LITI, AVVOCATI, FORO.

I tempi, le leggi, i costumi mantenevano un esercito di persone che

vivevano di liti. La parola esercito non è iperbolica. A centinaia si

contavano gli avvocati, i patrocinatori, i causidici, i curiali che

assiepavano i tribunali, e dalle lagrime dei litiganti ritraevano chi

pane e chi agiatezza.

E che cosa poteva farsi in un paese dove gli espedienti del vivere erano

scarsi? e dove, quando si apriva sbocco alla gioventù disoccupata la

milizia, «nell'esercito di fanteria e di cavalleria non vi eran

promozioni, e quelle che v'erano andavano a beneficio dei

cadetti?»[282].

[282] _Hager_, _Gemälde_, p. 223.

Si guardi all'indole siciliana e alla sua avversione a qualsivoglia

prepotenza, alla naturale inclinazione a litigare anche per un nonnulla

(_Pri un granu si fa causa_, dice un proverbio), all'indomabile passione

di stravincere vincendo: si tenga presente l'amore che il palermitano

nutre per i processi, ed il carattere suo inconciliabile[283]: quella

specie di rassegnazione di ogni isolano a perdere, non per pacifico

accordo, ma per sentenza del magistrato. D'altra parte, si pensi alle

malfondate promesse di certi accattabrighe, che facevan vedere di facile

vittoria quel che le leggi non potevano consentire, e il trionfo venale

di una causa cui la giustizia onesta non favoriva, o piuttosto

comprometteva: e si giudichi se non dovessero moltiplicarsi a vista

d'occhio i parassiti della società di Palermo. Il poeta siracusano Gomes

scrisse tutto un poema sopra _La vita delli amari litiganti_, ed i

proverbî sentenziano che _Cui litica e vinci, nenti vinci_, che _Di 'na

liti nni nàscinu centu_; che _La vurza trema avanti la porta_, con ciò

che segue[284].

[283] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 586.

[284] _Proverbi siciliani_, v. II, cap. XLV.

Il lettore conosce, per quel che ne abbiamo detto[285], le due antiche

statue in marmo del Palazzo pretorio, rappresentanti, secondo la volgare

interpretazione, due fratelli, a furia di litigare tra loro, ridotti

ignudi come vermi e senza un tozzo di pane. Or la presenza di quelle

statue era una lezione continua a quanti fossero tentati di cercare

giustizia per via giudiziaria, e la leggenda in proposito metteva in

guardia contro espediente cotanto pericoloso:

Cu' acchiana 'n Tribunali a fari liti

Sciuni a la nuda comu li du' frati.

[285] Vedi vol. I, cap. II, pp. 22-23.

Ma i processi di successione all'infinito per leggi feudali in vigore,

«e fondatamente sostituiti al primogenito e sostituiti liberi d'ogni

altro gravame che non fosse quello delle pensioni dei cadetti o delle

doti delle ragazze»[286] erano miniere inesauribili per una falange di

sfruttatori, i quali -- eccezione fatta di una pleiade di onorati

ingegni, gloria del Foro siciliano -- dal paglietta scendevano

all'infimo scribacchino, uso a copiare, a carattere grande per

guadagnare nello spazio della copiatura, citazioni, memorie, istanze e

notifiche, e dal dottore in legge andavano al chierico; a cui, per

lungo, invecchiato abuso, era libito l'esercizio di agente e procuratore

nei tribunali[287].

[286] _De Saint-Non_, _Voyage_. IVme vol., Ire partie, p. 156.

[287] L'abuso, mal tollerato sempre, fu per ordine sovrano tolto il 16

maggio 1799.

