I.

Arduo assunto il mio! Dovrei descrivervi la sala, il pubblico,

l'ora del tempo e l'_infida_ stagione, gareggiare con l'artista,

squisitamente elegante, che in pochi tocchi sa cogliervi la fisonomia

del “dicitore„ o, come oggi lo chiamano, del conferenziere; dovrei

riepilogarvi in brevi parole più d'un lungo discorso. E, ahimè, la

penna non si addice a simili miracoli; è sempre quell'arnese, di cui

scriveva il Giusti alla nipote, la povera signora Guglielmina, che

“quanto più si sa tenerla in mano e più scotta„.

La sala è ad ogni descrizione ribelle: gli splendidi arazzi delle

pareti, dove con vivi colori sono intessute antichissime storie, i

fregi dei lacunari di legno intagliato, la cristallina iridescenza

delle lumiere veneziane, le linee armonicamente severe d'un

camino scolpito da settignanesi scalpelli, e il formicolio delle

teste aspettanti con impazienza curiosa l'ora del raccoglimento e

dell'attenzione, e l'incrociarsi degli sguardi balenanti da pupille di

ogni colore, e la varietà degli abbigliamenti e delle acconciature,

e il pissi-pissi confuso di frasi e parole d'ogni idioma e di ogni

pronunzia.... son tutte cose che non si mettono in carta e non si

stampano, nemmeno co' lenocini della cromo-tipografia. E il pubblico?

l'ho già detto altre volte: non si ritrae. Occorrerebbe un catalogo

di nomi, garbatamente aggettivato sul gusto di quello che leggesi in

certo capitolo del _Piacere_ di Gabriele d'Annunzio; e ad ogni nome

dovrebb'essere sovrapposta una piccola corona od altro segno blasonico,

ornandone le iniziali con il profilo d'una testa muliebre. Poi, a

compiere il quadro, bisognerebbe illuminarlo con la luce discreta che

piove da' finestroni d'un antico palazzo, nell'ora in cui il sole,

indorando le case di faccia, richiama i pensieri a' bei tramonti

primaverili, quand'esso frastagliasi tra le chiome dei lecci e delle

querce delle Cascine.

Meglio presentarvi, uno alla volta, i lettori che hanno salito

trepidando i due scalini della cattedra del palazzo Ginori, salutati

sempre da un applauso cortese che, nel suo muto linguaggio, avrebbe

voluto dir tante cose.

Badate, avvertivano quei battiti di manine impazienti, badate di non

passar quel termine, oltre il quale anche una conversazione criminosa

languisce! Badate; il pane della scienza deve avere, mercè vostra, il

lievito delicato di quello che ha l'onore e la fortuna d'essere morso

da' nostri dentini! Via le orribili citazioni latine che l'orecchio non

sente! ci bastan quelle del nostro _paroissien_, che leggiamo magari

a rovescio, o l'altre del nostro blasone. Le date non son per noi,

che vogliamo scordar quelle della nostra cronologia! Della storia,

come della vita, non c'importano i fatti, ma le persone, e queste

vogliamo vederle, conoscerle come se ci fossero presentate da un amico

intelligente e discreto. Della letteratura dovete parlarci come se ci

raccontaste un romanzo o una commedia; scegliete pochi libri, pochi

autori, e svelateci il segreto loro spiegandoci perchè ci commuove un

sonetto angelicato di Dante e sorridiamo a una novella del Certaldese.

Se così farete, vi promettiamo, fra un'ora e non più, di cavarci il

guanto sinistro per dare un po' d'aria ai brillanti e alle turchesi e

per applaudirvi quasi foste la Duse o Sarah Bernhardt, accompagnando

l'applauso d'un piccolo e rauco grido come quando il Tamagno si

confessa _disonorato_ in cospetto del pubblico.... e noi, al solito, ci

abbiamo tanto piacere!

E il lettore o l'oratore a cotesto applauso fa un bell'inchino, e

s'accomoda sul seggiolone dorato che deve allora sembrargli imbottito

di nòccioli....

La vita italiana nel Trecento: Conferenze tenute a Firenze nel 1891 · 第 7 / 80 题