DI MARCO TABARRINI

_Signore gentili e signori_,

La vita morale dell'uomo ha presso a poco le stesse leggi che governano

la natura fisica. Tutti più o meno abbiamo l'età in cui fioriscono

le facoltà della mente, come piante vigorose in terra vergine; alla

quale succede poi quella che ne matura i frutti; finchè si arriva

alla vecchiezza che non ha più nè fiori da sbocciare, nè frutta da

cogliere. Chi nacque col bisogno di fare qualche cosa nel mondo, di

non seppellire nell'ozio il danaro dell'ingegno che gli fu concesso,

se rifà con la mente la storia della sua vita intellettuale, si

accorgerà facilmente che tutte le risoluzioni più efficaci di operosità

di pensiero, tutti gli argomenti di studi geniali, si produssero

in lui nella gioventù, vera primavera della vita, quando le forze

dell'intelletto sono ancor fresche, e si ha fiducia in sè stessi e

negli altri. I disegni più arditi, gli studi più faticosi son propri

di quella prima levata dell'ingegno giovanile, che poi si coloriscono e

si compiono nelle età successive, se un felice concorso di circostanze

favorisce la buona volontà. È questa presso a poco la legge di

produzione dei frutti dell'ingegno, dai più alti ai più umili.

E anch'io, per quanto ultimo degli ultimi, quando fui onorato

dell'invito di fare una conferenza di argomento storico in questa

cara Firenze, ove, se non ebbi la fortuna di nascere, ricevei però il

battesimo della vita civile, dolente di rispondere con un rifiuto, mi

diedi a riandare i miei studi giovanili, per vedere se tra i lavori

incominciati ed interrotti per le vicende della mia vita, che ho

dovuto consumare tutta in cure disparatissime, alcuno ne trovassi

che potessi riprendere oggi, e ridurre alle proporzioni di una

conferenza tollerabile. Fra il disordine di carte polverose trovai

certi studi sulle consorterie del medioevo, incominciati con molta

pazienza trent'anni sono, quando non mi mancava il tempo di consultare

biblioteche ed archivi. Su questo tema mi aveva messo il mio maestro di

diritto romano Pietro Capei; il quale mi ammonì che poco avrei trovato

nei libri, e che bisognava cercare la materia negli statuti e negli

atti pubblici e privati dei secoli XIII e XIV. Mi posi con grande amore

in queste ricerche, e tanto mi si allargarono tra mano che il materiale

raccolto fu piuttosto eccessivo che abbondante. Ma ripresi oggi quelli

studi, presto dovei accorgermi che tutta quella congerie di testi e di

documenti non faceva ora al caso mio, e che, tenendomi su quella via,

non ne avrei potuto cavare un discorso tollerabile anche da uditori

indulgenti. Allora pensai che altro non mi rimaneva da fare che trarre

da quelle minute ricerche le conclusioni più logiche ed evidenti,

lasciando da parte quasi tutta la preparazione erudita. Così se il

mio discorso perderà gran parte della sua importanza scientifica[4],

avrà però il merito di non annoiarvi soverchiamente, e, sacrificando

la vanità di erudito, di trattenervi sopra un argomento poco noto di

storia patria, senza tedio e stanchezza.

La gran mole dell'Impero romano nel quale si era conchiusa la sintesi

della civiltà pagana, era caduta pezzo per pezzo sotto la spada dei

barbari, aiutata dall'odio delle provincie soggette a Roma. La rovina

fu lenta, perchè le forze che sostenevano quell'enorme edifizio

vennero meno a poco a poco; e la distruzione si arrestava talvolta

per qualche tempo, per riprendere poi con maggiore impeto l'opera sua.

Il Cristianesimo guardava quasi con indifferenza questo sfacelo di un

mondo che non era il suo, aspettando di poter ricostituire sopra altri

fondamenti una nuova civiltà. Alla fine del VI secolo si può dire che

la dissoluzione dell'Impero romano fosse compiuta. Roma, presa due

volte dai barbari, privata dell'Imperatore e dei Consoli, non era più

il capo del mondo, e con lei si spegneva lo spirito latino che aveva

informato la civiltà da lei imposta alle nazioni. Un avanzo dell'Impero

durava ancora sul Bosforo, nella città di Costantino, ma poco o nulla

aveva di romano; e la sua vita morale si alimentava degli avanzi della

civiltà greca ed orientale, infeconda nella sua decrepitezza, e sulla

quale i Teologi consumavano l'opera deleteria dei Sofisti antichi.

La caduta dell'Impero latino lasciò un gran vuoto nel mondo, e

l'umanità smarrita non sapeva per qual via incamminarsi per trovare

nuove ragioni di civiltà e nuove forme di reggimento. Di costituito non

c'era altro che la Chiesa, la quale, forte del principio che le dava

vita, custodiva la tradizione latina, e preparava l'avvenire. Questo

periodo di sgomento e di incertezza, è rappresentato nella storia da

due secoli di oscurità e di paura, nei quali non si scorge altro che la

violenza di chi opprime e l'avvilimento di chi si lascia opprimere.

Finalmente allo spirare del millenio, sopra questo campo insanguinato,

in questo rimescolarsi confuso di vincitori e di vinti, cominciano a

disegnarsi le prime forme civili, e si mostra l'embrione d'una società

nuova. È naturale che dalle genti germaniche le quali avevano disfatto

l'Impero romano, venisse il concetto dei nuovi organismi sociali;

poichè la forza era nei vincitori, e chi vince colla spada nel campo

dei fatti seguita a vincere nel campo delle idee. Senza fermarci a

discutere quali elementi di vita propria portassero nel mezzogiorno

dell'Europa le razze germaniche conquistatrici, a noi basterà notare

come al finire dell'XI secolo, anche in Italia, la nuova società

si fosse costituita a forma feudale, la quale era quella che meglio

rispondeva ai sentimenti e al costume di quelle genti. Debolissima e

quasi obliterata l'idea dello Stato unitario, della _suprema potestas_,

come i Romani l'avevano intesa, i feudi la rappresentavano frantumata

nelle famiglie. Non più la _respublica_ divisa in provincie, in

municipii, in colonie, ma un impero nominale diviso in marche, ducati

e contee.

È inutile per noi la ricerca se il _feudo_ venisse dal _beneficio_

latino, se il _colonato_ si mutasse in _vassallaggio_. Quello che

importa di stabilire è chi fossero i marchesi, i duchi, i conti; chi

fossero i vassalli, di chi si componesse il popolo libero.

Le irruzioni dei barbari in Italia avevano proceduto con forme diverse,

producendo molta varietà di effetti. Alcune erano di eserciti che

si aprivano la via con la spada; altre di popoli che scendevano ad

occupare le terre abbandonate o non difese. Le prime eran passate come

uragani distruggitori, le altre con occupazioni violente, avevano

sovrapposto un popolo sull'altro. Gli Eruli e i Vandali, dopo aver

corsa l'Italia, si erano dispersi nell'Africa; i Goti, dopo un regno

effimero semi-romano, erano passati in Spagna; i Longobardi avevano

preso stanza nella Valle del Po, da questa erano entrati, passando

l'Apennino, nella Valle del Tevere; e coi ducati di Spoleto, di

Benevento e di Salerno, avevano invaso anche l'Italia meridionale.

