I diaristi palermitani si danno molta cura di raccogliere certi fatti di
cronaca, che con singolare efficacia illustrano il tempo del quale ci
occupiamo.
Sarebbe grossolano errore trarre da quei fatti conseguenze e quindi
giudizî generali sulla gente del paese. In tutti i ceti -- è superfluo
il dirlo -- si riscontrano violazioni di Legge: e forse le violazioni
dello scorcio del secolo XVIII furono relativamente men numerose di
quelle di tempi detti o creduti più civili. Pure non vanno esse
trascurate, e concorrono se non altro a far comprendere in che maniera
s'intendesse da taluni la posizione nella quale società e istituzioni
collocavano e guardavano certi uomini.
Se si analizzano i racconti che abbiamo avuto occasione di leggere, si
vedrà che essi derivavano dall'esagerato, anzi dal falso concetto che
alcuni giovani aveano della propria origine. Ad ogni passo s'invocavano
diritti e distinzioni: e per gli uni e le altre cercavasi appoggio alle
granitiche muraglie dei privilegi di casta.
Per quanto c'incresca, noi non possiamo passarci da una breve rassegna
nel campo apertoci anche stavolta dalle scritture inedite del
settecento: breve rassegna delle molte cose onde è malauguratamente
piena la cronaca paesana.
Il lettore si armi di santa pazienza, e guardi con un po' di stoicismo
le figure che gli sfileranno innanzi. Cominciamo con una donna.
Girolama Caldarera, Baronessa di Baucina, non conosceva limiti alla sua
potenza. Sostenendo nei tribunali certa sua causa, un giorno usciva in
male parole all'indirizzo del Giudice della G. C. Criminale. Quali
fossero le parole, nessun testimonio ci sa dire: e forse non vi furon
testimonî. Il carcere l'attendeva in un monastero, e vi sarebbe stata
senz'altro condotta se la Regina Carolina non avesse dato alla luce uno
dei soliti principini cosicchè la Calderara se la cavò con un po' di
paura e di dispetto.
Il lieto evento era anche fortunato per un giovane Marchese (1787).
Teneva costui, come oggi si direbbe, in sofferenza al Monte di Pietà
alcuni pegni. I Governatori del pio Istituto aveano avuta molta, fin
troppa longanimità rimandando di mese in mese la vendita degli oggetti
pegnorati; ma, attendere più oltre non potevano quando a' poveri
bisognosi facevano ben diverso trattamento: sicchè ordinavano la vendita
degli oggetti nella Loggia. Il Marchese se l'ebbe a male e, recatosi al
Monte, copriva d'insulti il governatore Giuseppe Ugo delle Favare.
Questi si tenne dignitoso: e lì per lì gli fece infliggere due giorni di
prigione: pochini, invero, e non per piacenteria o per timore del
Capitan Giustiziere, ma, come abbiam detto, per la improvvisa notizia
della nascita d'un principe reale[205].
[205] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1787, p. 239.
Se per esigenze di pubblici servizî il Pretore vietava il passaggio
delle carrozze nel Cassaro nei giorni delle feste di S.a Rosalia, e le
guardie di Marina stavano pel buon ordine, v'era chi si permettesse di
contravvenire all'ordinanza. Nella lista dei contravventori è Andrea
Reggio, che avanzavasi baldanzosetto con la sua carrozza. Ben glielo
impediva un soldato comunale; ma egli bravando la consegna, lo copriva
d'ingiurie e minacciavalo persino di vita.
Il Reggio contava 16 anni appena!
Qui è la prepotenza: e di prepotenze era ad ogni piè sospinto una triste
fioritura. Reagire a chi si opponesse al libero esercizio delle loro
facoltà, le quali non erano se non aperti abusi: ecco la massima di
alcuni giovani, indocili a superiori e ad eguali.
A coteste massime informato, un certo ragazzo in una pubblica via,
fremeva al pensiero di non potere col suo biroccio raggiungere e
lasciarsi addietro un civile di Ponza, che pei fatti suoi lo precedeva.
