I GIORNALI E LA PUBBLICITÀ.

Il giornale politico quale lo intendiamo oggi non esisteva[348], ed è

tale la differenza che corre tra questo e quello, che ad un paragone

manca qualunque termine, salvo che quello del nome: nome, com'è facile

comprendere, generico, perchè qualunque titolo esso portasse era sempre

e comunemente inteso _gazzetta_ o _foglio_[349]. Gazzettieri erano

chiamati i giornalisti: e spesso _filosofi_ e _politici_ quelli che vi

discutevan sopra o ne professavano le opinioni e le idee.

[348] Sopra _I Giornali e la Pubblicità in Palermo nella seconda metà del

sec. XVIII_ fu da noi inserito uno studio nell'Archivio storico

siciliano, a. XXVII, pp. 300-319.

[349] _Gazzetta_ poi significava anche notizia, talvolta strepitosa o

strana. Il Meli nel _Viaggiu in Sicilia di un antiquariu_ parla di

gazzette che venivano da Fuligno e da Firenze. La Gazzetta

fulignate era settimanale a fogli da 4 pp. a due colonne, della

dimensione un terzo più grande del nostri giornali d'allora, e con

la testata, p. e., così: _Num 38 Fuligno_, _18 settembre 1767_. (In

Fuligno: Per Feliciano, e Filippo Campitelli, Stamp. Vesc.).

Forma e sostanza non avevano nulla di simile. Il giornale era in ottavo

a due colonne con una testata di piccoli tipi, a forma di libro. A

vederne uno oggi, si crederebbe ad un foglio di stampa di un'opera;

mentre l'amatore ha di fronte una ghiotta curiosità bibliografica.

Nel contenuto poi era un semplice notiziario generale notizie stantie di

un mese, due, secondo le contrade e le distanze, sì che quando esse

giungevano, le cose potevano aver mutato aspetto; perchè, degno di

attenzione, le notizie erano più di fuori che di dentro la Sicilia.

Di titoli suggestivi, piccanti, come quelli che la partigianeria, la

scrocconeria, la malvagità dovea inventare un secolo dopo, neppur

l'ombra. La gazzetta poteva sostenere, anzi sosteneva, le parti del

Governo, ma non era fatta per solleticare col minaccioso nome i

cercatori di scandali, per intimorire chi dalle rivelazioni d'un foglio

potesse veder gettata fosca luce sulle proprie opere, o perpetrati

ricatti. Gli uomini non eran da ciò, e la legge non avea ancora trovato

ragione di colpire così raffinata maniera di corruzione.

Dei fogli usciti nella seconda metà del settecento, nessuno era

giornaliero. Uno solo eccettuato, il quale usciva due volte la settimana

e visse oltre una dozzina d'anni; tutti gli altri erano eddomadarî e non

superarono i tre anni di vita.

Il più notevole, anche per un po' d'interesse che prendeva delle cose

della Capitale, fu quello delle _Novelle Miscellanee di Sicilia_,

cominciato il 20 luglio de 1764 e cessato il 28 agosto del 1767. Esso

però è fuori del periodo delle nostre ricerche, ed è da metter da parte

come _Il Nuovo Postiglione_ degli anni 1771-72, il quale farebbe

supporre un _Postiglione_ precedente, da non confondersi con

l'epistolario di S. Francesco di Paola.

Per un ventennio infatti non si parlò più di giornali.

Ed ecco la _Raccolta di notizie_, gazzetta lungamente e vigorosamente

vissuta, e forse la sola sopravvissuta ad altre che con essa e prima e

poi poterono esistere.

