sarebbe stato altrettanto meravigliato, potendo vedere, ottant'anni
dopo, Firenze prostrata sotto il tallone del Duca d'Atene, come sarebbe
stato intontito un francese che avesse potuto assistere nel 1715 ai
funerali di Luigi XIV, e vedere, meno di ottant'anni dopo, la regina
di Francia condotta al patibolo fra gli urli omicidi delle trecche di
mercato.
È che allora — come più tardi — non v'era equilibrio di contemporaneità
nello svolgimento delle attitudini umane. Allora — come più tardi — il
progresso nelle discipline d'indole morale era più lento e meno sicuro
del progresso nelle discipline d'indole scientifica od economica.
Economicamente, il paese era ricco. I fattori della prosperità pubblica
s'erano avvantaggiati di tutto quel moto emancipatore che nei secoli
anteriori aveva innalzato le plebi e spezzate le resistenze del
feudalismo.
Divenute libere le città, e vinti i castelli nelle campagne, il lavoro
s'era fatto rimuneratore, la sicurezza maggiore nelle strade permetteva
i commerci: la borghesia si costituiva.
Le fabbriche d'armi in Lombardia e le consorterie artigiane in Toscana
accennavano ad industrie già fiorenti, che alimentavano esportazione
di prodotti. Il commercio coi porti del Levante dava a Genova, a
Venezia, ad Amalfi, a Pisa un movimento di persone e di scambi fecondo
di attività prosperose. Il Banco di San Giorgio iniziava da Genova la
prima forma del biglietto cambiario, potente aiutatore della ricchezza.
Dai banchieri “lombardi„ traevano i re di Francia le somme necessarie
alle loro imprese militari; i Bardi e i Peruzzi prestavano ai re
d'Inghilterra dei milioni pur troppo non restituiti più.
Questa agiatezza dirigeva verso i lussi educatori dell'arte e della
lettura lo spirito pubblico.
Dappertutto i grandi municipii consacravano il loro superfluo — allora
ne avevano — all'erezione di quei palazzi e di quelle chiese, a cui
gli artisti moderni attingono ancora i più squisiti criteri del bello
architettonico.
La richiesta di artefici ne stimolava il genio; e si fondavano le
scuole d'arte, dove i discepoli diventavano a loro volta maestri
e diffondevano per le più umili borgate d'Italia il senso delle
cose belle e dei disegni eleganti. Non siamo ancora giunti al
genio enciclopedico che plasmerà i grandi artisti del cinquecento,
Michelangelo, Leonardo, l'Alberti. Ma il nesso fra le arti è già il
culto costante e appassionato delle maggiori personalità di quel tempo.
Già l'Orgagna non rifiuta di sacrificare alle Muse, fra una pittura pel
Campo Santo di Pisa ed una scoltura per le nicchie di Orsanmichele. E
il Giotto s'illustra col suo campanile, non meno che coi trittici sacri
e col ritratto di Dante.
Parallelo all'incremento della coltura artistica viene quello della
coltura letteraria e scientifica. Ormai l'intelletto italiano ha
riacquistato il dominio de' suoi confini e li allarga. Le Università
degli studi, già fondate un secolo prima a Napoli ed a Bologna,
cominciano ad attirare i valori giovanili, fino allora sviati dalle
brutalità bellicose. Dai monasteri si traggono a furia codici e
classici antichi, mentre un classicismo nuovo si fonda intorno al gran
triumvirato letterario, che da Firenze riempie l'Italia della sua fama.
Questa rispecchia nella triplice sua espressione il complesso dei
sentimenti che si disputano il pensiero popolare italiano.
Dante mutatosi da guelfo in ghibellino, e rimasto poi tale fino alla
morte, è l'uomo di parte, l'uomo d'azione per eccellenza. La patria è
la sua fede, ma vuole una patria tenace e implacabile, come l'ira sua.
La chiede a tutti, ma piuttosto agli imperatori che ai papi. E per
quelli ha così grande indulgenza, mossa dalla speranza, che fra i tanti
peccatori contro la libertà dell'Italia, da lui dannati all'inferno,
dimentica il maggiore del quale non era certo perduta la memoria a'
suoi tempi, Federico Barbarossa.
Il Petrarca è più guelfo che ghibellino; ciò che non gl'impedisce di
accettare dai ghibellini di Milano e di Pavia la più larga ospitalità.
Il suo canto è d'amore, poichè ha la vita felice quanto infelice e
turbata è quella dell'Allighieri. Anch'egli ama la patria, ma colla
nota della pace, invece che della guerra. Anch'egli è uomo pubblico,
ma la sua indole lo porta alla politica di conciliazione piuttosto che
alle lotte di parte. È un ambasciatore piuttosto che un uomo di Stato.
Benevolo per gli uomini, eclettico nei sistemi politici, vorrebbe Cola
di Rienzo in Roma e non vorrebbe il papa in Avignone.
Giovanni Boccaccio non è nè guelfo nè ghibellino. Rappresenta quella
borghesia nuova, che alla politica crede poco, che vorrebbe dar
sicurezza ai commerci, alle relazioni sociali, e trarre da quelle
il fondamento di uno Stato tranquillo. La sua filosofia è piuttosto
materialista; non si lascia trascinare dagli amori e dagli odî;
comprende la patria, ma gli pare eccessivo che una patria debba essere
un ostacolo alla felicità della vita.
In altre parole, il genio di Dante è governato dalla passione, quello
del Petrarca dall'idealità, quello del Boccaccio dal gaudio. Nessuna
di queste tre forme rudimentali dello spirito umano basta da sola a
delineare la fisonomia d'un popolo; tutte insieme la riassumono e la
completano.