Corri, corri, lo raggiunge, e quando gli è allato, furibondo che non si
sia sottomesso a lui rallentando il passo, lo prende a frustate.
Egli non avea più di 17 anni!
Siffatto spirito di superiorità rendeva poco cavallereschi fin con le
donne coloro che più tenevano ad esser cavalieri. Niccolò Inveges
sciacchitano, di pieno giorno, in via popolata, bastonava due ragazze di
Pietro Imperiale Pastore. Come il Natoli, egli veniva relegato nella
Colombaia di Trapani, ma è a deplorare che lo fosse per breve tempo: ben
altra pena meritando sì volgare soperchiatore!
Un signore, insignito del titolo di Abate della SS. Trinità della Delia,
incontravasi in Via Alloro con la carrozza del Dottore in legge Bernardo
Denti, occupata dalla moglie e dalla figlia di costui. Elementare dovere
consigliava la precedenza alle due donne: ma il signor Abate non se la
intese, e picchia e ripicchia, faceva rotolare per terra il cocchiere,
che, o sgomento o sbalordito, non osava reagire.
Quanto meglio allorchè incontri così malaugurati si risolvevano in un
duello[206]! Almeno, la cavalleria, manomessa al primo istante, veniva
da ultimo rispettata.
[206] _Villabianca_, _Diario_ ined., 18 sett. 1786, p. 666; settembre
1793, pp. 56 e 242; 7 agosto 1799, p. 188.
Di duelli peraltro se ne faceva così di frequente che era bazza se in un
mese non se n'avesse a sentire uno o due, spesso per frivolezze che è
miseria parlarne. Se ne ricorda sinanco per un servitore che si mandasse
via, o per uno che se ne prendesse. Il Marchese di Roccaforte ne
intimava al Conte di Aceto per un _volante_, che egli diceva essergli
stato tolto[207]. Quasichè esistesse una legge che vietasse di assumere
ai proprî servigi un uomo stato una volta ai servigi altrui, ecco un
grave fatto di sangue!
[207] _G. Lanza e Branciforti_, _Diario storico_.
Un giovane Cavaliere, che chiameremo D. Michele, licenziava un suo
_schiavo_. Rimasto libero, costui trovava collocamento in casa Oneto,
Duca di Sperlinga. C'era egli nulla di male? Secondo D. Michele sì;
ond'egli avutane notizia, si partiva ad imporre allo Sperlinga una
partita d'onore. E poichè entrambi mancavano di armi eguali, e si
trovavano a pochi passi dalla casa della vedova Montevago Pellagra
Grifeo, che ne possedeva delle buone, prendevano in prestito due
sciabole. Lo Sperlinga desiderava chiarire come fosse andata la cosa,
dar soddisfazione all'amico impermalito; ma D. Michele, dandogli del
vile, improvvisamente colpivalo nel viso con una terribile frustinata.
Accecato all'inatteso colpo, lo Sperlinga traeva lo sciabolotto e
piantavalo in ventre al provocatore, che ne moriva quasi all'istante,
avendo appena potuto balbettare il suo torto e ricevere l'assoluzione da
un padre Crocifero che a caso era lì di passaggio. L'uccisore riparava
in una chiesa; ma indi a non guari, forte delle sue ragioni,
costituivasi al Castello. Avrebbe potuto, dopo i primi giorni, esser
liberato; e lo fu, ma tardi, perchè i parenti dell'ucciso erano, per
grandi aderenze, potenti. Alcuni mesi stette egli chiuso, e la offesa
famiglia potè vantare una riparazione. E fu argomento di lunghe
discussioni tra gli accademici da salotto se lo Sperlinga, Duca, avesse
fatto bene ad accettare una sfida da un semplice cavaliere, che è quanto
dire da un cadetto; ed i sapienti furon di avviso che egli non avrebbe
dovuto accettare «mentre non era obbligato a rispondere trovandosi
insignito della chiave d'oro come gentiluomo di Camera ed investito del
grado militare di colonnello di fanteria del corpo dei miliziotti»[208].
