OZIOSI, VAGABONDI, ACCATTONI, «CASSARIOTE», CARESTIA.

All'ozio d'alcuni della società partecipava con altra forma, e in

maniera non sai se più riprovevole o disgustosa, l'infima classe del

popolo, e, in minore intensità e numero, la mezzana.

Il lavoro difettava; troppi i maestri perchè tutti potessero trovarne;

scarsi gli espedienti a campare la vita, per naturale ignavia, per

suggestivo esempio di chi poltriva, resa talora inetta.

Al primo giunger tra noi i forestieri rimanevano sorpresi nel vedere «il

turbine di popolaglia che, dopo di aver esaurita la campagna,

rigurgitava in città, dove dietro un'abbondanza indolente, si

moltiplicava come gl'insetti, sui quali non è dato conoscere le vedute

della natura, e che pur sembrano nati per consumare. Codesta gente,

difatti, si vedeva abitualmente formicolare, ronzare nei mercati,

attorno a' commestibili»[255].

[255] Un voyageur italien, _Lettres sur la Sicile_, pp. 5-6.

Gli stessi paesani ne rimanevano sconcertati. «Basta passeggiare, diceva

uno di essi, una sera d'està alla Marina, o entrare in una chiesa, ove

sieno le quarant'ore, per veder l'abbondanza di questi allegri pezzenti.

L'Italia in verità n'è troppo ripiena, e gli oltramontani che approdano

ai nostri lidi, gli osservano con maraviglia. Or non si dubita che tutti

questi vilissimi sfaccendati sieno la feccia, il capo morto, anzi la

peste della repubblica: il saggio braccio del Governo tante volte ha

cercato darvi riparo, ma l'erba selvaggia per germogliare in un campo

non ha bisogno di agricoltore». E conchiudeva: «Questa gente è

detestabile: chi non ha talento per gli studi, vada alle arti; chi non è

abile alle arti, faccia il facchino, piuttosto che l'ozioso»[256].

[256] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 376. Vedi anche _Bartels_,

_Briefe_, v. III, pp. 579-80.

Altro siciliano, assai più autorevole, il Meli:

«Migliaia d'infingardi datisi al commodo mestiere d'accattoni, vanno

trascinandosi per la città, infingendosi ciechi o storpi, e studiando

con comico artifizio assalir da tutti i lati la commiserazione della pia

gente, soffocando con lamentevoli strida la fioca voce de' veri poveri,

perchè inabili alla fatica, sottraendo e perciò rubando loro le

necessarie elemosine»[257].

[257] _Meli_, _Riflessioni_, p. 5.

Sul far della sera codesti lazzaroni gridavano a perdifiato fino a

mezzanotte cercando d'impietosire e di scroccare qualche poco di

limosina. Hager li sentiva gridare: «_La divina Pruvidenza!....

Puvireddu mortu di fami!... O boni servi di Diu, faciti la carità!_» Ma

non si commoveva nè punto nè poco, come «nessuno si commoveva alla loro

povertà esteriore. Il loro aspetto era così orribile che io, dice Hager,

non vidi l'eguale in altra città; ed è paragonabile solo a quello dei

fakiri dell'India»[258].

[258] _Hager_, _Gemälde_, p. 121.

Se poi di giorno guardavasi la turba degli accattoni, poteva studiarsene

la natura e la provenienza. Molti di essi erano d'un ordine

relativamente agiato, i quali «col solito merito della poltroneria si

divorano la mattina due pagnotte calde, ben condite con lardo e

salsicce; poi verso il mezzodì si comprano in un parlatoio di monastero

un buon piatto di maccheroni ben incaciati, e dopo di aver trincato del

vino in una taverna, si sdraiano su di una panca a dormire

spensierati»[259].

[259] _Meli_, _Riflessioni_, pp. 10-11.

Noi li abbiam veduti fino a quarant'anni fa questi comodi neghittosi,

mangiare a due palmenti le pietanze che uscivano dai monasteri.