La geografia non isfugge a questi impulsi di rinnovamento. Mentre Marco
Polo, tratto da audacie commerciali, affronta le incognite dell'estremo
Oriente, per visitare e descrivere i regni fantastici del Catai, la
bussola compie la sua rivoluzione nell'arte marinaresca e Amalfi le
prepara i grandi viaggiatori del secolo successivo: Colombo, Vespucci,
Sebastiano Cabotto.
Contemporaneamente ai fatti ed agli studi crescono di valore gli
uomini che ne trasmettono ai posteri la memoria. Il volgare illustre
si sostituisce al vecchio e disadorno latino, in cui erano scritte le
croniche di Landolfo e di sire Raul. Ricordano Malespini e i fratelli
Villani danno qualche sapore di storia, se non di critica, alle loro
narrazioni. Più alto s'erge Dino Compagni, qualunque sia la polemica
che s'è fatta intorno all'opera sua. La _Cronica fiorentina_ è già il
lavoro d'un uomo di governo a cui non manca l'ingegno letterario. Si
sente che il Machiavelli non è lontano.
Sventuratamente a tutto questo moto intellettuale non viene compagno
un identico progresso negli ordinamenti politici. Anzi pare che qui si
cammini a ritroso.
Non è che manchi all'uomo politico del '300 lo stigma della virilità.
Anzi, questa può dirsi ormai perfetta nella sua manifestazione.
Farinata degli Uberti, Vettor Pisani, Azzone Visconti, Ruggero di
Lauria, Bonifacio VIII, il Conte Verde sono personalità di fiero
metallo, atte a dominare in ogni epoca le eventualità della storia.
Nota il Machiavelli, colla solita sicurezza del suo criterio, che
il numero dei grandi uomini dipende quasi sempre dalla vastità degli
Stati. Le occasioni di mostrare nelle cose pubbliche senno e vigoria
diminuiscono man mano che gli Stati s'aumentano, assorbendone altri. Un
gran popolo, raccolto ad unità politica, ha bisogno d'un minor numero
d'uomini che vi rappresentino le prime parti; sicchè le facoltà umane
cessano d'acuirsi intorno alle faccende di Stato, e si dilagano verso
altri intenti, forse più utili ma che a minor fama conducono.
Ora, proprio la condizione opposta era quella che prevaleva in Italia
nei secoli 13.º e 14.º; dove la moltiplicità dei regimi e delle
signorie esigeva gran consumo di uomini pubblici, gran ressa degli
intelletti intorno agli argomenti sui quali ogni forza di governo si
regge.
Ma se dai tipi individuali scendiamo a considerare i criteri delle
maggioranze, le impressioni a cui ubbidivano, i sentimenti dai quali
erano mosse nella vita pubblica, nessun orgoglio pur troppo possiamo
trarre dalla rimembranza di quei nostri antenati.
Il buon seme italico, la tradizione del valore, il disinteresse
patriottico erano raccolti da alcune menti privilegiate, sollecite
dell'avvenire. Ma ad ideali di questa natura non si prestavano che
assai fuggevolmente i complessi politici della nazione.
Allo sforzo vigoroso sopportato per tanti anni dai Comuni, vogliosi di
emancipazione civile e sociale, era succeduto un periodo di stanchezza,
che produceva tumulti ma non elaborava resistenze. Gli animi erano
depressi ed avevano perduta la fede. Non eccitavano più ardori le
Leghe fondate per combattere nemici comuni. Al proprio nemico ciascuno
si opponeva o si assoggettava da sè. Nessuno spingeva lo sguardo a
confini di patria, al di là delle mura del proprio nido. L'Italia aveva
ancora scatti di sdegno o fenomeni d'entusiasmo; non aveva più disegni
politici o coesione d'indipendenza.
E scatto di sdegno, non altro, fu quella rivolta dei Vespri Siciliani,
ond'ebbe per tanti secoli quasi usurpato onore Giovanni da Procida e
vantaggio immediato la stirpe dei re d'Aragona. Fenomeno d'entusiasmo,
non altro, fu quella pace giurata, fra le lacrime, da trecento mila
guerrieri sui campi di Paquara; dove frate Giovanni da Vicenza precorse
di oltre cinque secoli il buon parroco Lamourette, nella illusione
di spegnere con cinque minuti di commozione l'incendio suscitato
dall'irrompere delle passioni umane.
Queste avevano origini e radici in troppi fatti o recenti o
contemporanei, perchè non fossero aizzate in Italia ad ogni turbamento
di leggi morali.
La lotta aspra e implacabile fra il Papato e l'Impero, — i rancori
lasciati dalla distruzione dei castelli feudali a beneficio delle
città murate, — la venuta in Italia di quel primo Carlo francese che la
politica pontificia chiamava contro gli Svevi, come dugent'anni dopo un
altro Carlo sarebbe stato chiamato contro gli Aragonesi, — finalmente
gli effetti politici e sociali lasciati in tutta Europa dalle crociate,
— erano tutte cause primordiali, atte ad inoculare nel sangue italiano
il lievito esclusivo della violenza.
Quindi violenti i principi nell'usurpare gli Stati, violente le
congiure per rovesciarli; violenti i predicatori di scismi e di
eresia; violentissimi i pontefici, che ne reprimevano colla forza
e coi supplizi l'apostolato; ad ogni insidia ricorrevano i vinti,
nessuna pietà frenava le reazioni dei vincitori; in Palestina
s'erano cominciate le stragi benedette da fanatismo religioso, — si
continuavano in Italia, dove quel fanatismo trovava rinforzo in avidità
di dominio; l'uccidere non bastava più, bisognava tormentare; e un
tirannello veneto, che non sfuggì alla vendetta di Dante, Ezzelino
da Romano, come aveva emulato Nerone nella varietà delle torture, lo
avrebbe superato ben presto nel numero dei torturati.
