Mentre questi fatti di vita ordinaria si svolgevano tra noi, altri
straordinarî e clamorosi ne avvenivano fuori per opera ed in persona
d'un siciliano: Giuseppe Balsamo, che delle sue strepitose geste
riempiva l'Europa tutta.
«Giuseppe Balsamo!... chi era costui?» potrebbe chiedersi con D.
Abbondio del Manzoni il lettore non bene informato: e noi lo toglieremo
di dubbio aggiungendo che Giuseppe Balsamo era il _Conte Cagliostro_.
La celebrità del personaggio ci dispensa da una presentazione in regola;
ma il lettore, che forse anzi senza forse lo conosce con questo nome di
guerra all'Estero, non saprà ciò che egli da semplice Balsamo fece in
Palermo: e se così è, qualche cosa giova pur dirne, se non altro perchè
dal fanciullo si giudichi il giovane e dal giovane l'uomo.
Quando le prime vaghe notizie del futuro Cagliostro cominciarono a
giungere nell'Isola, tutti sapevano delle prime capestrerie di Peppino
Balsamo. E come ignorarle se la madre di lui, D.a Felice Bracconeri, in
compagnia della figliuola Giovanna, nella recondita via della Perciata a
Ballarò, era di continuo commiserata dalle comari del vicinato, e nota
agli abitanti dell'Albergaria?
La fuga dal Seminario di S. Rocco, nel quale avealo collocato lo zio
materno Matteo, non era un mistero per nessuno. Bisognava chiudere gli
occhi per non vedere le sue monellerie, turarsi le orecchie per non
sentire le sgridate giornaliere della povera mamma.
Affidato poi al P. Generale dei Benfratelli e condotto da lui a
Caltagirone, Peppino vi avea vestito l'abito di novizio (ricordiamoci
che si era al tempo in cui i voti monastici si professavano a 16 anni);
ma buttato poco dopo il collare sopra un fico, se n'era tornato bel
bello a casa come se nulla fosse stato. -- «Che hai fatto?...» gli aveva
chiesto dolorosamente sorpresa la madre. -- «Oh che volete che facessi?!
rispondeva; se tutta la giornata lavoravo come un cane ad aiutare
l'aromatario, ad assistere gli ammalati, ad imparar la medicina?... E vi
par piccola pena quella di leggere sempre a refettorio la vita dei
santi?...» Ma i padri Benfratelli, la Casa dei quali era di fronte alla
Perciata, raccontavano cose d'inferno del tristanzuolo, e fra le altre
questa: che leggendo appunto, secondo le regole dei religiosi, il
leggendario dei santi, ai nomi delle sante vergini avea più volte in
pieno refettorio sostituito nomi di donne pubbliche di Palermo!
Tant'è: ritornato in patria, qualche occupazione doveva egli
procurarsela: e se la procurava accompagnandosi coi monelli di Ballarò o
buttandosi a capofitto in mezzo a tutte le brighe degli scavezzacolli
suoi pari. Quando incontrava birri a condurre carcerati, era per lui una
vera festa lo slanciarsi loro addosso per liberare la preda. Gli atti di
ribellione alla forza pubblica avevano in lui la maggiore attrattiva, in
lui, nato e cresciuto nel quartiere più rissoso della Città, ed alle
risse per indole inclinato.
Lo zio Matteo Bracconeri cercava tirarlo a buona strada: ma tutt'altro
che rallegrarsi poteva dell'opera sua educativa, assediato da ricorsi e
da recriminazioni per la riprovevole condotta del nipote: e quando un
brutto giorno ebbe la ingrata sorpresa d'un furto di roba e di danaro a
suo danno, attore il suo beneficiato, non è a dire come ne rimanesse
deluso. Tuttavia, non sapeva abbandonarlo: ne vedeva l'ingegno pronto e
versatile, la rapida intuizione, la percezione piuttosto unica che rara,
la copia degli espedienti e la parola arguta e suggestiva, e deplorava
che tante qualità cospirassero ad opere malvage. All'arte del disegno
parendogli più che disposto, pensò avviarvelo, e trarne ragione di
mutamento delle malsane inclinazioni. Peppino vi fece progressi; ed
acquistò in essa tanta valentia che un giorno visto in casa della zia un
ventaglio, vi ritrasse con sì fine naturalezza due mosche, che mai
persona l'ebbe a trovare spiegato che non allungasse la mano per
iscacciarle.
Ma ahimè! della buona arte si servì a perfide prove, ora contraffacendo
biglietti d'entrata al teatro S.a Cecilia ed ora falsificando un
testamento a favore d'un Marchese Maurigi ed a scapito d'un pio
istituto: il che non gli fu disagevole insinuandosi nell'animo d'un
notaio suo congiunto.
