo specchio

della vita politica dell'Italia nel tempo di cui ci occupiamo; la

_Divina Commedia_ si profonda anzi talmente nel più fitto baratro

delle lotte contemporanee e soprattutto fiorentine, che quanto è ad

esse estraneo quasi non vi trova luogo, e di certi fatti, che pur

sono grandissimi, di certi personaggi, che pur sono famosi, di certe

città, illustri nella storia, Dante non parla o vi accenna appena. Non

saprei spiegarmi in altro modo certi silenzi d'un poema storico per

eccellenza, qual è quello di Dante. Di Venezia, ad esempio, che, come

sapete, rimane fuori dalla lotta delle fazioni italiane, nulla dice.

Federico Barbarossa è nominato appena con una parola incerta fra la

stima e l'ironia. Di Enrico VI nulla. Di Federico II in persona il nome

soltanto fra gli eresiarchi ed altri, poi parla di lui per ricordo.

E tutti e tre questi Svevi chiama i tre _venti_, i tre uragani, come

pare che debba intendersi, i quali hanno sconvolto il mondo, e non più.

E tant'altri potrei accennare di questi silenzi e di queste reticenze

dantesche. Ma se poco dice dei primi Svevi, non è così degli ultimi,

non è così degli Angioini, più strettamente collegati alle fortune

del Comune di Firenze; sicchè, scegliendo solo fra i personaggi della

storia quelli che entrano nel poema dantesco, potremmo conoscerli, se

non tutti, quelli, almeno, che importa più di conoscere. E le figure

che vi atterriscono nella _Divina Commedia_, quelle pure che son

nominate ad ogni momento e quasi con riverente terrore nel _Novellino_,

vecchia raccolta d'indole ben più umile e popolare, vi fanno ridere

nel _Decamerone_ e nelle novelle di Franco Sacchetti, e tuttavia sono

press'a poco le stesse; ma sotto la celia comica del Boccaccio e del

Sacchetti si vede già che la solennità tragica delle grandi lotte

italiane sta per dissolversi, si vede già che nel periodo di storia,

il quale comprende gli Svevi e gli Angioini, si viene compiendo la

trasformazione della società medievale in moderna, tant'è che la

modernità già si mostra coi rosei bagliori dell'alba nel Petrarca, il

quale libera dai veli e dalle oscurità del Medio Evo la scienza, la

donna, l'amore; sebbene poi, allorchè vagheggia, come uomo politico,

un rimedio all'anarchia italiana, esso pure non sappia trovarlo che

nel passato, nel concetto cioè universale di Roma e d'Impero, ed il suo

pensiero si riscontri anzi quasi identico a quello che cent'anni prima

ferveva nella mente di Federico II. Quanto v'ha di nuovo e di profetico

nell'opera sua forse sfugge al Petrarca, perchè i contemporanei

ignorano il senso storico dei propri atti. Nella letteratura stessa,

quando è più prossima l'evoluzione del Rinascimento, Franco Sacchetti,

morto il Petrarca nel 1374, morto il Boccaccio un anno dopo, crede

tutto finito e sclama disperato:

Or è mancata ogni poesia,

La stagione è rivolta,

Se tornerà, non so, ma credo tardi;

e ciò quasi al momento stesso che fra la morte di Roberto d'Angiò

e quella delle sue due figliuole, Giovanna I di Napoli e Maria di

Durazzo, tra il 1343 e il 1382, la fortuna degli Angioini s'avvia alla

sua estrema ruina.

Quantunque precedente in ordine di tempo ai due secoli, che più

specialmente ci sono assegnati, mi sarebbe impossibile parlarvi degli

Svevi e non prender le mosse almeno da Federico Barbarossa. Quando nel

1154, eletto già da due anni Imperatore, egli discese per la prima

volta in Italia, da diciassette anni niun esercito tedesco avea più

varcate le Alpi. Come trovava Federico l'Italia, e che cosa voleva esso

in Italia? Quel che voleva è presto detto: ricostituire i diritti del

regno tedesco sull'Italia come al tempo d'Ottone I. Quel che trovava è

un po' più lungo a dire, ma mostra appunto la difficoltà dell'impresa,

a cui s'accingeva, perocchè i Comuni dell'antico regno longobardo hanno

ormai abbattute le instituzioni del tempo degli Imperatori Sassoni, si

sono ormai messi al posto dei feudatari e riconoscono bensì l'autorità

imperiale, ma ne contrastano l'esercizio ogni volta che lo giudicano

contrario alle loro _buone consuetudini_, che nel linguaggio del tempo

valgono come diritti.

Nel resto d'Italia (e poichè a parlar di Firenze è ancor presto)

Federico trovava la monarchia meridionale, che alle pretensioni

dell'Impero, se ne ha, oppone l'alta sovranità del Papa; trovava il

Papa, che alla sua volta vanta sull'Italia e sul mondo un diritto

superiore a quello dell'Imperatore. Tuttociò indica che un gran

mutamento è avvenuto nei Comuni, nell'Impero, nel Papato stesso, il

qual è ben lontano ancora dall'avere raggiunto tutta la sua grandezza;

