INDELICATEZZE, FALLIMENTI, MALVERSAZIONI.

Oggi è un gran dire su pei giornali, un gran mormorare tra i crocchi e

le conversazioni, di _indelicatezze_ e di _appropriazioni indebite_,

come con la ipocrisia del nuovo linguaggio si chiamano gl'illeciti

guadagni e le grosse ladrerie di certi uomini pubblici; ma un soldo di

pane che un povero affamato porti via illecitamente è chiamato sempre

_furto_. In passato però non era diversamente, perchè la pianta-uomo è

sempre una, e là dov'essa cresce e si muove, le virtù vanno coi vizi, e

gli esempi di onestà intemerata hanno il contrappeso di ributtanti

brutture. Dignità ed onori non impedivano che persone anche in conto di

integerrime prevaricassero a danno delle amministrazioni alle quali eran

preposte e delle quali avrebbero dovuto esser custodi scrupolosi e

zelanti.

Il Meli, che non va mai trascurato quando si parli dei vecchi costumi,

rispecchiando il pensiero dei suoi concittadini sull'apparente

prosperità dei suoi tempi, lanciava in una ottava una terribile

frecciata sul magistrato del Comune e sul capo supremo dello Stato in

Sicilia. La freccia però rimaneva nascosta in casa del poeta, e solo da

poco è stata messa in evidenza nell'epigramma _A Palermu_, che è

anteriore al 1800[224].

[224] _Meli_, _Poesie_, p. 391, n. XLIX.

L'ardita accusa non determinava fatti speciali; ma la cronaca

spicciolata d'allora deve averne raccontato qualcuno: il che può aver

prestato argomento ai soliti _pour-parlers_ a base di maldicenza. Si

parla infatti della moglie d'un pezzo grosso del Senato, la quale

avrebbe tratto profitto dalla posizione del marito, oscurando, con doni

che riceveva in compenso di favori, la fama del casato[225]. Si parla

d'altri pezzi egualmente grossi del medesimo Senato che avrebbero preso

«denari e sborsi di buoni capitali dai loro subalterni eliggendoli

uffiziali, che era poi in sostanza lo stesso di vendersi il _jus

furandi_ perchè si soddisfacessero dell'impieghi che vi avevano fatti

perchè vi campassero sopra».

[225] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 135.

Ma son voci vaghe, che non hanno maggior valore dei soliti _si dice_

della giornata. Si parla altresì di un Senatore, che col nome di persone

di sua fiducia avrebbe assunta la impresa della beneficiata di S.a

Cristina traendone larghi lucri. La qual cosa il Villabianca rivela,

fieramente tonando contro le turpitudini del presente in così aperto

contrasto con l'onestà del passato. Di quel passato egli stesso, a

proposito della terza elezione di Ercole Branciforti, Principe di

Scordia, a Pretore di Palermo, avea potuto scrivere che la nettezza

delle sue mani «lo metteva sommamente in pregio, e lo rendeva

venerando»[226].

[226] _Diario_ ined., a. 1793, p. 22; _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, p.

181.

Erano nel palazzo pretorio sette Contestabili: uno del Pretore, sei de'

Senatori. In palazzo e fuori si diceva di loro _plagas_; e ciò

persuadeva il Senato a destituirli, benchè nominati a vita. Ricorrevano

costoro all'autorità competente; ma ne uscivano col danno e le beffe,

perchè la loro reità restava luminosamente confermata da fatti e

testimonianze; e l'autorità in persona, che era il Vicerè Caramanico,

ordinava e comandava: «Che il Senato cacci via i sei Contestabili che

assistono i Senatori ed il Contabile maggiore che assiste il Pretore per

affari di annona; ne eliga, in vece loro, altri tanti in pieno congresso

per un bienno, da scegliersi dal ceto delle maestranze le più

circospette e cittadini onorati, amovibili _ad nutum etiam sine causa_»

ecc.[227].

[227] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, p. 35.

A titolo di onore ecco i nomi dei coraggiosi che ruppero contro questa

malnata associazione di malfattori: 1. Bald. Platamone, Duca di

Belmurgo, Pretore; 2. Ignazio Branciforti; 3. Fr. Parisi, Principe di

Torrebruna; 4. Carlo Cottone, Principe di Villarmosa; 5. Gius. Amato,

Principe di Galati; 6. Ignazio Migliaccio, Principe di Malvagna; 7.

Pietro Ascenzo, Principe di Alcanà.

E giacchè la risoluzione assodava responsabili di gravi negligenze i

«maestri d'immondezza», che mangiavano il pane a tradimento, con un

tratto di penna venivano destituiti anch'essi, e soppresso il loro

ufficio; il quale dalla Deputazione dei Nobili per la pulitezza delle

strade veniva affidato ad uffiziali addetti a consimili incumbenze[228].