Che esempi, che freni potevano trarre le masse italiane da una
compagine politica adagiatasi in mezzo a tali sozzure? dove avrebbero
trovato la virtù di reagire contro le loro passioni, mentre alle
proprie si abbandonavano con tanta impudenza i personaggi posti a capo
dei governi e destinati ad essere i saggi e i prudenti nella politica
italiana?
Ecco dunque il fondamento dello spirito pubblico nei secoli di cui vi
discorreranno i vostri conferenzieri.
Dopo il mille, quel fondamento era stato il bisogno della libertà; e
la violenza non era apparsa che il mezzo necessario per distruggere il
feudalismo.
Dopo il 1200, la libertà genera i commerci e le industrie; ma la
violenza rimane come la forma inspiratrice d'ogni reazione e d'ogni
abuso, di principi o di moltitudini.
Due correnti prevalgono e non possono fondersi. Una spinge verso la
ricchezza, verso i commerci, verso le soddisfazioni dell'arte e del
sodalizio letterario; l'altra spinge alla potenza che non è fine a sè
stessa, ma istromento d'arbitrii e di tirannie. Nella prima s'inalvea
la vita privata, la seconda trascina la vita pubblica. La quale,
inquinata in ogni sua parte da terrori o da vendette, uscita da ogni
traccia di legge, divenuta asilo d'ogni turpitudine di scherani o di
avventurieri,
mena gli spirti nella sua rapina
e converte due secoli di storia, pieni d'una letteratura così robusta e
d'un'arte così squisita, in una specie di leggenda paurosa, che governa
ancora, nei suoi apprezzamenti sull'Italia, il pregiudizio popolare
europeo.
*
Ed eccovi chiara la genesi delle fazioni italiane. Queste non sorgono
per fatti contemporanei, ma preesistono a quelli e costituiscono, per
così dire, i quadri, entro i quali i fatti medesimi si versano e si
distribuiscono.
Nel '300 in Italia si nasce faziosi, come si nasce gialli nella China o
negri nel Tombuctù. La fazione si assorbe col latte materno, s'impara
dal precettore. I giuochi dei fanciulli sono, come le passioni dei
grandi, basati sul guerreggiar delle parti. Si può entrare e si può
non entrare in un ciclo di attività politica; ma, quando vi si entra,
nessuno pensa ai bisogni complessivi di un paese; l'interesse della
fazione a cui si appartiene tien luogo di fede, di patriottismo, di
virtù.
Vi ha detto acutamente lo scorso anno l'attuale ministro della
pubblica istruzione[1] che, distruggendo nelle campagne i ricoveri
del feudalismo, le città trasportavano nell'interno delle mura quella
guerra civile che credevano aver terminata al di fuori.
Infatti, quando posavano le guerre fra Svevi e Angioini, fra papi
e imperatori, nascevano le guerre fra l'una e l'altra delle città
italiane; fra Genova e Venezia, fra Pisa e Firenze, fra Modena e
Bologna, fra Piacenza e Milano.
Quando fra le città s'era fatta la pace o una pace, il dissidio interno
cittadino non tardava a scoppiare; dissidio tra nobili e plebei, tra
governanti e governati, tra rioni occidentali e rioni orientali, tra
antichi servi orgogliosi della vittoria e antichi feudali memori della
sconfitta.
Se anche a siffatte querele veniva meno la materia o la lena, il
bisogno di lottare sorgeva da cause minori. Si cominciava con una
rivalità d'individui, si continuava coll'ostilità delle famiglie a cui
questi individui appartenevano; ogni famiglia allargava le sue ire alle
famiglie alleate; si finiva colla tradizionale divisione politica.
Così, e non altrimenti, nascevano le fazioni interne, che lacerarono
per tanti anni le maggiori città, — i Buondelmonti e gli Uberti a
Firenze, i Panciatichi e i Cancellieri a Pistoja, i Lambertazzi e i
Geremei a Bologna, i Cappelletti e i Montecchi a Verona, i Beccaria ed
i Langosco a Pavia, a Mantova i Bonacolsi e i Gonzaga. Su più vasto
campo, e destinati a maggiori dominazioni, i Colonna e gli Orsini a
Roma, i Fieschi e i Doria a Genova, i Visconti e i Torriani a Milano
sono altrettante variazioni del fenomeno fondamentale.
Ricordare gli episodi da cui sorsero quelle inimicizie di carattere
secolare, ci porterebbe assai lungi. Ogni cronista riporta quelli della
propria città, e tali narrazioni si seguono, rassomigliandosi.
Un delitto v'è quasi sempre all'origine di queste contese; un delitto
d'ambizione, più sovente un delitto d'amore.
Voi conoscete la storia delle vostre famiglie; quella giovane Donati,
per cui s'accende Buondelmonte dei Buondelmonti, dimenticando il preso
impegno di sposare una fanciulla degli Amedei, indi l'ira di questi,
che si estende agli Uberti, antichissimi ottimati di Firenze; e il
consiglio di famiglia per deliberare sulla vendetta da prendersi; e
l'insidioso motto di Mosca dei Lamberti: _cosa fatta, capo ha_. Voi
vedete di qua l'appostamento degli Uberti e degli Amedei sull'angolo
settentrionale del Ponte vecchio; e il bel Buondelmonte che s'avanza
d'oltr'Arno, vestito di bianco, caracollando sul bianco palafreno; e
il sangue che macchia tutto quel bianco, il cadavere giovanile su cui
s'accaniscono tutti quei ferri, e l'urlo di trionfo che inaugura per le
vie di Firenze quarant'anni di stragi.