ma esso pure, nel momento che Federico scende per la prima volta in

Italia, è travagliato interiormente da avverse tendenze, da tendenze

filosofiche trascendenti a razionaliste, da tendenze mistiche, che

vogliono rivocarlo alla povertà dell'Evangelo, alla separazione dei

due poteri, e queste, uscite dalle scuole francesi d'Abelardo, vengono

ad assalirlo con Arnaldo da Brescia nella stessa sua Roma. Non per

questo il Papa è disposto a transigere coll'Imperatore e occorrendo

si associerà ad ogni suo avversario. Che cosa farà Federico? Sotto

la guida di lui, scrive Giacomo Bryce nel suo bel libro sul _Sacro

Impero Romano_, il potere transalpino compì il massimo de' suoi

sforzi per soggiogare i due antagonisti, che allora lo minacciavano

ed erano all'ultimo destinati a distruggerlo: il Papato e quella che,

con espressione poco esatta, lo stesso Bryce chiama la _nazionalità

italiana_. A tal fine, approfittando delle feroci discordie comunali,

Federico cercherà di opporre i Comuni minori ai maggiori, il contado

alle città prepotenti, ma in questo non riescirà che a mezzo, perchè

pochi Comuni si uniranno a lui insieme coi feudatari (i discendenti

degli antichi invasori barbari) e gli altri Comuni si stringeranno

insieme contro di lui, salvo a straziarsi di nuovo in appresso gli

uni cogli altri. Peggio è che i propositi dell'Imperatore non si

limitano a sottomettere i Comuni. Vuol sottomesso anche il Papa;

vuol tornare anche più addietro del concordato di Worms del 1122;

non pace, ma tregua, che fu, colla quale però si chiuse la prima

lotta fra l'Impero e il Papato. Ora è fatale che questa lotta si

riaccenda e spinga il Papato ad associarsi ai Comuni. Non divamperà

subito. L'Imperatore vuol essere coronato a Roma e il prezzo di tale

concessione è la vita d'Arnaldo. Di fatto Arnaldo può ben essere

per noi un eroe, un precursore, un profeta, ma che cos'era e poteva

essere per Federico? Meno di nulla, e fu immolato. E che cos'era

per Federico quella Repubblica, allora proclamata in Roma, quella

Repubblica colle sue strambe pretensioni classiche di concedere per

gran grazia all'Imperatore i diritti del popolo romano; di _ospite_,

come dicevano, farlo _cittadino_, di _straniero_, farlo _principe_? —

“Ma che linguaggio è codesto? (è naturale che Federico rispondesse).

Sono ombre di morti che parlano o sono pazzi?„ — E la coronazione finì

in una strage.

Sei volte l'Imperatore scese in Italia. Alla quarta la Lega Lombarda,

che giurata già una prima volta a Bergamo, una seconda a Cremona,

pigliò nome dal terzo giuramento di Pontida, è già costituita di

venticinque città; bel moto, non d'indipendenza nazionale (che a

chiamarlo così si commette un anacronismo ridicolo), ma bel moto

nazionale ad ogni modo, stupenda riscossa latina, e che non ha

riscontri nella nostra storia medievale. Alla quinta discesa Federico

è sconfitto nella battaglia di Legnano il 29 maggio 1176. L'indomabile

Imperatore piega dinanzi ad avversari degni di lui, un gran Papa,

Alessandro III, una lega di città eroiche. Ma non chiediamo nè al

Papa di pensare ad altro che al Papato, nè ai Comuni di perseverare

nella Lega per costituire l'Italia in una federazione perpetua. Oibò!

Ognuno ha combattuto colle idee del suo tempo, non con quelle di sei

o sette secoli dopo. Se c'è un solo, che abbia mutato opinione, è il

leale Imperatore, il quale s'avvede che dinanzi al Comune, dinanzi a

questo feudatario nuovo, che nel suo regno d'Italia ha preso un posto

così formidabile, è forza cedere e cede in realtà a Costanza nel 1183,

benchè il Papa avesse già trattato per primo e da sè, e benchè la Lega

Lombarda si fosse già a quest'ora disciolta. Ad ogni modo, ripeto, la

prima Lega Lombarda, Pontida, Legnano sono certamente le più grandiose

ed epiche pagine del nostro risorgimento comunale nel Medio Evo.

Quali che siano i fini della lotta, v'ha Italiani contro stranieri e

la lotta è santa, giusta, gloriosa. Ma v'ha ancora Italiani alleati

dell'Imperatore e ciò in forza delle condizioni e delle divisioni

storiche d'allora, che non si possono giudicare coi sentimenti dei

nostri giorni. Bisogna guardarsi dal recare idee d'altro tempo in

questi conflitti, altrimenti si rischia di non capirci più nulla;

bisogna guardarsi dal _quarantotteggiare_ (permettetemi la parola)

anche nella storia, come quando dir Pio IX e Alessandro III, imperatore

d'Austria e Barbarossa, Goito e Legnano pareva che fosse tutt'uno e che

non facesse una piega.

Ad un ultimo fatto della storia di Federico Barbarossa mi conviene

accennare, ad un ultimo fatto, che ha conseguenze d'estrema importanza.

Quella Milano, ch'egli ha combattuto con tanto accanimento, quella

Milano, ch'egli ha umiliata, distrutta, rasa al suolo e che nondimeno

l'ha vinto, è divenuta ora la prediletta di quel grand'animo di soldato

e di cavaliere, e la ricolma de' suoi favori, e vi celebra, per farle

onore, le nozze di suo figlio Enrico VI con Costanza, l'erede del trono

normanno di Sicilia, le quali nozze danno agli Svevi un diritto di

successione alla monarchia meridionale, nei tempo stesso che gli Svevi

cercano di rendere ereditaria nella loro casa la corona imperiale.