Stampata da D. Pietro Solli, per tredici anni (1793-1805) se non più,

apparve ogni Martedì e Venerdì con uniformità e inalterabilità

impassibile. Interi anni l'Isola nostra non esistette per essa. A ben

altro che alla Sicilia essa guardava. C'era Livorno, centro di corrieri;

c'era Napoli, con Ferdinando; Madrid, con Carlo III; Vienna, alla quale

pensava sempre la figliuola di Maria Teresa, Carolina; c'era

Francoforte, Londra, e quella Parigi che figurava come oggetto di

curiosità timorosa e di non celata avversione. Nessuno dell'infima

classe sociale sapeva della gazzetta, ma molto la nobile e un poco la

civile e molti partecipavano all'odio pei Francesi dell'89 e del 93, le

geste dei quali, per vie dirette e indirette, giungevano col marchio

della ribellione a Dio e al Re. Attraverso ai cento e più numeri annuali

della _Raccolta_, si potevan seguire le evoluzioni degli stati, le

vicende delle corti d'Europa, ma non trovarvi una parola ch'escisse

dalla misura, un'aspirazione anche tacita a principî di libertà. Man

mano che ci allontaniamo dal 1793, il giacobinismo è per la _Raccolta_

il nome più triste, l'associazione più pericolosa. La umana miseria non

tangeva la _Raccolta_: e se in essa la Sicilia cominciava a figurare per

qualche ricordino, ciò era solo quando, fuggiaschi da Napoli (26

dicembre 1798), giungevano i sovrani, quando essi recavansi a S.

Francesco, o tenevano cappella reale a Casa Professa (Cattedrale

provvisoria) e baciamano al regio Palazzo, o quando assistevano ad una

processione, ovvero quando la Regina visitava i monasteri ed il Re

andava a fare una partita di caccia o di pesca. Ma la casa nostra non

c'entrava mai. Per poco men che tre lustri quel giornale rimase

cristallizzato, e lo si vide tale nel morire quale sul nascere, assiso

tra due secoli, senza un fremito di gioia allo spuntare del nuovo, senza

un rimpianto per lo sparire del vecchio.

Pure ad una osservazione del tutto moderna si presta questo tredicenne

arcavolo di centinaia e centinaia di pronipoti, nati nel sec. XIX e

vissuti chi la vita di uno o più anni, e chi la vita di un giorno solo:

la pubblicità. Se la _réclame_ è un avviso, spesso ciarlatanesco, per

chiamar l'attenzione della gente su cose commerciali, per farsi nome o

per altro, la _Raccolta di notizie_ ne porta la prima radice in Sicilia.

Alla fine di qualche numero, era ogni tanto un annunzio. Ora chiamavano

avventori alle loro botteghe i librai; ora i mercanti partecipavano

l'arrivo da Marsiglia di una partita di eccellenti bastoni di tabacco di

nuova fabbrica ad onza una il bastone del peso di rotoli due e mezzo

l'uno, e cristallame, e frumento.

Originale questo avviso del 26 marzo: «Si è perduta una borsa con monete

d'argento, cinque once, un gigliato fiorentino, altro simile da tre, e

un'ottava di doppia di Spagna. Chi l'avesse trovata, la porti al p.

Preposito del Monastero dei Teatini della Catena (attuale R. Archivio di

Stato), che gli saranno regalati quaranta tarì.» Avviso ingenuo, perchè

della _Raccolta_ pochi sapevano, e chi avea trovata la borsa poteva bene

serbarla pei suoi bisogni.

La _réclame_ è in embrione, modesta, misurata, nè spropositata come

quella strepitosa _fin de siècle_ di Bisleri, che il suo ferro-china

digestivo stomachico, annunzia _stomatico_, che è quanto dire _di

bocca_.

Ma la vera _réclame_ si ha nel _Giornale di Commercio_. Principiato il

dì 7 aprile, questo periodico continuò di Lunedì in Lunedì fino al 28

luglio 1794, che fu il 17º numero. Costava, come di consueto, 5 grani il

numero, un tarì il mese per gli associati. Avea il solito formato in-4º

a due colonne, ma la pagina non era più grande dell'ottavo ordinario.

Primo e forse unico modello di giornale locale, diverso da quanti

n'erano sorti prima e dalla contemporanea _Raccolta di notizie_, questo

foglio aprì diciassette rubriche, sotto le quali apprestava «le novità

confacenti».

Date le difficoltà d'allora, non si poteva compilare diario più

rispondente allo scopo pel quale esso era venuto fuori. Vero cimelio

giornalistico, esso andrebbe attentamente svolto.

