DI FRANCESCO BERTOLINI

Il secolo XIV rappresenta nella storia italiana un'epoca di grandi

contrasti. Mentre, da un lato, esso ci fa assistere alla decadenza

delle istituzioni feudali e gerarchiche del medio evo; dall'altro,

ci offre lo spettacolo della risurrezione della coltura antica, che

credevasi estinta per sempre. Il papato e l'impero, queste due grandi

creazioni del genio latino, sono essenzialmente mutate da ciò che erano

state nel passato. Le nazioni cristiane ripudiano tanto la teocrazia

papale, quanto l'autocrazia imperiale, come ripudiano ogni potere che

pretenda all'universalità. Un sentimento nuovo le investe, che a poco

a poco assume la gravità di un bisogno indeclinabile: egli è di vivere

ciascuna a sè, indipendente da ogni potestà straniera.

Il momento era solenne per la patria nostra. Trattavasi di sapere,

se nella rovina delle due grandi istituzioni, che furono opera sua,

sarebbe pur essa stata travolta, ovvero se il suo genio sarebbe stato

capace di crearle una nuova missione nel mondo in servizio della

civiltà e del progresso umano.

I sintomi erano sinistri: l'imperatore e il papa invocati da lei,

affinchè accorressero in suo soccorso per arrestare l'opera deleteria

delle fazioni, si mostrarono impotenti di guarirla da' suoi mali, come

lo erano di risorgere dall'avvilimento in cui essi stessi erano caduti.

In questo momento, in cui pareva che un lenzuolo funebre dovesse

stendersi su la misera Italia, e chiudere per sempre il libro della sua

storia, il suo genio la rianimò a vita nuova, e le creò una missione

di civiltà, che le fruttò per la terza volta la egemonia morale

sull'Europa. Codesta missione fu il rinnovamento della coltura antica,

che schiuse alle genti cristiane nuovi ideali, facendole assurgere alla

libertà del pensiero, che si svolse poi in libertà civile.

Per grande sventura, mancò all'Italia l'applicazione alla vita reale

della libertà del pensiero; di maniera che, mentre essa stava operando

il suo rinnovamento letterario e artistico, fu vista lasciarsi

novamente mettere in ceppi dalle genti straniere, ch'essa avea

intellettualmente rigenerate.

Così si aperse all'Italia una nuova èra di servitù, la quale non

dovea chiudersi che all'età nostra. In questa nuova missione serbata

all'Italia dal suo genio, Roma non poteva conservare il primato tenuto

nel passato. La metropoli del mondo cristiano, da cui aveano avuto

origine le due istituzioni cosmopolitiche dell'impero e del papato,

traversava allora una crisi che minacciava di seppellirla nell'oblio,

al pari di un tempio rimasto senza culto e senza sacerdozio. Essa era,

infatti, rimasta senza il papato, che era la sua anima, la sua vita;

e l'impero non le si faceva vivo fuorchè per comprovare la propria

impotenza e ignominia.

Ma, anche indipendentemente da questo suo stato anomalo, Roma non

possedeva alcuna qualità che la rendesse idonea ad essere sede della

coltura classica risorta. Essa era sempre nel pensiero universale la

metropoli necessaria della cristianità: essa poteva quindi aspirare ad

essere chiamata la nuova Gerusalemme celeste:

E sarai meco senza fine cive

Di quella Roma onde Cristo è Romano;

_Purg., XXI._

ma non avea alcun titolo per tenere il primato nella nuova signoria,

che l'Italia era chiamata ad esercitare sull'occidente. E come avrebbe

potuto una città, la cui vita parve per secoli andare assorbita dal

papato; una città, che pur nel papato personificava la fede cristiana,

così da poter quella far dire al poeta:

O Sommo Patre, duca e Signor mio!

Se Roma pere dove starajo io?[2];

come avrebbe potuto, diciamo, tale città essere la sede di una coltura

che osava lacerare il velo mistico della fede, venerare gli eroi, i

poeti, i filosofi dell'antichità pagana, colla stessa fervida devozione

con cui la cristianità avea per lo innanzi venerato i martiri, gli

apostoli e i padri della Chiesa, e accogliere nella sua civiltà lo

spirito pagano?

Questo titolo che mancava a Roma, di dirigere la nuova coltura,

era posseduto da Firenze, vera rappresentante del genio nazionale

italiano, che si fe' persona in Dante Alighieri. Firenze, potente per

operosità civile e per vita intellettuale, e sopratutto fornita di

genio politico, potè difendere e conservare la libertà più a lungo

delle sue sorelle italiane. La sua resistenza alle armi di Enrico VII,

non solamente fu un grande atto di valore, ma ancora di patriottismo.

Da quel tempo, Firenze fu degna di essere la rappresentante

dell'indipendenza e dell'onore nazionale. Matteo Villani, pieno di

entusiasmo per quella difesa eroica, scioglie un inno al guelfismo

italiano. “E di vero, la parte guelfa, scriv'egli, è fondamento e

rocca ferma e stabile della libertà d'Italia, e contraria a tutte le

tirannie.„

Ma il risveglio della coltura classica non è il solo servigio reso dal

secolo XIV alla civiltà europea. Esso diede pure il primo colpo, e fu

letale, al grande edifizio gerarchico eretto dalla Chiesa, e dal quale

essa dettava legge al pensiero e alla coscienza delle genti cristiane.

