Il secolo XIV rappresenta nella storia italiana un'epoca di grandi
contrasti. Mentre, da un lato, esso ci fa assistere alla decadenza
delle istituzioni feudali e gerarchiche del medio evo; dall'altro,
ci offre lo spettacolo della risurrezione della coltura antica, che
credevasi estinta per sempre. Il papato e l'impero, queste due grandi
creazioni del genio latino, sono essenzialmente mutate da ciò che erano
state nel passato. Le nazioni cristiane ripudiano tanto la teocrazia
papale, quanto l'autocrazia imperiale, come ripudiano ogni potere che
pretenda all'universalità. Un sentimento nuovo le investe, che a poco
a poco assume la gravità di un bisogno indeclinabile: egli è di vivere
ciascuna a sè, indipendente da ogni potestà straniera.
Il momento era solenne per la patria nostra. Trattavasi di sapere,
se nella rovina delle due grandi istituzioni, che furono opera sua,
sarebbe pur essa stata travolta, ovvero se il suo genio sarebbe stato
capace di crearle una nuova missione nel mondo in servizio della
civiltà e del progresso umano.
I sintomi erano sinistri: l'imperatore e il papa invocati da lei,
affinchè accorressero in suo soccorso per arrestare l'opera deleteria
delle fazioni, si mostrarono impotenti di guarirla da' suoi mali, come
lo erano di risorgere dall'avvilimento in cui essi stessi erano caduti.
In questo momento, in cui pareva che un lenzuolo funebre dovesse
stendersi su la misera Italia, e chiudere per sempre il libro della sua
storia, il suo genio la rianimò a vita nuova, e le creò una missione
di civiltà, che le fruttò per la terza volta la egemonia morale
sull'Europa. Codesta missione fu il rinnovamento della coltura antica,
che schiuse alle genti cristiane nuovi ideali, facendole assurgere alla
libertà del pensiero, che si svolse poi in libertà civile.
Per grande sventura, mancò all'Italia l'applicazione alla vita reale
della libertà del pensiero; di maniera che, mentre essa stava operando
il suo rinnovamento letterario e artistico, fu vista lasciarsi
novamente mettere in ceppi dalle genti straniere, ch'essa avea
intellettualmente rigenerate.
Così si aperse all'Italia una nuova èra di servitù, la quale non
dovea chiudersi che all'età nostra. In questa nuova missione serbata
all'Italia dal suo genio, Roma non poteva conservare il primato tenuto
nel passato. La metropoli del mondo cristiano, da cui aveano avuto
origine le due istituzioni cosmopolitiche dell'impero e del papato,
traversava allora una crisi che minacciava di seppellirla nell'oblio,
al pari di un tempio rimasto senza culto e senza sacerdozio. Essa era,
infatti, rimasta senza il papato, che era la sua anima, la sua vita;
e l'impero non le si faceva vivo fuorchè per comprovare la propria
impotenza e ignominia.
Ma, anche indipendentemente da questo suo stato anomalo, Roma non
possedeva alcuna qualità che la rendesse idonea ad essere sede della
coltura classica risorta. Essa era sempre nel pensiero universale la
metropoli necessaria della cristianità: essa poteva quindi aspirare ad
essere chiamata la nuova Gerusalemme celeste:
E sarai meco senza fine cive
Di quella Roma onde Cristo è Romano;
_Purg., XXI._
ma non avea alcun titolo per tenere il primato nella nuova signoria,
che l'Italia era chiamata ad esercitare sull'occidente. E come avrebbe
potuto una città, la cui vita parve per secoli andare assorbita dal
papato; una città, che pur nel papato personificava la fede cristiana,
così da poter quella far dire al poeta:
O Sommo Patre, duca e Signor mio!
Se Roma pere dove starajo io?[2];
come avrebbe potuto, diciamo, tale città essere la sede di una coltura
che osava lacerare il velo mistico della fede, venerare gli eroi, i
poeti, i filosofi dell'antichità pagana, colla stessa fervida devozione
con cui la cristianità avea per lo innanzi venerato i martiri, gli
apostoli e i padri della Chiesa, e accogliere nella sua civiltà lo
spirito pagano?
Questo titolo che mancava a Roma, di dirigere la nuova coltura,
era posseduto da Firenze, vera rappresentante del genio nazionale
italiano, che si fe' persona in Dante Alighieri. Firenze, potente per
operosità civile e per vita intellettuale, e sopratutto fornita di
genio politico, potè difendere e conservare la libertà più a lungo
delle sue sorelle italiane. La sua resistenza alle armi di Enrico VII,
non solamente fu un grande atto di valore, ma ancora di patriottismo.
Da quel tempo, Firenze fu degna di essere la rappresentante
dell'indipendenza e dell'onore nazionale. Matteo Villani, pieno di
entusiasmo per quella difesa eroica, scioglie un inno al guelfismo
italiano. “E di vero, la parte guelfa, scriv'egli, è fondamento e
rocca ferma e stabile della libertà d'Italia, e contraria a tutte le
tirannie.„
Ma il risveglio della coltura classica non è il solo servigio reso dal
secolo XIV alla civiltà europea. Esso diede pure il primo colpo, e fu
letale, al grande edifizio gerarchico eretto dalla Chiesa, e dal quale
essa dettava legge al pensiero e alla coscienza delle genti cristiane.