Avete bisogno di persone di servizio? c'è «un giovane che vorrebbe

impiegarsi per cameriere e sa far la barba e pettinare da uomo e da

donna». La pettinatura era uno degli affari più gravi della vita ed i

peli rappresentavano travi. «Mariano Tusa, nella Piazza Bologni, sopra

la bottega del parrucchiere collaterale alla chiesa del Carmine (Posta

d'oggi), vende due segreti di due semplici erbe per far crescere capelli

e per far cadere peli» (n. 1).

«Una persona di abilità e che sa pettinare e far la barba vorrebbe

impiegarsi come cameriere in qualche nobile casa» (n. 4).

«Un prete palermitano cerca d'impiegarsi come ajo» (n. 2). E s'impiega.

Avete denaro da spendere? Tenete a mente le offerte di portantine, di

carrozze, di mobili, di _montres_ d'oro alla francese.

Un giorno se ne smarrisce una di sommo valore e per ricuperarla vien

fuori il seguente avviso: «S'è perduta una mostra d'oro montata alla

francese, a quattro quadranti; dei quali quello che denota li giorni del

mese, ha li numeri scritti in oro sopra una striscia blò: come lo sono

quelli dell'altro quadrante che mostra le ore ed i minuti, e che ha

tutti li numeri in cifre. Tiene annessa una catena d'oro di Napoli, nel

di cui centro è dipinto un bastimento in un ovale che comparisce da

ambedue le parti sotto cristallo, e vi è pure appesa la chiave d'oro. A

chi la porterà, anche per via di confessione, all'oriuolajo sotto la

casa del Sig. Marchese di Geraci, saranno date once quattro di mancia».

Di siffatte preziosità, che ora farebbero perdere la testa ai

commercianti di cose antiche, se ne vendeva spesso. Ora una

«scarabattola (_scaffarrata_) di tartaruga rappresentante la nascita di

N. S. Le figurine son di cera ed è fornita di diversi pezzi di argento

filato, il di cui peso sormonta la valuta di onze 7». Ora quadri sopra

pietra, sopra rame, con cornici di tartaruga e di argento, ed uno «di

Matteo Stoma (= Stomer) rappresentante la negazione di S. Pietro a lume

di notte, offerto dal pittore D. Giuseppe Velasques». Ora crocifissi di

corallo rosso delicatamente scolpiti e smaltati, e scatole di

lapislazzoli legate in oro, e diamanti, e pietre preziose, e perle

orientali del peso complessivo di oncia una e mezza circa, e due lumiere

di cristallo ad otto braccia della Casa Monteleone, e un fornimento

guernito di rame per una muta ad otto cavalli. Merce speciosa: «un libro

di tavole numeriche relative al giuoco del Lotto», il quale, passato già

nel Palazzo della Inquisizione (1786) e poi (1799) all'Università degli

studî, dentro il Collegio degli espulsi Gesuiti, era in grande

favore[350].

[350] Una notizia preziosa pei poveri malati di Lotto: Questo giuoco, la

cui officina era ed è sempre detta _Impresa_, chiamavasi prima di

_Napoli_, poi di _Palermo_.

_D'Angelo_, _Giorn._ ined., p. 257, scriveva: «26 gennaio 1799

nella Loggia della R. Accademia dei pubblici studi si fece la prima

estrazione del Lotto con gran concorso di popolo, dei ministri a

ciò destinati. Numeri sortiti: 35, 2, 34, 48, 71.» Cfr. _Alessi_,

_Prontuario_ ms., n. 90, p. 17.

Il _Giorn. di Commercio_ finì per _extinctionem caloris_, cioè per

mancanza di annunzî; talchè negli ultimi numeri le rubriche erano

ridotte a sei, sette, e la materia non bastava più a riempire le

quattro, od anche le tre pagine. Che cosa era avvenuto? era avvenuto

questo: il paese non adusato a giornali, non ne prendeva l'associazione,

anche perchè il _G. di Commercio_ era troppo speciale, e non si occupava

per nulla del mondo come avrebbe dovuto ogni foglio, e come purtroppo

faceva la _Raccolta di notizie_. Laonde il Direttore trasformavalo in

_Giornale di Sicilia_, e nel medesimo formato e carattere lo continuava

con idee più larghe e con vedute più pratiche.

