LE MONACHE E LA LORO VITA NEI MONASTERI.

Tornando alla nostra monachella, eccola entrata, come morta al mondo,

nel numero dei più; ma pur tale, ella può rimaner paga del suo nuovo

stato. Da qui a tre anni le saranno schiuse le porte degli impieghi del

monastero: ella

Sarrà fatta sagristana,

Purtunara, cucinerà,

Spiziala ed infirmerà,

Cillarària sarrà,

come dice il buon Meli. Potrà anche salire al grado di _borsaria_, di

_rotaria_, di maestra delle educande o delle novizie, di Priora, di

Badessa[161].

[161] _Poesie_, p. 368. _Sagristana_, impiegata agli uffici interni della

sagrestia della chiesa; _purtunara_, portiera del monastero,

incaricata di aprire e far accompagnare chi entri nel monastero: il

medico, i fornitori di generi alimentari ecc.; _cucinera_, addetta

a sovraintendere ai servigi della cucina; _spiziala_, dolciera;

_cillarària_, economa per la cibaria; _bursaria_, cassiera interna;

_rutara_, che sta in portineria, pronta alle chiamate delle persone

che vengono alla ruota.

Ad alcuni di questi _impieghi_ le monache eran chiamate ad una

certa età.

Intanto comincia a disporre di qualche scudo delle sue entrate per certi

bisogni e doveri che non son quelli della cibaria, del vestiario, del

bucato, del culto, ai quali provvede il monastero. Di una cameriera e

magari di due non potrà fare a meno, abituata com'ella è ad esser

servita. Un confessore non le si potrà negare: l'ha ogni monaca, vuole

averlo anche lei: un confessore tutto suo, esclusivamente, unicamente

suo, che ella non permette, o solo per rara eccezione permette, che

abbia altre penitenti[162] nel medesimo monastero[163]. Lui direttore

dello spirito, consigliere, amico, padre essa guarda con premurosa

riverenza; a lui i suoi pensieri, le sue attenzioni. Non v'è solennità

ch'ella lasci scorrere senza una di codeste attenzioni. Per la Pasqua

gli manda i più squisiti _pupi cu l'ova_; per S. Martino, i più teneri

_biscotti pieni_; per Natale le più dure _mostacciole_; anzi, perchè di

grado superiore nella famiglia numerosa dei dolci, i più pesanti

_pantofali_[164]. Nella ricorrenza dell'onomastico o del compleanno di

lui, essa non sa, nè può rinunziare al piacere, fors'anche al dovere, di

mandargli un grande vassoio (_'nguantiera_) con dolci speciali del

monastero, o conserva di scorzanera (_scursunera_), e sopra o intorno

una mezza dozzina di fazzoletti di seta rosso-gialla, o di posate, o di

cucchiaini da caffè d'argento. La domestica esterna (_mamma_), portando

questi doni, o un'ambasciata chiedente della salute di lui, sa di dovere

studiare tutte le mosse del _padre_ (confessore), imprimersi nella

memoria le parole tutte da lui pronunziate, con la mimica che le

associa, per poterle subito ridire e ripetere alla signora.

[162] _Penitente_, colui o colei che abitualmente si confessa con un

sacerdote.

[163] «Contro la determinazione del Concilio di Trento avea quasi ogni

monaca un particolare e perpetuo confessore, origine delle continue

dissensioni, le quali pur troppo si sentono spesso in questi

monasteri.» _Ragguaglio_ che citeremo innanzi, pp. 175-76 {p. 166}.

[164] _Pupu cu l'ova_, nei monasteri e nell'alta pasticceria siciliana,

specie di colombina, fatta di pasta dolce con un rialzo ad un lato,

con isquisita conserva. -- _Viscottu chinu_, biscotto molle in

forma convessa ed a ghirigori di sopra, e piano sotto, ripieno di

conserva o crema. -- _Mustazzola_, dolce molto duro, di farina,

zucchero ed altri ingredienti, a forma di focaccia irregolarmente

schiacciata, ed a ghirigori biancastri su fondo color mogano. --

_Pantofalu_, specie di _mustazzola_ vuota e piena di conserva di

pistacchio o d'altro.

Or com'è che una monaca, pur avendo professata povertà, poteva

permettersi tanto lusso di regali?