La critica filosofica e il diritto pubblico alzarono allora per la

prima volta il capo, e precorrendo il mistico suono della tromba di

Gerico, sciolsero il pensiero dalle pastoie teocratiche a cui il medio

evo avealo asservito.

Il concetto civile della _monarchia_ divenne il manifesto del diritto

pubblico e il simbolo di una generazione riformatrice, che tendeva

ad affrancarsi dalle strettoie della gerarchia feudale. Novamente,

come nel passato, la società si divide nei due campi del papato e

dell'impero; ma il concetto che anima i seguaci di quest'ultimo è

del tutto mutato. I monarchici non sono più solo conservatori, essi

sono anche rivoluzionari; imperocchè, mentre combattono per l'antica

e sacra potestà imperiale, pugnano ancora per la libertà del pensiero

e la indipendenza delle nazioni. A questa nuova lotta presero parte

due figure titaniche, che le impressero la loro grande personalità.

Da un lato, Tommaso d'Aquino scese a sostenere il principio guelfo

della Chiesa, e nella teologia e nella scolastica sostenne l'idea

della monarchia di Cristo, che avviliva la potestà regia, facendole

conseguire dal papato un fondamento nazionale e giuridico, nello

stesso modo che il corpo umano riceve dallo spirito la sua vitalità

e dall'intelletto il suo impulso. Dall'altro lato, Dante Allighieri

combattè quell'idea, opponendole nella sua _Monarchia_ la dottrina

della inalienabile integrità dell'impero e della missione di signoria

universale data da Dio al popolo romano. L'impero, indestruttibile

nella sua dignità divina, dovea diventare il cosmo della legge,

del bene civile, della libertà, della pace e della civiltà. Rimesso

l'impero nel suo antico diritto, il papato veniva pure restituito

alla sua missione storica, che era di guidare le anime alla conquista

del paradiso. Era naturale che la filosofia, risorgendo, prendesse

di mira codeste istituzioni, che eran lì sotto gli occhi di tutti,

e determinavano, per così dire, la vita di ogni giorno delle nazioni

d'occidente. Bonifacio VIII e Giovanni XXII colle loro intemperanze

diedero impulso a codeste investigazioni, e promossero il trionfo

del nuovo giure sul dogma di Roma. Da questo trionfo uscì fuora la

condanna pronunciata dalla scienza e dalla storia del potere temporale

dei papi. Questa condanna rimase allora senza sanzione: ma il mancato

eseguimento non infirmava l'autorità incontestabile del tribunale da

cui era emanata. La stessa teologia apprestò le armi per convalidarla.

La lotta che nel 1322 si accese fra Domenicani e Minoriti, è il

preludio di quella, che, da lì a due secoli, trasse mezza Europa fuori

del grembo della Chiesa, e fece consacrare dal diritto pubblico europeo

il principio della libertà di coscienza. In questa lotta, i figli

del monaco di Assisi compariscono quali precursori dei protestanti:

infatti, le dottrine riformiste, che più tardi ebbero per apostoli

Giovanni Wicleff, Giovanni Huss e Martin Lutero, erano state, già due

secoli prima, proclamate dai Minoriti. Sotto la presidenza del generale

del loro ordine, Michele da Cesena, quei frati aveano, l'anno 1322, nel

sinodo di Perugia, dichiarato formalmente, che chi affermava Cristo e

gli Apostoli non avere posseduto proprietà alcuna nè personalmente nè

in comunanza, quegli non diceva eresia, anzi professava un principio

di fede severamente cattolico. Le sacre scritture furono chiamate a

somministrare le prove della coraggiosa dichiarazione: e fu da quel

tempo, a cagione delle nuove investigazioni teologiche, che divennero

popolari i motti evangelici: _Regnum meum non est de hoc mundo: reddite

quæ sunt Cæsaris Cæsari_: _Nemu militans Deo implicat se sæcularibus

negotiis_. Non seguiremo la polemica che allora si accese fra' teologi

pel fatto di questa dichiarazione, nella quale, fra le molte cose

strane, inspirate dalla passione, furono pure uditi dei grandi veri.