«E così, dice l'Ab. de Saint Non, si arricchisce un popolo di persone di

affari delle quali Palermo è piena. Il diritto deve penare sovente a

trovar appoggi e difensori; e la Giustizia vi è divenuta un ramo di

commercio che fa colare tutto il denaro del Regno in questa città

entrando pel canale dei tribunali e riversandolo in seguito nel pubblico

col lusso dei membri di essi. Così Palermo non si risente per nulla

della povertà e della miseria che si vede in quasi tutta la

Sicilia»[288]. Oh avea ben ragione quel signore a noi ignoto, che

conversando col Bartels in Siracusa sfogava il suo dolore per le

condizioni miserrime del tempo!

[288] _De Saint-Non_, op. e loc. cit.

«I tribunali che restano quasi tutti in Palermo, gli diceva, chiamano

tutti i negozî giudiziali del Regno in quella Capitale, dove a spese dei

litiganti vivono più di ventimila persone, le quali mantengono oziosi i

rispettivi servitori, che sono altrettante braccia che mancano alla

campagna in un'isola spopolata»[289].

[289] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 160.

Noi abbiamo visto innanzi quanto fosse di vero in quest'ultima

proposizione, come in quella dell'Ab. de Saint-Non. Infatti «non v'era

casa in Palermo che non avesse un processo; e talune ne avean fino a

cinque o sei». Questo afferma il Dr. Hager che dovette saperlo con

fondamento[290].

[290] _Gemälde_, p. 229.

In ragione delle cause, i difensori legali. Il Duca di Terranova, in

condizioni normali, teneva non meno di otto avvocati e quattro

patrocinatori, retribuiti con annuali salarî fissi di diciott'onze i

primi, di dodici i secondi; ed erano tra gli avvocati i più valorosi

d'allora: Costantino M.a Costantini, in letteratura conosciuto per un

buon poema didascalico sopra _Il Colombajo_, Antonio Vaginelli, Michele

Perramuto, Agostino Cardino, Antonio di Napoli[291].

[291] A. _Guarnieri_, _Alcune notizie sovra la gestione d'una casa

baronale ecc., verso la fine del sec. XVIII_. in Arch. stor. sic.,

c. XVII, pp. 121 e 143. Pal. 1892.

Nessuno meglio dell'Ab. Meli ritrasse questa condizione di uomini e di

cose tra noi, del Meli diciamo che mise a nudo una piaga, incronichita

dai secoli inciprignita da circostanze. Nelle _Riflessioni sullo stato

presente del regno di Sicilia intorno alla agricoltura e alla

pastorizia_ da noi più e più volte citate, il poeta, anticipando di un

secolo le teorie che doveano agitare le società civili del novecento,

cauterizzava quella piaga col ferro rovente. Le _Riflessioni_, delle

quali nessuno si è accorto finora, son pagine eloquentissime, e lo

storico dovrà ricorrervi come a documento di singolare importanza.

Sentiamo quel che esse ci dicono.

L'autore la piglia molto larga aprendo un limbo, anzi una bolgia

generale.

«Che dirò di tante migliaia di uomini sparsi e perduti per la società,

come se nati fossero a far numero soltanto, e peso alla medesima, e a

consumar dei viveri inutilmente? Tali sono, a mio avviso, quelli, che

traggono tutta la loro pingue sussistenza dal cicalio del foro, dalla

cabala e dallo intrico: quelli, che sussistono per le sole ciarlerie:

quelli, che vivono lautamente professando soltanto il ladroneccio, il

giuoco ed altri vergognosi mestieri: dell'immenso numero di uomini

destinato allo strabocchevole lusso dei ricchi: quelli che vivono

agiatamente con alcuni speciosi pretesti di rubare, colorati col titolo

onorifico d'impieghi, tutto il superfluo seguito della Curia decorati

coi titoli di Maestri d'atti, algozzini, uffiziali, portieri etc., dei

quali la centesima parte basterebbe per servizio dei tribunali, qualora

questi s'appagassero di un discreto vassallaggio. Insomma, io intendo

parlare di tutto quell'immenso numero di parassiti, di cui abbondano le

città del Regno, e specialmente la Capitale che, a guisa di mignatte,

succhiano e si nutrono del sangue e dei sudori degli uomini onesti,

utili ed industriosi.»