Il come è semplicissimo. La monaca si rivolgeva con una lunga lettera, a

forma prestabilita, alla sua superiora e le chiedeva le licenze di

disporre del peculio, ossia del proprio vitalizio per i bisogni

personali o per fare delle piccole offerte. La formula di questa lettera

è un capolavoro di educazione, di rassegnazione alla volontà della

Badessa, suprema moderatrice del monastero, vigile custode della regola

di esso. Perchè, dopo la più larga professione di santa obbedienza alla

materna carità ed autorità di lei, la supplicante chiedeva il permesso

di potere col vitalizio «compire qualche atto di gratitudine così coi

parenti che con qualche altra persona cui ella avesse obbligazione;

potersi servire di tarì dodici, tenerli in suo potere e spenderli per

sua soddisfazione..., fare qualche elemosina, far celebrare qualche

messa, pagare qualche persona di servizio..., imprestare o imprestarsi

qualche cosa secondo le occorrenze del tempo, disporre di tutto quello

che teneva in cella, servirsi di alcune cose d'argento, ricevere tutto

quello che sarebbe stato dato dal monastero, dai parenti o da altra

persona, e che se ne potesse servire e disporre a suo arbitrio e poter

fare qualche cosa dolce così per sè stessa che dei parenti e persone cui

avesse obbligo...» _Excusez du peu!_

Aveva la Badessa, senza intesa del Vescovo, facoltà di concedere queste

ed altre licenze?

-- «Sì», rispondeva un canonista, al quale ne veniva mosso quesito;

«perchè la Badessa ha le medesime facoltà dell'Abate».

E quanto poteva, con licenza della Badessa, spendere la monaca?

-- «In ragione del vitalizio», si rispondeva, e, secondo le varie

opinioni, da uno a quindici scudi[165], fino a cinque dei quali solo pel

confessore.

[165] _Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII_. Ms. Qq. H 158 cit., n.

XIV, della Biblioteca Comunale di Palermo.

Ecco giustificati i regali delle monache. Ma la faccenda non era così

semplice come si presentava. Una volta (1755) l'Arcivescovo Cusani,

fungendo da Vicerè e da Capitan General di Sicilia, volle portarvi

rimedio, ed ordinò «a tutte le monache particolari e converse di ogni

monastero, senz'alcuna eccezione, sotto pena di scomunica maggiore _ipso

facto incurrenda_, che non potessero nè molto nè poco, nè direttamente

nè indirettamente, nè per qualsivoglia pretesto dare, o regalare ai loro

confessori ordinarj, o straordinarj, regolari o secolari; e questi

all'incontro, sotto pena di sospensione _ipso facto incurrenda_ non

potessero nè per sè, nè per altri, ne per qualunque formalità, che

potrebbe pensarsi, anche per titolo di elemosina, ricevere cosa alcuna

dalle medesime»[166].

[166] Editto di D. M. P. Cusani ecc. in data dell'11 ottobre 1755. In

Palermo MDCCLV, Stamperia Valenza.

L'editto del Cusani suscitò un pandemonio. Ecclesiastici insigni furon

chiamati a dare il loro avviso. Un parere teologico diede P. Benedetto

Piazza; uno canonico, P. Francesco Burgio: un altro, mezzo teologo,

mezzo canonico, il molto Reverendo P. Giuseppe Gravina: tre scrittori di

primo ordine. L'Arcivescovo con tutta la sua autorità ne uscì malconcio.

Un anonimo ne prese le parti, e in un libro che si finse stampato a

Lucca ed uscì invece dai torchi di Palermo, furon messe carte in tavola

e, a difesa del Cusani, raccontate cose dell'altro mondo.

Ecco il titolo intero di questo prezioso libro: _Ragguaglio delle

contraddizioni sostenute dalla pastorale vigilanza di Mons. D. Marcello

Papiniano Cusani Arciv. di Palermo per occasione di un Editto da lui

pubblicato agli 11 di Ottobre del 1755: per cui si vietano i regali

delle monache ai confessori: gli abusi intollerabili nelle occasioni de'

Monacati e Professioni delle medesime: e l'accesso dei Regolari ai loro

monisteri senza la licenza dell'Ordinario: che serve di confutazione ai

voti de' PP. B. Piazza, Fr. Burgio e G. Gravina d. C. de G. contro

l'Editto stesso e_ l'Ordinaria, _e la_ delegata giurisdizione dei

Vescovi. In Lucca 1759. (In-8º, pp. 407).