Uno di questi affatica anche oggi lo spirito delle genti cristiane,

perocchè gli sia mancata la dovuta soddisfazione. Lo pronunciò Marsilio

da Padova, in quella sua celebre protesta, nella quale affermava, “non

essere la gerarchia dei preti, sì bene la comunità di tutti i fedeli

ciò che costituisce la vera Chiesa.„

La polemica rimase allora circoscritta fra' teologi; chè i popoli,

non ancora usciti dalle tenebre della barbarie medievale, non potevano

interessarsi a cose che non capivano. Ed estranea ad essa rimase pure

Roma, sebbene vi fosse più direttamente interessata. Ciò fu una grande

sventura per l'Italia; imperocchè, non mai si presentò una occasione

tanto favorevole per far iscomparire senza scosse e senza turbamenti il

poter temporale, siccome allora. In luogo di riguardare la lontananza

dei papi siccome una liberazione propria, i Romani la considerarono

come una calamità: onde stemperaronsi in lacrime e in querele per

far tornare nell'abbandonata basilica di San Pietro il successore

dell'Apostolo, nel quale vedevano più volentieri una miniera da

sfruttare, che un despota da abbattere. Tutti erano concordi in questo

sentimento; perciò i settant'anni della dimora dei papi in Avignone

rimasero sterili per la romana libertà. Più che sterili, e' furono ad

essa addirittura nefasti. Perchè, in quel periodo andò distrutta la

potenza delle case patrizie che era stata l'unico freno del despotismo

papale. Quelle case, già colpite nelle loro ricchezze dalla lontananza

della curia ecclesiastica, lo furono nella stessa loro esistenza

dall'odio popolare suscitato dalle violenze loro. I settant'anni

passati dai papi in Avignone, furono per Roma settant'anni di guerre

civili combattute fra nobiltà e popolo. Il Petrarca, che avea l'anima

piena di entusiasmo e di ammirazione per Roma, così da poter dire, che

la vista della città eterna gli avea destato la meraviglia, non già che

essa avesse dominato il mondo, sì bene che tanto tardi fosse giunta a

dominarlo; allo stesso cardinale Colonna, al quale manifestava questo

suo pensiero, tesseva il seguente quadro dello Stato di Roma durante

l'assenza dei papi. La lettera è del 1335.

“La pace è da codesti luoghi, non so per qual delitto del popolo,

per quale legge celeste, per qual destino o quale influsso di

costellazioni, bandita. Poichè, vedi! Il pastore vigila qui armato nei

boschi, più temendo i ladroni che i lupi: loricato è qui il colono, che

adopera la lancia per pungere il dorso dell'indocile toro; qui nulla

si tratta senz'armi. Fra gli abitanti di questa contrada non regna

sicurezza, non pace, non umanità; ma guerra, odio, e tutto ciò che

assomiglia ad operazione di mali spiriti„ (_Rer. Fam. Ep._ II, 12).

Chi avesse voluto trarre il prognostico della vita di Roma in quei 70

anni dalle promesse fatte a Dio dai Romani all'inizio di quel periodo,

avrebbe dovuto credere che l'epoca di Numa fosse scesa dal suo regno

mitico per diventare nel secolo XIV una realtà storica. Ma quando

mai furono visti i voti innalzati al cielo in un momento di terrore,

vincolare le coscienze dei popoli dopo che il terrore è scomparso e

dissipata è la tempesta che lo avea fatto nascere? — Nella notte del 6

maggio 1308, la chiesa madre della cristianità, la basilica Lateranense

era andata distrutta da un incendio. Quella rovina parve l'annunzio di

una punizione celeste che stesse per colpire la città. L'assenza del

papa dalla sua legittima sede, concorreva a raffermare quel lugubre

giudizio. In mezzo a tanto abbattimento degli animi, le parti nemiche

si riconciliarono; e tutti, nobili e popolo, si posero all'opera con

grande fervore per isgombrare il suolo dalle rovine e per procacciare

materiali da costruzione intanto che le processioni dei preti si

aggiravano mestamente salmodiando per le vie della città sgomentata.

Erano passati appena pochi mesi da quel disastro, che i Romani si

erano scordati affatto del loro voto, e coloro che aveano promesso

di vivere in consorzio fraterno, erano tornati novamente alle prese

fra loro: da un lato, le famiglie Orsini e Colonna, per mutua gelosia

e insaziabile cupidigia; dall'altro, la nobiltà e il popolo, per

antagonismo sociale, moveansi aspra guerra. La città pareva diventata

un campo di battaglia; e mentre i nobili dall'assenza del papa traevano

argomento di nuova baldanza, il popolo faceva esso pure pro' di tale

anarchia, opponendo alla nobiltà una specie di Comune democratico. Ai

due senatori che rappresentavano il ceto privilegiato, esso contrappose

pertanto una rappresentanza delle corporazioni delle arti, e chiese al

papa che sanzionasse il nuovo governo. Clemente V, non potendo per le

nuove condizioni del papato, sedare le discordie romane, si appigliò

al partito più profittevole alla Curia: egli diede, cioè, ragione alla

parte popolare, lasciando ai cittadini la facoltà di darsi il governo

che loro meglio talentasse. Così, per opera di un papa francese e

residente fuori d'Italia, Roma ebbe nelle età di mezzo le sue prime

libertà. Il popolo non guardò con quale animo fossero quelle concesse,

come non presentì che il successo delle discordie cittadine sarebbe

stato la rovina d'ogni libertà. Con grande letizia adunque s'inaugurò

il novello Comune, il Comune democratico, e i due senatori cedettero il

posto al magistrato popolare.

