DI PREMINENZE IN GIURISDIZIONI.

Una mezza dozzina di secoli aveano apportato tante divisioni di poteri,

tante distinzioni di diritti, e perciò tale cumulo di giurisdizioni e di

preminenze che solo i più colti eruditi possono oggi raccapezzarvisi.

Meno la bassa gente, come nel sec. XVIII anche ufficialmente chiamavasi

l'infimo ceto, tutti accampavano qualche diritto all'ombra del quale

confortarsi. Patrizî, ecclesiastici, militari, civili, maestri e, fino

al 1782, ufficiali della Inquisizione, componevano vere e proprie caste

con privilegi, prerogative, immunità che a nessuno era lecito non che di

toccare, neanche di discutere. A toccarli c'era da incontrare infiniti

fastidî, e forse da buscarsi qualche processo. Ad ogni passo una

costituzione che concedeva, una prammatica che limitava, un rescritto

che inibiva, un bando che distingueva, un canone che tassativamente

prescriveva. Per lievi trasgressioni, talora per semplici dimenticanze,

magari per nulla, si lanciavano ricorsi al Pretore ed al Senato, alla

Giunta dei Presidenti e del Consultore, al Capitan Giustiziere, al

Presidente della R. Gran Corte, all'Arcivescovo, al Giudice della

Monarchia, al Vicerè, al Sovrano. Gli è che non volevansi pregiudicate

competenze e prerogative di qualunque genere, fossero anche di nessun

valore.

Meglio di qualsiasi parola sull'argomento gioveranno i fatti che verremo

brevemente esponendo. La cronaca è malauguratamente ricca e ne fornisce

per tutti i ceti e per tutte le giurisdizioni: il difficile sta nella

scelta.

Un giorno (17 luglio 1774) tre degli otto commissarî della Corte

Capitaniale venivano catturati da una ronda delle Maestranze per un

furto qualificato nel quartiere della Conceria (mandamento

Castellammare) e condotti nella Carboniera, noto carcere dentro il

palazzo del Comune. Il Duca di Villarosa, Capitano Giustiziere, se ne

risente come di offesa alla sua persona; ed energicamente li reclama.

Alla sua il capo ronda ne chiede giustizia sommaria. Il Pretore,

Principe di Scordia, è in grave imbarazzo, e per gettare un po' d'acqua

sul fuoco e contentare il Villarosa fa trasportare in sedie volanti alle

segrete del Castello i tre rei e li mette a disposizione del capo della

Giustizia; ma per non dispiacere alle Maestranze li invia accompagnati

dalle ronde di esse. Così dà un colpo al cerchio ed uno alla botte. Ma

poichè le Maestranze insistono presso il Pretore, lor capo diretto, e

presso l'Arcivescovo, funzionante da Vicerè, acciò la causa venga tolta

alla autorità regia, che vuol mandare a casa i rei, e data alla

comunale, al Pretore cioè, questi _illico et immediate_ si fa condurre

innanzi gl'imputati, e senza tanti discorsi te li condanna ad una

solenne bastonatura. E non basta. Il Vice-Capitano, che ha sostenuta la

competenza della Corte Capitaniale, solo per questo vien destituito; ed

il Re, tuttavia impressionato dei recenti tumulti contro il Fogliani,

conferma alle Maestranze la facoltà di rondare di notte, salvo a

ritoglierla loro in capo ad un mese per affidarla agli ufficiali regi di

giustizia[191].

[191] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI, pp. 212-213, 218, 224,

231.

L'ultima scena del piccolo dramma stupisce per la pena inflitta al

funzionario giustiziere: e forse potrebbe avere una spiegazione pel

tempo in cui essa si compiva. Eppure, diciott'anni dopo, quando si era

alla vigilia del novantatre, accadeva qualche cosa di peggio.

D. Giuseppe Bracco, ufficiale della R. Segreteria, a cagione di debiti

veniva inviato innanzi al Giudice pretoriano, cui copriva d'ingiurie.

Questi un po' pei debiti, un po' per le ingiurie, ne ordinava il carcere

nella Vicaria; ma la Vicaria era pei plebei: e Bracco non era un plebeo.

Gli ufficiali di Corte Senatoria offesi nella dignità del loro compagno

e del loro ceto, facevano contro il Giudice un ricorso a Fr. Carelli,

Segretario interno del Regno di Sicilia. Risultato ultimo (18 sett.