[208] _Villabianca_, _Diario_ ined., 12 dic. 1799, pp. 667-670. _Alessi_,
_Prontuario di alcune noterelle, ammassate brevemente alla rinfusa,
concernenti alcuni fatti ed occorsi nella nostra Capitale._ Ms. Qq
15 7. p. 18. della Bibl. Com. di Palermo.
Per questo, il codice cavalleresco non avea riposo. I politici (eran
chiamati così anche coloro che discorrevano con competenza di
cavalleria) lo sfogliavano pei frequenti casi di dubbia soluzione. Chi
non lo lesse e discusse per le offese che nella passeggiata della Marina
si scambiarono il Duca Lucchesi, primogenito del Principe di
Campofranco, ed il Duca di Villafiorita Gioacchino Burgio? L'uno,
risentitosi di non so quali parole, avea dato all'altro una violenta
percossa; il Villafiorita avea tratta la spada ed aggiustata al
percussore una piattonata; di che il Campofranco buttavalo a mare,
incurante degli scogli che avrebbero potuto sfracellargli il cranio.
Alla passeggiata era D. Vincenzo Capozzo, Giudice della G. C. Criminale,
che subito, _de mandato principis_, condannava alla Cittadella di
Messina per dieci anni il provocatore. La Corte di Napoli avrebbe voluto
rappattumare le parti ugualmente cospicue del baronaggio, parenti tra
loro: ma non voleva farsi scorgere. Si sceglievano due alti personaggi
per venire a proposte plausibili, tanto, il focoso Vicerè Caracciolo non
era alieno dallo accogliere un componimento amichevole. I due ex-Pretori
Principe di Resuttano pel Campofranco, e Marchese di Regalmici pel
Villafiorita (come si vede, duo grandi e rispettabili signori del
tempo), sudano nello studio della intrigata quistione; «svolgono libri
di cavalleria anche oltramontani e protestanti, e cercano di
accordarsi»; ma non vi riescono, perchè ciascuno tira acqua al suo
mulino; ed il Regalmici ha per sè il Governo ed esige pel suo primo
(diciamolo così per farci intendere) che venga riparata con una pubblica
soddisfazione la pubblica offesa al Villafiorita. Oh che si scherza!...
Il Villafiorita è stato bastonato, buttato a mare a rischio di perderci
la vita, e si discute se debba o no avere una soddisfazione?!...
Ogni tentativo di conciliazione è pertanto abbandonato; e allora il Re,
contro la buona volontà del Vicerè, ne fa una che non pare sua: ordina
il passaggio del Campofranco dalla Cittadella di Messina alla Colombaia
di Trapani. È una doccia fredda sulle riscaldate teste dei partigiani
del Campofranco; il quale, visto e considerato che stavolta col Governo
non ci si vince, nè ci s'impatta, si rassegna a dar piena soddisfazione
al Villafiorita. E così il processo si mette a dormire[209].
[209] _Villabianca_, _Diario_, in Bibl., a. 1781, v. XXVII, pp. 154-56.
L'altezzosità della prepotenza toglieva la lucida visione dei proprî
doveri di fronte alla Legge ed ai rappresentanti di essa.
Anche qui gli esempî abbondano; ma anche qui dobbiamo limitarne la
rassegna.
Un Marchese, incontratosi una notte (certa gente andava di notte come i
lupi) in un passaggio di strada, urta, o è accidentalmente urtato da un
ministro di giustizia. Le son cose di ogni giorno, codeste; ma il
Marchese non può permettere che càpitino a lui: e alla testa dei suoi
creati assalisce l'imprudente e lo picchia di santa ragione.
Debitore moroso ed impossibilitato a sottrarsi ad un pegnoramento
sentenziato dal Tribunale del Concistoro, altro Marchese non fa
diversamente: accoglie, cioè, a legnate gli ufficiali che vengono ad
eseguire in sua casa la sentenza: atto tutt'altro che imitabile, ma pure
imitato da quell'Alessandro La Torre e Fernandez de Valdes, che al
cameriere del Giudice pretoriano, intimantegli la imbasciata giudiziaria
per debiti insoddisfatti, faceva il regalo d'un fiacco di
bastonate[210].