Mentre questo evento si compiva in Roma, un grido di gioia echeggiò

dalle rive del Po a quelle del Tevere. La maestà dell'impero romano,

per sessant'anni invocata invano, compariva nel 1310 improvvisa,

dispensatrice di pace alle genti italiane. Personificava il

lussemburghese Enrico VII. “Egli veniva, scriveva allora Dino Compagni,

a metter pace come fosse un agnolo di Dio„; egli veniva, scrivea il

divino poeta di nostra gente, a compiere i destini provvidenziali del

popolo romano, a visitare e a consolare la desolata Roma:

“Vieni a veder la tua Roma che piagne

Vedova e sola, e dì e notte chiama:

Cesare mio, perchè non m'accompagne?„

_Purg., VI._

Non mai un principe suscitò al suo comparire tante speranze nella

gente nostra, come non mai a quelle era mancata ogni ragione che le

giustificasse. Ma non era la persona del sovrano che qui si acclamava e

s'invocava; sì bene era la maestà dell'impero per lui fatta rediviva;

di quell'impero, che l'Allighieri, illustrandolo nella conservazione

della tradizione romana, associava al rinnovamento d'Italia e

all'abbattimento del poter temporale della Chiesa.

Quest'inno che l'Italia scioglie all'impero risorto, è un preludio

anch'esso del Rinascimento che sta per ispuntare. Il quale ha già vivo

il suo vate e il suo padre ancora. Egli è Francesco Petrarca. Nella

mente di lui, come in quella di Dante, l'impero consiste nel popolo

romano; ma la storia di esso popolo non è più pel Petrarca, come lo

fu già per Dante e per gli scolastici, una serie di predestinazioni

provvidenziali, di mitiche adombrazioni di una futura città di

Dio; sì bene è la più poderosa manifestazione della civiltà umana;

ond'egli ne trasse ragione di maggiore abominio dal medio evo — i cui

rappresentanti, coetanei suoi, gli parevan già cadaveri puzzolenti — e

di pronostico di una nuova età, onde sentiva in sè l'ideale, e ne era

così penetrato da trasfonderne la coscienza ne' suoi contemporanei.

Quando il popolo romano, lasciate per un istante le battaglie civili,

si affollò intorno al Petrarca recandogli corone di fiori, e i Colonna

e gli Orsini imposero ai loro odii la tregua di Dio per deporre insieme

la ghirlanda d'alloro sul suo capo, era la religione dell'ingegno e

della scienza che ricevea il suo primo culto, era il Rinascimento che

ricevea il primo saluto dal mondo.

Ma il popolo romano, nel rendere quel saluto, non ebbe la coscienza

della grandezza dell'atto che compiva: tanto è ciò vero, che

niuno meno di esso approfittò della nuova luce di civiltà che il

Rinascimento diffuse nel mondo. Codesta antinomìa esistente fra il

concetto altissimo in cui il popolo romano era tenuto, specie in

quella età, e l'effettivo merito suo, è dal Petrarca spiegata per

mezzo dell'ignoranza di esso popolo della propria storia. Secondo il

Petrarca, Roma solo allora risorgerebbe, quando giungesse a riconoscere

sè medesima. Ma non era solo il riconoscimento proprio che a Roma

mancasse: mancavale sopratutto un organamento sociale omogeneo, senza

il quale il patriottismo diventa fazioso e la concordia impossibile. Le

classi in cui era partita la cittadinanza romana, portavano i soliti

nomi di nobiltà e popolo; ma questa nobiltà e questo popolo sentivano

e agivano oppostamente l'una all'altro; imperocchè avessero contrari

gl'interessi e gl'intenti. Già il titolo di _principi_, che i nobili si

arrogavano, dimostrava lo spirito di casta imperante in seno ad essi, e

fatto ora più potente dall'assenza dei papi. In seno alla nobiltà tre

famiglie sopratutto spiccavano per potenza e per orgoglio: i Colonna,

gli Orsini e i Gaetani. Mezza Roma stava in potere di costoro; e,

mentre essi riempivano la città di loro violenze, le prime due famiglie

offrivano lo spettacolo di un odio fanatico, che dalla ragione di

parte traeva il pretesto, e dalla cupidigia disfrenata l'impulso. Di

fronte alla nobiltà stava il popolo diviso in corporazioni d'arti e

mestieri; ma lo scarso sviluppo avuto da queste, non permise al popolo

romano di opporre alla nobiltà associazioni ordinate e poderose per

il numero e l'agiatezza dei membri; onde quella potè avere sul popolo

facile ragione. Codesto stato di disgregamento sociale diede i suoi

frutti nel periodo dell'assenza dei papi. Ei sembra che più popoli

vivessero in Roma, anzichè un popolo solo; tanto è piena di incoerenze

e di contraddizioni la condotta sua nelle diverse contingenze in cui

la città venne a trovarsi. Tutto dunque in Roma è discordia: discordia

fra nobiltà e popolo, e fra ciascuno dei due ceti. Come era possibile

fondare in tale condizione di cose la libertà romana?

Vediamo ora in atto questi elementi discordi. Primo a sperimentarli fu

Enrico VII. Il principe, invocato in tutta Italia come un liberatore,

trova in Roma il primo contrasto. Mentre il popolo lo acclama, i nobili

lo combattono. Roma è trasformata in un campo di battaglia; le sue vie

sono fatte rosse di sangue; sembra che satana le abbia invase: e in

mezzo alla battaglia civile, Enrico ricevea la corona di Costantino

dalle mani di due vescovi, nella basilica Lateranense: cerimonia

non mai vista in quel luogo e con tali capi. E se l'assenza del papa

toglieva ad essa il suo maggiore prestigio, le macerie della basilica

non ancora rimosse, simboleggiavano la rovina che fatalmente incombeva

su l'impero feudale.