Per tal guisa diventa possibile l'eventuale unione dell'Impero e della

monarchia meridionale italiana; per tal guisa alla lotta perpetua di

preminenza fra l'Impero e il Papato, s'aggiunge un altro argomento, e

più aspro, di nuovi dissidi; per tal guisa il destino di casa Sveva è

più che mai stretto, vincolato indissolubilmente all'Italia. Il caso

volle che di tuttociò si vedessero ben presto gli effetti, perocchè

presa da Saladino Gerusalemme e commosso di tanta perdita tutto il

mondo cristiano, il vecchio imperatore Federico, che già da giovinetto

avea presa la croce, volle finire da crociato la gloriosa sua vita e la

finì non in battaglia, combattendo, ma tragittando un fiumiciattolo,

che lo strascinò nella sua corrente e l'affogò. Strano ludibrio di

destino, che parve allora all'ingenua fantasia dei contemporanei in

tal contrasto, in tale sproporzione, dirò meglio, coll'epica figura

di quest'eroe nazionale tedesco, di questo fulmine di guerra, uscito

vivo da tante battaglie, di questo Ildebrando imperiale, come il Bryce

lo chiama, ultimo forse ad avere schietto e splendente nell'animo

il concetto dell'origine divina della sua potestà universale, a

considerarsi secondo la conferma, che al suo concetto porsero i

grandi giuristi bolognesi, padrone del mondo, fonte della legge,

incarnazione del diritto e della giustizia, che alla sua morte non si

volle credere, e Barbarossa trapassò nella leggenda e nella poesia

come il mito perpetuo e sempre aspettato del Sacro Impero, come il

vendicatore millenario, che tornerà nel giorno assegnato dal destino

per castigare i nemici dell'Impero e della Germania. L'Imperatore

non è morto (canta la vecchia ballata, che potete vedere riprodotta

sino ai giorni nostri nei versi del Rückert, dell'Heine, del Geibel),

l'Imperatore non è che addormentato coi suoi cavalieri in una caverna

inaccessibile dell'Untersberg, aspettando l'ora che i corvi abbiano

finito di svolazzare intorno alla cima del monte e il pero nano di

fiorire giù nella valle, per ricomparire alla testa de' suoi crociati e

riportare alla sempre giovane Germania dalle bionde chiome l'èra della

pace, della forza e dell'unità.

C'è che ire però prima che il misterioso vaticinio si compia. Ma non

è lontano il tempo, che un altro successore degno del primo Federico,

benchè con tutt'altri pensieri, si mostri sulla scena del mondo.

Intanto il figlio di Barbarossa, Enrico VI, doma con selvaggia ferocia

il regno tedesco, tutto sconvolto alla morte del padre, poi tenta due

volte la conquista della Sicilia, spettantegli per diritto ereditario

di sua moglie Costanza, e la seconda volta la prende e la tiene con

così spietata crudeltà di governo, che viene in odio a tutti, alla

stessa sua moglie, la quale movendo dalla Germania per partecipare ai

trionfi del marito avea dato alla luce in Jesi un fanciullo, Federico

II, che i contemporanei chiameranno poi _stuporem mundi_, la meraviglia

del mondo. Ma tra la morte d'Enrico VI e l'anarchia, che le succede

nel regno tedesco a cagione dell'Impero conteso tra Filippo di Svevia

e Ottone di Brunswick, un altro gran Papa, il maggiore dopo Gregorio

VII, è salito sulla cattedra di San Pietro, Innocenzo III, che la

dottrina della supremazia papale formulerà con tal audacia teorica,

e praticherà con tale ardimento, abilità e scaltrezza di politica,

da doverlo considerare come l'ultimo dei grandi Papi del Medio Evo, e

quegli che veramente chiude un'epoca della storia del Papato, siccome

Federico II ne chiuderà e per sempre un'altra della storia dell'Impero.

Dove non ha egli, Innocenzo III, distesa la sua mano?! Durante il

suo papato le crociate, questo gran moto dell'Occidente sull'Oriente,

questo gran moto inspirato, promosso, capitanato sempre dai Papi (anche

quando trovansi fra i crociati i più potenti principi d'Europa), sta

per cambiare carattere, perchè l'antico entusiasmo è sbollito, perchè

la speculazione commerciale e politica (come chiaramente dimostra la

quarta crociata, che piglia Costantinopoli e lascia

Il sepolcro di Cristo in man dei cani),

la speculazione commerciale e politica, dico, vi s'è infiltrata e

prevale in sostanza all'inspirazione religiosa; ma Innocenzo III crea

un'altra specie di crociata, quella contro gli eretici, gli Albigesi

per primi, con che all'astratta supremazia papale surroga una ingerenza

strana e nuovissima nel governo d'uno Stato europeo. Quanto alla

Sicilia, Innocenzo III ha un concetto assai chiaro, che trasmetterà ai

suoi successori: impedire che sia unita all'Impero con un solo sovrano,

e vi persiste, nonostante che la vedova di Enrico VI abbia messo sotto

la sua tutela l'erede diretto degli Svevi e della corona Normanna;

vi persiste sino a che la necessità lo spinge ad opporre Federico II

ad Ottone di Brunswick, a cui è riescito d'arraffare l'Impero. Allora

credendo in poter suo costringere poi il suo pupillo a rinunciare alla

Sicilia, Innocenzo III può dunque morire nella dolce illusione d'aver

sottomesso il mondo al Papato. In quella vece il principio imperiale,

civile, laico, che dir vogliate, è appunto allora che sta per reagire.

È tristo a dirsi, signore mio, ma fra queste azioni e reazioni, fra

questi corsi e ricorsi si travaglia continuamente la storia. È egli

vero, che al di sotto di essi c'è, come crede il Gervinus, una corrente

profonda, che avanza sempre e sempre procede? Speriamolo! Intanto la

supremazia papale di Innocenzo III era un sogno, e quella dell'Impero,

che un altro grand'uomo, Federico II, ritenta, sarà un sogno ancor

essa!

Consideriamo Federico specialmente in relazione all'Italia, perchè al

mio tema mi convien cercar limiti da ogni lato.