Dopo questa, ecco la leggenda veronese che commuove tutti i cuori
sentimentali d'Europa e che risveglia, a secoli di distanza, il genio
drammatico di Shakespeare e il genio musicale di Bellini.
Nè dissimile dal fatto di Giulietta e Romeo è quello che avvolge Imelda
e Bonifacio nella vicina Bologna.
Imelda del Lambertazzi, giovinetta di gentili costumi, è amata alla
follia da Bonifacio dei Geremei, giovanissimo egli pure ed alieno,
come dice il Muzzi, dal sangue e dalla ferocia. Lungamente supplicata,
riceve un giorno nelle sue camere l'innamorato. Sono spiati, denunciati
e sorpresi. I fratelli d'Imelda, furenti dell'oltraggio recato alle
loro casa ed alla loro sorella, si slanciano sul giovane Geremei e gli
immergono nel petto uno di quei pugnali avvelenati, onde avevano tratto
l'uso dai Saraceni i cavalieri crociati. Trascinatolo in un sottoscala,
ivi lo abbandonano per correre ad adunar partigiani. Imelda, che al
primo rumore era fuggita, ritorna, vede le traccie del sangue, le
segue ed arriva al cadavere dell'amato. Alcuni ultimi sussulti di vita
la muovano ad una speranza e ad un eroismo. Chinandosi sulla ferita,
ne sugge, col sangue, il veleno; e le ancelle, ricercandola, trovano
l'erede dei Lambertazzi, generosa suicida, sul corpo del Geremei.
La tragedia non era che incominciata. Poichè, essendosi agitato il
partito di uscire in campo contro Modena e contro Forlì, si disputarono
intanto i Lambertazzi e i Geremei per sapere di quale città si dovesse
preparare l'assalto. E la discussione fu così viva che, per quaranta
giorni, Bologna fu piena di morti e di feriti, accatastati sulle rovine
delle case incendiate; e Modena e Forlì potettero stare tranquillamente
a vedere quanti dei loro presunti nemici sarebbero usciti salvi dalle
reciproche brutalità.
Debbo parlarvi di quella Virginia Galucci che è rapita da Alberto
Cabonesi e provoca fra le due famiglie lunghissima ostilità? o di
quella Bianchina Landi, che, insidiata da Galeazzo Visconti, se ne
schermisce e determina fra Milano e Piacenza feroce guerra? o di quella
fanciulla tedesca, scesa in Italia per le feste del Giubileo, che,
oltraggiata da Bernardino dei Polenta, si uccide, e lascia in retaggio
la sua vendetta a due fratelli, capitani d'una compagnia di ventura?
Tutti questi episodi non servono che a dimostrare come la materia
infiammabile fosse equabilmente sparsa in tutte le contrade italiane, e
come la violenza collettiva fosse dappertutto la figliazione legittima
dell'eccesso individuale.
*
Forse il più fatale di questi episodi, quello che ha lasciato più
lunga eredità di passioni devastatrici e provocata maggior mole di
eventi intorno a sè, ha cominciato a svolgersi nella Marca Trivigiana
verso gli ultimi anni del secolo duodecimo. Tisolino di Camposampiero,
nobile padovano, confida ad Ezzelino, feudatario d'Onar e di Romano,
la sua intenzione di dare in moglie a suo figlio la ricca ereditiera
del feudo di Abano, Cecilia Ricco. Ezzelino riceve la confidenza,
tradisce l'amico e fa sposare immediatamente al proprio suo figlio,
l'ereditiera. Indi, le prime ire e le prime fazioni. Il figlio
di Tisolino riesce a rapire l'antica sua fidanzata e rimandarla,
disonorata, al marito. Questi la discaccia a sua volta, ma ritiene
la dote dei castelli e dei feudi. La lotta si estende da Padova e da
Treviso a Vicenza e a Verona. Prese e riprese, tutte queste città e le
borgate intermedie diventano un campo di battaglia, sul quale i Romano
e i Camposampiero gareggiano di furore. Le nuove generazioni ereditano
gli odii e gli scopi delle generazioni antiche; quasi un secolo scorre
prima che in un'ultima tragedia si spengano le antecedenti.
Ma quest'ultima tragedia soverchia in atrocità tutte quelle che il
secolo permetteva. Nessuna dominazione, in nessun tempo, è stata, sui
propri sudditi, così scellerata come quella che per oltre trent'anni
esercitò su gran parte dell'alta Italia Ezzelino III da Romano, in cui
le leggende popolari ben presto additarono l'Anticristo.
Era figlio di quell'Ezzelino che aveva sposato per forza Cecilia
Ricco. Piccolo di statura, soldatesco di modi, altiero di linguaggio,
terribile nello sguardo, faceva tremar tutti e nessuna cosa lo faceva
tremare.
A nessun sentimento di pietà e d'affetto aveva preparata l'indole
sua. Godeva del sangue e dei tormenti, come del bere o del vincere.
Non conosceva l'amore; forse neanche la voluttà; e perciò, dice il
Sismondi, trattava le donne colla stessa implacabile ferocia degli
uomini.