1791): Sebastiano Procopio, che era al termine della sua onorata

carriera giudiziaria, veniva chiuso in prigione[192]!

[192] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 462.

Proprio è il caso di esclamare: Da carceriere a carcerato!

Per recente abuso il Maestro Razionale del Senato arbitrava di sedere

insieme col Pretore, coi Senatori, col Sindaco, negli stalli d'onore.

L'abuso non si volle più tollerare; il Senato, senz'altro, lo proibì.

Offeso pur esso nella sua dignità, il Maestro Razionale se la legava al

dito aspettando un'occasione per prendersi la rivincita. I Senatori si

tenevano di un ceto superiore o diverso da quello di lui, che vantava

pure i suoi quarti secolari di nobiltà: senza di che non avrebbe potuto

occupar la carica che occupava. Il 14 settembre del 1792 ricorreva la

festa di S.a Rosalia. Il Senato in tutta pompa recavasi nelle sue

pittoresche carrozze alla Cattedrale; ma non s'accorgeva che la carrozza

ultima degli ufficiali nobili, tra i quali doveva essere il Maestro

Razionale, seguiva vuota, sì che al giungere alla chiesa degli Espulsi

(come allora pure si chiamava Casa Professa) si trovava solo. Gli

ufficiali, offesi, se ne erano rimasti come Achille nelle loro tende.

Una congiura, astrazion facendo dal signor Razionale, era stata ordita:

attori, quegli ufficiali, impermaliti della recente ordinanza senatoria,

la quale prescriveva dover essi «intervenire a tutte le funzioni del

Senato: vespri, messe solenni, processioni, occupando solamente il luogo

dopo il postergale del Senato ai stalli dei RR. Canonici»; ed al Maestro

Cerimoniere inculcava l'osservanza dell'atto[193].

[193] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 467. -- _Atti del Senato_, a.

1792-93, p. 11.

Essi strillarono, ma stavolta il Magistrato non volle piegarsi.

Chi crede siffatti risentimenti, nel palazzo delle aquile, nuovi e

limitati agli ufficiali di alto casato, si inganna. Essi erano periodici

scatti di vecchi malumori, suscitati dal desiderio di non far credere

che si dovesse dagli ufficiali medesimi stare in seconda linea, e dalla

vanità di primeggiare. Il difetto partiva dalle sfere superiori e, per

le medie, scendeva sotto forme diverse nelle infime. Fu osservato allora

che già un secolo innanzi (1687) il Principe di Valguarnera Pretore

avea, per causa di giurisdizione, litigato col proprio figliuolo, Conte

d'Assoro, Capitan giustiziere. Si discuteva la soverchia circospezione

di D. Scipione Di Blasi, che, essendo infermo il Pretore Conte S. Marco,

(1720), da Sindaco avea guardato bene a ciò che dovesse fare nella

processione di S.a Rosalia affin di non incorrere nel biasimo di avere

invaso un campo di giurisdizione rigorosamente circoscritto dal

Cerimoniale senatorio. Ma questo esempio fu riconosciuto degno

d'imitazione allorchè essendo il Principe di Trabia, nelle feste

patronali del 1767, obbligato a guardare per podagra il letto, ne

compieva le funzioni il Maestro Notaro D. Vincenzo Giovenco, e ne

riportava lode di correttezza nello aver saputo armonizzare la

rappresentanza che gli era possibile con quella della quale il Pretore

effettivo era investito[194].

[194] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX. pp. 20 e 26-27.

Chi poi sorride a codeste piccolezze ne ha ben donde, ma consideri che

queste ed altre formalità consimili pigliavan carattere di somma

importanza, e provocavano dispacci reali e vicereali. Se così non fosse

stato, non avrebbe dovuto S. E. il Vicerè Principe di Caramanico pensare

in tempo ad ordinare con tanto di decreto che nella processione del

_Corpus Domini_, essendo anche stavolta malato il Pretore (1788),

funzionasse il _Priolo_ tra i Senatori (come a dire l'Assessore anziano

o delegato, o il prosindacato d'oggi): e che il solo Avvocato fiscale

della Corte Pretoria dovesse, dopo il seguito dei nobili, separatamente

intervenire[195].