Il bisogno ogni dì crescente di denaro e le difficoltà di procurarsene,
acuivano in lui l'ingegno esuberante di trovati sempre nuovi e sempre
audaci. Un tale s'era innamorato d'una giovane, cugina del Balsamo; il
Balsamo se ne accorse e ne prese argomento per iscroccargli danaro:
guadagnossi la fiducia del malcapitato, e combinò una corrispondenza in
regola tra lui e lei, che non sapeva nulla, e che per nulla al mondo
avrebbe osato scrivere un biglietto. Il carteggio procedeva attivo,
caloroso, e quando il momento parve alla ragazza, o meglio al Balsamo,
opportuno, la innamorata chiese del danaro, che lo innamorato
affrettossi a mandare; sicchè non pochi furono gli scudi che l'abile
autore di siffatta commedia cavò di tasca al cieco amante, il quale
nulla negava a lei, neanche un orologio ed altre minuterie.
E non basta.
Scopertosi l'inganno, egli proseguiva per la sdrucciolevole via. Il
superiore d'una comunità religiosa avea bisogno d'assentarsi dal
convento. Conoscendo il Balsamo buono ad ottenergli una licenza,
interpose l'opera di lui: e la ottenne. La licenza era falsa ed il
povero baggeo l'avea pagata profumatamente.
Questa ed altrettali bricconerie non passavano sempre inosservate, nè
sempre impunite. Più volte D. Peppino cadde nelle grinfe della polizia,
più volte venne sottoposto a processo; ma o che le prove difettassero, o
che la furberia in lui fosse maggiore dell'avvedutezza della Corte
Capitaniale, o che valide aderenze di congiunti neutralizzassero il
rigore delle leggi, egli ne usciva sempre impunito, e forse innocente.
Una però dovea riuscirgli fatale; e a ben darsene ragione, bisogna
premettere una notizia che più tardi acquistò credito in Palermo, cioè
che il Balsamo fosse uno stregone.
Si raccontava che un giorno essendo egli con alcuni suoi compagni, e
volendo essi mettere ad esperimento codesta sua facoltà, gli avessero
chiesto che cosa facesse in quell'istante una nota dama della Città.
Egli, segnato senz'altro un quadrato per terra, vi passava nel centro le
mani, e tosto, mirabile a dirsi! appariva nettamente delineata la figura
della dama nell'attitudine di giocare a tresetti con tre suoi amici.
Stupefatti ed increduli, i compagni mandano sull'istante a verificare la
cosa al palazzo di lei, e trovano la dama nè più nè meno che aveano
visto nell'inesplicabile quadrato.
Con questa fama, non è da maravigliare della dabbenaggine di un
argentiere d'allora, certo Marano, i cui discendenti esercitano ancora
l'arte della oreficeria. Costui aggiustando fede alla occulta scienza
del giovane si lasciò per inganno carpire la somma di sessant'onze (L.
765). Assicuravalo il Balsamo di un tesoro da scoprirsi, un gran tesoro,
nelle vicinanze di Palermo; difficile, ma sicuro esserne il possesso e,
conseguitolo, immense le ricchezze. Entrambi si recano sul luogo
indicato; Balsamo comincia le operazioni: tira linee, recita parole
_nere_, invoca spiriti e dopo lunghe misteriose pratiche vede apparire
molti diavoli (amici suoi tutti, camuffati da demonî) che prendono a
bastonate l'ingenuo argentiere. È un momento difficile per costui, a
tutt'altro preparato che a questo trattamento; il quale però, vistosi in
così grossolana maniera ingannato, si affretta a richiamarsene
all'autorità, e giura sanguinosa vendetta del volgare giuntatore.
Palermo non faceva più pel Balsamo, e Balsamo partiva a rotta di collo.
Queste ed altre furfanterie, delle quali devono serbare ricordo gli
archivi della Corte Capitaniale e della Corte Criminale del tempo,
bastano a far presumere quel che D. Peppino fosse per diventare.
L'isolamento del paese e le difficoltà di moderarne gli effetti facevano
perdere le tracce dirette di lui; ma le indirette, vaghe, anche labili,
non mancavano, e forse potevano comporre i fili del grande ordito di
menzogne per le quali resterà memorabile la vita di sì famoso
imbroglione.