Partito Enrico, la battaglia civile continuò fra nobili e popolani;

i primi cacciano dal Campidoglio il vicario imperiale, e v'insediano

Francesco Orsini e Sciarra Colonna quali senatori. Quei due nomi, uniti

insieme nel supremo magistrato, doveano essere simbolo di pace fra le

due famiglie rivali; ma fu la pace di un giorno. Guastolla la riscossa

popolare, nella quale i due senatori furono cacciati dal Campidoglio,

e la somma delle cose fu affidata a un capitano del popolo, Jacopo

Arlotti, assistito da un consiglio di 26 _boniviri_, rappresentanti

i 13 rioni della città. Questa vittoria del popolo dovette essere di

ben grande momento, se il nuovo capitano potè trarre carichi di catene

davanti al suo tribunale i capi delle famiglie nobili, e giudicare

senz'appello di loro sorte. Alla ragione di Stato che domandava

estremo rigore, prevalse la compassione inspiratrice di clemenza, e

i prigionieri uscirono da quelle strette col solo sfratto da Roma.

Il rigore risparmiato ai nemici ebbe uno sfogo selvaggio, d'altra

parte. Un decreto dell'Arlotti ordinava la distruzione dei monumenti

e dei palazzi posseduti dai nobili. Pareva si fosse tornati dieci

secoli addietro, quando su Roma pagana infuriava il fanatismo dei

nuovi cristiani; e come quelle rovine avean inspirato le imprecazioni

dell'ultimo poeta romano Claudio Claudiano, così le rovine nuove

inspirarono l'invettiva non meno legittima del primo storico del

Rinascimento, Albertino Mussato, da Padova. Se tutti i monumenti romani

consacrati alla distruzione non scomparvero allora, ciò fu dovuto alla

loro grande solidità; e andò salvo, fra gli altri, per questa cagione,

Castel Sant'Angelo.

Male auspicato era il plebiscito rinascente fra quelle rovine. Esso

infatti non veniva, come il vecchio plebiscito tribunizio, a proclamare

la egualità civile e politica fra la nobiltà e il popolo, la quale

era stata la base di granito su cui era sorto il dominio mondiale

dell'antica Roma; sì bene veniva ad affermare l'impotenza di Roma

medievale, di vivere indipendente e libera. E dappoichè il papa l'avea

abbandonata, il popolo invocava il braccio dell'impero, e chiamava

l'imperatore Enrico a salire il Campidoglio da trionfatore, e a

restarvi, tenendosi pago il popolo di essere riconosciuto come autore

del nuovo principato: _Cæsarem evocandum in urbem_, scrive il Mussato,

_vehendumque triumphaliter in Capitolium, principatum ab sola plebe

recogniturum_.

Ricordo troppo amaro avea Enrico portato con sè da Roma, perchè potesse

accogliere l'invito che eragli fatto. Nè s'ingannò disconoscendo

di quello la serietà e l'efficacia. Infatti, colla stessa rapidità

ond'erasi compiuta poc'anzi la rivoluzione democratica, la reazione

dei nobili atterrava, sulla fine di febbraio del 1312, il reggimento

popolare, non curandosi del riconoscimento che quello avea avuto da

Avignone. Le parti sono ora invertite; il giudice dei nobili, Jacopo

Arlotti, è tratto in prigione, e i nobili da lui banditi riprendono il

seggio senatorio.

La lunga assenza del papato accresceva intanto le angoscie di Roma.

Venuti meno alla città i profitti della curia, la miseria afflisse le

classi popolari, incapaci di compensare col lavoro i redditi mancati.

La miseria del popolo diè impulso al rimbaldanzire della nobiltà

faziosa; la quale trovò ora nello stesso ceto sacerdotale un emulo alle

sue ribalderie. In una epistola indirizzata dai Romani a papa Giovanni

XXII, è fatta una nera dipintura dei costumi dei giovani ecclesiastici.

Essi scorazzavano, diceva lo scritto, di notte per le vie con la spada

in pugno, commettendo ogni fatta di enormezze: _per tabernas et loca

alia inhonesta cum armis evaginatis per urbem.... homicidia, furta,

rapinas commictunt_.

Unico rimedio a codesti mali riguardavasi da tutti il ritorno dei papi

in Roma; e legazioni su legazioni furono mandate dai Romani ad Avignone

per sollecitare papa Giovanni a fare ritorno nella sua legittima sede.

Non ascoltati, e' gittaronsi nelle braccia del suo nemico Lodovico il

Bavaro; il quale allora appunto veniva in Italia per strappare dalle

mani di usurpatori stranieri, com'egli diceva, i diritti dell'impero

e la signoria del mondo. “Nell'aprile del 1327, i Romani, scrive

Giovanni Villani, si levarono a rumore e feciono popolo.„ Impadronitisi

gl'insorti di Castel Sant'Angelo, cacciarono dalla città i partigiani

del re angioino e fondarono un governo democratico, eleggendo capitano

del popolo il ghibellino Sciarra Colonna, quel desso che, 25 anni

prima, avea in Anagni puntata la sua spada al petto di Bonifacio VIII.