Il regno da essi fondato durò due secoli. Distrutto da Carlo Magno,

rimasero i vinti nelle loro sedi accomunati ai vincitori, coi quali

avevano comune il sangue; e pesarono ambedue sulla misera plebe del

popolo di razza latina. In Italia dunque, verso il mille, c'era un

popolo vinto che serviva, e un'accozzaglia di vincitori che dominava.

I vincitori, seguendo l'antico costume germanico che aborriva dal

chiudersi nelle città murate, si erano sparsi per le campagne, e

nei contadi avevano ascritto alla gleba i coltivatori delle terre,

appropriandosene i frutti. Nella città era rimasto il popolo che

esercitava le arti e i mestieri, ingrossato da quanti vi avevano

cercato rifugio nelle prime invasioni.

Questa divisione etnografica prendeva forme civili dall'organismo

feudale prevalente; ed ogni signore teneva il feudo come un piccolo

Stato, sicuro nel munito castello, intorno al quale formicolavano

le turbe dei vassalli. Le città uscirono da questa rete di piccole

signorie, sebbene fino a un certo tempo anch'esse avessero i conti; ma

forse più come magistrati che come signori.

I signori dei grossi feudi erano di stirpe longobarda o franca, e i

loro titoli di signoria risalivano alle prime conquiste; poi seguivano

quelli che erano venuti cogli imperatori e singolarmente cogli Ottoni,

ed erano rimasti in Italia gratificati di feudi per afforzare il

partito imperiale. C'erano poi signori feudali di razza latina, ed eran

quelli tra i più ricchi che avevano ottenuto, per premio di devozione

o per moneta, concessioni feudali dagli imperatori di Alemagna nelle

loro frequenti discese in Italia; e c'erano finalmente i Vescovi e

gli Abati, baroni e conti dell'Impero, pei quali era sorta la gran

quistione delle investiture ai tempi di Gregorio VII. Inferiori a

questi pullulavano una miriade di conti, di cattani, di militi, e di

lambardi i quali o si erano arrogati la signoria di piccoli borghi o

casali ai tempi della conquista, o avevano ottenuto subinfeudazioni di

terre dai maggiori feudatari.

E tutti questi o per diritto di conquista o per leggi e consuetudini

del diritto feudale, esercitavano giurisdizioni mal definite, o meglio

un potere arbitrario che non aveva limiti, e contro il quale non c'era

riparo possibile; perchè l'Imperatore che soprastava a questo esercito

di prepotenti, era lontano e senza forza; i suoi Vicari tiranneggiavano

per conto proprio; e il Papa, difensore naturale dei deboli e degli

oppressi, doveva difendere sè stesso.

Sotto queste diverse categorie di soprastanti che comandavano, stava

nei contadi la plebe dei vassalli, forse avanzo degli antichi coloni

latini, e di piccoli proprietari spossessati dalla violenza delle

conquiste. I miseri legati alla gleba che bagnavano del loro sudore,

si compravano col fondo come il bestiame e gli altri strumenti di

produzione. Ed ove i feudi avevano lasciato qualche tratto di terre

franche, c'erano proprietari liberi che coltivavano il fondo con le

proprie braccia, o lo facevano coltivare da lavoratori non ascritti

alla gleba. La libertà e la proprietà erano sicuramente grandi

benefizii per questa classe media posta tra i signori di feudi e i

vassalli; ma libertà e proprietà non difese da poteri pubblici erano di

poco valore, e non li francavano dalle angherie dei feudatari, che li

taglieggiavano nelle vie, ai passi dei fiumi, ai mulini; o turbavano

i confini dei campi con frequenti usurpazioni. Queste violenze ci

sono insegnate dagli statuti dei Comuni, che più tardi ne ordinarono

la repressione. Risparmio le citazioni per diminuire la noia di chi

mi ascolta. Voglio però notare come il linguaggio del tempo facesse

palese l'indole tutta feudale che aveva assunto la società; _contado_

(_comitatus_) era la signoria del conte; _contadini_ (_comitatini_)

gli abitanti delle terre del contado. La parola _vassallo_, per quanto

sappia, è rimasta viva soltanto nel dialetto romanesco, nel senso di

uomo vile e spregevole; perchè a Roma, l'antica baronia durò potente

più che altrove, mentre in Toscana feudi e vassalli sparirono troppo

presto per lasciar traccia nella lingua.

Mi resta ora a parlare delle città che erano rimaste immuni dal regime

feudale. Nelle città desolate dalle prime invasioni, e ridotte senza

mura, perchè non potessero essere centri di difesa, erano rimasti gli

avanzi del popolo latino, il quale viveva esercitando i mestieri ed

il commercio, da cui aborrivano gli invasori, e serbando le tradizioni

d'una civiltà la quale, se non era bastata a liberarli dalla barbarie

irruente del settentrione, almeno li consolava nella presente miseria

con la memoria dell'antica grandezza. Che gli artieri e i mercanti

della città conservassero le tradizioni latine e l'orgoglio del

loro sangue, e che poca presa vi facessero le leggi e le costumanze

barbariche, almeno per ciò che riguarda la Toscana, mi pare indubitato.

Qui meno che altrove i conquistatori presero stanza; qui prima che

altrove rifiorirono le industrie e i commerci; e finalmente qui ebbe

vita la lingua volgare che più si avvicinava al latino. Se a questo

si aggiunge l'azione del Clero, il quale di continuo, e colla lingua

rituale e con la poca coltura che possedeva, richiamava le menti

al passato, e le professioni della legge personale ammesse nella

legislazione carolingia, si avrà una serie di argomenti per dimostrare

che gli spiriti latini continuarono negli animi del popolo della città,

anche nei tempi più tenebrosi della barbarie.

Questo popolo cittadino, come abbiamo già notato, si componeva di

proprietari liberi di beni nel contado, di mercanti e di artieri. Il

clero ed i notari ne formavano, a così dire, la parte colta, sebbene

la loro coltura andasse poco più in là del leggere e dello scrivere.

Ciò che mancava a questa gente operosa, che nelle città smantellate

non si teneva sicura, e nel contado andava soggetta alle vessazioni dei

signori feudali, era principalmente la tutela degli interessi; e come

questa tutela non la trovavano nell'Imperatore lontano ed impotente, nè

tampoco nei suoi Vicari, intesi sopratutto a mantener vive le ragioni

imperiali in Italia, senza alcun riguardo alla soddisfazione dei

popoli, furono condotti a cercarla in sè stessi.

La stessa fiacchezza del potere imperiale, che dopo gli Ottoni,

impigliato nelle guerre interne e nella gran lotta coi papi, esercitava

ben poca azione sulle città italiane, prestò occasione agli uomini

delle città prima di chiedere privilegi, come di rialzare le mura

diroccate, poi di batter moneta, e inoltre di vendicarsi in libertà, e

di costituirsi a Comune, cioè con un reggimento proprio che provvedesse

ai comuni interessi. Questo felice rivolgimento che segna il principio

di una grande epoca nella storia italiana, accadde sulla metà del

secolo XI; e fu il risvegliarsi dell'idea del municipio latino, forse

non del tutto spenta anche sotto le dominazioni barbariche, come

si vede dal primo magistrato creato dai Comuni liberi, che furono i

_consoli_, nome che non veniva sicuramente dalle foreste germaniche.