La critica filosofica e il diritto pubblico alzarono allora per la
prima volta il capo, e precorrendo il mistico suono della tromba di
Gerico, sciolsero il pensiero dalle pastoie teocratiche a cui il medio
evo avealo asservito.
Il concetto civile della _monarchia_ divenne il manifesto del diritto
pubblico e il simbolo di una generazione riformatrice, che tendeva
ad affrancarsi dalle strettoie della gerarchia feudale. Novamente,
come nel passato, la società si divide nei due campi del papato e
dell'impero; ma il concetto che anima i seguaci di quest'ultimo è
del tutto mutato. I monarchici non sono più solo conservatori, essi
sono anche rivoluzionari; imperocchè, mentre combattono per l'antica
e sacra potestà imperiale, pugnano ancora per la libertà del pensiero
e la indipendenza delle nazioni. A questa nuova lotta presero parte
due figure titaniche, che le impressero la loro grande personalità.
Da un lato, Tommaso d'Aquino scese a sostenere il principio guelfo
della Chiesa, e nella teologia e nella scolastica sostenne l'idea
della monarchia di Cristo, che avviliva la potestà regia, facendole
conseguire dal papato un fondamento nazionale e giuridico, nello
stesso modo che il corpo umano riceve dallo spirito la sua vitalità
e dall'intelletto il suo impulso. Dall'altro lato, Dante Allighieri
combattè quell'idea, opponendole nella sua _Monarchia_ la dottrina
della inalienabile integrità dell'impero e della missione di signoria
universale data da Dio al popolo romano. L'impero, indestruttibile
nella sua dignità divina, dovea diventare il cosmo della legge,
del bene civile, della libertà, della pace e della civiltà. Rimesso
l'impero nel suo antico diritto, il papato veniva pure restituito
alla sua missione storica, che era di guidare le anime alla conquista
del paradiso. Era naturale che la filosofia, risorgendo, prendesse
di mira codeste istituzioni, che eran lì sotto gli occhi di tutti,
e determinavano, per così dire, la vita di ogni giorno delle nazioni
d'occidente. Bonifacio VIII e Giovanni XXII colle loro intemperanze
diedero impulso a codeste investigazioni, e promossero il trionfo
del nuovo giure sul dogma di Roma. Da questo trionfo uscì fuora la
condanna pronunciata dalla scienza e dalla storia del potere temporale
dei papi. Questa condanna rimase allora senza sanzione: ma il mancato
eseguimento non infirmava l'autorità incontestabile del tribunale da
cui era emanata. La stessa teologia apprestò le armi per convalidarla.
La lotta che nel 1322 si accese fra Domenicani e Minoriti, è il
preludio di quella, che, da lì a due secoli, trasse mezza Europa fuori
del grembo della Chiesa, e fece consacrare dal diritto pubblico europeo
il principio della libertà di coscienza. In questa lotta, i figli
del monaco di Assisi compariscono quali precursori dei protestanti:
infatti, le dottrine riformiste, che più tardi ebbero per apostoli
Giovanni Wicleff, Giovanni Huss e Martin Lutero, erano state, già due
secoli prima, proclamate dai Minoriti. Sotto la presidenza del generale
del loro ordine, Michele da Cesena, quei frati aveano, l'anno 1322, nel
sinodo di Perugia, dichiarato formalmente, che chi affermava Cristo e
gli Apostoli non avere posseduto proprietà alcuna nè personalmente nè
in comunanza, quegli non diceva eresia, anzi professava un principio
di fede severamente cattolico. Le sacre scritture furono chiamate a
somministrare le prove della coraggiosa dichiarazione: e fu da quel
tempo, a cagione delle nuove investigazioni teologiche, che divennero
popolari i motti evangelici: _Regnum meum non est de hoc mundo: reddite
quæ sunt Cæsaris Cæsari_: _Nemu militans Deo implicat se sæcularibus
negotiis_. Non seguiremo la polemica che allora si accese fra' teologi
pel fatto di questa dichiarazione, nella quale, fra le molte cose
strane, inspirate dalla passione, furono pure uditi dei grandi veri.