Venendo però ai particolari, eccolo fermarsi sopra i legulei, gli

attuarî, i sollecitatori, pei quali già da tempo egli avea composta la

epigrammatica ricetta morale:

Recipe un chiveddu raggirusu,

'Na facci tosta e chiacchiari a bon cuntu;

Misce a curialata fatta all'usu,

Spisi di liti ed item 'ntra lu cuntu;

Pista scorci d'onuri e fa in cunfusu

Pinnulli 'mpanniddati cu l'affruntu[292],

Chistu sarrà un rimediu purtintusu

Pri arricchiri 'ntra quantu ti lu cuntu[293].

[292] Pillole coperte di patina di vergogna.

[293] _Meli_, _Poesie_, p. 102.

I possessori di fondi campestri, che avrebbero voluto raccogliersi a

godere un po' di pace, nol potevano, «costretti a starsene lungi per

difendere il loro feudo, il loro podere nei tribunali, e per reclamare

il bestiame... stato loro derubato, o i limiti usurpati, o per impetrar

equità all'esorbitanza degli oneri, o per ottenere giustizia contro

l'abuso dell'autorità dei giurati e degli uffiziali, delegati per la

erezione delle tende e delle gabelle.»

Se un contadino con l'industria ed il sudor della fronte era riuscito a

rendere il poderuccio fertile e ubertoso, per l'avidità del vicino

prepotente, che avea mandato i suoi figli, o fratelli, o nepoti agli

studî pei tribunali, si vedeva subito tagliata la strada. I figli, i

fratelli, i nipoti eran baluardi a custodia dei beni del vicino, baliste

e catapulte all'assalto dei beni del contadino, costretto per ciò a

sostenere le sue ragioni.

Ed eccolo nella Capitale, ove il Meli lo vede e descrive, ed ove con le

sue parole lo descriviamo anche noi.

«Le mance per i servitori, e per gli uscieri, le spese per le portantine

dei professori che marciano a piedi o con le lor carrozze[294], quelle

per le citazioni e per i libelli, i terzi dell'onorario per gli

avvocati, per i compatroni, per i causidici, per i curiali, per gli

agenti etc., etc.; ed ecco consumato in questi primi passi il profitto

di dieci, dodici anni delle sue penose fatiche! Se azzarda

quest'infelice di aprir la bocca per somministrar le sue ragioni, i

termini tecnici del suo rustico mestiere e l'accento particolare del suo

villaggio muovono a riso tutti gli astanti; egli insomma appena è

ascoltato, niente è capito, come dal suo lato niente capisce del nuovo

gergo legale che sente risonare in bocca dei suoi professori. Nonostante

questa confusione di lingue, in virtù dei terzi sborsati e dei

complimenti, viene distesa una lunga allegazione, della quale se ne

formano infinite copie a costo della borza del litigante; si mandano, e

si ritornano con un circolo vizioso le liturgiche citazioni; si fissano

i giorni delle comparse. Indi si postergano: si tornano a fissare: si

scusano: sopravvengono frattanto le ferie, le villeggiature, indi le

festività di Natale di N. S., indi li lieti giorni di Carnevale, poi la

Pasqua etc., ed ecco le parentesi di mesi ed anni intieri.

[294] Scorrendo da alcuni anni gli archivi del «Nobile e Salutifero

Collegio degli Aromatari» di Palermo, troviamo larghe prove di

queste affermazioni dolorose. Nel solo a. 1785, per violazione di

diritti, il Collegio, a ragion di liti, e per sole mance pagava di

continuo i servi dei causidici Orlando, Ferraloro, Denti, Ardizzone

e lo staffiere di Nicolò Schiavo, e i creati del Pretore, del

Vicerè, del Presidente Leone, del Presidente Paternò, del

Presidente Airoldi, e i seggettieri del Protomedico e perfino

quelli del Procuratore del Collegio.