[210] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 97; _Diario_
ined., 12 Giugno 1785, p. 183; a. 1795, p. 239.
Noi lo rivedremo questo giovane manesco, e sapremo quanto longanime sia
stata con lui la Giustizia.
Antonino Calvello, del resto, non gli rimaneva addietro quando prendeva
pel colletto e minacciava gravemente il Giudice della G. C. Civile
Pietro Feruggia. Nè gli rimaneva addietro il Barone Diego Sansone
allorchè andava ad assalire la casa del Duca di Vatticani chiamandolo a
duello per litigi corsi tra il proprio figliuolo Alfio ed il Duchino
medesimo, e gratificava di contumelie il Capitano della Gr. C. Torretta,
andato da lui per tradurlo in carcere[211].
[211] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 147 e 328-29.
Anche qui ricompariscono le velleità di duello, le quali anche qui fan
pensare all'indole rissosa, ed insieme cavalleresca del siciliano. Un
antico costume, ora del tutto dimenticato, ci offre in ciò una pratica
singolare. Nel giorno di S. Valentino (14 febbraio) alcuni vecchi,
nobili o ignobili, si salassavano, perchè questo buon santo rendesse
_valenti_ nelle zuffe e nei contrasti i suoi devoti[212]. Sta a vedere
che il vincitore in un duello o in una zuffa debba esser colui che si
sia cavato più sangue!
[212] _Alessi_, _Notizie della Sicilia_, n. 74. Ms. Qq H 44 della
Biblioteca Comunale di Palermo. -- _Pitrè_, _Spettacoli e Feste
pop. sic._, p. 198.
Altro ribelle alle autorità giudiziarie fu un Gioeni, che per un
nonnulla penetrava a viva forza in casa Gaetano Greco, Giudice del
Concistoro, nel momento che egli se ne stava a desinare, e con male
parole apostrofavalo. Imprudente uomo costui, che, dimentico di esser
figlio di quella gentile e culta dama, che fu Anna Bonanno, si ricordava
d'esser marito di Giuseppa Cavaniglia dei marchesi di S. Maria, la
quale, come ricettatrice di ladri nella sua villa dei Colli, veniva
severamente chiusa nelle prigioni di Gesù (2 ott. 1800); e teneva bene
alla memoria di esser padre di una donna tristamente celebre in Napoli,
condotta qui ad accrescere il numero delle signore o raccolte o
raccoglientisi nel ritiro di Suor Vincenza[213].
[213] _Villabianca_, _Diario_ ined., 14 agosto 1797, p. 50; 28 agosto
1798, p. 413; 7 agosto 1799. p. 188; 23 ott. 1800, p. 389.
A proposito di violenze non va dimenticata quella d'un tale, che con
inaudito arbitrio imprigionava non solo un pubblico corriere, ma anche
il Capitano di Giustizia della terra di Gaggi; nè va trascurata l'altra
di due fratelli del Fiumesalato, i quali per non so quali fisime, con le
spade in mano inveivano contro un cappellano delle galere di Malta[214].
[214] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, gennaio 1784, p.
190; v. XXVI, 14 aprile 1778, p. 174.