Uno di questi affatica anche oggi lo spirito delle genti cristiane,
perocchè gli sia mancata la dovuta soddisfazione. Lo pronunciò Marsilio
da Padova, in quella sua celebre protesta, nella quale affermava, “non
essere la gerarchia dei preti, sì bene la comunità di tutti i fedeli
ciò che costituisce la vera Chiesa.„
La polemica rimase allora circoscritta fra' teologi; chè i popoli,
non ancora usciti dalle tenebre della barbarie medievale, non potevano
interessarsi a cose che non capivano. Ed estranea ad essa rimase pure
Roma, sebbene vi fosse più direttamente interessata. Ciò fu una grande
sventura per l'Italia; imperocchè, non mai si presentò una occasione
tanto favorevole per far iscomparire senza scosse e senza turbamenti il
poter temporale, siccome allora. In luogo di riguardare la lontananza
dei papi siccome una liberazione propria, i Romani la considerarono
come una calamità: onde stemperaronsi in lacrime e in querele per
far tornare nell'abbandonata basilica di San Pietro il successore
dell'Apostolo, nel quale vedevano più volentieri una miniera da
sfruttare, che un despota da abbattere. Tutti erano concordi in questo
sentimento; perciò i settant'anni della dimora dei papi in Avignone
rimasero sterili per la romana libertà. Più che sterili, e' furono ad
essa addirittura nefasti. Perchè, in quel periodo andò distrutta la
potenza delle case patrizie che era stata l'unico freno del despotismo
papale. Quelle case, già colpite nelle loro ricchezze dalla lontananza
della curia ecclesiastica, lo furono nella stessa loro esistenza
dall'odio popolare suscitato dalle violenze loro. I settant'anni
passati dai papi in Avignone, furono per Roma settant'anni di guerre
civili combattute fra nobiltà e popolo. Il Petrarca, che avea l'anima
piena di entusiasmo e di ammirazione per Roma, così da poter dire, che
la vista della città eterna gli avea destato la meraviglia, non già che
essa avesse dominato il mondo, sì bene che tanto tardi fosse giunta a
dominarlo; allo stesso cardinale Colonna, al quale manifestava questo
suo pensiero, tesseva il seguente quadro dello Stato di Roma durante
l'assenza dei papi. La lettera è del 1335.
“La pace è da codesti luoghi, non so per qual delitto del popolo,
per quale legge celeste, per qual destino o quale influsso di
costellazioni, bandita. Poichè, vedi! Il pastore vigila qui armato nei
boschi, più temendo i ladroni che i lupi: loricato è qui il colono, che
adopera la lancia per pungere il dorso dell'indocile toro; qui nulla
si tratta senz'armi. Fra gli abitanti di questa contrada non regna
sicurezza, non pace, non umanità; ma guerra, odio, e tutto ciò che
assomiglia ad operazione di mali spiriti„ (_Rer. Fam. Ep._ II, 12).
Chi avesse voluto trarre il prognostico della vita di Roma in quei 70
anni dalle promesse fatte a Dio dai Romani all'inizio di quel periodo,
avrebbe dovuto credere che l'epoca di Numa fosse scesa dal suo regno
mitico per diventare nel secolo XIV una realtà storica. Ma quando
mai furono visti i voti innalzati al cielo in un momento di terrore,
vincolare le coscienze dei popoli dopo che il terrore è scomparso e
dissipata è la tempesta che lo avea fatto nascere? — Nella notte del 6
maggio 1308, la chiesa madre della cristianità, la basilica Lateranense
era andata distrutta da un incendio. Quella rovina parve l'annunzio di
una punizione celeste che stesse per colpire la città. L'assenza del
papa dalla sua legittima sede, concorreva a raffermare quel lugubre
giudizio. In mezzo a tanto abbattimento degli animi, le parti nemiche
si riconciliarono; e tutti, nobili e popolo, si posero all'opera con
grande fervore per isgombrare il suolo dalle rovine e per procacciare
materiali da costruzione intanto che le processioni dei preti si
aggiravano mestamente salmodiando per le vie della città sgomentata.
Erano passati appena pochi mesi da quel disastro, che i Romani si
erano scordati affatto del loro voto, e coloro che aveano promesso
di vivere in consorzio fraterno, erano tornati novamente alle prese
fra loro: da un lato, le famiglie Orsini e Colonna, per mutua gelosia
e insaziabile cupidigia; dall'altro, la nobiltà e il popolo, per
antagonismo sociale, moveansi aspra guerra. La città pareva diventata
un campo di battaglia; e mentre i nobili dall'assenza del papa traevano
argomento di nuova baldanza, il popolo faceva esso pure pro' di tale
anarchia, opponendo alla nobiltà una specie di Comune democratico. Ai
due senatori che rappresentavano il ceto privilegiato, esso contrappose
pertanto una rappresentanza delle corporazioni delle arti, e chiese al
papa che sanzionasse il nuovo governo. Clemente V, non potendo per le
nuove condizioni del papato, sedare le discordie romane, si appigliò
al partito più profittevole alla Curia: egli diede, cioè, ragione alla
parte popolare, lasciando ai cittadini la facoltà di darsi il governo
che loro meglio talentasse. Così, per opera di un papa francese e
residente fuori d'Italia, Roma ebbe nelle età di mezzo le sue prime
libertà. Il popolo non guardò con quale animo fossero quelle concesse,
come non presentì che il successo delle discordie cittadine sarebbe
stato la rovina d'ogni libertà. Con grande letizia adunque s'inaugurò
il novello Comune, il Comune democratico, e i due senatori cedettero il
posto al magistrato popolare.