Come e quando si costituisse il Comune di Firenze, meglio che dagli

altri storici antichi è stato messo in chiaro dai recenti studi

del Villari, del Santini e del Del Lungo, nè io voglio ripetere qui

quello che da essi fu scritto. A me basta rammentare, come, appena

costituito il Comune, i Fiorentini videro bene che la nuova libertà

bisognava difendere da due potenti avversari che l'avrebbero prima

o poi insidiata ed oppressa; dall'Imperatore che avrebbe quando

avesse potuto rivendicata la sua autorità, e dai signori feudali che

impedivano al Comune di espandersi nel contado. Perciò, all'Imperatore

lontano, contrapposero la Chiesa e la lega degli altri Comuni guelfi

della Toscana, ed ai signori feudali vicini ruppero subito una guerra

implacabile.

Ed infatti la dieta di San Genesio che costituì la lega delle città

guelfe, è del 1172, ed è il primo grande atto del Comune di Firenze,

che avesse effetti i quali passavano gli stretti confini del suo

territorio; atto che imitava in più esigue proporzioni la Lega

Lombarda, che appunto in quel tempo era uscita vittoriosa dalla guerra

contro l'Imperatore Federico. Ma prima ancora della lega guelfa, il

Comune aveva cominciato le guerre feudali. Fino dal 1107 si erano

abbattuti i castelli di Pogna e Montegrossoli nel Chianti, e di Monte

Orlandi a Signa; e in quel torno si disfà il castello di Cambiate

nel Mugello e se ne cacciano i Cavalcanti. Si fabbrica Montelupo a

fronteggiare gli Alberti di Capraia, e nel 1135 si rovina il castello

di Monteboni, costringendo i Buondelmonti a venire in città e starvi

da cittadini. Queste guerre erano feroci e si combattevano col ferro e

col fuoco; e sulle prime le difese dei signori erano disperate, perchè

vedevano nella vittoria del Comune la loro rovina; ma poi fatti accorti

che ogni resistenza veniva meno di fronte a quegli impeti popolari

che sempre si rinnovavano, alcuni piegarono ad accordi, ed il Comune

li ricevette in _accomandigia_, che è quanto dire garantì loro la

proprietà della terra, ed essi diedero fede al Comune di essere suoi

difensori. Così furono accomandati i conti di Mangona e di Vernio, e

più tardi i Ricasoli di Brolio ed altre potenti famiglie. E questa

politica di guerra contro i feudatari non mutò mai per mutare di

governi in Firenze, per oltre due secoli. Quando Pistoia fu aggregata

al contado fiorentino, nel 1331, si disfanno i castelli della Montagna,

e lo stesso accade nel 1339 quando Firenze ebbe Arezzo; i Tarlati e i

Barbolani furono ricevuti in accomandigia, e agli Ubertini, ai Pazzi

di Valdarno, ai conti della Faggiola e di Montefeltro, fu vietato di

accostarsi ad Arezzo meno di dieci miglia.

Oltre a snidare i magnati dai castelli, pensò il Comune di diminuirne

la potenza, emancipando i vassalli da ogni servitù, dichiarandoli

liberi nella persona e nello stato, e vietando loro, sotto pena di

lire mille di fiorini piccoli, di vendere per qualsiasi titolo, a

tempo, o in perpetuo la loro libertà. L'atto dei Priori delle arti ha

un proemio dottrinale sul diritto naturale dell'uomo ad esser libero

e sull'interesse che ha lo Stato ad avere liberi cittadini anzichè

servi, che parrebbe scritto nel secolo XVIII, mentre ha la data del

1279 e meriterebbe di essere testualmente riferito, non fosse altro

per dimostrare che le dottrine di libertà erano note ed applicate

in Italia, cinquecento anni prima che fossero proclamate in Francia

dalla Rivoluzione; ma se io lo recitassi qui nel barbaro latino del

notaro imperiale Bonsignore di Guezzi che lo scrisse, annoierebbe la

cortese udienza, e voltato in italiano perderebbe il suo carattere e

la sua importanza. È giusto poi di notare che in questa emancipazione

dei vassalli, il Comune di Firenze fu preceduto dal Comune di Pistoia

che la dichiarò nel 1205, e dal Comune di Bologna che fece lo stesso

nel 1256; e della grande contentezza che questi atti produssero nelle

popolazioni rurali, si ha la prova nell'appellativo di _paradiso

di gioia_ che ebbe a Bologna il libro ove si scrissero i nomi dei

liberati.

L'emancipazione dei vassalli recise i nervi della potenza feudale,

perchè tolse le braccia che essa armava in sua difesa e ad offesa

degli inermi. Ma conseguenze economiche anche più benefiche ebbe

quell'atto per il contado fiorentino. I signori non avendo più i

contadini in loro balìa, nè potendo loro imporre la cultura dei campi

come servigio obbligatorio, doverono patteggiare con essi, e diedero le

terre in affitto, o in enfiteusi, o a colonia parziaria (_partiarius

colonus_) per via di contratti di mezzeria (_locatio ad medium_) che

poco differiscono da quelli tuttora in uso tra noi. L'enfiteusi,

o come poi si disse il _livello_, creò gran numero di proprietari

nelle terre e nelle ville, i quali a poco a poco fatti ricchi col

risparmio, formarono quella grassa borghesia campagnuola che diffuse

poi l'agiatezza in tutta la Toscana; mentre la mezzeria diede vita ad

una classe numerosa di lavoratori liberi, quasi condomini coi padroni

delle terre, che con loro ne dividono i frutti: _nullum justius genus

reditus_, _quam quod terra_, _cœlum_, _annus_, _refert_, come dicono le

carte del tempo.

Abbattuti i castelli, sciolti da ogni vincolo di servitù i vassalli,

il Comune costringeva i signori di feudi a venire in città e fare

vita civile. Con che animo e con quali passioni venissero in Firenze

questi magnati a contendere in palagio coi mercanti di Calimala e

coi lanaioli di Mercato Vecchio, è facile immaginare. Memori degli

aviti castelli e sdegnando abitare le umili case dei cittadini,

cominciarono a fabbricarsi palazzi merlati di solida architettura, con

torri altissime, e mensole per reggere impalcature esterne, e grosse

campanelle di ferro con catene atte a fare serraglio alle strade; vere

fortezze munite, nel mezzo della città. E intorno al palazzo del capo

della casata si distendevano le case dei parenti come campo trincerato

a comune difesa. Mi ricordo che un giugno del 1853 passeggiando con

Adolfo Thiers le vie di Firenze, ed ammirando le solide costruzioni

degli antichi palazzi dei secoli XIII e XIV, senza finestre al pian

terreno e colle mura rivestite di pietra forte, senza che il tempo vi

abbia potuto fare una sconnettitura, egli osservava acutamente che i

Fiorentini avevano inventato l'architettura della guerra civile.

E veramente arnesi validi di guerra civile furono quei palazzi

abitati da famiglie che portavano in città i costumi e le prepotenze

della vita feudale, aborrenti dalla quiete del vivere cittadinesco e

dall'eguaglianza civile professata dal Comune. Le famiglie feudali

di razza teutonica erano fortemente costituite, non per l'autorità

del padre di famiglia secondo le leggi romane, ma per un legame di

solidarietà riconosciuto e mantenuto da quanti uscivano dal medesimo

sangue, e avevano comuni il nome e l'arme. Ed anche le famiglie di

origine latina che avevano avute investiture feudali dagli Imperatori

alemanni, avevano a poco a poco adottato i costumi e le consuetudini

delle prime.