Fino al n. 36, corrispondente al 7 aprile 1795, il _Giorn. di Sicilia_

continuava apprestando volta per volta articoli quasi sempre senza

titoli, spesso in forma epistolare, di letteratura, di archeologia, di

agricoltura, di argomento siciliano o con applicazioni alla Sicilia, e

di chirurgia ed astronomia. Questi articoli erano la maggior parte

anonimi e della brevità di una, due colonnette, sovente per mancanza di

spazio interrotti da un brusco: _sarà continuato_. Vi collaboravano i

migliori scrittori del tempo: P. Balsamo, G. Piazzi, F. Chiarelli. A

questi articoli si accompagnavano e seguivano ora sì ora no brevi

appunti su pubblicazioni recenti, avvisi di adunanze dell'Accademia del

Buon Gusto, della Accademia di Storia siciliana, notizie di alte o nuove

operazioni chirurgiche in Città, della Amministrazione della Giustizia,

del Comune ecc. Quando il Vicerè Caramanico guariva della grave malattia

onde era stato travagliato, gli faceva una gran festa; quando, l'anno

seguente, nel 1795, moriva, un gran corrotto.

Nel n. 26, sotto la data del 27 gennaio 1795, il _Giornale_,

scarseggiando di notizie all'uopo e volendo allargare i confini di esse,

faceva alcuni quesiti, pregando di risposta i corrispondenti. Chiedeva

da loro, almeno ogni mese, una lettera, nella quale fosse un ragguaglio:

«1º Dell'apparenza e quantità dei seminati di quel territorio e delle

vicine campagne. -- 2º Dei prezzi correnti del grano, dell'orzo, delle

fave, del cacio, dell'olio, del vino e di ogni altra mercantevole

derrata. -- 3º Delle principali e più interessanti circostanze della

stagione, avvisando, se dentro il mese il tempo sia stato notabilmente

piovoso, o asciutto, freddo, o caldo, nebbioso, nevoso, accompagnato da

forti venti, o da violenti tempeste, della cui natura ed effetto»

avrebbe gradito «una minuta descrizione, come delle alluvioni e dei

traboccamenti di fiumi e torrenti.»

Chiedeva, inoltre, appunti intorno la «Storia naturale, le varie e

singolari terre, o crete, o pietre, i varj bitumi, le varie acque

minerali ecc., piante rare; quali le maniere di coltivare le terre che

con particolare e considerevole profitto in quel territorio si

praticassero». In altro ordine di vita, domandava «avviso degli omicidj,

dei furti strepitosi, o altri gravi delitti, che accadessero in quello e

nei vicini paesi. Altresì di ogni altro avvenimento che credesse il sig.

Corrispondente interessare la pubblica curiosità ed utilità: sia che

esso riguardi le lettere, l'agricoltura, le arti, il commercio ed i

costumi di quella e delle finitime popolazioni.»

E conchiudeva imponendosi ogni riserbo sui nomi dei corrispondenti.

Questa circolare confermava ed allargava il programma del giornale:

programma pratico e veramente utile al pubblico. Rilievo poi del quale i

giornali moderni dovrebbero per debito di giustizia far ragione a questo

che è dei più antichi, è la _Cronaca siciliana_, entrata nei principali

giornali di oggi, solo dopo un secolo dalla comparsa del diario del

quale diciamo.

Questo _Giornale di Sicilia_, a chi potesse oggi esaminarlo, parrà o una

gran cosa o un'assai piccola e meschina cosa, secondo che si guardi con

la conoscenza dei tempi e del paese o con le idee dei giorni nostri.

Gran cosa, giacchè nulla di simile s'era tentato fino allora, che si

occupasse della cultura dell'Isola. V'era bensì, come diremo, qualche

periodico letterario; ma questo sapeva troppo di erudizione perchè si

dedicasse alla letteratura spicciola, e troppo grave perchè potesse

andare per le mani di molti; e poi costava tre, quattro volte il

_Giornale di Sicilia_, che si pagava nove tarì (L. 3,82).