Mentre questo evento si compiva in Roma, un grido di gioia echeggiò
dalle rive del Po a quelle del Tevere. La maestà dell'impero romano,
per sessant'anni invocata invano, compariva nel 1310 improvvisa,
dispensatrice di pace alle genti italiane. Personificava il
lussemburghese Enrico VII. “Egli veniva, scriveva allora Dino Compagni,
a metter pace come fosse un agnolo di Dio„; egli veniva, scrivea il
divino poeta di nostra gente, a compiere i destini provvidenziali del
popolo romano, a visitare e a consolare la desolata Roma:
“Vieni a veder la tua Roma che piagne
Vedova e sola, e dì e notte chiama:
Cesare mio, perchè non m'accompagne?„
_Purg., VI._
Non mai un principe suscitò al suo comparire tante speranze nella
gente nostra, come non mai a quelle era mancata ogni ragione che le
giustificasse. Ma non era la persona del sovrano che qui si acclamava e
s'invocava; sì bene era la maestà dell'impero per lui fatta rediviva;
di quell'impero, che l'Allighieri, illustrandolo nella conservazione
della tradizione romana, associava al rinnovamento d'Italia e
all'abbattimento del poter temporale della Chiesa.
Quest'inno che l'Italia scioglie all'impero risorto, è un preludio
anch'esso del Rinascimento che sta per ispuntare. Il quale ha già vivo
il suo vate e il suo padre ancora. Egli è Francesco Petrarca. Nella
mente di lui, come in quella di Dante, l'impero consiste nel popolo
romano; ma la storia di esso popolo non è più pel Petrarca, come lo
fu già per Dante e per gli scolastici, una serie di predestinazioni
provvidenziali, di mitiche adombrazioni di una futura città di
Dio; sì bene è la più poderosa manifestazione della civiltà umana;
ond'egli ne trasse ragione di maggiore abominio dal medio evo — i cui
rappresentanti, coetanei suoi, gli parevan già cadaveri puzzolenti — e
di pronostico di una nuova età, onde sentiva in sè l'ideale, e ne era
così penetrato da trasfonderne la coscienza ne' suoi contemporanei.
Quando il popolo romano, lasciate per un istante le battaglie civili,
si affollò intorno al Petrarca recandogli corone di fiori, e i Colonna
e gli Orsini imposero ai loro odii la tregua di Dio per deporre insieme
la ghirlanda d'alloro sul suo capo, era la religione dell'ingegno e
della scienza che ricevea il suo primo culto, era il Rinascimento che
ricevea il primo saluto dal mondo.
Ma il popolo romano, nel rendere quel saluto, non ebbe la coscienza
della grandezza dell'atto che compiva: tanto è ciò vero, che
niuno meno di esso approfittò della nuova luce di civiltà che il
Rinascimento diffuse nel mondo. Codesta antinomìa esistente fra il
concetto altissimo in cui il popolo romano era tenuto, specie in
quella età, e l'effettivo merito suo, è dal Petrarca spiegata per
mezzo dell'ignoranza di esso popolo della propria storia. Secondo il
Petrarca, Roma solo allora risorgerebbe, quando giungesse a riconoscere
sè medesima. Ma non era solo il riconoscimento proprio che a Roma
mancasse: mancavale sopratutto un organamento sociale omogeneo, senza
il quale il patriottismo diventa fazioso e la concordia impossibile. Le
classi in cui era partita la cittadinanza romana, portavano i soliti
nomi di nobiltà e popolo; ma questa nobiltà e questo popolo sentivano
e agivano oppostamente l'una all'altro; imperocchè avessero contrari
gl'interessi e gl'intenti. Già il titolo di _principi_, che i nobili si
arrogavano, dimostrava lo spirito di casta imperante in seno ad essi, e
fatto ora più potente dall'assenza dei papi. In seno alla nobiltà tre
famiglie sopratutto spiccavano per potenza e per orgoglio: i Colonna,
gli Orsini e i Gaetani. Mezza Roma stava in potere di costoro; e,
mentre essi riempivano la città di loro violenze, le prime due famiglie
offrivano lo spettacolo di un odio fanatico, che dalla ragione di
parte traeva il pretesto, e dalla cupidigia disfrenata l'impulso. Di
fronte alla nobiltà stava il popolo diviso in corporazioni d'arti e
mestieri; ma lo scarso sviluppo avuto da queste, non permise al popolo
romano di opporre alla nobiltà associazioni ordinate e poderose per
il numero e l'agiatezza dei membri; onde quella potè avere sul popolo
facile ragione. Codesto stato di disgregamento sociale diede i suoi
frutti nel periodo dell'assenza dei papi. Ei sembra che più popoli
vivessero in Roma, anzichè un popolo solo; tanto è piena di incoerenze
e di contraddizioni la condotta sua nelle diverse contingenze in cui
la città venne a trovarsi. Tutto dunque in Roma è discordia: discordia
fra nobiltà e popolo, e fra ciascuno dei due ceti. Come era possibile
fondare in tale condizione di cose la libertà romana?
Vediamo ora in atto questi elementi discordi. Primo a sperimentarli fu
Enrico VII. Il principe, invocato in tutta Italia come un liberatore,
trova in Roma il primo contrasto. Mentre il popolo lo acclama, i nobili
lo combattono. Roma è trasformata in un campo di battaglia; le sue vie
sono fatte rosse di sangue; sembra che satana le abbia invase: e in
mezzo alla battaglia civile, Enrico ricevea la corona di Costantino
dalle mani di due vescovi, nella basilica Lateranense: cerimonia
non mai vista in quel luogo e con tali capi. E se l'assenza del papa
toglieva ad essa il suo maggiore prestigio, le macerie della basilica
non ancora rimosse, simboleggiavano la rovina che fatalmente incombeva
su l'impero feudale.