Questo vincolo di solidarietà, che era patto tacito di mutua offesa e

difesa per tutti, debole finchè le famiglie feudali erano disperse nei

castelli del contado, si fece forte e prese una forma più determinata

quando queste famiglie furono costrette a vivere in Firenze, dove

trovavano il popolo nemico, e dove il bisogno della comune difesa era

più urgente. Perciò esse cominciarono dal fabbricarsi palagi e torri

una presso all'altra, per essere vicini e pronti sempre all'offesa e

alla difesa. Così c'erano vie ove quasi tutte le case appartenevano

alla medesima casata, e le torri, costruite a spese comuni, si aprivano

per accogliere in caso di pericolo, quanti erano di quel gruppo

di famiglie. E le famiglie spesso erano numerose, ma, per quanto

crescessero, non si staccavano mai dalla comunanza del nome che portava

seco comunanza di passioni e d'interessi. Degli Ubertini di Mugello si

contavano quindici famiglie, e i Cancellieri di Pistoia, mandarono in

campo dei loro fino a 107 uomini d'arme.

Questa unione di famiglie uscite dal medesimo ceppo, che faceva comuni

a tutti le offese e le vendette costituiva quel vincolo che allora si

disse _consorteria_, e che era un prodotto più del costume che della

legge, talvolta modificato dalle convenzioni, ma che sempre portava

obbligo d'onore ai consorti di non infrangerlo. E la solidarietà

dell'offesa portava seco la solidarietà della vendetta per tutti i

consorti. Dante nel Canto XXIX dell'_Inferno_ trova Geri del Bello

suo parente che era stato ucciso e non vendicato; e l'ombra di costui

fugge via sdegnosa senza voler parlare al Poeta, ond'egli ne spiega la

ragione in questi versi:

. . . . . . La violenta morte

Che non gli è vendicata ancor, diss'io,

Per alcun che dell'onta sia consorte,

Fece lui disdegnoso; onde sen gio

Senza parlarmi......

Consorti si nasceva, e _consortes sunt de eadem stirpe per lineam

masculinam usque in infinitum_, si legge nelle carte del tempo.

Chi volesse rintracciare l'origine precisa delle consorterie, non

verrebbe a capo di scoprirla; si trova il fatto nella storia, e la

sua repressione nella legge statutaria, senza sapere quando e come si

producesse. Piuttosto non mi pare oziosa l'indagine diretta a conoscere

se le consorterie derivassero da costumanze germaniche o da tradizioni

latine.

I conquistatori di razza teutonica, avean portato, con la conquista,

costumi, leggi, ed affetti propri. Il Cristianesimo, ordinato nella

Chiesa, compenetrava del suo spirito vivificatore gli avanzi umiliati

della gente latina e le vigorose propagini dell'innesto barbarico;

e mentre ai dominatori temperava gli istinti selvaggi, teneva viva

nei vinti la memoria delle loro nobili origini, che non sarebbe stata

sempre il _misero orgoglio d'un tempo che fu_. Da questa mescolanza di

idee e di sentimenti, che in parte erano eredità dei vinti, in parte

patrimonio dei vincitori, deriva una grande incertezza sulle origini

delle istituzioni medioevali, tanto nella loro forma esteriore, quanto

sul principio storico che le ha generate. Le ricerche più pazienti

rare volte conducono a stabilire se una istituzione politica o civile

sia stata fra noi un portato germanico o una reminiscenza latina. La

geologia, distinguendo le stratificazioni sovrapposte che formano la

corteccia della terra, determina esattamente i prodotti particolari

delle diverse epoche cosmiche: altrettanto non può fare la storia;

la quale, per ciò che tocca il medioevo, meglio si assomiglierebbe ai

codici palinsesti, ove la sbiadita scrittura antichissima trasparisce

qua e là sotto la più recente del monaco copiatore, tanto da far

leggere al paleografo esperto, tra i versetti d'un salmo, un frammento

di Cicerone. Proviamoci a trattare questo metodo nella ricerca delle

origini della consorteria.

Abbiamo notato più sopra la costituzione della famiglia germanica,

nella quale la proprietà, la colpa e la vendetta erano comuni a tutti

gli uomini atti alle armi; differiva essenzialmente dalla famiglia

latina, nella quale l'autorità era concentrata nel padre di famiglia,

che rispondeva di tutto e per tutti. Ora aggiungiamo, che, per le

antiche consuetudini germaniche, più famiglie del medesimo sangue

costituivano una _fara_. Più _fare_ costituivano un _gau_, forse

il _pagus_ dei latini, a cui presiedeva un ufficiale pubblico detto

_graf_. Quando queste genti occuparono le terre del mezzogiorno, il

luogo ove queste unioni di famiglia si formavano e prendevano sede,

si chiamò _fara_; nome che è rimasto ancora ad alcune località, come

_Fara Sabina_, _Fara Novarese_, _Fara Olivara_, _Fara San Martino_,

_Fara Vicentina_. Nella lingua nostra, per quanto mi sovvenga, la

parola non è entrata altro che nella voce _farabutto_, che sicuramente

fu trovata dai vinti in dispregio ed in onta dei vincitori. A non

guardare ad altro, parrebbe che la consorteria fosse una derivazione

della fara longobarda. Ma noi non crediamo di doverci fermare qui. La

parola _consorteria_, che viene dal latino, ci induce a credere che

nella idea originata dalla particolare costituzione della famiglia

germanica, entrasse pur qualche elemento di romanità. Le parole non si

usano a caso e sono segno d'idee, e, quando i nostri antichi chiamarono

_consorteria_ l'unione di più famiglie uscite dal medesimo sangue,

danno indizio che volessero esprimere qualche cosa che non era la

_fara_ longobarda.

I Romani oltre la _familia_ avevano la _gens_ che comprendeva le

famiglie uscite da un medesimo stipite. _Ex gente Domitia duo familiæ

venerunt Calvinorum et Ænobardorum_, dice Svetonio. La gens era segno

di nobiltà perchè dimostrava l'antichità della schiatta; ed Orazio

nelle _Satire_ chiamava _sine gente_ un uomo spregevole e macchiato

di colpe. Coloro che uscivano dalla medesima gente, erano chiamati

_gentiles_, e Cicerone li definisce egregiamente nella Topica,

_gentiles sunt qui inter se eodem sunt nomine; ab ingenuis oriundis;

quorum majores nemo servitutem servivit, et qui capite diminuti non

sunt_; e in altro luogo con perdonabile vanità chiama il re Servio

Tullo _meo gentili_, quasi ambedue fossero usciti dalla gente Tullia.

Dunque anche presso i Romani la medesimezza del sangue e del nome

produceva un legame tra più famiglie; legame che non era soltanto una

comunanza della religione domestica e del sepolcro, ma produceva anche

effetti civili; perchè lo stesso Cicerone nella _Rhetorica_ ad Erennio,

ci insegna che se il padre di famiglia moriva intestato, il suo

patrimonio (_familia et pecunia_) andava agli agnati e ai _gentili_.