[228] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1793, p. 23.

Lasciamo il processo che, proprio al chiudersi del secolo, si andava

compilando contro i Deputati di piazza[229], frodatori del pubblico e

del Comune quanto coloro che nel 1796 avean prestato braccio a quel

ladro di Giovanni Cane, di cui è parola nel cap. _dell'Asilo sacro_.

Questo processo finirà come molti altri: col «non luogo a procedere»

d'oggi.

[229] _Atti del Senato_, a. 1800-1801, p. 158.

Quello però che accadeva al Pretore Regalmici è mostruoso.

Richiesto dal Governo di Napoli, il Talamanca La Grua nel 1779 spediva

nel corso di venti giorni duemila salme di farina. Chi poteva

sospettarla adulterata? Eppure lo era: e la spiacevole notizia egli la

apprese per una gran lavata di capo venutagli dalla Corte di Napoli,

egli primo magistrato della città, pieno di energia e di zelo per tutto

ciò che fosse pubblico bene. Ah no, il Regalmici non meritava quel

rimprovero! E quando la Corte di Napoli e quella di Palermo se ne

accorsero, bandirono il taglione contro il colpevole, Giuseppe di Maggio

di Cristoforo, il quale pensò a salvarsi in tempo[230].

[230] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 370-71.

Non del tutto dissimili procedevano sovente le sorti di alcuni istituti

filiali del Senato. La grotta di S.a Rosalia sul Pellegrino e la

Cappella di S.a Rosalia nel Duomo, la Cappella della Immacolata a S.

Francesco e la chiesa di S. Rocco, la Deputazione per le quarant'ore e

quella per la Casa di S.a Caterina da Siena, con l'altra della Casa e

Rifugio delle malmaritate, la Suprema generale Deputazione di salute e

la Deputazione del Molo, delle torri, delle strade, quelle della

Biblioteca, della Villa Giulia, della Fontana Pretoria, delle Nuove

Gabelle, dei Corsi d'acqua, del Monte di Pietà, della Tavola,

dell'Ospedale grande e nuovo, dell'Ospedale S. Bartolomeo, del Pantano

di Mondello; e poi le altre per la terra della Bagheria, pel feudo della

Baronia di Solanto, per la Terra di Partinico, e per la Sicciara

(Balestrate), tutte avevano amministratori proprî, dipendenti però dai

centrali del Comune (1784-85).

I più eran modello di rigidi amministratori; alcuni però per vecchi

abusi d'ufficiali, per fiacchezza od inesperienza erano da meno, pur non

potendosi incolpare di opere disoneste; ma ve ne erano degni del carcere

e della corda.

La indelicatezza dalle basse sfere montava alle alte.

Il rigore che vuole apportarsi oggi nelle amministrazioni pubbliche leva

al cielo i passati tempi vantati avversi a gratificazioni e compensi di

qualunque maniera. È un richiamo che tradisce la ignoranza storica. Le

gratificazioni, i compensi, anche per servigi privati, v'erano anche

allora: ma portavano altro nome, e alcuni, quello di «toghe

d'allegrezza». Nel capitolo sopra il _Senato_ ed i _Senatori_ ne abbiamo

detto qualche cosa, anzi più che qualche cosa: il che ci dispensa da

nuove spiacevoli indicazioni.

La Tavola (Banco) poi ne offriva il peggiore esempio col pretesto di

nuove nomine di alti rappresentanti dello Stato: e l'esempio partiva _ab

alto_, dai Governatori. Nel 1780 si adunavano essi pel conseguimento di

siffatta toga all'arrivo del Presidente del Regno D. Antonio de Cortada

y Bru: e credevano di non venir meno ai doveri di convenienza, di

dignità, di rispetto alla qualità loro, attribuendosi quei favori. Il

Cancelliere della Città, che ne veniva a conoscenza, «faceva sentire la

sua voce acciò si dessero pure a lui, segretario del Banco, le toghe

d'allegrezza e di lutto [anche pel lutto se ne aveano!] ogni qual volta

si ripartivano ai Governatori ed agli alti ufficiali». Di più ancora:

nel 1784 si deliberava di chiedere il permesso che si spedisse il

pagamento non di una ma di due toghe, cioè di allegrezza e di lutto a

favore del Principe di Mezzojuso, Sindaco: e nel 1785, per un nuovo

parto della Regina, altre toghe si distribuissero fra loro i

Governatori[231].

[231] _Provviste del Senato_, a. 1779-80, pp. 387 e 679; a. 1783-84, p.

451; a. 1784-85, p. 281.