Fattosi devoto stromento della politica imperiale germanica, n'ebbe
ogni assenso ed ogni indulgenza a tirannide. Fabbricava carceri e
demoliva palazzi; dov'egli era, uccideva; dove non era, mandava i suoi
podestà a tormentare e ad uccidere. Immolava per un sospetto centinaia
d'individui; se uomo o donna gli veniva in uggia, faceva sterminare
quanti erano di quella famiglia; aveva quasi distrutti i Camposampiero,
nemici suoi, e i Dalesmanini, suoi parenti ed amici. Non contava i
nemici sul campo di battaglia, ma li contava anche meno nel consegnarli
al carnefice. Per vendetta contro i loro concittadini, fece perire
una volta di varie morti undicimila padovani. Spopolava letteralmente
le città che governava o che conquistava; e in tutta Italia s'erano
sparsi, elemosinando e imprecando, uomini ch'erano stati mutilati o
storpiati o acciecati nelle sue carceri.
Contro un tiranno così straordinario si sollevarono gli animi nella
Penisola, e un papa d'indole pietosa ed umana, Alessandro IV, non esitò
ad impiegare contro Ezzelino III quell'arme dei tempi che era parsa
efficace contro i Saraceni e contro gli Albigesi: bandì la crociata.
Fu nel marzo del 1256 che il legato del papa, arcivescovo di Ravenna,
iniziò da Venezia la predicazione della crociata. Questa s'ingrossò
immediatamente di tutti i capi delle città sottomesse, di tutti gli
esuli di tutte le famiglie, nelle quali la crudeltà d'Ezzelino aveva
fatto qualche vittima o destato qualche rancore. Azzo d'Este, signore
di Ferrara, apparve il condottiero naturale di questa impresa, che la
pietà aveva suggerita, che la politica consigliava, che il fanatismo
spingeva contro un nemico della Chiesa e della religione.
Per tre anni durò quella lotta, che Ezzelino affrontò con grande
animo e senza rallentare d'un giorno o temperare d'un grado il delirio
delle sue crudeltà. S'era procurato l'alleanza di un potente signore
cremonese, Buoso da Dovara e di quell'Uberto Pelavicino, che era forse
il maggior personaggio di Lombardia e che, nel turbinoso andamento di
quelle rivoluzioni, lasciò più d'una volta trasparire senno e vigore di
uomo di Stato.
Senonchè, avendo Ezzelino trattato con ognuno dei due per disfarsi
dell'altro, il pericolo comune li indusse entrambi ad abbandonare il
mostro incorreggibile, unendo le loro forze a quelle della crociata.
La quale, divenuta più potente per l'accessione di Milano alla lega,
strinse da vicino il tiranno, non impaurito da tanti nemici, e lo
abbattè a Cassano, nella battaglia del 16 settembre 1259.
Ferito in un piede, mentre cavalcava verso la mischia, rovesciato poi
in mezzo ad essa e colpito al capo da un armigero, a cui egli aveva
mutilato il fratello, Ezzelino venne fatto prigioniero. Si tentò
di curare le sue ferite. Ma egli, infierendo contro sè stesso colla
medesima implacabilità con cui aveva infierito contro tutti, si strappò
le bende dalle ferite e morì bestemmiando il cielo, come Capaneo.
Questa iliade di violenza nella gran valle del Po ha il suo riscontro,
con forme diverse, nella complicata tragedia svoltasi alle falde del
Vesuvio intorno a quella regina meridionale che precede di dugent'anni,
pel fascino, per l'ingegno, pel delitto e pel supplizio, la regina
settentrionale di Scozia.
Anche Giovanna di Napoli, come Maria Stuarda, era bella, culta,
leggera, amabile ed amata. Anch'essa si trovò a sedici anni assoluta
signora di un regno, disputato da selvagge ambizioni. Anch'essa ebbe,
in così giovane età, un marito per cui non provava affetto e che
l'assediava de' suoi sospetti coniugali e delle sue esigenze politiche.
Cortigiani e consiglieri malvagi s'affollavano intorno ad entrambi,
cercando allargare a proprio vantaggio i germi della divisione.
Peggiori intorno ad essa le influenze di Filippina da Catania, sua
dama d'onore, e dell'imperatrice Caterina, sua zia, madre del giovane
principe Luigi di Taranto, che aveva saputo entrare ben addentro nel
cuore della sua reale cugina.
Della congiura che si ordisce contro il marito Andrea, figlio del re
d'Ungheria, la regina di Napoli non può essere ignara. Pur l'asseconda,
recandosi con parte della sua Corte ad Aversa, in solitario castello.
E lì, Giovanna è con Andrea, come Maria Stuarda sarà con Darnley, piena
di tenerezze e di seduzioni. In mezzo alle quali, attirato con supposti
dispacci fuor della camera nuziale, Andrea è aggredito nel prossimo
corridoio dai cospiratori, strozzato con una fascia di seta e d'oro, e
gettato cadavere da una finestra.
Subito il regno è scosso nelle sue fondamenta ed inondato di sangue.
Carlo di Durazzo, cognato e cugino della regina Giovanna, s'erge
accusatore di lei per usurparne il trono. Il re d'Ungheria le scrive
una lettera di acerba rampogna e move un esercito per vendicare il
fratello. Clemente VI, memore della politica di Gregorio VII, avoca al
tribunale ecclesiastico il processo della regina e manda Bertrando di
Baux a raccoglierne gli elementi.
Essa, la regina, non fa che deboli sforzi per salvare dalle torture e
dai supplizi i complici suoi. Forse il loro eccidio è salvezza per lei.
E, mentre la sua dama d'onore muore di strazio sotto i tratti di corda,
la regina Giovanna passa a seconde nozze col capo dei cospiratori,
Luigi di Taranto, seppellendo sotto la brama delle nuove carezze
l'ingrato rimorso delle carezze antiche.