«Si maturano intanto i nuovi terzi dell'onorario: si tornano a pagare, e

così scorrono successivamente le serie degli anni, di maniera che

quest'infelice resta inviluppato nell'inestricabile laberinto del foro,

d'onde non ha più speranza di uscire, se non vi lascia financo la pelle

istessa.»

Questo dolorosamente osservava il Meli, il quale tornava a battere sul

medesimo chiodo:

«L'istesso succede quando ad un contadino viene derubato il bue,

l'asino, o il mulo. Quante cure, quante sollecitudini non gli costano le

ricerche! E quanti pericoli ancora non incontra per rintracciarne i

vestigi! Se non giunge a trovarlo, piange la sua disgrazia. Ma se

riesce, la piange doppiamente: imperciocchè le spese per le spie, per la

ricognizione della bestia e del legittimo possessore della medesima, per

la recezione dei testimoni, per gli offiziali e per le legali formalità,

unite all'infinita perdita di tempo, e perciò del lavoro, oltrepassano

di gran lunga l'importo della bestia dirubata; di maniera che il miglior

partito che gli resta ad eligere è quello di mai più ricercarla, nè più

ripeterla dalle mani della così detta Giustizia. Ne siegue da ciò, che i

furti non si curano, o s'ignorano; ed i ladri, allettati dall'impunità,

si moltiplicano a dismisura.

«Se i coloni sono così scherniti e scorticati dai cittadini e dalla

gente del Foro, non minore è la disgrazia che incontrano presso i

medesimi li fondi rusticani. Per convincersi di questa verità, basta

gettare un colpo d'occhio a quei poderi caduti nelle mani del fisco o di

altro magistrato cui s'è affidata la cura dell'amministrazione, e si

vedrà, che uno o due anni di siffatta amministrazione equivalgono ad un

grande incendio»[295].

[295] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 6, 13, 15.

Idee non dissimili aveva il Meli espresse nel suo poema eroicomico _Don

Chisciotti e Sanciu Panza_: ed i seguenti versi su Giove ne sono la

sintesi:

Avirrà multu assai forsi chi diri

Di l'avvocati e di li professuri,

Genti chi a liti, sciarri e dispariri

Ci ànnu attaccatu l'utili e l'onuri;

La società fratantu àvi a nutriri

Sti tali a costa di li soi suduri;

L'apa cogghi lu meli in ciuri e in frutti,

Ma ciarmulìa l'apuni, e si l'agghiutti[296].

[296] Ma l'apone ronza e lo manda giù (il miele raccolto dall'ape).

_Meli_, _Poesie: Don Chisciotti_, c. VI, ott. 34.

L'organamento di questa vasta associazione per interessi personali era

come una immensa rete che niente lasciava sfuggire e a nulla rinunziava

per raccogliere i cercatori di giustizia. Il Vicerè Fogliani in una

prammatica che è «un novello e stabile regolamento alle sospensioni che

si voglion de' giudici da parte de' litiganti dietro alle clientele e

avvocazioni che ne hanno quelli tenuto prima dell'atto di vestir la toga

di loro giudicatura», ha questo paragrafo che è una rivelazione: «I

litiganti sogliono tener salariati alcuni avvocati occulti, i quali non

vanno a patrocinare la lite nel pubblico tribunale, ove il giudizio è

pendente, ma solo assistono presso qualche giudice che deve decidere la

causa»[297].

[297] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, p. 18.

Avvocati e professori erano pertanto legati da cause comuni. Il

professore, persona pratica, riceveva i clienti, la causa dei quali

diventava faccenda tutta sua. Egli sceglieva e suggeriva l'avvocato, che

perciò avea per lui la considerazione imposta dalla importanza della

causa.