Partito Enrico, la battaglia civile continuò fra nobili e popolani;
i primi cacciano dal Campidoglio il vicario imperiale, e v'insediano
Francesco Orsini e Sciarra Colonna quali senatori. Quei due nomi, uniti
insieme nel supremo magistrato, doveano essere simbolo di pace fra le
due famiglie rivali; ma fu la pace di un giorno. Guastolla la riscossa
popolare, nella quale i due senatori furono cacciati dal Campidoglio,
e la somma delle cose fu affidata a un capitano del popolo, Jacopo
Arlotti, assistito da un consiglio di 26 _boniviri_, rappresentanti
i 13 rioni della città. Questa vittoria del popolo dovette essere di
ben grande momento, se il nuovo capitano potè trarre carichi di catene
davanti al suo tribunale i capi delle famiglie nobili, e giudicare
senz'appello di loro sorte. Alla ragione di Stato che domandava
estremo rigore, prevalse la compassione inspiratrice di clemenza, e
i prigionieri uscirono da quelle strette col solo sfratto da Roma.
Il rigore risparmiato ai nemici ebbe uno sfogo selvaggio, d'altra
parte. Un decreto dell'Arlotti ordinava la distruzione dei monumenti
e dei palazzi posseduti dai nobili. Pareva si fosse tornati dieci
secoli addietro, quando su Roma pagana infuriava il fanatismo dei
nuovi cristiani; e come quelle rovine avean inspirato le imprecazioni
dell'ultimo poeta romano Claudio Claudiano, così le rovine nuove
inspirarono l'invettiva non meno legittima del primo storico del
Rinascimento, Albertino Mussato, da Padova. Se tutti i monumenti romani
consacrati alla distruzione non scomparvero allora, ciò fu dovuto alla
loro grande solidità; e andò salvo, fra gli altri, per questa cagione,
Castel Sant'Angelo.
Male auspicato era il plebiscito rinascente fra quelle rovine. Esso
infatti non veniva, come il vecchio plebiscito tribunizio, a proclamare
la egualità civile e politica fra la nobiltà e il popolo, la quale
era stata la base di granito su cui era sorto il dominio mondiale
dell'antica Roma; sì bene veniva ad affermare l'impotenza di Roma
medievale, di vivere indipendente e libera. E dappoichè il papa l'avea
abbandonata, il popolo invocava il braccio dell'impero, e chiamava
l'imperatore Enrico a salire il Campidoglio da trionfatore, e a
restarvi, tenendosi pago il popolo di essere riconosciuto come autore
del nuovo principato: _Cæsarem evocandum in urbem_, scrive il Mussato,
_vehendumque triumphaliter in Capitolium, principatum ab sola plebe
recogniturum_.
Ricordo troppo amaro avea Enrico portato con sè da Roma, perchè potesse
accogliere l'invito che eragli fatto. Nè s'ingannò disconoscendo
di quello la serietà e l'efficacia. Infatti, colla stessa rapidità
ond'erasi compiuta poc'anzi la rivoluzione democratica, la reazione
dei nobili atterrava, sulla fine di febbraio del 1312, il reggimento
popolare, non curandosi del riconoscimento che quello avea avuto da
Avignone. Le parti sono ora invertite; il giudice dei nobili, Jacopo
Arlotti, è tratto in prigione, e i nobili da lui banditi riprendono il
seggio senatorio.
La lunga assenza del papato accresceva intanto le angoscie di Roma.
Venuti meno alla città i profitti della curia, la miseria afflisse le
classi popolari, incapaci di compensare col lavoro i redditi mancati.
La miseria del popolo diè impulso al rimbaldanzire della nobiltà
faziosa; la quale trovò ora nello stesso ceto sacerdotale un emulo alle
sue ribalderie. In una epistola indirizzata dai Romani a papa Giovanni
XXII, è fatta una nera dipintura dei costumi dei giovani ecclesiastici.
Essi scorazzavano, diceva lo scritto, di notte per le vie con la spada
in pugno, commettendo ogni fatta di enormezze: _per tabernas et loca
alia inhonesta cum armis evaginatis per urbem.... homicidia, furta,
rapinas commictunt_.
Unico rimedio a codesti mali riguardavasi da tutti il ritorno dei papi
in Roma; e legazioni su legazioni furono mandate dai Romani ad Avignone
per sollecitare papa Giovanni a fare ritorno nella sua legittima sede.
Non ascoltati, e' gittaronsi nelle braccia del suo nemico Lodovico il
Bavaro; il quale allora appunto veniva in Italia per strappare dalle
mani di usurpatori stranieri, com'egli diceva, i diritti dell'impero
e la signoria del mondo. “Nell'aprile del 1327, i Romani, scrive
Giovanni Villani, si levarono a rumore e feciono popolo.„ Impadronitisi
gl'insorti di Castel Sant'Angelo, cacciarono dalla città i partigiani
del re angioino e fondarono un governo democratico, eleggendo capitano
del popolo il ghibellino Sciarra Colonna, quel desso che, 25 anni
prima, avea in Anagni puntata la sua spada al petto di Bonifacio VIII.