Così Maria Stuarda offrirà pubblicamente gli attestati della sua
simpatia all'assassino di suo marito, e aspetterà a stento la fine del
processo per farsi rapire e sposare da lui.
Nè mancheranno ai nuovi sponsali della regina di Napoli, come non
mancarono a quelli della regina di Scozia, le indulgenze pontificali.
Le prepara abilmente la cessione che fa Giovanna al papa Clemente VI
del suo dominio di Avignone. E la sentenza definitiva nel gran processo
di Napoli constata che se la regina ha avuto parte nell'uccisione di
Andrea, fu perchè non ha potuto resistere all'influenza predominante
esercitata da una fattucchiera.
Si vede che l'argomento della “forza irresistibile„ non è stato
inventato dagli avvocati odierni.
La regina Giovanna sopravvisse anche al secondo marito; sopravvisse
al terzo che fu Giacomo d'Aragona. Sarebbe forse sopravvissuta anche
al quarto, Ottone di Brunswich, se nelle guerre provocate dalla sua
volubilità non fosse caduta nelle mani di un altro cugino, Carlo di
Durazzo, che la fece strozzare da' suoi baroni, com'ella aveva fatto
strozzare Andrea d'Ungheria, con un cordone di seta e d'oro.
*
A questa bufera, che travolge popoli e principi, città e regni,
individui e famiglie, mescolando tutti in una sola e vasta nebulosa
di sangue, due sole contrade italiane riescono quasi interamente a
sottrarsi: Venezia e gli Stati del conte di Savoia.
Quali ragioni abbiano principalmente determinato l'indirizzo
eccezionale preso da questi due regimi politici, sarebbe lungo esporre,
ma non è difficile indovinare.
Così a Venezia come al piede delle valli savoiarde, la benedizione d'un
governo stabile s'era potuta creare.
Nulla v'era di comune nello spirito politico dei due governi, ma ad
entrambi era riuscito di evitare il periodo delle fazioni, allargando
le influenze politiche, e traendo da una maggiore preoccupazione degli
interessi popolari una saldezza di base che gli altri governi italiani
non conoscevano.
Ho avuto l'onore, nello scorso anno, di tratteggiarvi i primi passi
nella storia della dinastia di Savoia. Credo avervi detto allora, e
in ogni modo mi permetto ora ripetervi, che nella lunga successione di
quei conti, divenuti poi duchi, e quindi re, i critici più acerbi non
hanno potuto scovare nè un tiranno nè un vile.
Stonava talmente questa tradizione dinastica coll'esempio di tutte
le dominazioni finitime, che la legge storica italiana a poco a poco
venne ivi mutando. Passato il primo periodo delle franchigie comunali,
succedute al potere vescovile, lo sminuzzamento politico si fermò
presto. Ben tennero dominio su parecchie città piemontesi gli Angioini,
venuti a combattere la casa Sveva. E parecchie contese trassero in
campo, durante il secolo XIII, le due potenti famiglie dei Saluzzo e
dei Monferrato. Ma il fenomeno delle città divise in due parti, delle
vicendevoli distruzioni e dei deliri di sangue, fu in tutte quelle
contrade immensamente minore.
Un influsso di moderazione e di giustizia partiva dalla casa di Savoia,
la più potente di tutte. Per le loro guerre, per le loro alleanze
di famiglia, pei loro arbitrati, i principi di quella Casa s'erano
acquistati un prestigio, di cui non usavano mai per iscopi ingiusti o
colpevoli.
L'indole mite e previdente della loro politica faceva sì che nessuna
città nuovamente venuta sotto il loro dominio pensasse più a scuoterlo,
per affrontare le paurose eventualità di altri regimi. Così non
sorgevano occasioni di violenza, i rancori tradizionali si venivano
spegnendo nella comune prosperità; lo Stato fondato da Umberto
Biancamano sempre più si aumentava di gente spossata dalle guerre
civili, e che, adagiata in nuove tranquillità, vedeva da lungi riardere
quelle fiamme e rincrudir quelle stragi, alle quali un'amica fortuna
l'aveva finalmente sottratta.
Questo spiega come nel secolo XIV appaia già con impronta di Stato
moderno quel complesso di dominii, sfuggito al disastroso periodo delle
fazioni italiane, e che, con Amedeo V, e più ancora con Amedeo VI, il
Conte Verde, vanta un sovrano civile, così dissimile da tutti gli altri
principotti della penisola.
Valoroso in Oriente come in Occidente, fortunato innovatore nelle
arti della guerra come in quelle della pace, fondatore dell'Ordine
dell'Annunziata e autorevole pacificatore delle due Repubbliche di
Genova e di Venezia, il Conte Verde brilla fra i personaggi del suo
tempo come un precursore di civiltà. Sessant'anni dovranno ancora
passare, prima che nel resto d'Italia sorgano due usurpatori di Stati,
Francesco Sforza e Cosimo de' Medici, a creare una forma di monarchia
civile e durevole. Egli, non usurpatore, ma legittimo principe,
precede ogni altro nell'esempio e nell'effetto. Egli solo, nel tempo
suo, può dire di avere un dominio basato sull'amore dei sudditi. Le
altre signorie italiane si reggono ancora dappertutto sul terrore dei
conquistati.
All'opposta estremità della gran valle padana fiorisce l'altra potenza,
che si stacca, con sufficiente fortuna, dalla solidarietà delle fazioni
italiane.