«Ragazzate!» si dirà; ed è vero; ma ragazzate che eran pure capestrerie,
le quali offuscavano il decoro del casato onde tanti ragazzi provenivano
suscitando lo sdegno dei saggi, l'ira repressa degli umili, la reazione
brutale delle vittime. Capestreria quella del figlio del Barone
Jannello, che si divertiva a scagliar sassi sopra le persone che
passavano in via Lampionelli, ferendone non lievemente qualcuna: ferito,
poi alla sua volta, egli stesso, ai Ficarazzi da un Vincenzo Giardina,
secondogenito del signore di quel luogo. Capestreria la spacconata del
già detto La Torre, il quale a tarda sera, nella entrata del Principe di
S.a Flavia, all'ora del solito settimanale ricevimento di dame e
cavalieri, faceva richiamare a basso il figlio del Barone Antonio
Morfino; ed avendolo tra le mani, ordinava ai suoi creati di prenderlo
per iscorno a cavallo e di contargli parecchie dozzine di sferzate. La
quale violenza d'un giovane sopra un fanciullo (il Morfino non
oltrepassava i 16 anni!) in tutti suscitava disgusto infinito; ma più
che in altri nel Villabianca, il quale non sapendo rassegnarsi alla
notizia d'un nuovo ospite della prigione di Porta S. Giorgio, pensava
che «il Castello non leva bastonate, anzi serve per li polledri
giovinastri per luogo piuttosto di divertimento che di pena»[215].
[215] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 218; v. XXVII, p.
22; _Diario_ ined., a. 1794, pp. 344-45.
Di fatti, il Castello era la parodia del carcere. La libertà personale
vi si godeva in mezzo al rispetto dei carcerieri e degli ufficiali di
guardia. Con pochi tarì di spesa vi si avea un bel desinare quando
questo non venisse fornito succulento e gustoso dai parenti, e bastevole
ad allegri conviti tra le varie persone che vi stavan raccolte. Vi si
giocava e conversava spensieratamente come continuando in luogo di
villeggiatura le dissipazioni di fuori. Nelle _Pensées et Souvenirs_ il
Palmieri de Miccichè ritrasse con rosei colori questa prigione distinta,
donde si poteva financo uscire a diporto di sera impegnando la propria
parola d'onore che si sarebbe ritornati: e la parola veniva
scrupolosamente mantenuta come quella dei perditori al giuoco[216], o
come quella dei militari prigionieri di guerra.
[216] Cfr. v. I, cap. XIV, p. 267.
I dissidî tra mariti e mogli eran pabulo alla cronaca d'alcova. Il
pubblico grosso e minuto ci si divertiva parecchio, perchè all'umana
natura torna sovente gradito quello che agli altri è disgradevole. In
vero molto piccanti riuscirebbero queste pagine se tutte si potessero
narrare le circostanze che accompagnavano le visite improvvise, intimi
conversari, fatali sorprese, brusche divisioni, ritiri volontarî e
relegazioni forzate. Tiriamo un velo su queste scenacce, moltiplicate
dai costumi e dal _bon ton_ della dilagante corruzione d'allora. Forse i
tempi nostri sono più brutti di quelli, più fecondi di drammi lardellati
di scandali; anzi vogliamo senz'altro ritenerli bruttissimi; ma non per
ciò dobbiamo predicare che la morale d'una parte dei nostri bisnonni
d'un secolo fa fosse integerrima ed irreprensibile.
Tuttavia non dobbiamo passarci da qualche fattarello di questo genere di
vita siciliana: e lo faremo di volo.
Uno è quello della superba ed ostinata condotta di una dama di casa
Reggio, dama che da ultimo persuase il Governo a chiuderla nel monastero
di S.a Elisabetta (1777); un altro, quasi contemporaneo, quello di
Nicoletta d'Avalos, fatta entrare a forza in S.a Caterina.
Drammatica la cattura di Margherita Lo Faso e Pietrasanta, Duchessa di
Serradifalco. Il Duca suo consorte, scontento di lei, chiese per essa la
clausura, non già in uno degli ordinarî monasteri, ma nella Casa (vera e
propria prigione) delle _Malmaritate_ alla Vetriera. La cattura doveva
eseguirsi da un giudice di patente reale e con accompagnamento di dame,
come soleva praticarsi in simili circostanze: ma fu eseguita invece da
un semplice ufficiale dell'ordine dei berrobieri. Più severi non poteva
essersi. «A due ore e mezza di sera la Duchessa nella sua casa fuori
Porta Nuova venne arrestata da un capitano reale e condotta nella
carcere Carolina delle nobili del Cuore di Gesù». Ci vuol poco ad
indovinare chi fosse il Vicerè: non il pacifico Fogliani, non il
festaiolo Marcantonio Colonna di Stigliano, non il mellifluo Caramanico,
ma il Caracciolo, che, Marchese, era un mangia-nobili. Il rigore della
procedura, veramente indebito in affari di famiglia, fu da lui seguito
per la disubbidienza della Duchessa all'autorità vicereale.