Il Governo li conosceva uno per uno, e sapeva chi di essi fosse

vagabondo, chi _ceraolo_[260], chi romito, addestrati tutti alle male

arti di spillar danaro con false apparenze. Contro i quali il 20 giugno

del 1789 richiamava le antiche leggi, intese ad impedire il propagarsi

della faziosa turba, che sotto colore di domandare per Dio, entrava

nelle chiese elemosinando, e sotto forma di esercitare qualche mestiere,

si dava a quello molto facile di commetter truffe[261].

[260] _Ciraulu_, cantambanco, cerretano.

[261] Bando del Vicerè d'Aquino, Principe di Caramanico, 20 giugno 1789.

Ma il bando riusciva inefficace a spazzare il terreno da tanti malvagi

parassiti. I forestieri che si trovavano in Palermo ne vedevano sempre

un gran numero assediare importuni i frati nei chiostri, i devoti nelle

chiese, i civili nei pubblici uffici, i signori innanzi ai loro palazzi

con parole lamentevoli molto acconce alle circostanze[262]; sicchè alla

distanza di quattro anni, il bando era seguito da un altro più

particolareggiato e più severo:

[262] _Bartels_, _Briefe_, v. III, p. 582.

«Oziosi son coloro che abili a qualunque fatica, robusti, accattano la

limosina innanzi o dentro la chiesa, in istrada, nei caffè, affettando

piaghe e sconciature nella persona; coloro che conversano nelle taverne

e si ubbriacano, che vivono frequentando bagordi, compagnie diffamate, i

ladri di sacchetta, i giocatori di vantaggio, i camorristi, ecc.» Tutti

«costoro saranno condannati con le catene ai piedi»[263].

[263] Bando cit. del Vicerè Caramanico, 27 maggio 1793.

Truffatori in diversa maniera, ma oziosi e vagabondi, componevano altra

malnata genìa che adescava al giuoco i semplicioni e gl'ingenui. Ed

eccola in una buona giornata correre nelle vicine campagne, ingombrarla

qua e là «di varie ruote di giocatori di carte o di dadi con molte frodi

del giuoco stesso e con l'intonazione musicale di orrenda bestemmia.

Infelice il vincitore di oggi; sarà il perditore di domani, e, se mai la

sorte seguirà a favorirlo, sarà tosto beccato dagli avidi rostri dei

malandrini suoi pari; porzione taglia da sicario, da brigante, da

sgherro, e fa il guardaspalle la notte a qualche ricco licenzioso; ed in

questa s'inchiude la gente di servizio basso, che per lo più costa di

araldi rei d'illecite voluttà e di guappi custodi di contrabbandi

notturni; porzione è necessitata a fare all'amore coll'altrui roba, e si

dispone a visitar le carceri, le galee e forse anche le forche; e

porzione, la più inocente, sceglie il mestiere comodo di limosinar per

la città»[264].

[264] _Santacolomba_, _L'Educazione_, p. 375.

Particolarità degna di ricordo è quella di certe oscene canzoni che

questi pericolosi vagabondi cantavano nei luoghi più riposti della

città, dove essi si riducevano a consumare il frutto della illecita loro

giornata. Tra siffatte canzoni una ve n'era che tutte le avanzava di

scostumatezza: _Fra Giunipero_, contro la quale invano avean tonato

bandi vicereali, editti arcivescovili, ed ultimi, sovrani rescritti,

determinati specialmente da un richiamo fatto dai parrocci in una

rappresentanza al Re in Palermo[265].

[265] Avviso della R. Segreteria di Giustizia e di Alta Polizia in data

del 21 Ottobre 1799.

A più increscioso argomento conducono le donne reclutate nel vasto campo

di Citera; le quali molto da fare davano alla polizia e ne rendevano

inutile la vigilanza, inefficaci i rigori. Il Governo, nelle sue

disposizioni, le accomunava sempre agli oziosi: e nel bando viceregio

del 29 maggio 1793 rivelava le abitudini, i fautori ed i posti loro.