Di Venezia e delle sue condizioni vi parlerà, con assai maggiore
competenza di me, un altro dei vostri conferenzieri. Ciò che solo
importa al mio tema è l'attitudine dello spirito pubblico, venutosi
educando a forme di pensiero e di manifestazione, affatto diverse da
quelle che prevalevano nelle altre parti d'Italia.
Nata sul mare e pel mare, Venezia aveva dovuto coordinare le proprie
istituzioni agli speciali bisogni della sua igiene idraulica.
Mentre le valli piemontesi avevano cercato in un principato militare
ereditario le guarentigie della loro tranquillità, Venezia le aveva
cercate, e per molti secoli ottenute, da un ordinamento a Repubblica
commerciale. La casa di Savoia entrava con prudenza nelle questioni
italiane, tratta dalla necessità di difendersi contro invasioni
oltramontane, o assorbimenti di ambizioni limitrofe. Venezia, non
minacciata da siffatti pericoli, cresceva per altre vie; approfittava
di errori, che non potevano investirla; costeggiava la politica
italiana, senza tuffarvisi.
Le crociate, che erano state per tanti governi causa di rivoluzioni
politiche e d'impoverimenti economici, avevano aumentata la sua
influenza e la sua ricchezza.
Certo, d'allora le si era schierata contro una potente rivalità
marittima, quella di Genova, a cui sapeva male che Venezia avesse
tratto dai trasporti marittimi delle prime crociate occasione ad
occupazioni d'indole militare, in Dalmazia e in Oriente.
Ma, chetata quella guerra, la Repubblica veneta aveva ripreso le sue
attività commerciali e allargate le sue relazioni con tutto il mondo
conosciuto. Ben è vero che, dal giorno in cui si mescolarono alle sue
tradizioni d'affari interessi d'indole militare, una modificazione
aristocratica ne' suoi ordini di governo apparve inevitabile. Già verso
la fine del duodecimo secolo, l'elezione dei Dogi era stata levata
all'assemblea popolare e trasferita ad un Consiglio di ottimati. Poi,
al Consiglio stesso fu data facoltà di eleggere i propri componenti.
E finalmente, nel 1297, il doge Gradenigo compiè la _Serrata del Gran
Consiglio_, limitando il diritto di sedervi ai discendenti di quelle
sole famiglie che vi avevano avuto fino allora dei rappresentanti.
Questa, che fu una vera rivoluzione aristocratica nel reggimento
veneto, provocò immediate resistenze e pochi anni dopo la famosa
congiura di Bajamonte Tiepolo. Il governo represse facilmente le prime
e punì la seconda, con nessun altro frutto che di dare carattere ancor
più chiuso all'istituzione repubblicana, mediante la creazione del
terribile tribunale dei _Dieci_.
Ma, per quanto Giuseppe Ferrari si sforzi di vedere anche in questi
fatti la ripetizione dello svolgimento tradizionale italiano, dei
comuni, dei tiranni e delle signorie, è facile persuadersi che se
violenze sono, sono violenze informate a tutt'altro tipo.
Gli episodi veneti sono d'indole essenzialmente politica; e di una
politica a lunghe previsioni, affatto diversa dai moti personali
e sussultorii che agitavano in quegli anni medesimi le contrade
di terraferma. Bajamonte Tiepolo non è un fazioso come il conte
Lando o Lodrisio Visconti; è un rivoluzionario democratico, che
vuole ricuperare, non a sè stesso, ma al popolo diritti organici
di reggimento politico. Il Gradenigo non è un tiranno come il conte
Ugolino o Ezzelino da Romano; è un uomo politico, che determina nella
Costituzione dello Stato un nuovo periodo storico, — che può ingannarsi
nell'apprezzamento di questa necessità, ma che ha per fine supremo di
raggiungere, attraverso temporanee contese, durevoli prosperità.
E che il riformatore aristocratico non si fosse interamente ingannato
sembrerebbe dimostrarlo la tranquillità politica goduta da Venezia
durante quel secolo XIV rigato di tanto sangue in tutti gli altri Stati
d'Italia. Poichè la congiura e il supplizio del doge Marin Faliero
non rivelano commozioni di ordine pubblico, ma sono il portato di una
vendetta individuale per oltraggi che in tutte le epoche e presso tutte
le nazioni si sogliono lavare col sangue.
Certo, il 1300 è l'ultimo secolo, per Venezia, di un'esistenza sicura
e di una politica indipendente. Ma il mutamento in essa avvenuto non
dipende da influenza di fazioni, se pur può dipendere indirettamente
dalla riforma del Gradenigo.
È che nel secolo successivo Venezia si lascia sedurre dal miraggio
delle ambizioni territoriali; è che, abbandonando l'antica orientazione
politica, si volge a cercarne una nuova attraverso le mutabili
combinazioni dei governi europei; è che il berretto ducale cade sul
capo di quell'irrequieto megalomane che fu Francesco Foscari, del
quale indarno il buon Mocenigo aveva pronosticati gli errori, e al
quale Venezia deve il primo passo sopra una via di mendaci grandezze e
d'insanabile decadenza.
*
V'è ad ogni modo un nesso storico, che, se non per le cause, avvince
a sè pei nomi tutti quei fenomeni di guerra e di rivalità dovunque
prodotti.
Per dugent'anni almeno, e se dicessi trecento forse non esagererei,
la storia d'Italia è dominata, corrotta, avvelenata da un dualismo
fondamentale le di cui origini sono misteriose, indeterminata la fine,
il dualismo fra i Guelfi e i Ghibellini.
Le contese possono nascere per qualsivoglia ragione, svolgersi in
qualsivoglia ambiente, proporsi qualunque scopo, qualunque interesse,
— finiscono per esser classificate secondo una di queste due parole.