Dalla prima Lega Lombarda in poi s'hanno altri esempi e frequenti

di leghe di Comuni, quella di San Donnino, quella di San Ginesio in

Toscana, quella per aiutare Innocenzo III. È bensì vero che ne sono

aiutati talvolta anche Ottone, anche Federico, e che si hanno altresì

leghe di Comuni contro Comuni. Ma infine questa forma persiste. È

forse essa che potrà riordinare stabilmente l'agitata vita dei Comuni

italiani? Oibò! Le leghe sono uno spediente transitorio. Gli odii

sopravvivono; lo strazio persiste; per le più futili cagioni i Comuni

si combattono, ed una caricatura profondamente storica, nonostante

i suoi anacronismi, è la _Secchia Rapita_ del Tassoni, che tutti

conoscono. Non basta! La lotta è anche dentro il Comune, permanente,

indomabile, fra classe e classe, fra una contrada e l'altra, fra una

casa e l'altra. Non importa contare le sette od ottomila guerre di

Comuni, che ha noverato il Ferrari. Bastano i versi di Dante:

E l'un l'altro si rode

Di quei che un muro ed una fossa serra.

Come fa, ciò nonostante, a vivere il Comune? Eppure, non soltanto

vive, ma oggi è guelfo, domani è ghibellino, a seconda che l'una

o l'altra parte prevale, e nondimeno questo nocciolo centrale,

quest'unità primitiva, che si chiama Comune, non si dissolve. Oh,

vorrei ben vedere quanto resisterebbero oggi a tali prove i nostri

grandi congegni parlamentari ed amministrativi! Quell'unità del

Comune ha pur dunque saputo imporsi alle divisioni delle parti.

Perchè non potrebbe un'unità superiore imporsi ai Comuni? Non ha già

il Comune una autorità unificatrice nel Potestà, che per i patti di

Costanza era imperiale ed ora è suo? non è il Podestà straniero per

rappresentare appunto una giustizia superiore ai partiti? e perchè

non si può avere un Podestà straniero e più alto, che molti Comuni

rispettino? Potrebbe essere un gran papa, se Innocenzo III non fosse

morto. Sarà invece un grande imperatore? Sarà Federico II? È questo,

o signore, il suo gran tentativo. Chi potrebbe osarlo meglio di lui?

“È il più italiano, dice il Del Lungo, anzi il solo italiano fra quei

Cesari ghibellini„; ha sangue normanno e tedesco nelle vene, è nato

in Italia, è imperatore in Germania, è re in Sicilia, è, soggiunge

il Lanzani, sveglio e immaginoso come un Italiano, ardito e scaltro

come un Normanno, scettico come un Greco, voluttuoso come un Arabo,

tenace come un Tedesco; è bello, cultissimo, parla cinque lingue,

ha il pensiero libero, la mente sagace, pochi scrupoli, diplomazia

sopraffina. Quale attitudine gli manca ad una grande impresa, come

quella di pacificare i Comuni e riunirli sotto di sè, egli, che è già

signore diretto di così gran parte d'Italia? C'è di più. Federico ha

il concetto dello Stato laico ed accentratore (le sue costituzioni

melfitane del 1231 lo dimostrano) quasi come un moderno. Non ha, non

vuole ombre medievali intorno a sè, ma gaiezza, luce, amore, poesia.

Fra le più rabbiose contese reca un alto senso di tolleranza scettica

e filosofica. Predilige le scienze, le arti, le lettere, tanto che

v'ha chi anche oggi sostiene che la poesia italiana è nata alla sua

Corte. Quanto a me, quest'opinione ho per troppo assoluta; e il fatto

m'è sempre sembrato assai più complesso, e non così determinabile di

tempo e di luogo. Comunque, l'affermazione di Dante è in suo favore ed

è tutto dire, sebbene la poesia aulica siciliana sia assai povera di

contenuto e la più aduggiata d'influenze straniere. Ma ciò non scema

nulla all'agile ingegno di Federico, che, curioso e indagatore, ama,

oltre le lettere, la scienza, non solo nelle sue indagini pazienti, ma

ancora nei suoi deliri. Si tiene accanto uno dei più grandi ingegni

del tempo, Pier delle Vigne, e dal nulla lo solleva ai primi onori.

Ha una corte splendida; gli fa corona una figliuolanza bellissima; ben

sedici figliuoli gli conta il Raumer, lo storico degli Hohenstauffen.

I cronisti e i novellieri del tempo lo ammirano. “Lo vidi una volta e

lo amai„ dice fra Salimbene, che pure era guelfo ardentissimo. Tutto

questo, o signore, vi indica una personalità straordinaria, una figura,

che non ha riscontri in tutto il nostro Medio Evo. Ma che giova tutto

questo agli intenti di Federico? Con lui scoppia la terza lotta fra il

Papato e l'Impero, e le grandi qualità personali di Federico divengono

quasi altrettanti delitti, dei quali i Papi lo tacciano. Con tre di

essi specialmente ebbe _briga_, per usare l'espressione dantesca. Ma

se con Onorio gli bastò destreggiarsi, con Gregorio IX e con Innocenzo

IV fu una guerra a morte e nella quale Federico ebbe la peggio. Era

il pupillo dei Papi, il _Re dei preti_, lo chiamavano per beffa i

Guelfi tedeschi: i Papi s'erano covata essi in seno, come dicevano,

questa serpe, ma a proposito della Crociata, sempre promessa e sempre

differita, Gregorio IX (che non è un don Bartolo come Onorio, ma ha

nelle vene il sangue d'Innocenzo III) lo scomunica tre volte in un

anno e dalla scomunica Federico si appella (gran novità anche questa)

alla pubblica opinione, segno certo, che questa si veniva mutando.

Tant'è che nel giugno 1228 Federico, benchè scomunicato, parte per la

Crociata, e questa è condotta da lui, anzichè come una guerra, come

un negoziato diplomatico, degno di un principe sapiente, cristiano e

tollerante. Ma è uno scomunicato, che invece di massacrar gli infedeli,

ha trattato con essi. Che importa, se ha riacquistato Gerusalemme e

il sepolcro di Cristo? Non avesse contro di sè che questa lotta così

pazzamente insensata, Federico forse la supererebbe, ma quando vuol

ricondurre i Comuni dell'Italia ai patti di Costanza, che s'erano

già pian piano rimangiati, egli si trova a fronte d'una seconda Lega

Lombarda. Come domarla? Gli mancano gli aiuti feudali di Germania.