Quel bando è una pagina di storia della più amara evidenza. Leggiamolo:

«Poichè è giunto alla notizia di S. E. di esser troppo avanzato il

numero delle donne impudiche, che passeggiano di notte le strade e

luoghi pubblici di questa Capitale insidiando colle loro lusinghe troppo

scandalose i cittadini di bassa condizione per indurli a commettere

disonestà in mezzo alle strade, d'onde poi ne deriva notabilissimo

pregiudizio a questo pubblico e fino alla salute della gioventù; perciò

volendo S. E. assolutamente ovviare simili disordini e pubblici

scandali, che recano giornalmente gravissimo nocumento a questa città e

suoi abitanti, ordina, provvede e comanda che da oggi innanti, suonata

che sarà ora una di notte, le suddette donne impudiche, che

pubblicamente e notoriamente costerà di esser tali, non possano andar

camminando per le strade di questa città, o sedere sopra li scalini

delle chiese e cemeterj, anco sotto il pretesto di domandar la limosina,

nè restar sotto le pennate[266], tanto fuori le porte della città e

della Marina e Cala di questa città; quanto nella Bocceria della Foglia,

della Carne, Ballarò, Feravecchia, Cassaro e in diverse altre piazze e

parti dentro e fuori di questa città, per quale cosa sogliono accadere i

suddetti inconvenienti, sotto pene alle suddette donne di mal affare

della frusta con otto azzottate (_frustate_), e di rader loro i capelli

la prima volta, e con venti se saranno recidive, e di rader loro le

ciglia»[267].

[266] _Pinnata_, tettoia.

[267] Bando cit. del Vicerè Caramanico.

Tanto scandalo non ha bisogna di comenti; bensì è da osservare che esso

continuò ancora dell'altro senza speranza di fine: prova il rescritto

sovrano dianzi citato, nel quale si rileva «che le donne di pubblico

commercio trovansi indistintamente ad abitare ne' luoghi più frequentati

della città, e col loro cattivo esempio avvelenano le innocenti e

rovinano la gioventù. E talune di esse si vedono in tempo di notte girar

per le strade ed ardiscono di penetrare financo dietro le porte delle

chiese»[268].

[268] Avviso cit. della R. Segreteria di Giustizia ed Alta polizia.

Sull'argomento vedi pure il vol. I, cap. II di quest'opera, e

_Cutrera_, _Storia della prost. in Sicilia_. Palermo, Sandron,

1903.

Qui una osservazione cade opportuna. Quel che si è detto sopra le

_cassariote_ potrebbe far sospettare nel basso popolo una corruzione che

assolutamente non esiste. Giacchè bisogna distinguere donne perdute (e

queste rappresentano sempre un numero sparuto di fronte alla gran massa

della popolazione, ed uno stato di delinquenza) da donne che si serbano

quali nacquero e non tentennano nè all'aura dell'ambiente, nè al vento

che spira dalla terraferma. Il popolo si mantiene come si manteneva

refrattario a qualsivoglia esterna influenza di corruttela, legato

sempre alle sue tradizioni di rispetto a se stesso, di devozione alla

morale, checchè possa esser venuto da fuori, o essersi fecondato dentro,

e qualunque sia l'esempio altrui.

Questo nei tempi ordinari; che dire poi degli straordinarî?

Nel 1793 le condizioni della città erano lagrimevoli, desolanti. A

cagione della precedente siccità e di una serie di errori economici del

Governo e del Senato, il paese, privo di frumenti, era in piena

carestia.

Gl'indigenti, uomini e donne, brulicavano come vermi. Furon viste in

alcune contrade di Palermo persone cibarsi di erbe selvatiche, altre

raccogliere fichi immaturi e cuocerli in aceto, altre strappare il pane

che i padroni avean gettato ai cani, altre morire[269].

[269] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 45-46.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 37 / 61 题