Le severe proibizioni ai Governatori del Monte ad ammettere nella

Conservatoria di S.a Lucia ragazze che avessero oltrepassata l'età

voluta dai regolamenti e che non fossero orfane rompevano contro il

capriccio o il _favoritismo_ dei Governatori medesimi. Quante volte non

si passava sopra questa ultima e radicale condizione di ammissione, con

pregiudizio di orfanelle povere ed abbandonate! Nel solo anno 1780 e in

una sola consulta si fecero entrare fino a sette fanciulle, i genitori

delle quali eran vivi e sani. Vivo e sano il padre della ragazza Gerfo,

ammessa nel 1781; vivo e sano il padre di Rosa Sabatino nel 1782; vivo e

sano quello di Marianna Ciminello nel 1783[232] e, scandalo forse unico

nel genere, che disonora tutta una amministrazione, fu lo iniquo voto

che ammetteva al sorteggio di un secondo legato di maritaggio Maria Anna

Noto (1787), la cui sorella poco prima di lei altro ne avea

conseguito[233].

[232] _Provviste del Senato_ a. 1779-80, p. 643; a. 1781-82, pp. 63 e

918; a. 1783-84, p. 741.

[233] _Provviste del Senato_ a. 1787-88, p. 411.

Di parzialità in parzialità il Senato confermava in carica Governatori

scaduti, per virtù di capitoli, non rieleggibili; ed i Governatori

eleggevano avvocati soprannumerarî del Monte Salv. Coglitore e Girolamo

Maurici, Francesco Ardizzone e Giuseppe Eschero: un collegio di forensi,

al quale tutto poteva abbondare fuori che cause e litigi, e nominavano

altresì avvocato straordinario con dispensa di un atto necessario e

quindi indebitamente Domenico Candia.

Era tuttavia sonora l'eco delle tremilaseicento onze dai Governatori del

Monte di Pietà spese per la copertura dell'edificio (1776); si parlava

delle regalie che questi avean prodigate ai sopraintendenti delle

imprese, e delle gratificazioni più che vergognose che si erano essi

attribuite[234]; e già nel 1785 veniva in luce un nuovo gravissimo

fatto, che gettava la desolazione nei poveri, lo sgomento nel paese: il

fallimento dell'istituto. Gregorio Spadafora, «Amministratore e

Razionale del ripartimento del Prèstamo», presentava un ammanco di

60,000 scudi circa. Alcuni ufficiali gli avean tenuto il sacco, e si

eran salvati con la fuga. Della reità dello Spadafora nessuno dubitava:

un lungo capitolo in versi accusava, amaramente scherzando, il reo, che

a giustificare le agiatezze alle quali si era abbandonato dava a credere

il rinvenimento d'un tesoro[235].

[234] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 60.

[235] _Torremuzza_, _Giornale Istorico_ ined., p. 217 _retro_.

_Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1785, pp. 44-46 e 78.

Disastro così grave ne metteva in luce un altro meno generale, ma non

meno grave. Ignazio Mustica, cassiere del civico Banco, falliva d'una

ingentissima somma: chi facevala ammontare a cinquanta, chi a

settantamila scudi. Come avea potuto egli trascinare a così inattesa

iattura il paese? Con la connivenza e la cooperazione di alcuni ribaldi:

il _libreri_ (ragioniere) Giuseppe La Rosa e lo scritturale Salvatore

del Carretto; coi quali, appena scoperto, prendeva il largo, più destro

e fortunato degli autori delle frodi e falsità commesse contro la fede

pubblica pel Caricatore di Sciacca (1772)[236]. Caracciolo,

irritatissimo, bandiva una taglia di cento onze (L. 1275) a chi li

trovasse. La gente, indignata dei Governatori, ne reclamava la

punizione: e la Corte pretoria mandava per mezzo dei suoi soldati di

marina a catturar costoro, i quali non si sa quanto ci entrassero. Erano

essi il mercante Innocenzo Lugaro e gli ex-Senatori nobili Corrado

Romagnolo (quello da cui prende ora nome la deliziosa contrada oltre la

Villa Giulia) e Vincenzo Parisi: che però, infermo, rimaneva carcerato

in casa sotto mallevaria del Duca di Cefalà: tutti e tre issofatto

deposti dal Senato e sostituiti con altri più coscienti dei doveri

elementari di giustizia e di onestà.

[236] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XX, pp. 111-12.

Un erudito, testimonio del fermento dei Palermitani a tanta frode, se ne

addolorava non solo pel danno economico che alla Città ne derivava, e

pel discredito della nazione presso il mondo, ma anche perchè c'era di

mezzo un Vicerè napoletano, il Caracciolo, il quale detestava i

Siciliani.

Egli, peraltro, ordinava una inchiesta sulle opere filiali del Senato e

sulle regie[237]. Evidentemente, le inchieste dopo un disastro, non sono

provvedimenti o lustre recentissime!