Giovanni XXII, preso da furore, bandisce una crociata contro il Bavaro;
e questi fa proclamare dal popolo romano, radunato in parlamento nella
piazza di San Pietro, la deposizione del pontefice imputato di eresia.
Ma la eresia di che papa Giovanni era colpevole davanti ai Romani,
e per la quale essi eransi levati contro di lui e aveanlo deposto,
era cosa affatto diversa da quella dichiarata dall'umanista padovano
Marsilio nella sua celebre invettiva: la colpa del pontefice era di
dimorare fuori di Roma e di rifiutarsi a farvi ritorno. Vi era tanto
poco sentimento religioso in quella levata di scudi, che in quei giorni
stessi di fermento popolare, un cappellano del papa, Jacopo Colonna,
potè entrare in Roma accompagnato da quattro uomini mascherati, leggere
pubblicamente la sentenza di scomunica lanciata dal papa contro il
Bavaro, e andarsene poi da Roma, senza che alcuno lo molestasse.
Conclusione necessaria di questa lotta fu la creazione di un antipapa.
Sortì eletto, con procedimento affatto nuovo, un monaco di Corbara, che
prese il nome di Nicolò V.
Ma tutto questo dramma effimero svanì, appena che Lodovico fu partito
da Roma, menando seco l'antipapa. La sua partenza era parsa piuttosto
una fuga. Un'impresa tentata con esito infelice contro Napoli gli avea
fatto perdere ogni prestigio presso i Romani; e quando egli se ne andò,
“lo ingrato popolo, scrive Giovanni Villani, gli fece la coda romana,
onde il Bavaro ebbe grande paura ed andonne in caccia e con vergogna„.
Così l'impero, che l'Allighieri avea poc'anzi magnificato nella sua
idealità sublime, cadeva ora in una realità ignominiosa. I Romani
divisero quell'ignominia. Il popolo, fatto nuovo parlamento, abiurava
la fede data al Bavaro e all'antipapa, e faceva piena sottomissione al
papa di Avignone. Tornarono ora gli antichi malanni, rincruditi dalle
nuove delusioni, a tormentare la misera città. La quale consumavasi
nella inopia e nella oscurità col capo rotto ed esangue, intanto che
nella remota Avignone il vecchio pontefice, dimentico di lei, ammassava
tesori. Alla sua morte, trovaronsi nel suo scrigno diciotto milioni
in tante monete d'oro e sette in oggetti preziosi. Questo tesoro dà
ragione della povertà onde Roma era allora tribolata.
Ma la morte del pontefice avaro non pose termine e nemmeno temperò
i mali della misera metropoli. Il nuovo papa, Benedetto XII, invece
di restituirvi il sommo pontificato, inalzava in Avignone un palazzo
pontificio di dimensioni colossali, quasi che esso fosse destinato a
ospitare perpetuamente i papi. Questo Vaticano avignonese dura anche
oggi nella sua grandiosità, coi suoi merli e colle sue torri, ma muto e
vuoto come un sepolcro di Faraoni; e pure, chi sa dire, se esso rimarrà
morto e vuoto per sempre? O che il suo risorgere e ripopolarsi di
nuovi gerarchi della Chiesa, non sia scritto nei fatali ricorsi della
storia?...
Sotto l'impressione di questo abbandono del papato che pareva
definitivo, il popolo romano, a segno di protesta, si levò un'altra
volta a ribellione: “feciono popolo„, secondo la frase del Villani.
Questa rivolta del 1338 si distingue dalle precedenti pel proposito
degl'insorti di romperla coi papi per sempre. E come i Romani antichi,
nell'atto di scrivere le patrie leggi, aveano interrogato la sapienza
greca; così i loro lontani nipoti, nell'atto di mutare gli ordini dello
Stato, interrogarono la sapienza dell'Atene italica, e v'inviarono
legati, perchè studiassero quegli _Ordinamenti della giustizia_,
coi quali Firenze avea del tutto fiaccata la potenza dei grandi. Ma
ben altra era la condizione delle arti fiorentine da quella delle
romane! Alla prima prova, si sentì l'inefficacia della riforma, e papa
Benedetto potè proseguire tranquillamente la fabbrica del Vaticano
avignonese, e nominare a Roma novamente i senatori!
Passarono tre anni, e la scena cangiò un'altra volta. Ora il
cambiamento fu più strepitoso per la comparsa di un personaggio,
che seppe per un momento trasfondere nel popolo l'entusiasmo che lo
animava, e con le sue novità riempì di stupore l'Occidente. Egli è
_Cola di Rienzi_; personificazione viva di un'età che sta a cavaliere
di due mondi, il barbarico che si estingue e il classico che rinasce.
Ciò spiega le antinomìe che si manifestano nel famoso tribuno; le
quali sono così spiccate e recise, da far credere che in lui due
persone opposte coesistessero: l'una che intuisce e crea, l'altra che
travede e distrugge la stessa opera sua. Quest'opera non era però tutta
uscita dalla mente di Cola: gliene avea dato la prima idea Francesco
Petrarca, con lo avere posto su la cima dell'ideale del popolo italiano
il concetto e il nome d'Italia nazione. E Cola, traducendo in atto la
grande idea, la guastò con lo associare al disegno della unificazione
politica d'Italia con Roma a centro, il concetto della monarchia
universale foggiato in iscenate simboliche e teatrali.