Venissero; la lega chiude i passi delle Alpi. Non resta se non

poggiarsi sul partito Ghibellino, che è dentro ai Comuni. E allora dove

se ne va l'ideale del Podestà supremo, del principe pacificatore? Il

Papa stesso, che non è più arbitro del regno di Sicilia, dove troverà

aiuto contro l'Imperatore? Nei Guelfi dei Comuni. Il fatto delle

discordie italiane trascina dunque per forza nel suo stretto campo,

contaminato d'odii e di sangue, le grandi potestà universali del Medio

Evo. E con esse tutti vi sono trascinati egualmente, chè anche i grandi

feudatari non hanno forza, se non s'aggrappano alle fazioni lottanti

nelle città. Ezzelino da Romano, bizzarro ceffo di tiranno in

Quella parte della terra prava,

Italica, che siede in fra Rialto

E le fontane di Brenta e di Piava,

è un Ghibellino; come gli Este son Guelfi. L'Imperatore lotta colle

forze che ha. I Comuni invece con vera soppiatteria e perfidia italiana

(gli stranieri hanno questa volta ragione di chiamarla così) porgono

di nascosto la mano al ribaldo figlio dell'Imperatore, che gli si è

ribellato in Germania; infamia, nella quale almeno, dice il Raumer, il

violento ma onesto Gregorio IX non trescò. Con tutto questo Federico

vinse la seconda Lega Lombarda a Cortenuova il 27 novembre 1237. È

la rivincita di Legnano codesta? Mai più! Anzi, mandando a Roma in

Campidoglio, come alla sua capitale, le spoglie opime di Cortenuova,

Federico allarma ed irrita sempre più il Papa, che non ha più ritegno

nella lotta, e lo scomunica, lo destituisce dal regno e dall'Impero,

gli cerca ovunque competitori, lo denuncia per ateo, eretico, epicureo,

maomettano, gli bandisce contro una crociata, e indice un concilio,

mentre l'Imperatore dal canto suo fa mandare a picco le navi, che

vi portavano cardinali, vescovi e prelati. Morto Gregorio, la lotta

è continuata da Innocenzo IV, nè d'altro lato l'Imperatore riesce a

domare i Comuni, i quali colla battaglia di Parma del 1248 vendicano

anzi Cortenuova e infliggono all'Imperatore un disastro irreparabile.

Oramai la stella di Federico tramonta; sventure pubbliche, sventure

private, tutto gli si accumula addosso; lo stesso suo figlio Enzo,

bello, cavalleresco, valoroso, amore del padre, idolo dei poeti e delle

donne, è sconfitto a Fossalta e cade prigione dei Bolognesi, che non

lo restituiranno mai più. Fu l'ultimo colpo — e tanta ruina abbuiò

anche la generosa indole di Federico; lo rese sospettoso, feroce,

sicchè è di questo tempo la morte di Pier delle Vigne, il consigliere

più illustre, l'amico più fido dell'Imperatore, che improvvisamente

gli cade in disgrazia ed il cui supplizio rimane un'onta per Federico,

quasi come quello di Boezio per Teodorico. La cagione fu e rimane un

mistero. Fra i contemporanei si credette Pietro vittima dell'invidia

e della calunnia, ed oggi l'Huillard Breholles, l'illustre storico di

Federico e di Pier delle Vigne, conferma quest'opinione, che fu pur

quella professata da Dante, il quale incontrando Pier delle Vigne in

Inferno fra i suicidi, si fa dire da lui:

E se di voi alcun nel mondo riede

Conforti la memoria mia, che giace

Ancor del colpo che _invidia_ le diede.

L'Imperatore morì l'anno dopo, negli ultimi del 1250. Di lui riparlerò

conchiudendo. Basti qui che con lui scompare la più grande forse e la

più complicata figura di tutto il Medio Evo. È la figura di un vinto?

Nella lotta fra Impero, Papato e Comuni il vincitore vero è pel momento

il Comune, ma Federico segna la prima riscossa del principio laico

contro il principio teocratico, e questa è la sua vera vittoria.

Ben lo sentono i Papi e non daranno più tregua alla dannata razza degli

Svevi. Sembra un fato di tragedia greca che, al pari di quella degli

Atridi, incalzi questa famiglia, e gli epigoni di Barbarossa scompaiono

uno dietro l'altro misteriosamente. Rimangono in Germania un fanciullo

di nome Corradino, figlio di Corrado di Svevia e di Elisabetta di

Baviera, ed in Italia, Manfredi, figlio naturale di Federico II,

legittimato in punto di morte. Corrado era morto in Italia (vero

cimitero degli Svevi) contrastando ai Papi, insieme con Manfredi, il

regno di Sicilia, e intanto, durante il grande interregno dell'Impero,

passerà più di mezzo secolo prima che l'Italia riveda un Imperatore

tedesco. Ha usurpato Manfredi il regno di Corradino? La questione è

dubbia, ma inclinerei ad ammetterlo. Non per nulla Manfredi è figlio

di Federico e di una bella e astuta Siciliana! Ma la corona di Sicilia

non se l'era forse guadagnata? e chi l'avrebbe difesa dal 1250 al 1258

contro le furie del Papa, se non era questo giovane ventenne, erede

dell'ingegno, dell'avvenenza, della scaltrezza e del valore del padre?

Pensate, o signore, in che temperie sociale e politica egli deve agire.