[237] _Torremuzza_, _Giorn. Ist._ ined., p. 217 _retro_. --

_Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1785, pp. 44-46 e 78.

Delitti, se non identici, simili a questi due, ripetevansi quasi

contemporaneamente (incredibile!) negli anni 1798 e 1799 tanto nel Monte

di Pietà quanto nel Banco. Furti ed imbrogli nell'uno, furti ed imbrogli

nell'altro: e noi lasceremo al Sindaco ed ai Governatori, venuti a capo

delle frodi commesse dai loro ufficiali, la briga d'istruirne il

processo, ed al Governo, l'ordine di una nuova inchiesta. Così

l'avessero fatta per le duemila onze state spese per la costruzione del

portico del Monte di Pietà nel 1790![238].

[238] _Atti del Senato_ a. 1798-99, p. 245. -- _Villabianca_, _Diario_

ined. a. 1798, pp. 541-45; a. 1799, pp. 466, 473, 493; a. 1790, pp.

327 e 470.

Non irragionevoli sospetti sulle amministrazioni dei due spedali Grande

e di S. Bartolomeo lasciavasi sfuggire il Villabianca. Gli spedalieri,

egli diceva, son perpetui, ed «è facile assai e assai [più] di una volta

prevaricare. Non vi è più dannoso nelle opere pubbliche, e sopra tutto

opere pie, che la perpetuità di officio nei loro rettori»: e lo diceva

lamentando le cattive condizioni di entrambi gl'istituti di carità.

Altra maniera di frodi era quella della usurpazione di suolo pubblico

per parte di alti personaggi del Governo d'allora, e perchè alti,

lasciati in pace a godersi l'altrui. Data dal 1767, e quindi lontano dal

tempo del quale ci occupiamo, il complemento della casa Asmundo Paternò

di fronte alla Cattedrale. L'Asmundo, padre di quel G. Battista

palermitano, che fu Presidente del Concistoro e del Supremo Magistrato

del Commercio, e più tardi (1803-6) Presidente del Regno, ne decorò

sontuosamente il prospetto, e vi fece alzare pilastri di grandi

dimensioni che uscirono fuori i limiti del palazzo, sporgendo sul corso.

Ma il Paternò era Presidente del real Patrimonio, e nessuno ardì

richiamarlo al dovere. Ben lo richiamò invece, ma senza frutto, perchè

l'abuso passò senza una parola del Senato, le seguente canzonetta:

_Mentri si fabbricava la casa di lu sù Presidenti Paternò._

Avanti c'era un muttu cu sta frasa:

Lu Prisidenti è un cunigghiu di ddisa;

Ma ora chi crisciu cu la sò casa,

Si chiama la tartuca catanisa.

Lu Cassaru strinciu cu la sò spasa:

Omu putenti pigghiau chista 'mprisa,

Pirchì la giustizia è vastasa

E a cui c'incumbi si la pigghia a risa.

Pri civiltà la manu si ci vasa:

Ma 'un si ci loda sta spasa e sta spisa.

Un palmu e menzu si ritiri e trasa,

E a cui nun voli ci vegna la scisa[239]!

[239] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 23-24.

Non ostante che lontano da noi, questo abuso concorre a lumeggiare

l'ambiente, e giova a farci capire come potessero avvenire certe cose

anche fuori la città murata.

Andando verso i Colli, presso la Favorita, è una villa, che fu già

superba di marmi, busti, mobili e vasellame. Il denaro vi fu profuso con

larghezza principesca. Innanzi ha una ampia piazza, chiusa da

inferriata, che ingombra la strada, e solo da pochi anni fatta rientrare

dall'Autorità municipale per rendere estetico il luogo. Dietro è un

parco che potrebbe dirsi reale. Quel terreno fu affermato proprietà del

Comune, ed un signore aver potuto farlo suo, perchè Presidente del

Tribunale della Gran Corte e Luogotenente di Maestro Giustiziere. I

contemporanei ebbero per lui parole più che severe, l'eco delle quali

ripercotevasi in accuse ben determinate alla Corte di Napoli; donde il 6

febbraio 1786 come fulmine a ciel sereno giungeva un decreto di

destituzione. Quella villa, già delizia ed orgoglio, fu baratro del

possessore: e quando il potente di ieri non ebbe più modo di rialzarsi,

lo si chiamò responsabile di sentenze inique contro il Principe di

Belvedere, di basse compiacenze al Caracciolo a carico del patrimonio di

S. Orsola, di rovina del commercio esterno: giudizî che vuolsi esser

cauti ad accogliere, giacchè molto può avervi concorso la leggerezza dei

facili novellieri, l'invidia dei non favoriti, le ire di parte

lungamente represse.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 33 / 61 题