Nessun momento, a guardare le cose come apparivan di fuora,
presentavasi più propizio per realizzare il grande pensiero del
Petrarca: il papato, cagione secolare delle divisioni italiane, erasi
condannato all'impotenza con lo abbandono della sua legittima sede:
l'impero, ferito a morte nella persona di Enrico VII, mandava con
Lodovico il Bavaro e con Carlo IV l'ultimo rantolo. “Le due luci
del mondo, l'impero e il papato, scriveva allora il Petrarca, sono
sull'estinguersi; le due spade stanno per ispuntarsi.„ Il regno di
Napoli, grande cittadella del guelfismo italico e l'arsenale del
papato, era, colla morte del re Roberto, caduto in uno stato di
sfacelo; onde niun ausilio poteva più il papato aspettarsi da esso: le
città italiane, in lotta coi loro tiranni, aspettavano un liberatore:
e questo liberatore parve per un momento che comparisse nella persona
di Cola da Rienzi; cui l'uomo celebrato allora in tutto il mondo come
un genio, avea salutato “Camillo, Bruto, Romolo redivivo„; e togliendo
ogni misura alla sua ammirazione per l'eloquente novatore, avealo
perfino chiamato un dio. “Quando ripenso, scrivea il Petrarca a Cola,
il gravissimo e santo discorso che mi tenesti l'altro ieri su la porta
di quell'antica chiesa, parmi di avere udito un oracolo sacro, un dio,
non un uomo.„
Ma chi, con occhio perspicace, avesse guardato dentro il cervello di
quest'uomo, anzichè arrestarsi alla sua parola ammaliatrice; chi avesse
inoltre rivolta l'indagine alla cagione ispiratrice dell'entusiasmo
di Roma per lui; l'incanto magico da cui la città pareva rapita,
sarebbesi rivelato cosa del tutto effimero. Una tale indagine avrebbe,
infatti, dimostrato, che tutto l'edifizio innalzato da Cola poggiava
sull'arena. Nè poteva accadere altrimente, non essendo il fondatore
suo nè capitano, nè uomo di Stato; egli era privo, cioè, delle due
qualità necessarie, tanto a fondare gli Stati, quanto a guidarli e a
rimetterli sulla via della civiltà e del progresso, quando se ne siano
allontanati.
Ciò spiega lo squilibrio esistente fra il pensiero di Cola e la sua
azione: quanto è fecondo e animoso il primo, altrettanto è sterile e
paurosa la seconda. Piena la mente di concetti tratti dall'antichità
romana, e sformati dalle idee fantastiche del suo tempo, ei si
scoraggiava e perdeva quasi il lume dell'intelletto, tosto che
entrasse nella vita reale del mondo. Ciò spiega ancora com'ei fosse
preso dalle vertigini, appena che dall'umile stato in cui era nato,
si vide portato su dalla fortuna. La vanità s'impadronì del debole
suo spirito, così da neutralizzare in lui ogni nobile sentimento. Più
che i titoli grandiosi assunti e gli apparati di pompa onde si fe'
circondare, vi è un fatto che dimostra l'influenza sinistra che la
vanità esercitò sul suo carattere. E il fatto fu l'offesa ch'ei recò
all'onore di sua madre per farsi credere di origine regale, quando
invece era nato da un taverniere. La lettera ch'egli scrisse a Carlo
IV, l'agosto 1350 dal carcere di Praga, in cui, per riacquistare la
libertà, mise fuora la fiaba di essere figlio di Enrico VII, accusando
sua madre — _Quæ invencola erat et non modicum speciosa_ — di avere
concesso ad Enrico VII, al tempo dei tumulti romani suscitati dalla sua
coronazione — _nec minus forsitan quam sancto David et iusto Abrahe
per dilectas extitit ministratum_; — questa lettera, dico, getta sul
carattere di Cola un'ombra più sinistra che non potessero fare tutti
gli errori suoi accumulati insieme. Fra questi errori, ve n'è uno
che fu cagione principale della sua rovina. Esso fu l'associazione
della sua opera rivoluzionaria con la teologia. Il fondamento mistico
sul quale il tribuno fissò il nuovo Stato romano consisteva nella
presunzione ch'esso fosse opera della Spirito Santo. Da ciò il titolo
da lui assunto di _candidatus spiritus sancti_, che, per via di
auto-promozioni, dovea condurlo a quello eccelso di _secondo Gesù
Cristo_, adducendo a ragione del raffronto superbamente insano il
fatto, che, come il Nazareno, in età di 33 anni, incoronato di vittoria
salì al cielo, vinti i tiranni dell'inferno e liberate le anime; così
egli nella età stessa, avea abbattuto, senza sfoderare la spada, i
tiranni di Roma, ed erasi fatto incoronare colla corona tribunizia
come unico liberatore del popolo. E anche in questo campo mistico,
che, per la sua natura, meno si prestava ad antimonìe, Cola trovò modo
di portarvi la sua duplice personalità. Perchè, scordando egli che la
sua qualità d'inviato di Dio gl'imponeva sopratutto l'umiltà sotto
tutte le forme, praticò l'opposto circondandosi di una magnificenza
asiatica, che al titolo stesso di tribuno stranamente contraddiceva.
