'Mmenzu li strati pubblici
Lu passaggeri abbucca
Cu facci smunta e pallida
Cu pocu d'erba in bucca[270].
[270] _Poesie: Ode a S. E. Signor D. Francisco d'Aquinu Principi di
Caramanica e Vicerè di Sicilia._
La salute pubblica per conseguenza ne soffrì tanto che le febbri putride
furon cagione di grande moria.
Il Monte di Pietà chiude gli sportelli. Le case dei popolani mancano
delle suppellettili necessarie. Scarseggiano i letti, perchè, venduti
gli stramazzi, la maggior parte dei cavalletti erano stati portati come
ferro vecchio a Napoli. Appena le coperte bastano di notte a tutelare i
corpi[271].
[271] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 196-200. Di ciò vedi
pure vol. I. cap. VII.
Allo spettacolo di tanta desolazione Vicerè, Arcivescovo, signori,
benestanti, aprono i loro forzieri. Il Senato acquista quanto più può di
grano, e lo distribuisce a grandi forni, che mettono in vendita pane a
dodici grani il rotolo: un rotolo quindi ed ott'once, ed anche due
rotoli, un tarì la forma volgarmente detta _guastidduni_[272]. Tutte le
case religiose regolari largheggiano di minestra e di pane ai bisognosi,
che a quelle dei Cappuccini si presentano a decine di centinaia.
[272] «_A dodici grani_», ecc. cioè a cent. 25 di lira grammi 800 di
pane; cosicchè una forma di _guastidduni_, del peso di chilogr. 1 e
gr. 400, od anche di 1 e 600, veniva a costare cent. 42 di lira.
Allora il bisogno di rimandare fuori la città, nei loro paesi di
nascita, i poveri, che sempre, in ogni grande calamità, affluiscono alla
Capitale, come a luogo di rifugio e di salvezza. Il Principe di
Caramanico a sue spese provvede per alcuni giorni del necessario alla
vita quanti ve ne sono: e su carriaggi, col sussidio di quattro tarì per
uno, li fa accompagnare da soldati di marina fino a Termini. Ma più ne
manda e più ne vengono, finchè sopraffatto dal numero li raccoglie in un
sito a Mezzomorreale.
Solo con questo mezzo e per pochi mesi la desolata città si libera del
lurido vermicaio, e per esso dalle _cassariote_, cresciute all'infinito
per la infinita miseria[273].
[273] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, pp. 70-71, 82-84.
Certo il Caramanico non fu solo in tante opere di carità.
La storie del Val di Mazzara, come di tutta la Sicilia, chè la Sicilia
tutta fu vittima della epidemia della Capitale, è piena di nobili slanci
di abnegazione.
Nella sola Cefalù il vescovo Francesco Vanni fece miracoli di
beneficenza. Una iscrizione del 1797, murata da quel Senato, lo addita
ai posteri: ed un'altra al Barone Giuseppe Agnello, ricorda la compra da
lui fatta di 20.000 scudi di frumento per salvare il paese dalla
carestia e dalla fame[274]. Ma in Palermo il Caramanico fu la vera
provvidenza.
[274] _A. Candiloro_, _Historia medico-practica cephaludensis epidemicae
constitutionis et morborum intercurrentium anni 1793, 94 et 95_.
ecc. Panormi, apud Solli, M.DCC.XCVII. pars IIª, paragrafo XXII.
Tanto spettacolo di dolore non era nuovo. Quante volte la Sicilia fu
travagliata da carestia, Palermo venne invaso dalla poveraglia dei
paesi. La attrattiva delle grandi città, ove i mezzi di vivere si
presumevano abbondanti, la nomea della Capitale, e, più che altro, la
notizia certa che in essa il pane non facesse difetto, (giacchè il
Senato non guardava a spese per tener largamente provvista di grani la
città medesima pur quando dovesse perdervi metà della spesa) cacciavano
come lupi affamati verso di essa quanti eran regnicoli miserabili o
bisognosi. Le scene del 1793 richiamavano agli attempati quelle non
lontane del 1764, di triste memoria per una epidemia gravissima. Branchi
di poveri giungevano ogni dì cercando pane: raccogliendole il Senato nei
suoi magazzini dello Spasimo.
Eran centinaia, migliaia di uomini, di donne, di fanciulli, nei quali la
macilenza, il sudiciume, il difetto assoluto di aria sviluppava
esalazioni putride ed il _morbo castrense_. La cittadinanza, sgomenta,
atterrita, chiedeva per quelli e per sè pronti rimedî; e se non fosse
stato per la Deputazione di salute, la quale ricacciava nelle rispettive
terre di provenienza gli ospiti pericolosi[275], si sarebbero visti
rinnovati gli orrori del 1624.
[275] _Teixejra_, _Origine_, cap. XV, paragrafo 236, p. 263.