Altri bisogni, non personali, imponeva la Comunità per officiature,

servizio divino, ricorrenze civili, restauri edilizi del monastero.

Questi bisogni non eran pochi, nè facili a soddisfare con le rendite del

religioso istituto, e con lo scarso assegno personale delle suore. E

frattanto le famiglie erano di continuo importunate per sovvenzioni

straordinarie, che provocavano clamorosi ricorsi al Sovrano. Laonde nel

1779 Ferdinando ingiungeva ai monasteri «di addossarsi le spese di

qualunque genere senza ombra di gravare per le moniali. Per tal modo,

diceva, i padri di famiglia si rilevano dal peso di soccorrere con

straordinarie spese le loro figlie e congiunte, mentre le singole

monache non si angustiano più di spendere quel che quasi angaricamente

spendevano»; e faceva obbligo espresso ai vescovi di sorvegliare la

esecuzione dei suoi ordini. I vescovi peraltro, impotenti a ciò,

vedevano la loro azione frustrata dalle comunità religiose, refrattarie

a qualsivoglia provvedimento in proprio favore.

Lesi nei loro personali interessi, i parenti tornavano a gridare: ed il

Re, seccato, emanava nuovi ordini e passava alle minacce, non intendendo

più oltre sopportare che si pagasse di proprio dalle monache quello che

avrebbe dovuto pagarsi dalla cassa del monastero. Le monache, diceva il

Re, fecero i loro conti e videro che non potevano arrivarci, avendo

bisogno dell'aiuto di costa, cioè di denaro delle famiglie: e ne

mormoravano. E sdegnato, nuovi richiami faceva ai Vescovi, affinchè

sotto pena di peccato mortale vietassero alle monache qualunque spesa

individuale per ricreazioni, dovute solo ed assolutamente dal patrimonio

del monastero (1782)[167].

[167] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 350.

Ma di chi si dolevano queste benedette monache se esse medesime eran

causa dei loro mali? Il 1º gennaio del 1796 moriva suora Emanuela

Cordova, Badessa di S.a M.a delle Vergini, e seppellivasi in

monastero[168]. La buona donna sapendo a quali dispendî sarebbe andata

incontro la comunità, pei funerali a lei dovuti, tre giorni prima si

dimetteva da superiora. Le suore avrebbero potuto uscirne bene,

accettando la rinunzia: ma senza discussione la respinsero[169]: il che

fa onore al loro sentimento di devozione per la loro venerata madre. Ma

allora perchè tornare alle solite querimonie pel gravame che loro veniva

da siffatta sventura? Oh non sapevano esse che alla Badessa toccavano

gli onori dei capi religiosi? e che per tre giorni consecutivi sarebbe

occorso l'intervento del Capitolo e del clero della Cattedrale: i

canonici, i prebendati? _Cujus culpa_ delle 70 onze che ci volevano per

tutta questa funzione, alla quale peraltro era in loro facoltà di

sottrarsi?

[168] Alle severe inibizioni dei seppellimenti in città (1783-8) i Vicerè

non cessavano di contravvenire essi medesimi. Le chiese di Suor

Vincenza, della Magione ecc. erano aperte ai cadaveri. È poi

ricordo di chi scrive, come di qualsivoglia persona nata nella

prima metà del sec. XIX, la inumazione nelle sepolture private o

sociali di chiese appartenenti a monasteri, collegi di Maria,

reclusorî, conventi, confraternite. Rinomata fra tutte,

specialmente per la Nobiltà femminile, la sepoltura delle

Cappuccinelle presso il Papireto. Vedi v. I cap. XXIII.

[169] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1796, pp. 346-47.

Ma v'è anche di più, e questo conferma la responsabilità tutta monacale

dello sperpero inconsiderato che nei monasteri si faceva[170].

[170] A giudicare con piena conoscenza in proposito si legga la

_Descrizione di ciò che operarono le monache del vener. monastero

dell'Immacolata Concezione di questa città di Palermo sotto il

governo della Reverenda Madre suora Rosa Felice Ventimiglia

normanna e sveva, Abbatessa la terza volta, per la venuta di Carlo

III in Palermo_. In Palermo, Amato, 1735.