Il romanzo (giacchè si tratta d'una specie di romanzo, quasi
incredibile) si apriva a Messina e si chiudeva a Roma: a Messina, con
l'amicizia d'un poliglotta ed alchimista greco o spagnuolo, Altotas, che
riusciva a formar drappi a mo' di seta con la canapa ed il lino; a Roma,
con l'arresto e la carcerazione in S. Leo, ove, ultima di sue geste, era
il tentato strangolamento d'un confessore, da lui, reo convinto e
apparentemente pentito dei suoi misfatti, richiesto, col perfido
intendimento di evadere vestendone la tonaca. In questa trentina d'anni,
quanti ne correvano dal precipitoso abbandono di Palermo alla morte, fu
una successione tumultuosa, convulsa di avventure, che sfuggono anche al
più diligente indagatore.
Da Messina ad Alessandria d'Egitto, a Rodi, a Malta, a Napoli (bisogna
vedere che cosa fece lì con due siciliani, l'uno più triste
dell'altro!), a Roma, a Bergamo, a Genova, ad Antibo, a Barcellona, a
Madrid, a Lisbona, a Londra, ogni genere di frodi e di ciurmerie egli
perpetrava, cooperatrice non sempre volontaria Lorenza Feliciani,
ragazza da lui sposata a Roma e con raffinato lenocinio da lui resa
complice di sua spudorata condotta.
Da tutto egli traeva danaro: dalle conoscenze che procuravasi, dalle
commendatizie di alti personaggi, da amicizie che improvvisava, da
un'acqua da lui composta per ridar la freschezza della pelle alle donne,
da una bevanda per far ringiovanire, da un segreto per la produzione
dell'oro; e poi dagli studiati abbandoni della moglie e dalle concordate
sorprese. Eppure, spendereccio com'egli era per indole e per calcolo,
non avea danaro che gli bastasse. Nel volger di due o tre anni dicesi
avesse consumato non meno di centomila scudi, entrati per illeciti
guadagni nella sua borsa. Sua caratteristica, la improntitudine, sia che
egli spacciasse rimedî empirici, sia che assumesse titoli nobiliari, sia
che si circondasse del fastigio di gran signore pompeggiando di mode, di
parrucchieri, di maestri da ballo.
Lasciato che la Lorenza diventasse in Parigi Madama Duplesir, se ne
richiamava all'autorità personale del Re; e mentre Luigi XV ordinava la
cattura, in S.a Pelagia, della infedele -- artificiosamente infedele --
donna, egli, il Balsamo, in uno dei tanti processi a suo carico
sosteneva non esser mai dimorato in Parigi. Arrestato un po'
dappertutto, tante ragioni trovava, spesso sacrilegamente giurate sul
Vangelo o sul Crocifisso, e così valide, da trarsi d'impiccio: ed avea
il coraggio di tornare nei medesimi luoghi ond'era sfuggito rasentando
la galera.
La truffa all'argentiere Marano nol trattenne dal rivenire a Palermo
(1773): ma il Marano, implacabile contro di lui, avutone sentore, e
denunziatolo, lo fece mandare alla Vicaria. Allora si volle esumare il
processo pel testamento Maurigi: e buon per lui che un alto signore
intervenne in modo violento; se no, gli sarebbe finita molto
tragicamente.
Questo signore, amico intimo del Balsamo e più che intimo della Lorenza,
prese sotto la sua protezione il catturato. Riuscitigli infruttuosi gli
espedienti per liberarlo, nell'anticamera del Presidente del tribunale
aggrediva il pratocinatore dell'avversario del Balsamo, e, forte
com'egli era e manesco e sfrenato di volontà e potente e ricco, lo buttò
per terra, lo calpestò, e forse l'avrebbe finito senza l'interposizione
del Presidente. Il quale, debole e pauroso, non seppe punire il
colpevole e, per la pusillanimità delle parti contrarie, mandò libero
l'imputato[351].
[351] _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. dei 13 e 14 apr. 1787.
Diedegli però lo sfratto: e madre e sorella, non si sa più se sorprese
del nuovo esser di lui e delle vecchie abitudini loro, lo videro
stavolta per sempre, partire non senza avergli prima la Giovanna
prestato quattordici onze (L. 178,50), frutto di risparmî, che ahimè!
non le furono più restituite!
Notizie di alternative incessanti di scrocconerie e di accuse, di
ricchezze e di miserie, di trionfi e di cadute, di truffe e di guadagni,
giungevano per via dei giornali esteri e di qualche viaggiatore in
Palermo. Si raccontava dell'arte sua di convertire il mercurio in
argento, d'indovinare i numeri del lotto, di possedere il _lapis
philosophorum_. Si parlava dei suoi titoli, ora di Marchese Pellegrini
(da lui già assunto prima del ritorno a Palermo), ora di Marchese
d'Anna, ora di Marchese Balsam, ora di Conte Fenix, e finalmente e
definitivamente di Conte Cagliostro. Con questo specioso nome la fama di
lui corse per tutto e vinse le barriere degli stati d'Europa. Entrato
nella Società dei Liberi Muratori, ne divenne maestro e riformatore.