Egli è in Italia, si voglia o no, il rappresentante del principio

ghibellino e d'altra parte pei Ghibellini è un usurpatore. I Guelfi lo

temono, ma temono assai più i vecchi e feroci feudatari ghibellini,

uno dei quali, Ezzelino da Romano, osa innalzare fin su Milano le

sue mire ambiziose. Il Papa, implacabile sempre, maledice Manfredi,

come ha maledetto in fasce Corradino, e intanto fra così fiera lotta

di passioni selvaggie, turbe infinite di flagellanti percorrono le

città, implorando pace e perdono. Le leghe guelfe s'accosterebbero

a Manfredi, ma la sua coronazione, che pare l'accenno d'una riscossa

Sveva, rianima i Ghibellini, i quali coll'aiuto di Manfredi vincono il

4 settembre 1260 la battaglia di Montaperti, la qual vittoria è la fine

di quello che i nostri cronisti chiamano il _vecchio popolo_ di Firenze

ed il principio del _secondo popolo_, fattosi in pochi anni “così

vigoroso (scrive Cesare Paoli, pubblicando quel prezioso monumento

di storia, che è il cosiddetto _libro di Montaperti_) da compiere

prima che termini il secolo la sua evoluzione guelfa e democratica

coll'istituzione del Magistrato dei Priori delle Arti, da affermare la

sua nuova e grande potenza colla battaglia di Campaldino„; la rivincita

guelfa, in cui, secondo la tradizione, anche Dante ha combattuto.

Dopo Montaperti e la morte del Papa Alessandro IV si svolge la breve

fortuna di Manfredi. Egli è sul trono; parte ghibellina prevale; la

sempre torbida Roma ha cacciato in esilio la corte Papale; Manfredi

marita sua figlia Costanza a Pietro d'Aragona (altre nozze che avranno

conseguenze importanti); egli stesso, Manfredi, mortagli Beatrice di

Savoia, sposa Elena, greca e discendente dei Comneni. Mai la casa di

Svevia era stata così potente in Italia, e in questa breve tregua

Manfredi si volge alle più civili arti di regno coll'intuito, il

buon gusto, l'alacrità del padre. Sembrano rinati i più bei tempi

della corte di Federico; il re è il più gentile cavaliere d'Italia;

sua moglie una delle più belle donne del mondo. Intorno a questi due

giovani tutto è festa, luce, musica, amore, poesia. Perchè non potrebbe

Manfredi stendere da mezzodì al centro e a settentrione d'Italia la

sua egemonia, determinando la conciliazione dei due partiti? È un bel

sogno anche questo, che forse attraversò la mente di Manfredi, ma si

dileguerà come un sogno! Manfredi pure non è in realtà che un capo

di parte. Di suo, proprio suo, non ha che la sua spada, i Saraceni di

Lucera e i mercenari tedeschi. Ha un bell'essere e sentirsi italiano.

Pei popoli d'Italia è un tedesco; pei Papi è il figlio di Federico II,

e durante quattordici anni i Papi gli cercano un competitore, battendo

a tutte le porte, finchè Urbano IV, un papa francese, si volge a Carlo

d'Angiò, fratello del re di Francia e conte di Provenza. Costui è un

principe cupido, valoroso, violento e già dalla Provenza al di qua

delle Alpi ha distesa la mano rapace su parecchie città del Piemonte.

Non è senza virtù; ha vigor d'animo e di corpo, e Dante, così avverso

a questo primo Angioino ed ai seguenti, salvo Carlo Martello, amico

suo personale, ce lo indica come _colui dal maschio naso_, il nasuto,

certo però con intenzione non benevola, al pari del figlio Carlo II,

il zoppo, indicato pel _Ciotto di Gerusalemme_; al pari del nipote

Roberto, che sebbene noto nella storia coll'attributo di _savio_

e di _buono_, Dante disprezza come un qualunque pedante coronato,

chiamandolo _re da sermone_.

Istigato dall'ambiziosa moglie, che ha tre sorelle regine e vuol essere

regina essa pure, soccorso con ogni mezzo, lecito ed illecito, da

due papi francesi Urbano IV e Clemente IV, Carlo d'Angiò muove alla

conquista del regno, e sebbene Manfredi raccolga ogni mezzo di difesa,

Carlo passando senza inciampo per

Ceperan là dove fu bugiardo

Ciascun Pugliese,

lo raggiunge a Benevento e il 26 febbraio 1266 lo sconfigge, e Manfredi

muore, combattendo da eroe. Onorando da soldato il valore infelice,

Carlo volle dar sepoltura al corpo di Manfredi. Glie la negò invece

il legato del Papa. Ma al di sopra di questi odii selvaggi, al di

sopra di queste atroci intolleranze, che inferociscono anche contro un

cadavere, si solleva, come la giustizia di Dio, la giustizia di Dante,

che assolve Manfredi nei suoi versi immortali.

Carlo d'Angiò, atteggiatosi subito come capo di parte guelfa in

Italia, appena assestate con mano di ferro le faccende del regno,

va in Toscana in persona, ma intanto al Papa non paga il tributo,

non fa la Crociata, si mescola a tutta la politica italiana. Da tale

amico mi guardi Iddio, deve dire il Papa! Ma è tardi a pentirsi!

Nel regno però il malcontento è grande e con lagrime di coccodrilli

si rimpiangono Manfredi e gli Svevi. Ne approfitta il giovinetto

Corradino, e spinto dal tristo fato della sua casa viene in Italia.