E sì che la Concezione non era il primo dei monasteri di Palermo!

Poche settimane dopo giunta in Palermo la Corte di Napoli, volle la

Regina Carolina fare un giro pei monasteri. Primo visitò (1 aprile 1799)

quello di Sales, fuori Porta Nuova, al quale era annesso il R.

Educatorio delle nobili donzelle che prendevano nome da lei.

L'accompagnarono dame e cavalieri, e le furono resi omaggi singolari; e

regali di fiori di smalto e ceste di dolci furono offerti ai principini:

somma complessiva di questa bazzecola, settant'onze (Lire 892,50)! Di

questo un po' male rimase la Regina, non per offesa che venisse al suo

orgoglio di sovrana, ma pel costo di tanti regali. Laonde, rientrata

nella Reggia, emanò ordini severi che nelle seguenti visite, offerte

simili non si ripetessero, pena la sua indignazione.

Vera o no che fosse la collera, bisognava prenderla nella sua

espressione e non pensare a nuovi _trattamenti_ per lo appresso.

Eppure la prima a dimenticarsene fu l'augusta incollerita.

Tre mesi e diciotto giorni durarono le sue visite, e in ventun monasteri

da lei visitati, non una ma due feste da ciascuno si lasciò ella fare e

si godette, l'una più dispendiosa dell'altra. Se il Sales buttò via

quelle settant'onze, il Salvatore, per non restare ad esso indietro ne

buttò cento (L. 1275). Carolina avrebbe dovuto senz'altro smettere; ma

non ismise, e la minaccia della sua indignazione fu una _scena appesa_:

appesa, come per far comprendere che le acque dolci diacce, i sorbetti,

le _carapegne_ non eran poi roba da rifiutare; e che se la visita si

prolungava troppo, a certa ora, tanto lei quanto gli augusti marmocchi

avrebbero avuto bisogno di un ristoro, che con parola propria chiameremo

cena. Difatti non vuolsi dimenticare che la Corte, secondo l'uso

d'allora, pranzava poco dopo mezzogiorno.

Ecco dunque una cena regale con pietanze in caldo e in freddo degne

della figlia di Maria Teresa e della moglie di Ferdinando III.

I monasteri facevano a gara per superarsi, anzi per sopraffarsi a

proprio danno. Non avean danaro e lo toglievano precipitosamente in

prestito, senza speranza di poterlo prontamente restituire. Parati,

illuminazioni, musicate, _Pange-lingua_ in chiesa, illuminazioni a cera

di Venezia dentro, in tutti i corridoi, nelle sale del Capitolo, in

refettorio, nel quartiere della Superiora, gramolate di tutte le

essenze, ponci di caffè e schiume di latte, dolci sopra dolci, torte

grasse, arrosti di pollanche (talora chieste alla cucina del Principe di

Trabia), conserve ed altra roba da _dessert_; e poi doni di altri dolci,

di argenteria, di oreficeria e fin di telerie: ecco ciò che presentarono

queste monachelle, che per la vanità di comparire più di quel che erano

toglievano alla loro sussistenza il necessario ai piccoli comodi.

Al tirar delle somme, per la follia di poche ore, ciascuno dei monasteri

visitati s'indebitava per la cifra tonda di trecent'onze (3825), e

quello delle Vergini, di seicento (7650)!

Al domani di tanta ebbrezza, le recriminazioni delle singole religiose

contro le loro superiore e delle superiore contro le singole religiose

esplodevano violente. -- «Fu la Badessa che volle spender tanto!»

esclamavano le une. -- «Furon le suore che s'imposero, perchè le monache

di Sett'Angeli, e financo quelle di S.a Chiara, fecero cose da pazzi!»

rimbeccavano le altre. -- «La colpa è tutta delle Teresiane, le quali

senza un accordo regalarono una cornice d'oro massiccio», aggiungevasi,

mentre in alcuni circoli monastici si gettava la colpa di tanta jattura

«su quelle superbacce, dicevasi, di S.a Caterina, che per la loro

rendita di 20.000 scudi all'anno, spendono e spandono come se tutti i

monasteri possedessero banchi di danari!».