I larghi guadagni erano incentivo a spese non solo di necessità, ma

anche di lusso. Le famiglie dei forensi non rinunziavano a quello che

potevano, e si permettevano anche quel che non potevano: spese per

vivere, spese per vestire, spese per agi, che consumavano le più pingui

entrate. In poche classi del ceto civile si spendeva più che in questa

dei forensi, tanto spensieratamente facile a buttare nella follia d'un

divertimento, nella vanità d'una villeggiatura una somma pari alla dote

d'un modesto artigiano. V'è da maravigliarsi di cosiffatto sperpero,

sovente non consentito dagli stessi introiti.

Il dì 21 luglio del 1778 per i soliti luoghi della Città si leggeva un

lungo avviso a stampa, che principiava con queste parole:

«La estrema indigenza in cui sovente si son vedute cadere le vedove ed i

figli non che dei curiali, dei procuratori causidici, degli avvocati, ma

talvolta dei defunti ministri, perchè rimasti dopo la morte dei loro

capi sprovveduti di tutti gli umani soccorsi per vivere e sostenersi; e

i tristi deplorevoli effetti che quindi ne sono succeduti, i quali, con

non poco rossore de' ceti così rispettabili, li han trascinati alla

mendicità, o dati in braccio al vizio ed alla scostumatezza, indusse

l'animo del Procurator causidico D. Stefano Tortorici a promuovere il

plausibile mezzo della erezione di un Monte di vedove, con cui accorrere

al riparo di così gravi disordini ed al sovvenimento e sussidio delle

povere desolate famiglie»[298]. Condizioni per partecipare alla nuova

istituzione: un contributo annuale. «Arrolandosi in esso tutti coloro

che saranno avvocati causidici, curiali e professori qualunque siansi di

curia, godranno del mantenimento delle lor vedove e parenti alla ragione

di tarì tre o tarì sei al giorno pagando ogni anno onze tre od onze sei

al Monte».

[298] _Capitoli delle costituzioni del pio Monte delle vedove dei

Ministri, Avvocati, Procuratori causidici e di tutti quei che

vivono nel Foro. Approvato (sic) da S. M. con R. Dispaccio de' 17

Maggio 1777_. In Palermo, MDCCLXXVIII.

Ma che erano essi i tre, i sei tarì al giorno per una famiglia che ne

sciupava cinque, sei volte tanti in feste di città e di villa, in

ricevimenti e addobbi?

Checchè se ne pensi, il disegno tradotto ad atto dal previggente

Tortorici era degno del valore di lui di procuratore criminalista, e

meritò il plauso dei buoni.

Qui agli occhi del lettore si delinea un punto interrogativo.

Come si moveva l'amministrazione della Giustizia in mezzo all'ambiente

non del tutto sano del tempo?

Ci affrettiamo a cancellare questo punto interrogativo affermando che la

integrità della vecchia magistratura siciliana metteva i membri di essa

fuori qualunque sospetto e discussione. Se non ci fossero altri esempî,

basterebbe quello solo della sentenza di morte profferita dalla G. C.

Criminale in persona di Emanuele Caniggia palermitano, paggio amatissimo

del Principe di Caramanico, con vero strazio del vicereale padrone

decapitato nella Piazza Marina (10 ott. 1789)[299].

[299] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1789, p. 631.

Se poi casi contrarî possono trovarsi, sarebbe ingiustizia farne ragione

di giudizio generale men che favorevole. Le eccezioni, abbiam detto

altrove e ripetiamo qui, non fanno regola; e tra queste eccezioni, per

dir tutto, rileviamo una incomprensibile.