Uomini, regimi, passioni, delitti, benefizi, non isfuggono a questa
alternativa; avranno carattere guelfo o carattere ghibellino. Uno
scrittore sarà guelfo, un altro ghibellino. E il senso morale andrà
così traviato da queste mistiche nomenclature, che agli occhi dei
Guelfi come a quelli dei Ghibellini parranno virtù od eroismi i
misfatti compiuti a danno della parte contraria.
Come e quando siano stati veramente applicati questi due nomi alla
varietà delle discordie italiane, non è ben chiaro.
L'ipotesi più verosimile è che venissero d'Alemagna; dove, nel castello
di Weiblingen, era nato Corrado il Salico, antenato degli imperatori di
casa Sveva; mentre i Welf, di Baviera, e imparentati colla casa d'Este,
avevano disputato nientemeno che a Federico II la corona imperiale.
Forse quella divisione germanica scese in Italia appunto coi primi
eserciti condottivi da Federico II. E l'attitudine ostile da lui
presa forzatamente contro i pontefici, unita alle terribili memorie
lasciate in Italia dall'antenato suo Barbarossa, diede subito al
dualismo italiano un carattere che certo non aveva il dualismo tedesco;
cioè un'impronta quasi di libertà nazionali sotto gli auspici dei
papi alla parte guelfa; un'aspirazione di potere dispotico, sorretto
dagl'imperatori stranieri, alla parte ghibellina.
Verso la metà del secolo XIII cominciano i cronisti italiani a trovare
in questo dualismo la ragione storica degli avvenimenti che espongono:
ed è già cominciato il 1500 che ancora in alcuni paesi italiani, come
a Milano, il nome dei guelfi e dei ghibellini è attribuito a personaggi
contemporanei.
Nulla v'era di meno stabile di queste classificazioni, città e
famiglie passavano, secondo la logica degli interessi, dall'una fazione
all'altra o ritornavano alla fazione antica. Dante, come già dissi, era
uscito da un ambiente guelfo per entrare nella politica ghibellina.
Uberto Pelavicino, ghibellino fierissimo, s'era inscritto nella
crociata guelfa, per combattere gli Ezzelini. Lo stesso Federico II, il
prototipo del ghibellinismo, aveva cominciato il suo regno, difendendo
il pontefice contro le pretese di Ottone IV.
Nondimeno, nelle sue grandi linee, la divisione politica fondamentale
rimane in Italia impersonata dai Guelfi, di simpatie pontificie, e dai
Ghibellini, di simpatie imperiali. Così gli antipapi son ghibellini,
sono guelfi ordinariamente gli antimperatori. Le guerre di Stati, di
città, di famiglie finiscono per assumere una di queste denominazioni,
per la necessità di trovare alleanze e solidarietà. Col tempo le prime
ragioni spariscono, i fatti nuovi fanno dimenticare gli antichi. Ma le
denominazioni rimangono, come bandiere di lotta, se non come vincolo di
opinioni.
L'uomo, e specialmente l'uomo italiano, è cosiffatto che ama nascondere
sotto una rigida differenza di parole la sconfinata elasticità del suo
pensiero politico.
Questo era vero nel 1300 e nel 1400 come è vero nel 1891.
Probabilmente al nome di guelfi e di ghibellini s'erano acconciate
le popolazioni italiane quando un po' di fede le animava a sostegno
dell'una causa o dell'altra, e per questa fede si sapeva combattere e
morire.
Ma, sopravvenuti gli scetticismi politici del Rinascimento, e
sostituito nella vita pubblica il concetto utilitario alla lotta di
parte, quelle denominazioni di un antico dualismo dovettero parere
alle masse popolari italiane una specie di sciarada storica che non
cercavano di approfondire.
E certo gli scrittori politici dovettero continuare, per abitudine,
l'uso di siffatte denominazioni, assai tempo dopo che ogni
caratteristica di guelfi o di ghibellini era scomparsa dalla fisonomia
delle cose e delle persone.
Come accade — lasciatemelo dire — a parecchi pubblicisti moderni, i
quali traggono da un antico dualismo di Destra e di Sinistra criteri
offuscatori di una situazione politica, sfuggita di sotto a quei nomi,
e intonata a forme nuove di pensiero e di avvenire.
Chi dice uomo dice dissidio; e non può essere che transitoria, come
la pace di Paquara o il _baiser Lamourette_, una fase di unanimità.
Però il progresso morale influisce su questa legge umana in due modi:
temperandone le asprezze personali e sostituendo intenti elevati a
passioni volgari.
Ho dovuto richiamarvi, per la necessità del mio tema, a pagine dolorose
del nostro passato, e forse dovrei chiudere, come il Prati:
Se iniqua storia vi raccontai,
Quello ch'è storia non cangia mai.
La nostra generazione però ha cambiato anche la storia, ed ha fatto
dell'Italia un paese, che pochi pensatori avevano desiderato, che
nessuna moltitudine aveva sognato mai.
Ora, neanche in questa nuova condizione di cose, il dissidio storico
mancherà. Dirò di più, non è desiderabile che manchi; perchè le
unanimità sono più spesso sintomo di paura che di pensiero.
Solamente, bisogna augurarsi che, spazzando il terreno di guelfi e
di ghibellini, come lo spazzeremo certo di destra e di sinistra, il
dissidio ricompaia sopra questioni di più preciso significato; che si
allarghi a più vaste intuizioni di bisogni futuri; e che si manifesti
con una vigorosa emulazione nel bene, dopo averci per tanti secoli
ballottati fra il male d'un giorno ed il peggio del giorno dopo.