Nè questo concetto della _gens_ e della _gentilitas_ si spense coi

Romani, ma perdurò anche nel medioevo, che della tradizione latina

aveva conservata più che non si creda dai fautori del germanismo.

Coppo Stefani nella sua _Cronica_, parlando dei grandi che sostenevano

il conte Guido Novello vicario imperiale, aggiunge _così chiamavano

li gentili_. E Dante, nella fiera esortazione ad Alberto imperatore,

esclama:

Vien crudel, vieni, e vedi la pressura

Dei tuoi gentili....

E parlando della discendenza delle case nobili antiche la chiama

_gente_. Così dei Malaspini di Lunigiana, dice:

Che vostra gente onrata non si sfregia:

e deplorando la decadenza dei Traversari e degli Anastagi

Che l'una gente e l'altra è diretata.

Così pare evidente che prima assai della _fara_ germanica, gli Italiani

latini ebbero la _gens_ romana, con significato presso a poco eguale ma

con effetti meno assurdi e più civili.

Ed ora, ripigliando la parola _consorteria_, derivata dal latino

_consors_, che è dei tempi migliori della latinità, anche qui

la romanità vince la barbarie. La definizione di _consors_, ci

è data dai commentatori del diritto romano: _consors significat

dominii perticipem, et hii quibus talis communis est res, consortes

appellantur_. Nè il consorzio riguardava soltanto il dominio di una

cosa comune a più, ma si estendeva anche ad altri oggetti; e si aveva

il _consors litis, munerum, petitionis, quasi eiusdem sortis, hoc

est fortunæ, in omni vel in aliqua re_. E nel diritto feudale passò

la parola _consortes_ a significare il signore e il vassallo, _quasi

eiusdem militiæ socii_.

Non voglio moltiplicare citazioni, e, raccogliendo il pensiero in una

sintesi conclusiva, a me pare che, data la costituzione germanica delle

famiglie signorili nel medioevo, colla solidarietà di tutti nell'offesa

e nella vendetta, si applicasse fra noi a queste famiglie il concetto

tradizionale latino della _gens_, e si chiamassero pure con voce latina

_consorterie_ queste comunanze. Ond'è che nella _consorteria_, come

in quasi tutti gli istituti del medioevo, c'è una mistura di elementi

germanici e latini, senza prevalenza assoluta degli uni sugli altri,

ma con tendenza manifesta a fare assorbire il più barbaro dal più

civile, perchè la civiltà nuova, fino dai suoi primi albori, accennava

a costituirsi con intendimenti essenzialmente latini.

Dai signori di feudi venuti ad abitare in Firenze si continuarono,

quanto era possibile, le consuetudini della vita dei castelli.

Dispregiatori di questo popolo di artigiani e di mercanti che li aveva

cacciati dai luoghi ove eran nati, vivevano appartati nelle case,

muniti di torri per la difesa e di logge per le radunate dei consorti.

Le case una accanto all'altra impedivano vicinanze ostili ed incomode.

Per avere un'idea del numero e della potenza delle consorterie dei

grandi, rammenterò che in uno dei tanti tumulti popolari, i Bardi

ebbero rovinate 22 case, e persero mobili per il valsente di molte

migliaia di fiorini.

Nell'anno 1200 si contavano 75 famiglie che avevano torre. Le torri

erano quadrate, alte dalle 120 alle 140 braccia, e si tenevano in

condominio dalla consorteria. A questo condominio si dava sanzione

con atto pubblico, assegnando a ciascun ramo della consorteria la

sua parte, e si eleggevano uno o due dei consorti più provetti e

autorevoli, come capi e conservatori della comune giurisdizione che la

consorteria aveva sopra la torre. Il governo dello Stato non ebbe mai

tanta forza da far demolire questi baluardi di prepotenza e strumenti

di guerra civile, e soltanto assai tardi ordinò che fossero scapezzate

di braccia 40.

Queste torri, oltre il nome della famiglia e della consorteria alla

quale appartenevano, erano designate dal popolo con soprannomi forse

imposti a scherno dall'ira delle guerre civili. Quella presso Badia

ove si radunavano i Priori delle arti era detta la _Castagna_; quella

dei Magalotti e dei Mancini presso San Firenze, la _Pulce_; quella

dei Castellini da Castiglione presso Mercato Vecchio, la _Lancia_;

quella presso il Bigallo, il _Guardamorto_; quella a pie' del Ponte

Vecchio, _del Leone_; quella tra Borgo SS. Apostoli e Porta Rossa, la

_Basciagatta_; e così di molte altre.

La loggia era una specie di piazza coperta, più o meno ornata, che

si apriva sulla via pubblica in mezzo alle case dei consorti. Prima

del 1200 erano 13 le famiglie che avevano loggia; e le loggie come

le torri erano di condominio della consorteria. Servivano ai ritrovi

festivi dei consorti, alle radunate per nozze e sepolture; ed alcuna

aveva dinanzi uno sterrato usato per il maneggio dei cavalli. Fu

anche preteso che fossero luoghi di asilo, e più volte i consorti

respinsero gli esecutori della giustizia che volevano porvi il

piede. Avevano il nome della consorteria, ma quella degli Adimari era

chiamata _la neghittosa_. Della loggia degli Agolanti si diceva che

_lì non si faceva casaccia_, cioè che lì non si concludevano matrimoni

sconvenienti alla nobiltà dei signori. E nei matrimoni e nelle esequie

la consorteria sfoggiava nelle loggie col lusso delle vesti che era

segno di ricchezza e col numero dei consorti mostrava la sua potenza.

Il Monaldi, nella sua Cronaca, descrive le esequie che si fecero a

Jacopo degli Alberti, e narra “che tutti i consorti e parenti stretti

della casa comparvero vestiti a sanguigno, tutte le donne entrate e

uscite di lor casa vestite a sanguigno, e molte famiglie, i servi e i

garzoni a nero„. Chi diceva in Firenze _famiglia di torre e loggia_,

intendeva quelle più illustri per antica nobiltà e per ampiezza di

possessioni in contado.

Abbiamo detto fin qui delle consorterie del sangue che dipendevano

dal fatto naturale dell'agnazione; altre però ve ne erano che si

stringevano _per carta_, che è quanto dire per convenzione scritta,

tra famiglie alle quali mancava il nesso del comune stipite. In queste

però sembra che rimanesse distinto il nome e l'arma dei consorti. Altro

genere di consorterie eran quelle che si concludevano per esercizio

di mercatura e singolarmente per i banchi di cambio, sebbene queste

prendessero il nome più proprio di _compagnie_. Vi erano finalmente le

consorterie degli uffici, e ce ne dà esempio la istituzione dei Priori

delle arti, che fu la prima forma popolare del governo del Comune. Per

dare stabilità e forma a questa istituzione, si volle che il priorato

fosse una _consorteria di libertà_, vale a dire che i Priori fossero

solidali nei loro atti ed obbligati tutti uno per l'altro; e questo

trovato mostra come allora della responsabilità politica non si avesse

altro concetto che quello che risultava dalla consorteria.