La Margherita era figlia del defunto Egidio, Principe S. Pietro e,
nientemeno, Presidente e Capitan Generale del Regno di Sicilia in
assenza del Fogliani!
E la cronaca prosegue.
Nei primi di luglio 1779 le famiglie più elette della città ricevevano
un foglietto a stampa, sormontato da magnifici stemmi principeschi e
ducali, con questa partecipazione:
«_Il Principe Trabia e il Duca di Sperlinga si danno l'onore di
parteciparle che nel giorno mercoledì sera 7 Luglio si sposeranno la
signora D. Aloisia Lanza e D. Saverio Oneto, loro rispettivi figli, ed
ossequiosamente si rassegnano, riserbandosi i loro favori a nuovo
avvìso_»[217].
[217] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 97; v. XXVII, p.
356; e nel vol. edito del 1779 (ms. Qq D 102) p. 86.
Nozze meglio auspicate poche volte si videro; ma haimè! la Aloisia,
fanciullina ancora, dovette subito dividersi dal marito, che contava
appena diciassette anni! La sera del 27 marzo 1799, lo spensierato
Saverio si recava al palazzo Butera, dal suo cognato Principe di Trabia.
Quivi incontrava la moglie. Vederla e scaricarle a bruciapelo una
pistolettata fu tutt'uno. La Aloisia scampò per mero caso; e mentre egli
veniva condotto all'inevitabile castello, essa volontariamente andava a
chiudersi -- fatalità di vicinato e d'incontro! -- a Suor Vincenza[218],
dove, martire del più snaturato tra i mariti, mestamente trascorreva la
sua gioventù, Palmira Sirignano Duchessa della Verdura. In proposito,
rifletteva un testimonio: «Tanto avviene alle povere dame che hanno
mariti bruti. Al tempo stesso però è bene dire che ne' presenti corrotti
tempi le femine si prendono gran libertà: ed è cosa invero detestabile,
cagione e origine de' gran disordini».
[218] G. _Alessi_, _Prontuario di alcune noterelle ecc._, p. 2. n. 14. Il
Duca moriva molto più tardi, nel 1811, a 49 anni, di diabete, nella
sua villa Sperlinga (attuale Ricovero Palagonia); la Duchessa nel
1816. Vedi L. M. _Majorca Mortillaro_, _La Cappella Sperlinga_, pp.
78 e segg. Palermo 1892.
L'allusione alla libertà che si prendevan le dame è molto vaga: e ad
onore della Aloisia e della Palmira non va diretta nè all'una, nè
all'altra. Le nostre indagini nulla ci han dato di men che lodevole
sulle egregie dame.
Francesco Landolina, Duca della Verdura, aveva un figlio perdutamente
innamorato d'una bella ragazza. Alle nozze da lui vivamente e
replicatamente sollecitate l'accorto padre non volle mai consentire,
così bene ne conosceva l'indole; chè anzi una volta dovette chiedere la
carcerazione di esso. L'esperto uomo prevedeva i guai che Michele
avrebbe fatti passare all'amata ragazza. Se non che, egli cessava di
vivere, e l'innamorato Michele, reso indipendente, il 14 gennaio del
1787 sposava la Palmira Sirignano e Gajanos, più giovane di lui, che
contava 25 anni. Dopo tanto contrasto di passione, che cosa c'era da
sperare se non gioie oneste, godimenti sublimi? Niente affatto! Fin
dalla prima sera Michele rivelò l'indole sua perversa. La tradizione
racconta che egli chiuse e tenne tutta la prima notte, fra le vetrate e
gli scuri di una imposta della stanza nuziale, la sposa come indegna di
lui.