E frattanto angustie o querimonie eran pascolo giornaliero di più che

millecinquecento moniali, ed i cantastorie di piazza sotto le loro

finestre e presso i parlatorî le venivano frizzando col canto della

«Storia nuova delle monache indebitate», e ripetendo ad ogni strofa

l'intercalare, che faceva ridere il non colto pubblico:

Dijuna, o monaca, fa' pinitenza:

Scutta li sfrazzi fatti a cridenza![171].

[171] Digiuna, o monaca, fa' penitenza; sconta il lusso che tu sei

procurato facendo debiti!

E poichè era risaputo che la Superiora delle Repentite non avea voluto

partecipare al comune sperpero, ed alla dama della Regina avea fatto

intendere che non avrebbe potuto procurarsi l'onore della regale visita,

un ultimo verso della canzone esclamava:

Viva la monaca d' 'i Repentiti!

Quale fosse la istruzione nei monasteri non è facile vedere; certo,

però, non dev'essere stata gran che, se nel vecchio _Ceremoniale_ del P.

Tornamira, che era il vangelo delle monache benedettine, si ammetteva

che la monacanda non sapesse scrivere pur avendo imparato a leggere

correttamente nell'anno del noviziato o in due anni di esso, ove uno non

fosse bastato[172].

[172] _Tornamira e Gotho_, op. cit., p. 50.

Supporla però inferiore a quella dei Collegi di Maria sarebbe errore,

almeno in alcune materie di cultura femminile. Il più antico di questi

Collegi, quello dell'Olivella (1791) e, meglio ancora, l'altro di S.a

Maria alla medesima Olivella (1740), nel primo articolo del suo Statuto

prescriveva «il gratuito insegnamento alle ragazze nei lavori donneschi,

nell'istruzione letteraria elementare, nell'aritmetica, nonchè della

educazione morale della cristiana religione»: il che non è poco, data la

scarsissima istruzione popolare. Potevano le monache non essere nel

grado d'istruzione delle donzelle del Carolino; ma non è a presumerle da

meno delle Collegine, anche in considerazione della inferiorità di

queste al ceto nobile, e talvolta forse al civile. A ragione, peraltro,

dell'ordine al quale appartenevano le monache erano obbligate a leggere

gli ufficî divini.

Una prova indiretta della loro cultura nelle Arti belle e geniali

l'abbiamo come nel maneggio degli strumenti musicali che si avea

occasione di ammirare in molte religiose, così negli stupendi lavori di

ricamo, di cera, di smalto con disegni che si eseguivano dentro gli

stessi monasteri. Corridoi, sale da Capitoli, cappelle interne, cori,

celle, erano ingombri di bacheche e di scarabattoli con immagini di

cera, in abitini delicatissimi, ornati di drappi a fiocchettini, a

frangette, a fiorellini, a foglie, ad erbe, che erano e, a chi li veda

anche ora, sono una maraviglia. V'erano intere sacre rappresentazioni,

scene plastiche della Bibbia, e del Leggendario dei Santi, le quali

aveano assorbito lunghi anni di paziente lavoro d'ignorate artiste del

chiostro, inconscie del loro valore, solo infiammate all'attuazione d'un

ideale intensamente carezzato.

Quando (26 luglio 1775) la Principessa Giulia d'Avalos, moglie del

Vicerè Marcantonio Colonna di Stigliano, visitò il Monastero di S.a M.a

delle Vergini, Badessa la veneranda Marianna Notarbartolo dei Principi

di Sciara, e si fece (giova avvertire che questa donna non era la prima

del suo casato in quel pio luogo, perchè, per tradizione, le famiglie

facevano di generazione in generazione entrare le loro figliuole sempre

nei medesimi monasteri), come dicevasi fin d'allora, «della scelta

musica», tre riscossero sinceri applausi: suor M.a Fede, suor M.a Carità

e suor Marianna Emanuele de' marchesi di Villabianca, dilettanti, la

prima di canto e cembalo, la seconda di canto, cembalo e salterio, la

terza di violetta d'amore e violino[173]. E ci volle coraggio ed abilità

per esporsi innanzi alla moglie di un Vicerè ed a 180 dame di Palermo

che in quella occasione furono visitatrici e spettatrici.

[173] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXI. p. 334.

In quei tempi le audizioni di questo genere non si pagavano.