La stampa non era quindi solo politica e commerciale. Lettere, arti,

discipline ecclesiastiche offrivano argomento di disquisizioni e di

ricerche illustrative, non anonime come i giornali politici, ma

soscritte dai più lodati uomini del tempo. E qui, dove apparvero le

_Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia_ e le _Notizie

de' Letterati_, e fino al 1778 venti volumi di _Opuscoli di autori

siciliani_; ad imitazione o continuazione di questi, dal 1778 al 1797,

si arricchì il tesoro degli studî storici con altri nove, oltre che di

una _Nuova Raccolta di Opuscoli di autori siciliani_.

Ad una serie di _Notizie de' letterati_, con estratti e giudizi delle

opere più pregevoli del tempo (1772) si eran prestate le stampe del

Rapetti; ma dopo un anno non c'eran più. La medesima sorte incontrò il

_Giornale Ecclesiastico_ di Salv. M. Di Blasi, il quale venne

componendovi una «Scelta di vari opuscoli appartenenti agli studi

sacri», estratti dal giornale dell'abate Dinouart. La materia fu

composta in due tomi e lasciò di sè ricordo buono nel clero, ma non

efficace tanto da determinare alcuno ad imitarlo e seguirlo. E se

vent'anni dopo, nel 1793, il parroco Giuseppe Logoteta da Siracusa volle

farlo rivivere, se lo vide morir subito fra le mani, al primo tomo,

senza gloria e senza pianto.

La _Conversazione Istruttiva, foglio interessante_, fu il più piccolo

formato dei suoi confratelli vecchi e nuovi, uscito tra il 7 gennaio ed

il 7 aprile 1792.

Semplicissima la compilazione: un dialogo tra «Dama, Cavaliere, Medico,

Avvocato, Filosofo, Abbate»: sei personaggi per sei tipi del tempo.

Quattordici i numeri del periodico, quattordici i dialoghi, occupanti

sempre o quasi sempre tutte le otto paginette, all'ultima delle quali

era fatta la grazia d'una breve notizia di agricoltura, un appunto, o un

consiglio di medicina. Se non che, gli apparenti quattordici dialoghi si

riducevano a un solo, interrotto alla fine d'un numero e ripreso in

principio d'un altro: dialogo lunghissimo, che solo gl'intervalli di una

settimana potevano far digerire.

La dama era il perno della conversazione, nella cui casa questa si

svolgeva: una dama che leggeva Fontenelle ed Algarotti, e cercava di

coltivare la mente come facevano alcune del suo grado. Il cavaliere era

un partigiano accanito del patriziato; il medico, un conoscitore del

magnetismo in voga, uno spregiudicato giudice di Mesmer e di Cagliostro,

un fanatico nemico dei sistemi che i clinici dotti ed i mediconzoli

ignoranti si palleggiavano, un medico di una certa cultura, che di tutto

discorreva un poco: di fisio-chimica, di anatomia, di malattie correnti

e fin di quelle febbri putride che dominavano in Sicilia mentre egli

settimanalmente chiacchierava, e che dominarono ancora dell'altro ed

infierirono nell'anno seguente. Il filosofo, un severo censore della

vita e dell'educazione contemporanea, mezzo scettico, mezzo platonico,

panegirista della morale e della virtù. L'avvocato scodellava le sue

cognizioni di giurisprudenza con le medesime lungherie del filosofo e

del medico: e l'abate, un sacerdote poco untuoso, anzi un poco fervoroso

ecclesiastico. Larghe e particolareggiate le notizie di Cagliostro (nn.

5-6).

Giungevano gli ultimi giorni di Carnevale e la _Conversazione_ lasciava

per la storia del Carnevale il famoso massone, che ripigliava in

quaresima (n. 8) con una sfuriata contro tutti i cagliostri e le

cagliostrate della società.

Gli ultimi due numeri alludevano alla Regina, additata come modello di

madre!

Tra' consigli medici, ameno questo: «In gennaro senza necessità assoluta

non si deve cavar sangue. Si deve usare vino bianco e delicato. Non si

devono mangiare cose salse, non lavare il capo; usare spesso il miele

rosato, i pomi freschi, e le mattine a digiuno si può pratticare il pepe

pesto. Si dee guardare di andare fuor di casa e stare al più che si può

lungi dal medico, e vicino ai cuochi» (n. 4).

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 46 / 61 题