Giovanni XXII, preso da furore, bandisce una crociata contro il Bavaro;

e questi fa proclamare dal popolo romano, radunato in parlamento nella

piazza di San Pietro, la deposizione del pontefice imputato di eresia.

Ma la eresia di che papa Giovanni era colpevole davanti ai Romani,

e per la quale essi eransi levati contro di lui e aveanlo deposto,

era cosa affatto diversa da quella dichiarata dall'umanista padovano

Marsilio nella sua celebre invettiva: la colpa del pontefice era di

dimorare fuori di Roma e di rifiutarsi a farvi ritorno. Vi era tanto

poco sentimento religioso in quella levata di scudi, che in quei giorni

stessi di fermento popolare, un cappellano del papa, Jacopo Colonna,

potè entrare in Roma accompagnato da quattro uomini mascherati, leggere

pubblicamente la sentenza di scomunica lanciata dal papa contro il

Bavaro, e andarsene poi da Roma, senza che alcuno lo molestasse.

Conclusione necessaria di questa lotta fu la creazione di un antipapa.

Sortì eletto, con procedimento affatto nuovo, un monaco di Corbara, che

prese il nome di Nicolò V.

Ma tutto questo dramma effimero svanì, appena che Lodovico fu partito

da Roma, menando seco l'antipapa. La sua partenza era parsa piuttosto

una fuga. Un'impresa tentata con esito infelice contro Napoli gli avea

fatto perdere ogni prestigio presso i Romani; e quando egli se ne andò,

“lo ingrato popolo, scrive Giovanni Villani, gli fece la coda romana,

onde il Bavaro ebbe grande paura ed andonne in caccia e con vergogna„.

Così l'impero, che l'Allighieri avea poc'anzi magnificato nella sua

idealità sublime, cadeva ora in una realità ignominiosa. I Romani

divisero quell'ignominia. Il popolo, fatto nuovo parlamento, abiurava

la fede data al Bavaro e all'antipapa, e faceva piena sottomissione al

papa di Avignone. Tornarono ora gli antichi malanni, rincruditi dalle

nuove delusioni, a tormentare la misera città. La quale consumavasi

nella inopia e nella oscurità col capo rotto ed esangue, intanto che

nella remota Avignone il vecchio pontefice, dimentico di lei, ammassava

tesori. Alla sua morte, trovaronsi nel suo scrigno diciotto milioni

in tante monete d'oro e sette in oggetti preziosi. Questo tesoro dà

ragione della povertà onde Roma era allora tribolata.

Ma la morte del pontefice avaro non pose termine e nemmeno temperò

i mali della misera metropoli. Il nuovo papa, Benedetto XII, invece

di restituirvi il sommo pontificato, inalzava in Avignone un palazzo

pontificio di dimensioni colossali, quasi che esso fosse destinato a

ospitare perpetuamente i papi. Questo Vaticano avignonese dura anche

oggi nella sua grandiosità, coi suoi merli e colle sue torri, ma muto e

vuoto come un sepolcro di Faraoni; e pure, chi sa dire, se esso rimarrà

morto e vuoto per sempre? O che il suo risorgere e ripopolarsi di

nuovi gerarchi della Chiesa, non sia scritto nei fatali ricorsi della

storia?...

Sotto l'impressione di questo abbandono del papato che pareva

definitivo, il popolo romano, a segno di protesta, si levò un'altra

volta a ribellione: “feciono popolo„, secondo la frase del Villani.

Questa rivolta del 1338 si distingue dalle precedenti pel proposito

degl'insorti di romperla coi papi per sempre. E come i Romani antichi,

nell'atto di scrivere le patrie leggi, aveano interrogato la sapienza

greca; così i loro lontani nipoti, nell'atto di mutare gli ordini dello

Stato, interrogarono la sapienza dell'Atene italica, e v'inviarono

legati, perchè studiassero quegli _Ordinamenti della giustizia_,

coi quali Firenze avea del tutto fiaccata la potenza dei grandi. Ma

ben altra era la condizione delle arti fiorentine da quella delle

romane! Alla prima prova, si sentì l'inefficacia della riforma, e papa

Benedetto potè proseguire tranquillamente la fabbrica del Vaticano

avignonese, e nominare a Roma novamente i senatori!

Passarono tre anni, e la scena cangiò un'altra volta. Ora il

cambiamento fu più strepitoso per la comparsa di un personaggio,

che seppe per un momento trasfondere nel popolo l'entusiasmo che lo

animava, e con le sue novità riempì di stupore l'Occidente. Egli è

_Cola di Rienzi_; personificazione viva di un'età che sta a cavaliere

di due mondi, il barbarico che si estingue e il classico che rinasce.

Ciò spiega le antinomìe che si manifestano nel famoso tribuno; le

quali sono così spiccate e recise, da far credere che in lui due

persone opposte coesistessero: l'una che intuisce e crea, l'altra che

travede e distrugge la stessa opera sua. Quest'opera non era però tutta

uscita dalla mente di Cola: gliene avea dato la prima idea Francesco

Petrarca, con lo avere posto su la cima dell'ideale del popolo italiano

il concetto e il nome d'Italia nazione. E Cola, traducendo in atto la

grande idea, la guastò con lo associare al disegno della unificazione

politica d'Italia con Roma a centro, il concetto della monarchia

universale foggiato in iscenate simboliche e teatrali.