Houel, che in qualche città dell'Isola stupì alla limitatissima

istruzione delle donne anche dell'alta Società, in Palermo raccolse con

piacere la notizia che una monaca, figlia del Principe di Campofranco,

avesse scritto di morale[174]; ma se si fosse fermato un poco più

sull'argomento, avrebbe saputo che altra moniale, Anna M. Li Guastelli,

avea composto due poemi, uno su S.a Rosalia, un altro su Palermo.

[174] _Houel_, v. I. p. 67. Vedi il cap. _Dame e Cavalieri_.

Ma di essa, a tempo e a luogo.

Se poi la maggior parte delle monache erano di scarsa istruzione, non ne

mancavano altre mediocremente istruite, le quali rappresentavano lo

elemento culto d'un monastero. Queste, o alcune di queste, non

eccellevano per floride condizioni economiche di famiglia, pur essendo

nobili o civili; ma erano accettate come _soggetti_. Soggetto nel

linguaggio monastico voleva dire persona di tali qualità intellettive

che giovava prendere nel monastero (ed anche nel convento, se uomo)

senza quell'appannaggio di corredo, di dote e vitalizio che era uno dei

requisiti per l'ammissione e l'accettazione da parte delle comunità.

La _soggetta_ occupava poi le cariche più delicate di scrittura: e se

non la _razionala_ interna, era sempre la scrivana del monastero o la

segretaria della Badessa, col permesso della quale poteva tenere nella

sua cella penne e calamaio; mentre le altre, al bisogno, dovevano andare

a chiedere le une e le altre.

Molti e diversi i monasteri, superbi per moli, immensi per estensione,

con due, tre atrii, e con avanzi, sovente ignoti alle gentili

commoranti, ignorati anche dai dotti di fuori. L'ampiezza di essi era

tale da consentire più d'un quartiere, e per servirci del linguaggio

monastico, più d'una cella ad una medesima religiosa, e offriva persino

un edificio interno di villeggiatura a tutta o a parte della comunità.

Questa villeggiatura era ben diversa da quella che si faceva fuori.

Hager che volle conoscerli e n'ebbe permissione dall'Ordinario, ne

visitò fino a ventidue, non tutti della medesima importanza, benchè

tutti più o meno rinomati. Eran divisi fra i quattro rioni, dentro la

città; ma quello di Sales, di recente costruzione, sorgeva fuori, nella

via di Monreale (Corso Calatafimi). Più antico tra tutti il monastero

del SS. Salvatore nel Cassaro. Per pingui patrimonî e per grande decoro

aveano rinomanza i monasteri delle Benedettine del Cancelliere, delle

Francescane di S.a Chiara, della Badia Nuova, delle Stimmate, di S.

Vito, delle Domenicane della Pietà, delle Carmelitane di Valverde, delle

Carmelitane scalze di S. Teresa, delle Minime dei Sett'Angeli, delle

Teatine di S. Giuliano ed altri con sott'ordini e sottoregole di Santi e

di Sante.

Le Badesse e le Priore, elette dal suffragio delle comunità, vi duravano

anni ed anni in carica confermate dalla fiducia, o dal rispetto, o dalla

convenienza, o fors'anche dal tornaconto dei partiti interni. Il fiore

della Nobiltà palermitana eravi costantemente rappresentato; e negli

ultimi del secolo (diciamo una data precisa: tra gli anni 1798-1800),

suora Migliaccio, figlia del Principe di Malvagna e di Baucina (già

Capitan Giustiziere e Pretore) al Salvatore, suora Gabriella Crescimanno

al Cancelliere, suor Maria Buglio, che abbiam vista alla Martorana, suor

Maria-Francesca Giacona o Chacon a S.a Chiara, suor Calderone dei Baroni

di Baucina alla Badia Nuova, suor Maria Lucchese dei Duchi Lucchesi a

Montevergine. Contemporaneamente reggevan le sorti di S.a Caterina la

Rosalia Migliaccio dei Principi di Baucina, sorella della Badessa del

Salvatore: della Pietà, suora Burgio dei Duchi di Villafiorita; di

Valverde, suora Vannucci dei Marchesi Vannucci. L'ideale dei monasteri

secondo i canti infantili dell'Isola, l'Origlione[175], riposava

lietamente all'ombra di suor Maria Diana dei Duchi di Cefalà.

[175] Cfr. i nostri _Canti pop. sic._, 2ª ediz., v. II, n. 749.