«Sprezzò, si aggiunge, la sposa e la bastonò con modi barbari e crudeli.
La povera Palmira dovette andarsi a chiudere a Suor Vincenza. Egli fu
relegato al Castello di S.a Caterina a Favignana; poi, per grazia, al
Castello di Trapani», ove trovavasi ancora nel maggio di quell'anno, che
avrebbe dovuto essere il più dolce e fu il più amaro per la bella
giovinetta. Nel dicembre moriva a lei il padre: e la Duchessa vedova,
suocera della Palmira, si adoperava col parentado per una conciliazione
tra gli sposi, dai quali si sarebbero voluti dei figli. Nel gennaio del
1788 si rinnovava la mancata luna di miele: e «Dio la mandi buona alla
detta povera dama! secondo vuole la opinione generale», esclamava il
Villabianca; ma fu luna di fiele, fortunatamente breve. Dietro a Palmira
tornava a chiudersi la porta di Suor Vincenza; dietro a Michele alzavasi
il ponte levatoio del Castello. Che irrisione di vicinato! Se non che,
dopo uscito di carcere il violento Michele, un giorno, non sapendo
resistere allo scampanio festivo della chiesa del monastero del
Cancelliere, che, come si sa, è presso il Palazzo Verdura in via
Montevergini, salito più che di corsa alla terrazza, sparava lo schioppo
sulla suora campanaia, che per miracolo rimaneva illesa.
Non così egli più tardi, allorchè, trovandosi in Termini in propria
casa, veniva nottetempo aggredito e ferito a morte da ignota mano. Si
sospettò allora di persona la quale volesse riparare all'onore offeso
della moglie o della sorella, e fu invece del bandito Giuseppe Ruffino;
la cui testa la mattina del 17 settembre vedevasi trionfalmente condotta
per la città.
La vera luna di miele apparve finalmente per la Sirignano, quando,
rimasta libera, sposò altro uomo che la rese felice; e, vissuta
lungamente, nella sua tarda vecchiezza, non cessava scherzevolmente di
ripetere: «Son tanto sdegnata _della verdura_, che dal 1787 non mangiò
più insalata»[219].
[219] Parte di queste circostanze sono mss. in _Villabianca_, _Diario_
ined., a. 1787, pp. 4, 136-37, e a. 1800, p. 443; parte le abbiamo
raccolte dalla bocca del Senatore Duca Giulio Benzo della Verdura,
che ci ha autorizzati a pubblicarle.
Degno riscontro del Landolina, col quale avrebbe potuto comporre una
coppia bene assortita, fu la già nota Cavaniglia, bizzarro soggetto di
conversazione pei salotti d'allora.
Tipo di dama aristocratica, essa avea portata a Palermo la grandigia del
casato onde veniva, e vi aggiungeva quella del nuovo nel quale era
entrata. Ma con l'orgoglio del doppio titolo ebbe sfrenata la passione
per tutto ciò che non fosse bello. Il mal corrisposto marito si divise
clamorosamente da lei: e chi ne seppe le ragioni non potè non dare
ragione a lui, che pure non era un santo. La infedeltà di moglie degradò
presto in infedeltà di amante: e questa infedeltà, ripetuta per malsana
tendenza, dovea da ultimo costarle cara. Il 23 agosto 1798, nella via
Alloro, sconosciuti sicari fermano la carrozza nella quale è la
Giuseppina, ed uno di essi imprime sul volto di lei una scomposta
ferita. Non rasoio, non coltello l'arme, ma un ferro da pistola,
stavolta preferito per produrre uno sfregio. Uno sfregio a donna
significa vendetta di feritore: e F. P. Colonna Romano, secondogenito
del Duca Mario, si era voluto per siffatto modo vendicare di essere
stato dalla volubile donna defraudato nei diritti acquistati di amante
riamato. Fu detta gelosia la sua, ma fu anche odio mortale[220].
[220] _Villabianca_, _Diario_ ined., agosto 1798, pp. 412-13.