Le consorterie avevano durata indefinita, perchè il vincolo del sangue

durava sempre; ma quando la casata si era assai accresciuta di famiglie

consorti, quella di essa che si sentisse forte, e volesse farsi

grande per fatti propri, si staccava dalla consorteria, e prendeva

nome ed arme propria. Ma così le consorterie non scemavano ma si

moltiplicavano. Quando poi per levare gli uffici pubblici alla parte

avversa, si cominciò ad _ammonire_, cioè a dar _divieto_ a persone ed

a consorterie di potere esercitare certi uffici, qualche famiglia e non

pochi cittadini dichiararono al Potestà di rinunziare alla consorteria

a cui appartenevano, e così tornavano abili alle magistrature da loro

ambite.

Nel 1337 quando il Comune di Firenze ebbe Arezzo, fece larghi patti ai

conti Tarlati di Pietramala ed ai loro consorti. Concesse a tutti la

cittadinanza di Firenze, promise la difesa dei loro castelli, consentì

che tenessero armati fino a 90 famigli, distribuiti fra i consorti,

_prout placuit Domino Petro_. Il Comune gli promette 32 paghe per 32

militi a cavallo italiani, e queste paghe il conte potrà dividere e

distribuire fra i suoi consorti. Tutto questo per sicurezza personale

dei conti Pietramala, giacchè il capitano preposto alla difesa

d'Arezzo, doveva tener seco _ducentos equites et ducentos pedites

italianos, qui non sint de dicta civitate_. Ed è questa la prima volta

che trovo la parola italiani nei documenti di quel tempo.

La consorteria, come abbiam detto, era vincolo gentilizio tra le

famiglie nobili e potenti, e il Borghini, nei _Discorsi_, dice che

non esistevan tra la “gente bassa, perchè non hanno legame che li

ristringa insieme, e fuor dei gradi vicinissimi, in poco tempo appena

si riconoscono„. Non mi pare esatta questa affermazione, perchè quando

negli ordinamenti di giustizia, rub. XVIII, si vieta ad un grande di

comperare beni di un popolano venuti per condanna al Comune, prima

di sentire i consorti del popolano _si consortes habuerit, et si non

habuerit, duo vel tres de proximioribus consanguineis_, si riconosce

che anche le famiglie popolane avevano e potevano avere consorteria.

Raramente, ma pur qualche volta, le consorterie si disfacevano per

comando dell'autorità pubblica; come si rivela dallo Statuto di Siena,

libro detto la _catena_, che annulla la consorteria dei Galeazzi,

protetta dal duca di Milano, e vuole che ne sia tolta l'arme dentro

quindici giorni, con la pena di scudi mille per chi contro facesse.

Le questioni sulla consorteria si portavano ai tribunali ed erano

decise dai magistrati. Nel 1453 le due famiglie Capponi e Vettori,

ricorsero di comune accordo ai tribunali, acciò dichiarassero che non

v'era tra loro nessun vincolo di consorteria, per non aver divieto agli

uffici della Repubblica. Si allegava che le due famiglie non avevano

avuto interessi comuni altro che di mercatura fino dal 1314, e che non

avevano mai _tenuto a briga_ insieme. A ciò si opponeva la pubblica

opinione che le aveva sempre riconosciute come consorti, e l'arme

comune che si vedeva in certe sepolture di San Jacopo sopr'Arno, e che

si vede ancora.

I giudici sentenziarono che i Capponi e i Vettori non erano di

presente, nè erano mai stati consorti, ma poi, con manifesta

contraddizione, mantennero alle due famiglie il divieto dei tre uffici

maggiori, gonfaloniere, priore e collegi.

Invoco l'indulgenza di chi mi ascolta per questo tritume di erudizioni

storiche; ma in parte è colpa dell'argomento mal definito dai cronisti

del tempo; che non si può illustrare altrimenti che raccogliendo fatti

minuti dalle carte antiche per trarne qualche conclusione che sia di

lume alla storia.

Come abbiam visto, l'aristocrazia feudale si era quasi tutta rassegnata

a vivere in città; e chiusa in palagi muniti, rafforzata con la

consorteria, stava in mezzo ad un popolo libero come nemica. Voleva

soprastare negli uffici maggiori del Comune, e quando non riusciva

con le male arti, ricorreva alla violenza. Erano due razze diverse

costrette a vivere sullo stesso terreno, con istinti e passioni non

pur diverse ma contrarie. Le fazioni dei guelfi e dei ghibellini

rinforzarono questa divisione, e diedero un nome e una bandiera alle

parti che già esistevano. Tutto questo ci conduce a dubitare della

sentenza del Balbo, il quale ritiene che, dopo la pace di Costanza,

la fusione delle razze in Italia fosse fatta, e l'unità morale della

nazione ormai costituita. Per compire questa fusione e questa unità ci

vollero i secoli della servitù domestica e straniera, la quale, pesando

su tutti, fece scordare, nei comuni dolori e nelle comuni umiliazioni,

le antiche divisioni d'origine e di sangue.

Le fazioni dei guelfi e dei ghibellini più che odii di famiglia erano

un portato del tempo. La gran contesa tra l'Impero e la Chiesa che

divideva il mondo d'allora, sotto forme diverse divideva le città, i

contadi, le famiglie. Coll'Impero stavano tutti i signori di feudi,

tutta l'aristocrazia che aveva antichità di nome e di ricchezza, sia

per affinità di razza, sia perchè nell'Imperatore riconosceva il suo

capo naturale, come quello dal quale venivano le investiture. Colla

Chiesa stavano i popoli di recente costituiti a Comune, che avevano

tradizioni latine, e che nel Papa riverivano il capo della loro fede,

il fautore e il difensore della loro libertà. Il Comune di Firenze

nacque naturalmente guelfo, perchè il popolo _vecchio_ che lo costituì

era di spiriti latini e di molto sentimento religioso. Sulla religione

dei ghibellini, c'era molto da dire, e ne sia prova Guido Cavalcanti.

I guelfi di Firenze, dopo la vittoria di Campaldino, ebbero in mano il

governo del Comune per parecchi anni. I ghibellini tentarono più volte

di rilevare il capo come partito politico, facendo testa agli Uberti

che erano i più potenti; ma il popolo li ributtò sempre, e nel 1251 ne

cacciò dalla città i caporali, e poi nel 1258, abbattute le case degli

Uberti presso il Palagio, li bandì tutti; e fu questo il primo esempio

dell'esilio di tutta una parte. Allora i ghibellini si raccolsero

a Siena, e aiutati dal re Manfredi che mandò loro il conte Giordano

con buona mano di Tedeschi, vinsero nel 1260 a Montaperti. I guelfi,

decimati da quella sconfitta, si ritrassero volontariamente a Lucca,

senza aspettare la vendetta dei vincitori.

E le vendette pur troppo arrivarono pronte e terribili. Rientrati i

ghibellini, manomisero le proprietà dei guelfi, case rovinate in città,

possessioni devastate in contado; tanta ira di distruzione non si era

mai vista. I Pazzi di Valdarno tentarono di riattaccare alla gleba

i contadini, che il Comune aveva emancipato. Ma questa baldanza durò

pochi anni. Rotto e morto il re Manfredi a Benevento, la fortuna dei

ghibellini cominciò a declinare, e i guelfi, aiutati da Carlo d'Angiò,

ripresero animo; e cacciato da Firenze il conte Guido Novello, vicario

imperiale, ebbero soli il governo del Comune. I ghibellini impauriti

uscirono dalla città, ed il governo guelfo si impadronì di tutti i loro

beni e ne fece una massa che divise in tre parti: ed una ne assegnò

al Comune; una ne diede ai suoi per risarcimento dei danni patiti;

della terza fece il patrimonio della parte. E questo fu l'atto più

audace e più astuto che i guelfi consumassero contro i loro avversari;

rappresaglia crudele dei mali sofferti e mezzo efficacissimo per

mantenersi in mano il potere.