Ma già il nome tribunizio era stato soffocato da una selva di pomposi
addiettivi e di complementi, così da essere ridotto a una vera parodia.
Ecco infatti come Cola si chiamava nelle pubbliche carte: “Nicolò,
per autorità del clementissimo signor nostro G. C., severo e clemente,
tribuno di libertà, di pace e di giustizia, e liberatore della sacra
repubblica romana.„
Che Cola di Rienzi fosse riuscito, ad onta di queste sue stravaganze,
a suscitare un grande entusiasmo per sè, non solo in Roma, ma ancora in
tutta Italia, è un fatto codesto che non può mettersi in alcun dubbio.
Lo comprova la stessa testimonianza del Petrarca. In una epistola
indirizzata al popolo romano, il Petrarca chiamava Cola di Rienzi
“nuovo Bruto, maggiore dell'antico„ e invitava i cittadini a onorarlo:
“Ma voi, cittadini, diceva il grande poeta, onorate codest'uomo,
onoratelo quasi un messo del cielo, un raro dono di Dio, e ponete la
vostra vita per la sua salvezza.„ Il popolo non avea bisogno di tale
impulso per amare e onorare il suo tribuno. Ma non era lo slancio di un
patriottismo nobile e disinteressato inspiratore di codesto sentimento
popolare per Cola; era invece la generale miseria del tempo, la quale
operava che ciascuno si volgesse a chi pareva promettere lenimento
e salvezza. E questa sicurtà, da gran tempo perduta, Roma l'avea
per opera del suo tribuno riacquistata: “Allora, scrive il biografo
contemporaneo di Cola, le selve si cominciaro a rallegrare, perchè in
esse non si trovava ladrone; allora li bovi cominciaro ad arare, li
pellegrini a far la cerca per la santuaria, li mercanti a spasseggiare,
li procacci.... In questo tempo paura e tremore assalìo li tiranni; la
buona gente, come liberata da servitude, si rallegrava.„ Ma quando la
clemenza inconsulta del tribuno verso i tiranni fe' da costoro svanire
la paura, allora la sicurezza decantata dal biografo scomparve, e con
essa cadde il fascino che Cola avea esercitato sul popolo. Da quel
momento la fine del tribuno fu segnata. Ora fu messa pure in evidenza
l'inettezza assoluta di quest'uomo a far trionfare la rivoluzione da
lui suscitata. Dalla più audace impudenza egli passa alla più volgare
pusillanimità: e il candidato dello Spirito Santo, che dal suo evento
avea dato l'inizio di una nuova êra — _liberatæ Reipubblicæ anno
primo_, — alla prima levata di scudi de' suoi nemici, si ripara in
Castel Sant'Angelo, per poter di là, col favore delle tenebre, fuggire
da Roma come un malfattore. E non fosse mai più tornato in quella
città per lui fatale! Avrebbe risparmiato al popolo romano un crimine
codardo, a sè una fine raccapricciante.
E che rimase, si può ora domandare, di questa gran rivoluzione che Cola
di Rienzi seppe suscitare nel nome di Roma? Il suo risultamento del
tutto negativo ci dimostra che, se l'autore di essa fu troppo minore
della colossale impresa, minore di essa fu anche il popolo romano, e
con esso tutta la gente italiana d'allora. Un solo dei contemporanei la
comprese, e la immortalò, sia con le sue opere latine, sia con quella
celebre canzone, che per lungo tempo si era creduto fosse indirizzata
a lui, e che, sebbene ad altro personaggio si riferisse, comparisce
egualmente come il vaticinio di un grande evento, onde il Petrarca
avea piena l'anima, l'Italia, cioè, fatta nazione. Per farlo nascere
al suo tempo, il poeta, dopo di avere invano invocato la pace, predicò
la guerra, la guerra contro i tiranni di Roma; e invocò “Gesù buono
e troppo mansueto„, perchè sorgesse ad abbattere i suoi nemici, che,
sotto lo scudo del suo nome, facevano cose obbrobriose. Ma non era
scritto nei fati d'Italia che la patria nostra dovesse risorgere in
quella lontana età. E profetica fu ancora la canzone _Spirto gentil_,
per quella immagine del “Cavalier che Italia tutta onora„, il quale
ha da sedere su 'l Monte Tarpeo, “Pensoso più d'altrui che di sè
stesso„. È argomento tuttodì controverso a chi il poeta intendesse
alludere con quella immagine, la quale, come attesta il Machiavelli,
attrasse e inspirò l'anima entusiasta dell'infelice Stefano Porcari. Ma
qualunque sia il personaggio a cui il poeta riferì l'immagin sua, egli
è certo che l'Italia, dopo averla cercata invano per lunghi secoli, la
trovò finalmente all'età nostra, in quel cavaliere, che, portata sul
Campidoglio la spada d'Italia, pronunciò davanti al mondo civile le
celebri parole: “qui stiamo e qui resteremo„; compendiate felicemente
dal successor suo nell'attributo dato alla Roma libera d'_intangibile_.