E lasciamo altri fattacci che vanno dal trascorso giovanile al delitto
più maturatamente pensato: dalle bastonature del cav. Giuseppe
Ventimiglia de' Conti di Pradres al suo _volante_, che però, non
potendone più, finiva col freddare il padrone (aprile 1798), e dalle
stoccate di Saverio Oneto allo zio paterno in pubblico Cassaro sino agli
assassini _fin de siècle_ perpetrati da un certo signore di Catania.
Lasciamoli dove sono questi fattacci, che nelle spesse maglie della rete
della umana debolezza raccolgono pure fughe di perseguitati dalla Corte
Capitaniale di Palermo, appropriazioni indebite di gioie ricevute in
deposito, scassinazioni notturne di porte di gentildonne, e via
discorrendo[221].
[221] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, pp. 377-78; XXVIII,
pp. 322-23, 181, 227 e segg., 208. -- _Alessi_, _Prontuario_ cit.,
p. 13.
Gli animi fremevano ad ogni passo, ed invocavano giustizia severa di
tanti che abusavano della lor posizione disonorando i buoni che
degnamente portavano titoli aviti.
«Oh gran virtù dei cavalieri antichi!» viene da esclamare alla
stupefacente notizia che un giovinetto di Casa Ventimiglia (Giovanni
Luigi), solo perchè dei Marchesi Geraci, rifiutava la nomina viceregia
di Senatore. -- Rifiutava quel che altri ambiva? -- Sì, perchè egli non
tenevasi della comunanza dei signori siciliani. I predecessori di lui
avevan trattato da pari a pari coi re di Sicilia, usato la formola reale
_Dei gratia_, vantato di poter coniare moneta e d'esser dispensati dagli
uffici, relativamente a loro, modesti, di Senatori[222].
[222] Leggere nella Biblioteca Commun. di Palermo il ms Qq F 67, n. 12;
_Consulta della Giunta dei Presidenti e Consultore ne' titoli dei
Marchesi di Geraci_ (Pal., 30 Apr. 1700) e l'altro Qq F 82, n. 8,
p. 168: _Consulta su i titoli che godono i Marchesi di Geraci_.
Cfr. pure in quest'opera il v. I, cap. IV, p. 87.
E veniva anche da fremere considerandosi che mentre nell'aula del
tribunale della G. C. Civile il magistrato sedeva a capo scoperto, egli,
questo degenerato che alteramente entrava, osasse rimanere a capo
coperto (2 febbr. 1792); e, passando dalla Vicaria, esigesse il saluto
militare come quello che il picchetto di guardia rendeva al proprio
superiore, Principe di Paceco Niccolò Sanseverino (26 luglio 1792)[223].
[223] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1792, pp. 271-72. -- _D'Angelo_,
_Giornale_ ined., pp. 23 e 33.
Che importa che i rei (le geste dei quali abbiam dovuto per brevità
lasciare nel dimenticatoio) venissero relegati quale alla Colombaja di
Trapani, quale in Termini, quale in Favignana e in Messina! Questo c'è
di fatto: che a capo di pochi mesi, di pochi giorni magari, essi
tornavano allegramente come da un premio conseguito. E quando i loro
compagni in trascorsi, discolerie, crimini uscivano dal Castello di
Palermo, e tra i sorrisi e le strette di mano di certi amici riandavano
i particolari delle loro spavalderie ed i passatempi goduti nella così
detta prigione, il senno antico degli attempati signori ne soffriva oh
quanto! Nella severità del volto, nell'abbassare degli occhi pareva
declinassero costoro qualunque solidarietà di ceto con siffatta genìa,
se il ceto poteva determinare ad abusi di tanta sfrenata prepotenza; ed
allora con D. Giovanni Meli si udivano a mormorare:
Oh seculi, oh custumi!...
Seculi cchiù birbuni
Di chisti nun cci nn'è!
Ma dimenticavano che l'umana tristezza è immensa quanto il mare, e che
se in tante e così brutte maniere si manifestava in Sicilia, con più
raffinata violenza percorreva fuori di essa la scala della criminalità.