Parve da prima arridergli la fortuna. A Carlo d'Angiò ch'era, come

ho detto, in Toscana, si ribellò mezzo il regno, l'isola di Sicilia

andò in fiamme, ma Carlo accorse come un fulmine, e il 23 agosto 1268

vinse Corradino sui campi Salentini, nella battaglia, che erroneamente

ebbe nome da Tagliacozzo, come ha dimostrato il Ficker, correggendo

a questo proposito gli errori topografici del Raumer e dei suoi

predecessori. Rientrato nei confini romani, Corradino si rifugiò nella

Torre d'Astura, ma tradito da un Frangipani e consegnato a Carlo, il

29 ottobre 1268, senz'alcuna forma di giudizio, checchè si sia preteso

in contrario, fu giustiziato sulla piazza del mercato di Napoli come un

volgare predone di strada. Che parte ebbe il Papa Clemente IV in questo

delitto, che tale è veramente? Molti lo accusano. Il Del Giudice, così

benemerito dei documenti Angioini e così autorevole illustratore di

questa catastrofe, lo assolve; ma è in punto oscuro di storia, tanto

più che il pietoso e breve romanzo di quest'ultima vittima Sveva,

eccitò, come doveva, la fantasia popolare, che vi ricamò attorno ogni

sorta di leggende, fra le quali basti ricordare quella del guanto, che

Corradino getta dal patibolo ed è raccolto da Giovanni da Procida, il

futuro e dubbio eroe dei Vespri Siciliani. Ciò dimostra però che tra i

due fatti la coscienza popolare intravvedeva un rapporto, che in realtà

è storico, anche se, come l'Amari ha provato, Giovanni da Procida è

bensì intermediario fra la malcontenta baronia siciliana e le cupidigie

aragonesi, ma non l'eroe dell'improvvisa e spontanea insurrezione

siciliana, che nel 1282 troncò il volo alle ambizioni di Carlo d'Angiò,

le quali oramai da occidente ad oriente parevano non avere più limiti.

Ma la separazione della Sicilia è il primo segno della decadenza

angioina, perchè, nonostante una guerra interminabile, la Sicilia non

fu ricuperata, e quando, salito al Papato Bonifacio VIII, al debole

successore di Carlo I d'Angiò fu dal Papa chiamato in aiuto un altro

avventuriere francese, Carlo di Valois, tutto finì nell'abbietta pace

di Caltabellotta, la quale lascia la contesa come la trova, e di cui,

ora invocandola ora violandola, sapranno ben avvalersi gli Aragonesi.

Certo la loro ambizione fu più fortunata ed accorta di quella del Papa

loro nemico, quel peccatore di grand'animo, strumento e vittima della

lega guelfa fra la Chiesa e la Francia, che Dante mise ancor da vivo in

Inferno, sebbene compassionasse in lui la dignità del Papato vilipesa

nel sacrilegio d'Anagni. Trinciandola da Gregorio VII, Bonifazio VIII

non ne fu che la caricatura, perchè all'alto ideale di quel Papa non

surrogò che cupidigie e passioni personali, delle quali anche Firenze

portò la pena e nelle quali il Papato non guadagnò che l'abbandono di

Roma e la schiavitù d'Avignone. Chi aiutò molto a far durare questa

schiavitù e ne trasse profitto fu re Roberto di Napoli, figlio di Carlo

II d'Angiò e il più notevole dei successori di Carlo I. Fra le satire e

le invettive dantesche contro Roberto e le lodi che gli tributavano il

Petrarca, fatto da lui incoronare poeta, ed il Boccaccio, vissuto alla

sua corte e che adombrò nel _Filostrato_ la storia dei suoi amori con

una figlia naturale del re, il giudizio può rimanere un po' incerto,

ma guardando ai fatti si conferma che quel titolo di _re da sermone_,

affibbiatogli da Dante, non gli tornava poi tanto male. Potenza ebbe

molta; occasioni a farsi grande non gli mancarono; l'animo gli mancò.

Non seppe riacquistare la Sicilia; non seppe nè mantenere, nè assodare

l'ascendente che esercitò nei primi anni dal suo regno in Roma, in

Toscana, in Lombardia. Ai tentativi dei Ghibellini, di Arrigo VII, di

Lodovico il Bavaro, di Giovanni di Boemia contrastò con fortuna; ma

se Convenevole da Prato, il maestro del Petrarca, interprete d'una

necessità, che da molti allora doveva essere sentita, lo preconizzò

in un poema latino come futuro capo d'un gran regno, non napoletano o

siciliano soltanto, ma italiano, certo è che mal poteva rispondere a

cosiffatto ideale, e in quel tempo, un re dotto bensì e letteratissimo,

protettore di poeti e scienziati, ma timido, non guerriero, e che non

aveva lasciata altr'arme in mano ai suoi sudditi che una _mazza di

legno per difendersi dai cani_.

Di Giovanna I, la donna dai quattro mariti, che colla tragica morte

espia le colpe della giovinezza, di Ladislao, le cui cesaree velleità

Firenze seppe a tempo frenare, di Giovanna II, che come dice il

Cipolla, fra l'impero dei favoriti, le gelosie dei cortigiani,

le sanguinose gare dei principi, la guerra esterna ed interna, e

l'universale anarchia, precipita la ruina degli Angioini, non ho più

tempo a parlare e varcherei del resto i limiti cronologici che mi

furono assegnati.

Mi affretto dunque a conchiudere, chiedendovi scusa se per quanto io me

ne sia ingegnato, non m'è riuscito d'esser breve quanto avrei voluto.

Ho cominciato dal parlarvi di Federico Barbarossa, archetipo

d'imperatore tedesco, affinchè poteste meglio apprezzare il carattere

italiano di Federico II e di Manfredi. V'è in questa trasformazione

dei nipoti di Barbarossa tale vittoria della civiltà latina sul

germanesimo, che vi colpisce per la sua rapidità e i suoi effetti.