Molti, infiniti i seguaci e gli adepti, ciechi nel credere a prodigi che
non vedevano e che nelle esaltate loro immaginazioni ingigantivano.
Giammai una verità fu dato di sorprendere in bocca di lui; tutto
menzogna, tutto finzione, tutto mistero: ed in questo avvolgendosi, non
mai fece sapere dell'esser suo, della sua nascita, della sua patria,
della sua età, dei suoi parenti.
Viaggiava quasi sempre in posta anche col seguito di più legni: servito
da corrieri, camerieri, lacchè, in isplendide livree, pagate fino a 20
luigi l'una. Quartieri addobbati con fasto principesco, laute mense,
vesti magnifiche per sè e la moglie, audacia di presenza, sussiego
d'andamento gli crescevan credito di uomo straordinario, sì che il
ritratto di lui spargevasi a migliaia di copie pertutto, e ventagli, ed
anelli, e medaglioni, e bracciali lo rappresentavano in disegno, in
pittura, in rilievo, in ismalto; e bronzi con la iscrizione _Divo
Cagliostro_ servivano di ornamento ai salotti signorili. Si disse che i
suoi occhi di fuoco leggessero in fondo all'anima, e lo si ritenne
padrone della scienza e di tutte le lingue d'Europa e d'Asia!
E questo è poco.
Spargendo a larghe mani favori e beneficî, operando per via d'imposture
e per fortuna di caso guarigioni, parve dove angelo di beneficenza, dove
iniziatore d'una religione rinnovatrice dei corpi e delle anime, dove un
intermedio all'uomo ed a Dio. In mezza Europa, ignoranti e dotti, plebei
e nobili, popoli e principi se ne contendevano la vista, la parola, il
tocco, l'amicizia, l'opera; ma andando però o fermandosi successivamente
in Lisbona, Cadice, Malta, Pietroburgo, La Aia, Bruxelles, Venezia,
Varsavia, Francoforte, Strasburgo, Napoli, Bordeaux, Passy, Basilea,
Brienne, Aix, Torino, Roveredo, Trento, lasciava dietro di sè come una
striscia di imbrogli, di cabale, d'inganni, di furti. Non solo l'indole
irrequieta ed avventuriera lo spingevano di città in città; ma anche le
conseguenze delle sue perfide arti di tutto falsificare, spillando,
rullando a man salva somme talvolta favolose. E diciamo a man salva,
perchè arrestato una ventina di volte, ebbe sempre la singolare abilità
di salvarsi, ora corrompendo carcerieri, ora giurando il falso, come
quando, imputato d'aver preso parte all'inganno d'una collana di
brillanti fatto alla Regina Maria Antonietta, e chiuso nella Bastiglia,
veniva dal Parlamento per mancanza di prove liberato; fatto del quale
son piene le gazzette del tempo e libri usciti sotto i nostri
occhi[352].
[352] _Frantz Funck-Brentano_, _L'affaire du collier d'après de nouveaux
documents recueillis en partie par_ A. Régis. Cinquième édition.
Paris, Hachette, 1903.
Sembra di assistere a scene fantastiche, e si è invece a fronte della
più ributtante realtà: e si chiede stupefatti come mai tanto potesse
avvenire con le restrizioni dei governi e sotto gli occhi di Argo delle
diverse polizie d'allora.
Gli è che ovunque egli andasse l'opera sua veniva sempre diversamente
giudicata dai diversi personaggi e ceti, quali sbalorditi alle sue
inesplicabili guarigioni, quali incerti se in quella figura dozzinale
albergasse un genio incompreso o lo spirito d'un basso ciurmadore, se un
taumaturgo sommo o un cabalista volgare, un pensatore profondo o uno
scaltrito improvvisatore di favole, se un grande riformatore del secolo
o un essere esaltato dei successi fortuiti della sua vita vagabonda.
Quando all'aprile del 1787 il Goethe metteva piede in Palermo era fresca
la _Lettera al popolo francese_ del Cagliostro (Londra, 20 giugno 1786):
e faceva il giro d'Europa la polemica tra questo e Monsieur Morand, che
nel _Corriere d'Europa_ strappava la maschera al sedicente Conte. E però
una delle prime cose che fece fu la ricerca dei parenti dell'audace
impostore. Quella ricerca fu la prima seriamente e spassionatamente
condotta.