Il disagio economico nei tempi ordinarî non dà luogo a dubitare della
ressa dei mendicanti della Città. Una pagina d'un anonimo francese nel
1778 è una fiera requisitoria contro coloro che non se ne
curavano...[276]. Trent'anni dopo, richiamandosi alla fine del secolo,
Galt traeva ragione del rincrudirsi della piaga dal concorso dei
pezzenti alle porterie dei frati. «L'effetto di questo concorso,
attrista. La povertà diviene ogni giorno peggiore, ed in Palermo il
numero dei limosinanti è visibilmente cresciuto negli ultimi
vent'anni»[277].
[276] _L'Italia tradotta dal francese_, p. 231, 1778.
[277] _Galt_, _Voyages_, p. 26.
Tutto questo nella Capitale; uscendo però da essa ed affacciandosi
nell'interno dell'Isola, la miseria, vera o simulata, appariva nella
crudezza più ributtante. Vediamo come ce la descrive il Meli:
«Il primo aspetto della maggior parte dei paesi, e dei casali del nostro
Regno annunzia la fame e la miseria. Non vi si trova da comprare nè
carne nè caci, nè tampoco del pane; perchè, tolto qualche benestante,
che panizza in sua casa per uso proprio, tutto il dippiù dei villani
bifolchi si nutrono d'erbe e di legumi, e nell'autunno di alcuni frutti,
spesso selvatici e di fichi d'India.
«Non s'incontrano che faccie squallide sopra corpi macilenti, coperti di
lane sudicie e cenciose. Negli occhi e nelle gote dei giovani e delle
zitelle, invece di brillarvi il natural fuoco d'amore, vi alberga la
mestizia, e si vedono smunte, arsicce, deformi sospirare per un pezzetto
di pane, ch'essi apprezzano per il massimo dei beni della loro vita.
«I padri di queste infelici si reputano fortunati se al Natale di N. S.
o alla Pasqua possono giungere a divider con la loro famiglia il piacere
di assaggiare un po' di carne. Il pane istesso (se pur merita questo
nome un masso di creta) loro non si accorda che nelle giornate di somme
fatiche, nelle quali, oltre [che del]le zuppe di fave e fagiuoli,
vengono ancora gratificati di un vinetto detto acquarello»[278].
[278] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 9-10.
I visitatori italiani e stranieri non riuscivano a vincere il senso di
sdegno e di ripugnanza che in loro nasceva nel vedersi qua e là assaliti
dalla turba di sempre nuovi accattoni. Il lombardo Rezzonico della Torre
raccontava: «Ai belli Frati (_Villafrate_) ragazzi ignudi o coperti di
cenci, che nè di dietro nè d'avanti nulla celavano, assediano i
viaggiatori, e chiedono importunamente l'elemosina; ed io dovei dividere
con esso loro il pane e l'uva, e giunsero fino a rubarmi dal piatto le
spolpate ossa, e le reliquie del tumultuario desinare, che ai cani si
destinavano ed ai porci, di cui qui sono numerose le greggi.»
In Alcamo, «con le sue merlate mura e le torri, ora quadre, ora rotonde
del suo castello... regna la miseria e lo squallore, avvegnachè vi siano
alcuni ricchi cittadini e qualche bella casa di magnifica apparenza.»
Anche quivi il Rezzonico veniva sopraffatto «da miserabile volgo di
storpj, di muti, di cenciosi... gravissimo flagello dell'umanità, dal
quale la Sicilia non si vedrà mai liberata»[279].
[279] _Rezzonico_, _Viaggio_, pp. 133 e 139.
In Cefalù l'inglese Galt trovava «un tempio senza pari e una miseria
senza nome»[280].
[280] _Galt_, _Voyages_, p. 77.
Potrebbe chiedersi: Ma nessuno del paese levava la voce contro così
ributtante piaga morale? Oh sì! Uno scrittore di Palermo, stomacato più
d'ogni altro a tanta indegnità, pubblicava nel _Giornale di Sicilia_ del
1795 un articolo sugli oziosi. Costui esaminando le varie leggi e
costumanze antiche e moderne contro la «infesta genia», diceva che dove
i governi sono stati provvidi ed attenti nel farle osservare «si vede
che bandita la mendicità e la scostumatezza fioriscono le arti.» E
finiva così: «Ciò che si è fatto e si fa altrove potrebbe ancora farsi
tra noi. A questo effetto basta che si esamini e si calcoli il danno
cessante ed il lucro emergente. Basta che si rifletta che in vece di
questa povertà importuna, oziosa e libertina, ugualmente perniciosa ed
alli buoni costumi ed allo stato, si vedrebbe rinascere la povertà dei
primi tempi, umile, modesta, frugale, robusta, industriosa, e che questa
medesima povertà diverrebbe la madre fertile dell'agricoltura, la madre
ingegnosa delle belle arti e di tutte le manifatture»[281].
[281] Vedi i nn. 29 e 30. Palermo, 17 e 24 febbraio.
Inchiostro perduto! Il Governo avea tutt'altro pel capo che il saggio
consiglio dell'articolista palermitano. Proprio nel 1795 la caccia ai
Giacobini era una delle sue occupazioni ordinarie.