— Rendere italiano l'impero, come tentò Federico II, era un concetto

degno d'una gran mente, ma era un concetto utopistico. Ad ogni modo,

se non il Comune, il Papa era per certo un ostacolo insuperabile, ed è

perciò che fu talora creduto avere Federico mirato ancora a cumulare

in sè Papato ed Impero. In Manfredi invece v'è in realtà un momento,

in cui si direbbe davvero possibile per la casa di Svevia assumere tale

egemonia italiana da raccogliere sotto di sè tutta la penisola. Se non

che anche Manfredi è storicamente collegato al ghibellinismo, ha contro

di sè il Papato e l'Italia comunale. Non può riescire e non riesce.

La vittoria definitiva dei Guelfi dopo la battaglia di Benevento porta

alla maggiore altezza la civiltà dei Comuni, principalmente in Toscana,

ma è pure preparazione alle signorie nell'Italia superiore. È in quella

vittoria guelfa che si fonda l'autorità di parecchi Podestà e capitani

del popolo, i quali si mutano in signori, e l'esempio del principato e

di una corte italiana, dato da Federico II e da Manfredi, non è senza

efficacia a formare il tipo del signore e delle corti italiane, che qua

e là divengono centro di civiltà e di splendido vivere.

L'età di Federico II e di Manfredi è uno dei momenti di più operosa

vitalità politica italiana, sia per l'azione sveva e ghibellina, sia

per la reazione comunale e guelfa. Questa vitalità per l'improvviso

apparire della casa d'Angiò rimane interrotta, perchè vien meno uno

degli elementi della lotta, vale a dire l'Impero, e gli altri, il

Comune guelfo e il Papato, s'adagiano più tranquilli all'ombra della

nuova monarchia guelfa. Qual'è l'azione di questa _nuova venuta_

nella storia d'Italia? A torto o a ragione tutti si volgono, come

eliotropi, a questo sole nascente. Che meraviglia? Sia giusto o no,

il mondo è dei forti e (come ha di recente dimostrato il Merkel in un

lavoro di assai belle e originali ricerche, in cui prende in esame

le storie, le cronache, le canzoni dei trovèri, dei trovatori, dei

minnesingeri e dei poeti, che cantarono nel provenzale nativo o nel

nuovo volgare italiano) la caduta materiale degli Svevi s'accompagnò

con la loro caduta morale nella pubblica opinione, la quale fu in

prevalenza favorevole all'impresa di Carlo d'Angiò. S'ebbe come una

sosta nel turbinìo degli elementi componenti la vita italiana, ma gli

ideali politici del tempo scaddero tutti e neppure la vittoria finale

fu degli Angioini. L'idea imperiale era già diminuita, fin da quando

casa di Svevia s'era fatta italiana, perchè, scemata la sua autorità

al di là delle Alpi, perdette con questo della sua universalità. Ed

ora la separazione dall'Impero di quel regno delle due Sicilie, ove

gli Italiani avean veduto da ultimo la sede degli imperatori, compie

la scomparsa dell'idea imperiale dalla vita reale d'Italia. Quest'idea

rimane il sogno di Dante; rimane un'ombra che inutilmente cerca

incarnarsi in Arrigo di Lussemburgo, in Lodovico il Bavaro. L'ultimo

suo nobile rappresentante è Arrigo, a cui Dante prepara in Paradiso

un seggio di gloria; poi l'idea imperiale casca negli impronti, negli

avventurieri, nei truffatori.

Che cosa surroga a quell'idea la casa d'Angiò? Nulla di grande, perchè

è guelfa, perchè è straniera e rimarrà sempre tale; perchè la sua

azione si va sempre più ritraendo, prima dalla valle del Po, quindi

dalla Toscana, ed infine si regge a mala pena entro gli stessi confini

del regno.

Quanto al Papato, e al Comune guelfo, che hanno vinto colla spada

di casa d'Angiò, essi non coglieranno che tristi frutti dalla loro

vittoria. Il Papato s'è dato un padrone; il Comune settentrionale

decade nelle signorie, le quali chiedono una consecrazione alla

loro usurpazione, che gli Angioini sono impotenti a dare e che esse

preferiscono ricevere dall'Impero, ogni volta che pare risorgere, sia

pure sotto l'aspetto di una scorribanda di ladri, o di un'avventura

da intriganti. Quanto ai Comuni dell'Italia centrale, essi vedono gli

inframmettenti Angioini mescolarsi alla loro vita, ma per recarvi nuovi

elementi o di discordie o di servitù.

Finalmente, quanto alla stessa casa d'Angiò, se paragonate soltanto le

condizioni d'Italia nel primo decennio del secolo XIV cogli ultimi anni

della casa di Svevia, vedrete che gli Angioini hanno già perduta una

parte della loro monarchia, che hanno il Papato avverso e cospirante

alla loro ruina, che alle signorie dell'Italia superiore basta la

comparsa d'un'ombra d'imperatore per rifarsi ghibelline, che i Comuni

dell'Italia centrale invocano talvolta il suo aiuto, ma poi subito

l'hanno in sospetto e se ne liberano. In tali condizioni essa, non solo

non ha più speranza di divenire una potenza italiana, ma, mantenutasi

a stento napoletana, non le rimarrà che sprofondarsi a poco a poco

nell'anarchia e finalmente cedere il campo agli Aragonesi, più validi,

più destri e più fortunati.

Che tetra e dolorosa storia ho dovuto narrarvi! Gente che corre dietro

alle ombre; grandezze fatue, colpe, sventure, illusioni; nulla di

certo, tranne sognare, decadere, annientarsi, scomparire come in un

perpetuo _nirvana_. Ma queste conclusioni dolorose sono la grande e

malinconica poesia della storia! Nella quale intendo la rassegnazione

cristiana del Manzoni, il gemito disperato del Leopardi, ma nella quale

l'ottimismo, se non è sulle labbra sarcastiche del Voltaire, mi sembra

la più volgare delle conclusioni. Del resto, che meraviglia? La storia

è la vita!

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 39 / 80 题