[195] _Provviste del Senato_, a. 1787-88, p. 310.

Già più innanzi, nel corso di quell'opera, abbiam veduto quanto il

Senato tenesse al titolo di _Eccellenza_, ed a quali accordi addivenisse

pel retto uso di esso.[196] Accade ora avvertire quanto vi tenessero

anche altri senati nell'Isola, i quali se ad alti personaggi del Governo

lo attribuivano, non intendevano esserne come per contraccambio da essi

privati. Ricordiamo in proposito il seguente aneddoto, non singolare

certamente, ma caratteristico.

[196] Vedi v. I, cap. IV, p. 89.

Era il marzo del 1793, e la Sicilia trascinavasi negli orrori della

carestia. A renderli men gravi due commissarî generali vennero dal

Governo con pieni poteri inviati separatamente in Sicilia. Uno di essi,

il Barone Gioacchino Ferreri, ex-giudice della Gran Corte, giunto a

Caltagirone, si rivolgeva, per fornire la sua missione, al Senato:

questo fu sollecito agli ordini di lui trattandolo dell'_Eccellenza_.

Ferreri avrebbe dovuto rispondere dell'_Eccellenza_, titolo al quale

quel Senato aveva o credeva di aver diritto; ma rispose invece

dell'_Illustrissimo_. Il Senato se ne adontò e, rendendogli lì per lì la

pariglia, lo trattò del medesimo titolo. L'offeso se ne richiamò subito

ai ministri di Palermo. Il Senato di Caltagirone, reo non sai se di

crimenlese o di una frivolezza, fu fatto venire innanzi al Vicerè a dar

conto del non dato titolo: ed il più giovane dei Senatori, D. Giuseppe

Aprile, senza neppure salutare i suoi, corse a Palermo, e dopo un forte

rimprovero del Caramanico, dovette andare da S. Eccellenza il Ferri a

dargli soddisfazione del mancato riguardo[197]. Ma il nobile giovane

fremendo dentro di sè per la immeritata ammenda, deve fra i denti aver

mormorato: Paglietta d'un giudice!... _non tibi, sed Petro!_

[197] _Villabianca_, _Opuscoli_. Ms Qq E 94, n. 3, p. 107 della

Biblioteca Comunale di Palermo.

Anche quel buon uomo di D. Ippolito De Franchis risentivasi della comune

vanità. E come, del resto, non risentirsene stando egli tutta la santa

giornata nel Palazzo senatorio?

D. Ippolito -- il lettore lo conosce bene -- era Maestro di Cerimonie e

Banditore della Città: ma era anche mazziere. Questo terzo ufficio non

doveva parere all'altezza degli altri due, dato pure che fosse con

quelli compatibile; sicchè egli chiese una volta di esserne dispensato

affidandosi a persona sua ed a sue spese. E poichè si trovava a

domandare, pregava «gli si concedesse la manica di gala ed il banco da

sedere al principio della predella del Senato, prossimo al Pretore nelle

funzioni particolari; ed in quella della Cattedrale, il primo stallo dei

beneficiati».

Gli esempî son sempre contagiosi. L'agente del Senato, piacendogli

infinitamente il favore concesso a D. Ippolito, ne sollecitò uno per sè,

quello «di far la referenda degli affari litigiosi stando a sedere

vicino al Maestro Notaro o del Razionale del Senato»[198].

[198] _Provviste del Senato_, a. 1780-81, pp. 639 e 1004.

Dal palazzo del Comune passando alle varie sedi di giurisdizioni

ecclesiastiche e religiose bisogna aprir bene gli occhi. Il terreno è

irto di rovi e non si sa dove mettere i piedi. Dal parroco Mendietta

della Kalsa, che per la processione infra ottava del _Corpus Domini_

chiedeva di poter trattare con l'offerta dell'acqua santa nella sua

chiesa di Niccolò Anita la nobile Deputazione del Monte di S.a Venera,

filiale del Senato, al Parroco dell'Albergaria D. Giuseppe Rivarola, che

durante i restauri della sua chiesa doveva ingozzar tutte le restrizioni

e tutti i _veto_ degli officianti di Casa Professa, provvisoria

cattedrale e parrocchia ad un tempo, era un laberinto, nel quale riserve

e proibizioni si guardavan di continuo senza accordarsi mai, pronti a

venire a conflitto se per poco si credessero toccati nei loro

interessati.