La buona e dolce madre di Giuseppe Balsamo con la figliuola Giovanna,
vedove entrambe, avevano abbandonata la via della Perciata e si erano
ritirate in via Terra delle Mosche vicino il Cassaro[353]. Quivi
accompagnato da uno scritturale di un valente avvocato, le trovò Goethe,
modeste, ignare della sorte dell'amato congiunto, impazienti di notizie
di lui, che per sentita dire sapevan già divenuto un gran personaggio,
segno a gravi persecuzioni ed a culto presso che divino: e la Giovanna,
nelle sue grandi miserie, si rammaricava che Giuseppe, nel mar di
ricchezze nel quale nuotava, si fosse dimenticato delle 14 onze da lei
prestategli nell'ultima sua venuta a Palermo[354].
[353] Ci richiamiamo alla pag. 45 del vol. I, per togliere con questa
l'equivoco nel quale eravamo caduti a proposito della visita di
Goethe.
[354] _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. 13-14 aprile citata. È strano
che _J. R. Haarhaus_, _Auf Goethes Spuren in Italien, III Theil:
Unter-Italien_, proponendosi di seguire il sommo scrittore nelle
sue peregrinazioni anche in Sicilia, non abbia avuto una parola
nuova, neanche per far conoscere la casa nella quale stavano i
Balsamo (cfr. p. 117).
Avea ragione!
Cagliostro avea truffato centinaia di migliaia di scudi, senza mandarne
uno alla santa vecchiarella della madre, alla sventurata sorella
creditrice, che intristiva nella inopia con tre poveri figliuoli ed una
disgraziata malaticcia che per carità teneva in casa.
Meno di tre anni dopo, il matricolato furfante, il Casanova della
Sicilia, tentato dalla Lorenza, desiderosa di ritiro e di pace,
rientrava in Roma. Fosse in lei stanchezza o paura, fosse debolezza o,
come parrebbe, perfidia[355], egli veniva arrestato e condotto nelle
carceri del S. Uffizio al Castello S. Angelo. Molti conti avea da
aggiustare col famoso Tribunale specialmente in materia di fede e di
logge massoniche, ed il Tribunale, dopo un lungo processo, glieli fece
pagare tutti fino all'ultimo.
[355] Questa circostanza nuova, non è guari acquisita dalla storia del
Balsamo, risulta dal Codice Vaticano, n. 10192: _Avvenimenti sotto
il pontificato di Pio VI dall'a. 1775 al 1800 raccolti da_ _Fr.
Fortunati_, carta 107. Cfr. _Archivio stor. sic._ N. S., a. XV, p.
154. Palermo, 1900.
Il processo fu reso di pubblica ragione a Roma, nella stamperia della
Rev. Camera Apostolica, e tosto, a soddisfazione dei curiosi timorati,
riprodotto in Palermo[356]. La _Conversazione istruttiva_ ne dispensò
per un buon mese ai suoi lettori.
[356] _Compendio della vita, e delle gesta di G. Balsamo denominato il
Conte Cagliostro, che si è estratto dal Processo contro di lui
formato in Roma l'anno 1790_, ecc. In Roma MDCCXCI ed in Palermo,
MDCCXCI. Nella stamperia di D. Rosario Abbate.
L'anno 1795, «l'eroe degli scellerati», come lo chiamarono gli avvocati
di Madame la Mothe, moriva, come abbiam detto, d'accidente[357]: proprio
cent'anni dopo (1695) che nella medesima fortezza, pei medesimi misfatti
di lui e per opera della medesima Inquisizione esalava il suo maligno
spirito il celebre impostore Giuseppe Borri![358].
[357] _Testamento di Cagliostro, morto ultimamente di apoplessia nella
fortezza di S. Leo_; 4 sett. 1795.
[358] Notizie più o meno conosciute del Cagliostro han fornite: _Cantù_,
_Italiani Illustri_, v. II, pp. 1-29, che pure cita (p. 29) alcune
pubblicazioni in proposito; _Henri d'Almeras_, _Cagliostro_ (Paris,
Société d'Imprimerie 1903); _L. Tommasi_, _Il Conte Cagliostro a
Trento_, in _Tridentium_, IV, 8; _F. Pasini_, _Ancora del
Cagliostro nel Trentino_, 1788-89, in _Tridentum_, V, 1, 1902. --
A. Dumas e Franco Mistrali ne fecero argomento dei loro romanzi:
l'uno, _Giuseppe Balsamo_; l'altro _Frammassoni e Gesuiti, ovvero
il Conte Cagliostro e Fra Lorenzo Ganganelli_ (Milano, Terzaghi,
1862): una delle più solenni sconciature.