Nei conti della già cennata Casa del Duca di Terranova si riscontrano

spese per distribuzione di carbone a grandi dignitarî politici e

giudiziarî del Regno. Queste distribuzioni son chiamate _regalie solite_

e ve n'è di 200 quintali (chil. 16000) al Vicerè, di 50 al Segretario,

di 50 al Consultore, di 20 per uno (il lettore faccia attenzione!) ai

Presidenti della R. G. Corte, del Patrimonio e del Concistoro; e di 12

per uno al Maestro Razionale del Patrimonio, all'Avvocato fiscale della

R. G. Corte e a quello del Patrimonio.

La diciamo incomprensibile perchè ordinaria, e come tale, alle illustri

autorità che la ricevevano non dovea parere lesiva della loro onestà e

della loro indipendenza.

Ma si trova anche qualche regalia straordinaria a giudici, proprio nel

momento che liti della eccellentissima ducale amministrazione pendevano

in tribunali. Ecco in proposito un modesto appunto: «Pagate per prezzo

di carbone, regalato straordinariamente a D. Emmanuele Bottari, giudice

della R. G. Corte Criminale, e D. Luigi Mattias, primo officiale della

Segreteria di S. E. Sig. Vicerè, ed altri ministri di questi Tribunali,

per le cause del nostro Ecc.mo Duca, vertenti nei medesimi, onze 24,20

(L. 314,50) prezzo di poco più che cento quintali (kil. 8000) di

carbone.

Forse la pentola della giustizia, no: ma certo quella dei giudicanti

deve aver bollito abbastanza rigogliosa col carbone di un litigante come

il potente Duca di Terranova.

Ma v'è ancora di più, che non è bello, nè buono.

Un altro appunto dice così: «Pagate a D. Giuseppe... giudice della R. G.

Corte Criminale, per mani di D. Ingarsia ed alla presenza di D. Giuseppe

Prado, agente, e di D. Giov. Batt. Pedino, per decidere l'articolo

contro il Sac. D. Vincenzo Insinga, che si agitava nel detto Tribunale

di R. G. Corte, onze 32».

Copriamoci gli occhi per non leggere altro. No, non si tratta più,

osserva giustamente un egregio uomo, di un gentile dono di carbone che

il ricco produttore e proprietario delle carbonaie di Caronia facea ai

magistrati che doveano decidere delle sue liti; «ma bensì di un donativo

in denaro corrente, nella cifra ragguardevole per tempi di onze 32, pari

a L. 408, che un potente litigante facea ad un giudice decidente; e che

colui che pagava (ch'era il curiale della Casa), onde non si potesse

dubitare di un suo abuso di fiducia, eseguiva alla presenza di due

testimoni, che egli avea la prudenza d'indicare; dei quali l'uno (il

Prado o Prades) era l'Agente generale della Casa; sicchè tutto potrebbe

far sospettare che si trattasse di un vero e proprio peculato»[300].

[300] _A. Guarnieri_, loc. cit., pp. 122-23.

Con la maggior semplicità del mondo troviamo notato un pagamento analogo

nelle carte del nobile Collegio degli Aromatari di Palermo. Sullo

sdrucciolo delle protezioni, Governo e Senato dispensavano indebite

licenze. Il Collegio faceva opposizioni e rimostranze. L'opera degli

avvocati e procuratori era quindi necessaria, e non è a dire con che

scapito del patrimonio sociale. Giunte (consulti) si succedevano a

giunte; ed era un continuo spendere per liti che non finivano mai.

Il 17 dicembre del 1785 il Segretario del Senato La Placa intascava un

regalo in moneta corrente di tre onze per una consulta favorevole da lui

presentata al Pretore sopra un memoriale del Collegio[301]. Il La Placa,

uomo saputo nelle patrie istituzioni, riceveva egli il premio d'una

giustizia dovuta o d'una ingiustizia indegnamente provocata? Se d'una

giustizia, fa nascere il sospetto d'una vendita; se d'una ingiustizia, è

addirittura un traditore della fiducia che il Senato riponeva in lui e

commetteva un crimine da codice penale.

[301] Vedi Archivio del Nob. e Salutifero Collegio degli Aromatari in

Palermo, a. 1785 e segg.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 41 / 61 题