Intanto il reggimento del Comune si faceva sempre più popolare. Il

vicario del re Carlo aveva instaurato il governo dei Buonuomini,

al quale si sostituì nel 1282 quello più largo dei Priori delle

arti. Assicurato così il dominio della parte guelfa nel Comune

per l'abbassamento dei ghibellini, le lotte interne non ebbero

più il colore politico, e si combatterono unicamente tra la parte

aristocratica e la popolare. Non è più quistione d'Impero o di Chiesa,

ma di grandi e di popolo.

E contro i grandi o magnati, come allora si diceva, cominciarono quelle

leggi d'odio e di rancore che il popolo, memore delle antiche offese,

chiamava di giustizia. Nel 1285 si impose alle famiglie dei grandi

di città e del contado di dare malleveria pecuniaria al Comune per

tutti i malefizi che si potevano commettere dai loro componenti maschi

maggiori di età; e non si creda che queste leggi ferissero pochi;

poichè il Buoninsegni ci dice che nel 1338, erano 1500 i nobili che

_sodavano_, cioè davano garanzia _per grandi_ al Comune. Finalmente

nel 1292 si proposero da Giano della Bella e si vinsero nei Collegi

gli _ordinamenti di giustizia_. Giano della Bella _di buona famiglia

ed antico popolano era in quel tempo il maggior cittadino di Firenze_,

così scrive Coppo Stefani, e veramente egli è rimasto nella storia

di Firenze una delle più nobili figure. Egli era dei Priori nel 1293,

e, per la difesa della parte popolare e per contenere i grandi senza

rispetto al colore politico, fece passare gli ordinamenti che furono

una legge d'eccezione contro l'aristocrazia, non domata dalle battiture

precedenti. Le disposizioni di questa legge sono contrarie ad ogni

principio di giustizia, ed apparisce chiaramente che questa era un'arma

di guerra in mano ad una fazione che voleva abbattere gli avversari.

Le consorterie furono attaccate nel loro principio, ed ove era la

solidarietà dell'offesa e della vendetta, si pose la solidarietà della

pena. La famiglia e la consorteria pagavano per maleficio dell'uomo.

Alla casa dell'esecutore era una cassetta dove ognuno poteva deporre

accuse contro i grandi; ogni otto giorni si apriva, e sulle accuse

trovate si faceva inquisizione. Per la prova del reato bastava un solo

testimone _de visu_ o due testimoni di pubblica voce e fama. Contro

la procedura non si ammettono eccezioni. Il potestà deve dare sentenza

dentro cinque giorni, e le sentenze sono inappellabili. Le pene in gran

parte pecuniarie sono gravissime; vietato l'accatto dei partigiani per

mettere insieme la somma. Per l'uccisione di un popolano, condanna

nel capo e devastazione dei beni, che, devastati, cedono al Comune.

Per ferite gravi, se si può aver il reo, gli si recida una mano, se è

fuggito, paghi la famiglia e la consorteria 2000 lire; per ferite lievi

1000 per ferita.

A fare eseguire gli ordinamenti, si istituì il Gonfaloniere di

giustizia, con 1000 popolani armati al suo comando. Quando succedeva

un malefizio, si suonava la campana a martello e l'Esecutore andava

con buona mano di gente armata a casa del colpevole e la faceva

abbattere fino alle fondamenta. Queste ed altre feroci disposizioni,

ora aggravate, ora mitigate secondo i tempi, si leggono nel testo

degli ordinamenti di giustizia, che furono la legge di più lunga durata

che avesse la Repubblica fiorentina, giacchè erano in parte sempre in

vigore quando fu spenta.

Che pace e che tranquillo vivere potessero portare alle città questi

ordinamenti che pur si dicevano fatti a quel fine, è facile immaginare.

I grandi male potevano tollerare quella oppressione ed empirono la

città di tumulti; nei quali soffiavano i popolani _grassi_, come li

chiamavano, cioè quelli che nella mercatura avevano fatto ricchezze

e che avevan seguito nel popolo. Già trapelavano le ambizioni di

questa classe di cittadini, che invidiava il nome e la grandigia

delle famiglie dei magnati, e ad esse si accostava quando poteva farlo

senza pericolo. Ma se si veniva alle mani, allora erano col popolo per

dividere con lui i frutti della vittoria. Così in uno dei tanti tumulti

di questi tempi, avendo il popolo assalito le case asserragliate dei

Frescobaldi nei Fondacci di S. Spirito, nè potendosi dagli assalitori

venire a capo di espugnarle, i Capponi che avevano le case accosto,

ruppero il muro comune, e lasciarono che il popolo, passando per quella

rottura, prendesse i Frescobaldi alle spalle e li cacciasse. L'uomo

di maggior conto che tenesse il campo in quelle opposizioni armate

dell'aristocrazia magnatizia, fu senza fallo Corso Donati, guelfo,

di poca ricchezza, ma capo d'una consorteria numerosa potente. Natura

fiera e superba, egli presenta il tipo di quei nobili violenti, avvezzi

a farsi ragione colle armi, che non sapevano rassegnarsi ad esser

comandati da gente minuta in farsetto. Di lui dice lo Stefani, “che

aveva gran seguito e grande grandigia, e che, per gli ordinamenti di

giustizia, non poteva esser grande quanto gli pareva di meritare„.

Ucciso nel 1308 Corso Donati, non per questo cessarono le offese

e le vendette. I popolani, armati degli ordinamenti di giustizia,

adoperarono quest'arma senza misericordia. Poco sangue si sparse, ma un

gran numero di famiglie andarono in rovina, consumate dalle condanne

o pene pecuniarie esorbitanti. Gli ordinamenti, come abbiam visto,

avevano per fine di escludere i grandi dagli uffici del Comune, di

disfare le consorterie dando divieti ai consorti e facendoli solidali

nelle pene; e di difendere i popolani dai soprusi dei grandi. Questi

fini furono raggiunti, ma, coll'escludere un'intera classe di cittadini

dal governo, e metterla fuori dal diritto comune nelle pene, si

perpetuarono le discordie e gli scandali. Eppure, quando quelle leggi

furono proposte, _da alcuni buoni mercatanti ed artefici desiderosi di

vivere in pace, dei quali fu caporale Giano della Bella_, come dice

il Buoninsegni, se ne sperava una gran bene. Coppo Stefani peraltro

meglio avveduto dice _che ogni male di Firenze è proceduto dal volere

gli uffici, e poi avuti, ciascuno a volerle per sè tutti e cacciarne

il compagno_.... _Sotto colore di Guelfi si sono ammoniti uomini detti

Ghibellini, non per altro fine che per avere per sè gli uffici; e si

è trovato l'ammonire e il confinare, e il porre a sedere, e il divieto

degli uffici._

I nobili, stanchi di questa oppressione, e delle leggi iniquie fatte

a lor danno, e la parte popolare desiderosa di crescere favore a sè

stessa togliendolo agli avversari, condussero alcune famiglie potenti

a farsi popolari, e furono come tali ricevute dal Comune, a patto che

rinunziassero alle loro consorterie, e mutassero il nome e l'arme.