I monasteri eran quelli che in ciò davan molto da fare alle autorità. Le

benedettine di S.a Rosalia, forti di non so che breve, non intendevano

rassegnarsi alla giurisdizione del parroco di S. Giovanni dei Tartari

quando ad una loro consuora doveva somministrarsi il viatico e la

estrema unzione.

Una monaca paolina dei Sett'Angeli otteneva dal Papa di professare nel

monastero della Pietà i voti domenicani. Quel che seguì all'annunzio del

breve pontificio non è credibile. I due monasteri venivano a conflitto

tra loro e volevano tirarvi, anzi vi tiravan dentro, S. Francesco di

Paola e S. Domenico. «Il Papa, gridavano, non ha questa facoltà; e se

l'ha, doveva prima sentire la Correttrice dei Sett'Angeli e la

Provinciale della Pietà, o per lo meno il parere degli Ordinarî». Si

ricorse al Giudice della Monarchia: l'Arcivescovo sosteneva le parti del

Papa; il Vicerè quelle del Giudice[199], e dopo una lite fastidiosamente

lunga, a dispetti e mormorazioni dovette ottemperarsi ai voleri del

Papa.

[199] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., pp. 16-20.

A Mons. Airoldi, nominato vescovo _in partibus_, sarebbe piaciuto

consacrarsi nella chiesa del Salvatore, nel cui monastero vivea una

sorella di lui: ma non volendo esporsi al biasimo di esser venuto meno a

non so che competenza, _pro pacis amore_ egli doveva rinunziarvi, e

sostituire al Salvatore la privata cappella del Seminario

arcivescovile[200].

[200] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 351.

Moriva l'Arcivescovo Sanseverino (1793), ed al palazzo si disponeva il

grande corteo funebre. La Compagnia del SS. Sacramento della Cattedrale

voleva prendervi parte, ma le Compagnie della Pace e della Carità si

opponevano, toccando ad esse, del ceto nobile, il posto. Frattanto i

Canonici avrebbero voluto che la loro confraternita andasse

immediatamente innanzi a loro; ma i Domenicani alla lor volta tenevan

fermo perchè immediatamente innanzi al Capitolo non poteva, non doveva

andar altro che l'Ordine dei Predicatori: e _gloriam meam_, esclamava il

Provinciale di esso _alteri non dabo!_

Il sac. D'Angelo, presente alla incresciosa discussione, sdegnato della

inevitabile sconfitta del Capitolo al quale apparteneva, dolevasi che

anche nel suo «secolo illuminato la superbia e la frateria facessero

andare avanti i loro pregiudizî e cantassero vittoria».[201]

[201] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 473.

L'intervento del Senato alle chiesastiche funzioni imponeva doveri

estremamente delicati negli officianti. Guai se durante una di esse

nella Cattedrale il Magistrato civico non ricevesse le incensate in

perfetta regola! Nelle messe solenni, dopo l'offertorio e la

incensazione dell'altare, il Cerimoniere del Comune s'avviava all'altare

a prender l'incenso pel Senato. Un terminatore ed un canonico, diacono

assistente, partiva con lui; un terminatore e un diacono assistente

partiva pel Capitolo. Contemporanee, quasi isocrone, dovevano essere le

incensazioni. Più e più volte s'era dovuto occupare non solo il Senato,

ma anche l'autorità ecclesiastica di questa faccenda gravissima, già

stata portata in tribunale del Vicario generale in sede vacante della

diocesi[202]. Al canto dell'_Agnus Dei_ il Cerimoniere saliva all'altare

a prender la _pace_: un suddiacono e un terminatore movevano da soli pel

Capitolo. Senato e Capitolo dovevano ricever l'abbraccio della pace

_eodem tempore_: e guai un indugio offendesse la maestà dell'uno, la

dignità dell'altro! D. Girolamo de Franchis, allontanandosi per una

cerimonia qualsiasi dal Magistrato pretorio, o ritornandovi, sapeva

delle riverenze di rito da fare. E se non lo sapeva lui, consumato in

codesto galateo obbligatorio, chi doveva saperlo?

[202] _Allegazioni nella sede vacante_ ecc., _Vicario Mons. M. Schiavo_.