Nessun momento, a guardare le cose come apparivan di fuora,

presentavasi più propizio per realizzare il grande pensiero del

Petrarca: il papato, cagione secolare delle divisioni italiane, erasi

condannato all'impotenza con lo abbandono della sua legittima sede:

l'impero, ferito a morte nella persona di Enrico VII, mandava con

Lodovico il Bavaro e con Carlo IV l'ultimo rantolo. “Le due luci

del mondo, l'impero e il papato, scriveva allora il Petrarca, sono

sull'estinguersi; le due spade stanno per ispuntarsi.„ Il regno di

Napoli, grande cittadella del guelfismo italico e l'arsenale del

papato, era, colla morte del re Roberto, caduto in uno stato di

sfacelo; onde niun ausilio poteva più il papato aspettarsi da esso: le

città italiane, in lotta coi loro tiranni, aspettavano un liberatore:

e questo liberatore parve per un momento che comparisse nella persona

di Cola da Rienzi; cui l'uomo celebrato allora in tutto il mondo come

un genio, avea salutato “Camillo, Bruto, Romolo redivivo„; e togliendo

ogni misura alla sua ammirazione per l'eloquente novatore, avealo

perfino chiamato un dio. “Quando ripenso, scrivea il Petrarca a Cola,

il gravissimo e santo discorso che mi tenesti l'altro ieri su la porta

di quell'antica chiesa, parmi di avere udito un oracolo sacro, un dio,

non un uomo.„

Ma chi, con occhio perspicace, avesse guardato dentro il cervello di

quest'uomo, anzichè arrestarsi alla sua parola ammaliatrice; chi avesse

inoltre rivolta l'indagine alla cagione ispiratrice dell'entusiasmo

di Roma per lui; l'incanto magico da cui la città pareva rapita,

sarebbesi rivelato cosa del tutto effimero. Una tale indagine avrebbe,

infatti, dimostrato, che tutto l'edifizio innalzato da Cola poggiava

sull'arena. Nè poteva accadere altrimente, non essendo il fondatore

suo nè capitano, nè uomo di Stato; egli era privo, cioè, delle due

qualità necessarie, tanto a fondare gli Stati, quanto a guidarli e a

rimetterli sulla via della civiltà e del progresso, quando se ne siano

allontanati.

Ciò spiega lo squilibrio esistente fra il pensiero di Cola e la sua

azione: quanto è fecondo e animoso il primo, altrettanto è sterile e

paurosa la seconda. Piena la mente di concetti tratti dall'antichità

romana, e sformati dalle idee fantastiche del suo tempo, ei si

scoraggiava e perdeva quasi il lume dell'intelletto, tosto che

entrasse nella vita reale del mondo. Ciò spiega ancora com'ei fosse

preso dalle vertigini, appena che dall'umile stato in cui era nato,

si vide portato su dalla fortuna. La vanità s'impadronì del debole

suo spirito, così da neutralizzare in lui ogni nobile sentimento. Più

che i titoli grandiosi assunti e gli apparati di pompa onde si fe'

circondare, vi è un fatto che dimostra l'influenza sinistra che la

vanità esercitò sul suo carattere. E il fatto fu l'offesa ch'ei recò

all'onore di sua madre per farsi credere di origine regale, quando

invece era nato da un taverniere. La lettera ch'egli scrisse a Carlo

IV, l'agosto 1350 dal carcere di Praga, in cui, per riacquistare la

libertà, mise fuora la fiaba di essere figlio di Enrico VII, accusando

sua madre — _Quæ invencola erat et non modicum speciosa_ — di avere

concesso ad Enrico VII, al tempo dei tumulti romani suscitati dalla sua

coronazione — _nec minus forsitan quam sancto David et iusto Abrahe

per dilectas extitit ministratum_; — questa lettera, dico, getta sul

carattere di Cola un'ombra più sinistra che non potessero fare tutti

gli errori suoi accumulati insieme. Fra questi errori, ve n'è uno

che fu cagione principale della sua rovina. Esso fu l'associazione

della sua opera rivoluzionaria con la teologia. Il fondamento mistico

sul quale il tribuno fissò il nuovo Stato romano consisteva nella

presunzione ch'esso fosse opera della Spirito Santo. Da ciò il titolo

da lui assunto di _candidatus spiritus sancti_, che, per via di

auto-promozioni, dovea condurlo a quello eccelso di _secondo Gesù

Cristo_, adducendo a ragione del raffronto superbamente insano il

fatto, che, come il Nazareno, in età di 33 anni, incoronato di vittoria

salì al cielo, vinti i tiranni dell'inferno e liberate le anime; così

egli nella età stessa, avea abbattuto, senza sfoderare la spada, i

tiranni di Roma, ed erasi fatto incoronare colla corona tribunizia

come unico liberatore del popolo. E anche in questo campo mistico,

che, per la sua natura, meno si prestava ad antimonìe, Cola trovò modo

di portarvi la sua duplice personalità. Perchè, scordando egli che la

sua qualità d'inviato di Dio gl'imponeva sopratutto l'umiltà sotto

tutte le forme, praticò l'opposto circondandosi di una magnificenza

asiatica, che al titolo stesso di tribuno stranamente contraddiceva.