Queste condizioni per casate antiche, orgogliose del loro nome, erano

umilianti, ma di poco effetto, quando la consorteria continuava

a sussistere nelle famiglie che restavano dei grandi. Anche nelle

armi e nel nome si fece poca mutazione; come può vedersi da queste

famiglie che tolgo da lunghi elenchi. Gli Agli presero il nome di

Scalogni, i Tornaquinci quello di Tornabuoni, i Mannelli quello di

Pontigiani, perchè avevano le case a Pontevecchio, i Cavalcanti quello

di Cavallereschi, i Bostichi quello di Buonantichi. E come per grazia i

grandi potevano essere fatti popolani, così per pena questi si facevano

dei grandi, per colpirli con le ammonizioni e coi divieti.

Gli ordinamenti di giustizia durarono in pieno vigore fino al Duca di

Atene, che non li abrogò ma li applicava a capriccio. Dopo la cacciata

di lui, furono ravvivati, e inaspriti sotto il governo dei Ciompi,

ultima espressione della democrazia fiorentina. Nel governo degli

ottimati, che successe ai Ciompi, furono assai mitigati secondo i

tempi, ma nessun governo osò mai di abolirli, perchè il popolo non lo

avrebbe consentito, considerandoli come la _carta_ delle sue libertà.

Quando a Roma Cola di Rienzo voleva restaurare la repubblica, chiese

al Comune di Firenze le leggi con le quali si governava, ed il Comune

gli mandò gli ordinamenti, che a nulla valsero per il tribuno; il quale

se aveva a Roma la baronia feudale come a Firenze, non aveva il popolo

risoluto a conquiderla e a renderla impotente.

Sotto le ferree disposizioni degli ordinamenti, anche le consorterie a

poco a poco piegarono, e dopo essere state la forza dei grandi nella

lotta coi popolani, rimasero poco più che un legame tradizionale di

famiglia, che poi si sciolse col tempo. Ed infatti questo arnese di

guerra civile, potente finchè durò la lotta di due principii, non

ebbe più valore, quando, annientata la fazione feudale, la contesa si

ridusse alla supremazia di famiglie appartenenti a quel popolo grasso

che era rimasto incolume sul campo, pronto a dividersi le spoglie dei

vinti.

Nè altro senso hanno le discordie che si videro nei tempi susseguenti

tra gli Albizzi, gli Strozzi, gli Alberti, i Ricci e i Medici. Era

questione di sapere quale di queste famiglie sarebbe stata la famiglia

principe che avrebbe dominato sulle altre; il popolo aveva cessato di

essere attore, ed era divenuto strumento delle private ambizioni.

Quando si pensa che le agitazioni e i tumulti nei quali stette il

Comune di Firenze per quasi tre secoli, furono il periodo storico per

lui più glorioso, una grande ammirazione ci prende per la fortezza

di quegli uomini, i quali, fra gli orrori della guerra civile,

sapevano arricchire coi loro commerci, innalzare monumenti d'arte che

le pacifiche età susseguenti non hanno saputo emulare, e attendere

alle arti e agli studi preparando il Rinascimento. Non si può fare

paragone di quei tempi coi nostri, nè pronunziare giudizi di confronto

che sarebbero temerari. Quello che si può dire, senza fallo, è che

i caratteri si formavano a quella rude scuola, e che la fortezza

dell'animo era sempre maggiore delle sventure. La vita allora tra la

guerra, le condanne e gli esigli, sicuramente era dura, ma non trovo

che nessuno si uccidesse per uscirne. Il suicidio è quasi ignoto nel

medioevo. Grande era in quegli uomini la virtù del sopportare; e se

Dante scrisse fra i dolori dell'esiglio il suo divino poema, mille

altri minori di lui ed anche di povero ingegno, si aiutarono come

poterono ad uscire da quella stretta senza mai disperare di nulla.

Nella storia fiorentina l'ammirazione di noi posteri, è tutta per quel

popolo pieno d'ingegno e di coraggio che instaura nel Comune la sua

libertà e la difende contro tutti. Ma per essere giusti convien dire

che anche in quell'aristocrazia feudale era gran forza di resistenza,

e nature d'uomini gagliarde e fieri caratteri; e se la parte popolare

avesse saputo ammansirli e dar loro un posto nell'assetto del Comune,

forse ne avrebbe cavato una milizia formidabile nelle guerre esterne,

e la Repubblica non sarebbe caduta in mano dei capitani di ventura che

furono la peste d'Italia. Ma i fiorentini mercanti aborrivano dalle

armi, e le domestiche credevano pericolose per la libertà, mentre

avevano danari per pagare le mercenarie.

Fatta questa riserva, noi dobbiamo essere riconoscenti a questo

popolo che al principio del secolo XIII, costituiva il Comune

libero, scioglieva i vassalli dal vincolo feudale, emancipava i

servi dalla gleba, ed abbatteva l'aristocrazia feudale compiendo

quel riconoscimento dei diritti umani, che altrove si fece, ed a qual

prezzo! parecchi secoli dopo. La Toscana deve a questa prima infusione

di democrazia, quel sentimento di libertà e di eguaglianza civile, che

si innestò alle sue tradizioni e che rimase nei suoi costumi, più forte

della mutria spagnuola portata dai Medici. Ed anche ai tempi nostri, in

mezzo alle utopie dei socialisti che agitano la moltitudine pasciuta

di folli speranze, noi possiamo mostrare con orgoglio, come prodotto

di quell'epoca memorabile la _mezzeria_, che ha resistito a tutte le

vicende, e che è anch'oggi l'unica soluzione pratica, non imposta da

leggi, non escogitata dai filosofi, ma figlia del buon senso dei nostri

maggiori, della questione eterna del capitale e del lavoro della terra,

che all'Irlanda costa lacrime e sangue.

Con questi precedenti storici, la Toscana si trovò bene apparecchiata

alle riforme civili alla metà del secolo XVIII; tantochè quando

più tardi la libertà ci fu portata di fuori con apparato di parole

magnifiche, i Francesi, che si annunziavano come liberatori, videro con

stupore che noi godevamo pacificamente, già da tempo, quelle che essi

chiamavano le nuove conquiste del secolo.

E poichè anche la storia ha le sue antitesi, noterò, per conchiudere

queste parole già soverchie alla vostra cortese attenzione, che,

nel tempo stesso che a Firenze si costituiva il governo popolare, a

Venezia il Gradenigo chiudeva il gran Consiglio. Così, accanto ad una

repubblica democratica, sorgeva in Italia la più potente oligarchia che

sia stata al mondo. Quale dei due Stati meglio provvedesse alle sue

sorti future, lo dice la storia. A Firenze la libertà morì oppressa

dalle armi straniere, dopo aver combattuto le ultime battaglie col

Ferruccio, con Dante da Castiglione, con Stefano Colonna; Venezia

si spense per impotenza senile, senza che un braccio si levasse a

difenderla e a darle almeno la dignità del morire.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 37 / 80 题