Ms Qq D 135. pp. 305 e 207 della Bibl. Com. di Palermo.

Guai ancora se in una sacra funzione per festa o per lutto, al Senato,

al Capitan Giustiziere non venisse esibita una torcia del peso e delle

dimensioni loro dovute: un rotolo e mezzo per uno (gr. 1200)! Il Vicerè

stesso, che come prima autorità avea il diritto di riceverla di due

rotoli (gr. 1600), avrebbe chiamato al dovere i negligenti ed i

colpevoli.

Queste ed altre formalità aveva in dispetto il Marchese Caracciolo e

cercava ogni occasione, ora per riporle, ora per isvilirle, o se

possibile sopprimerle, anche a scapito della real dignità ch'egli

impersonava. L'aneddoto che diremo fu pei rigidi osservatori delle

etichette il colmo dello scandalo.

Nelle cappelle reali il Vicerè rappresentando pel Re il delegato

apostolico, avea facoltà di stare, durante la incensazione, a capo

coperto. Diciamo facoltà e diciamo poco; giacchè si trattava d'un

privilegio d'ordine superiore: e gli spettatori, al momento supremo, in

punta di piedi, sulle sedie, si godevano la straordinaria particolarità

della scena. Or nella cappella reale tenutasi per le feste di S.a

Rosalia del 1782 (quelle appunto che il Caracciolo voleva più tardi

ridurre a soli tre giorni), il Vicerè in onta della vecchia consuetudine

si argomentò di scoprirsi. Conoscendosi l'uomo, bisogna metter fuori

campo la sua riverenza all'incensatore; il Caracciolo si scoprì appunto

perchè poteva stare, per privilegio, coperto. Allora un mormorio

d'indignazione accolse l'atto: e per tutta la città fu con generale

risentimento raccontato che s'era tenuta _una cappella senza

cappello_[203].

[203] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 325.

Un vero scandalo!

Questa è storia; ma la tradizione racconta aneddoti molto più curiosi.

Un canonico non essendo riuscito ad aver giustizia per la via ordinaria

di giurisdizione, un giorno chiedeva ed otteneva udienza dal Caracciolo.

Giunto alla presenza di lui, con la maggior serietà del mondo gli

esponeva come qualmente in una funzione pubblica di chiesa, egli,

canonico, non avesse ricevuto le incensate alle quali avea diritto. --

«E quante ve ne spettavano?» chiese bruscamente il Caracciolo. -- «Tre,

Eccellenza.» -- «E quante ve ne dettero?» -- «Due soltanto» rispose

incorato il canonico. -- «Eccovi il resto!» esclama concitato il Vicerè;

il quale levandosi improvvisamente da sedere, pieno di rabbia, imitando

con le braccia e le mani l'atto dello incensare, lo spinge indietro a

furia di cazzotti e di pugni sul muso, fino allo scalone.

Abbiamo sfiorato appena l'argomento, quanto altro mai fecondo di comici

aneddoti. Qua e là, del resto, nel corso di quest'opera, molti se ne

possono riscontrare, documenti della vita pubblica del tempo. Laonde nel

medesimo anno che il Caracciolo lasciava lo ingrato viceregno dell'Isola

(1785), un prete di buona famiglia e di egregio casato non poteva tacere

questa dolorosa verità:

«È degna di ammirazione e di lode la costanza sacerdotale nella difesa

dei proprj diritti; ma è biasimevole nell'affare dei giusti diritti

della Corona: guai a quelle società cristiane in cui si sostengono

queste pugne! La nostra Isola ne soffrì profonde nel 1713, in tempo che

passò dal dominio di Filippo V a quello di Vittorio Amedeo. E perchè?

per un pugno di ceci negato da un bottegaio di Lipari al Maestro di

Piazza di quel paese; perchè essendo del vescovo (il celeberrimo Mr.

Tedeschi), veniva a ledersi l'Ecclesiastico Foro.

«Che inquietitudini per un sedile? che voci per un luogo di

confraternite! che pugna per la destra e la man sinistra! che risse per

una grippa sotto la croce! che contrasti per darsi a un cadavere

l'ultima voce!»[204].

[204] _Santacolomba_, _L'Educazione_, pp. 194 e 360.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 29 / 61 题