Ma già il nome tribunizio era stato soffocato da una selva di pomposi

addiettivi e di complementi, così da essere ridotto a una vera parodia.

Ecco infatti come Cola si chiamava nelle pubbliche carte: “Nicolò,

per autorità del clementissimo signor nostro G. C., severo e clemente,

tribuno di libertà, di pace e di giustizia, e liberatore della sacra

repubblica romana.„

Che Cola di Rienzi fosse riuscito, ad onta di queste sue stravaganze,

a suscitare un grande entusiasmo per sè, non solo in Roma, ma ancora in

tutta Italia, è un fatto codesto che non può mettersi in alcun dubbio.

Lo comprova la stessa testimonianza del Petrarca. In una epistola

indirizzata al popolo romano, il Petrarca chiamava Cola di Rienzi

“nuovo Bruto, maggiore dell'antico„ e invitava i cittadini a onorarlo:

“Ma voi, cittadini, diceva il grande poeta, onorate codest'uomo,

onoratelo quasi un messo del cielo, un raro dono di Dio, e ponete la

vostra vita per la sua salvezza.„ Il popolo non avea bisogno di tale

impulso per amare e onorare il suo tribuno. Ma non era lo slancio di un

patriottismo nobile e disinteressato inspiratore di codesto sentimento

popolare per Cola; era invece la generale miseria del tempo, la quale

operava che ciascuno si volgesse a chi pareva promettere lenimento

e salvezza. E questa sicurtà, da gran tempo perduta, Roma l'avea

per opera del suo tribuno riacquistata: “Allora, scrive il biografo

contemporaneo di Cola, le selve si cominciaro a rallegrare, perchè in

esse non si trovava ladrone; allora li bovi cominciaro ad arare, li

pellegrini a far la cerca per la santuaria, li mercanti a spasseggiare,

li procacci.... In questo tempo paura e tremore assalìo li tiranni; la

buona gente, come liberata da servitude, si rallegrava.„ Ma quando la

clemenza inconsulta del tribuno verso i tiranni fe' da costoro svanire

la paura, allora la sicurezza decantata dal biografo scomparve, e con

essa cadde il fascino che Cola avea esercitato sul popolo. Da quel

momento la fine del tribuno fu segnata. Ora fu messa pure in evidenza

l'inettezza assoluta di quest'uomo a far trionfare la rivoluzione da

lui suscitata. Dalla più audace impudenza egli passa alla più volgare

pusillanimità: e il candidato dello Spirito Santo, che dal suo evento

avea dato l'inizio di una nuova êra — _liberatæ Reipubblicæ anno

primo_, — alla prima levata di scudi de' suoi nemici, si ripara in

Castel Sant'Angelo, per poter di là, col favore delle tenebre, fuggire

da Roma come un malfattore. E non fosse mai più tornato in quella

città per lui fatale! Avrebbe risparmiato al popolo romano un crimine

codardo, a sè una fine raccapricciante.

E che rimase, si può ora domandare, di questa gran rivoluzione che Cola

di Rienzi seppe suscitare nel nome di Roma? Il suo risultamento del

tutto negativo ci dimostra che, se l'autore di essa fu troppo minore

della colossale impresa, minore di essa fu anche il popolo romano, e

con esso tutta la gente italiana d'allora. Un solo dei contemporanei la

comprese, e la immortalò, sia con le sue opere latine, sia con quella

celebre canzone, che per lungo tempo si era creduto fosse indirizzata

a lui, e che, sebbene ad altro personaggio si riferisse, comparisce

egualmente come il vaticinio di un grande evento, onde il Petrarca

avea piena l'anima, l'Italia, cioè, fatta nazione. Per farlo nascere

al suo tempo, il poeta, dopo di avere invano invocato la pace, predicò

la guerra, la guerra contro i tiranni di Roma; e invocò “Gesù buono

e troppo mansueto„, perchè sorgesse ad abbattere i suoi nemici, che,

sotto lo scudo del suo nome, facevano cose obbrobriose. Ma non era

scritto nei fati d'Italia che la patria nostra dovesse risorgere in

quella lontana età. E profetica fu ancora la canzone _Spirto gentil_,

per quella immagine del “Cavalier che Italia tutta onora„, il quale

ha da sedere su 'l Monte Tarpeo, “Pensoso più d'altrui che di sè

stesso„. È argomento tuttodì controverso a chi il poeta intendesse

alludere con quella immagine, la quale, come attesta il Machiavelli,

attrasse e inspirò l'anima entusiasta dell'infelice Stefano Porcari. Ma

qualunque sia il personaggio a cui il poeta riferì l'immagin sua, egli

è certo che l'Italia, dopo averla cercata invano per lunghi secoli, la

trovò finalmente all'età nostra, in quel cavaliere, che, portata sul

Campidoglio la spada d'Italia, pronunciò davanti al mondo civile le

celebri parole: “qui stiamo e qui resteremo„; compendiate felicemente

dal successor suo nell'attributo dato alla Roma libera d'_intangibile_.

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 16 / 80 题