Il monastero dei Sett'Angeli, convertito un secolo dopo in iscuola del

Comune, dove taccheggiava una ignorantissima femina, onoravasi di suora

Naselli dei Principi di questo nome; le Stimmate di suora Barletta dei

Principi di S. Giuseppe; le Vergini, di suora Maria-Fede dei Marchesi di

Villabianca, nostra vecchia conoscenza. Troneggiava Badessa di S.a

Teresa la Settimo, sorella del Marchese di Giarratana, e del Sales

Dorotea Lanzirotti.

Non di nobili, ma di elette famiglie borghesi menavano vanto altri

monasteri che mal sopportavano di non potere stare in prima linea con

quelli delle alte sfere religiose da noi serenamente e da esse

dispettosamente guardate. La figlia del razionale D. Gaspare Scicli

governava, è vero, la Concezione, suora Gerardi S.a Elisabetta, suora

Concetta Gasparito S.a Rosalia, Suora Tomasino S. Giuliano, suora

Maria-Anna di Guastelli l'Assunta, suora Rosa Lo Monaco le Repentite; ma

non potevano, ahimè! esse, madri Guardiane e madri Priore, aspirare

all'ambito titolo di Badesse.

Sugli ultimi piani dei palazzi del Cassaro, sotto i tetti, sporgevano, a

brevi distanze, logge coperte. Quivi ad ogni pubblico spettacolo sacro o

profano, religioso o civile, centinaia di testoline avvolte in candide

bende si movevano irrequiete occhieggiando sulla fluttuante folla del

corso. Erano le nobili suore dei Sett'Angeli e dell'Origlione, di S.a

Chiara e di Montevergine e del Cancelliere, eran quelle delle Vergini e

della Martorana e di S.a Caterina, le quali vi giungevano per lunghi,

tortuosi cavalcavia, come quello stranamente maraviglioso di S.a Chiara,

che andava di fronte al Palazzo Geraci, o per meati sotterranei, come

quello che dalla Martorana riusciva sul Palazzo Gugino (Bordonaro) alle

Quattro Cantoniere. Il capriccio femminile sposato all'audacia

spensierata aveano con ingente spesa costruito questa specie di _tunnel_

che a Maria Carolina parve (15 aprile 1799) opera romana. Un secolo

dopo, livellandosi la via Macqueda, tra la Università e Piazza Vigliena,

i retori della edilizia e della topografia della Città, alla vista di

quest'opera sotterranea, si abbandonavano a fantastiche supposizioni,

creandovi sopra leggende da medio evo, che solo la ignoranza e la

malafede poteva far concepire.

Altri monasteri illustri (Pietà, S.a Teresa, Valverde), eran luoghi di

raccoglimento e di delizia insieme, dove della stretta osservanza le

monachelle aveano ragione di compensarsi con giardini e verzieri,

laghetti e fontane, viali pensili e logge altissime, che esse si

deliziavano a percorrere in barchette, in sedie portatili, in

carrozzelle, alternandole con ufficî religiosi e domestiche incombenze.

Chi vide prima della loro trasformazione S. Vito, le Vergini, la

Concezione, e prima della loro delittuosa demolizione le Stimmate, potè

formarsi una idea della ossequenza monacale e signorile al davidico

precetto: _Servite Domino in laetitia_. Eppure

Pri la monaca racchiusa,

Ch'avi sempri ostruzioni,

Facci pallida e giarnusa

Isterii, convulsioni[176],

[176] _Meli_, _Poesie: Sarudda_, ditirambo.

questi conforti del corpo e dello spirito non bastavano: ci voleva la

villeggiatura, la quale, salvo rare eccezioni, non poteva farsi se non

in campagna. La previdenza delle passate comunità o delle antiche

benefattrici avea pensato anche a questo. Valverde possedeva una

bellissima villa a Mezzomorreale, i Sett'Angeli una alle Petrazze, il

Cancelliere a Sampolo, la Martorana a Scannaserpi. Quivi ed in altri

siti ridentissimi passavano giorni spensierati intere comunità, senza

preoccuparsi della lor sicurezza personale, alla quale provvedevano le

alte e solide mura di cinta di clausura, ed i fattori che, di padre in

figlio succedendosi, ne avean cura.

Ed anche questo non bastava.

Per breve pontificio esecutoriato nel Regno ed approvato

dall'Arcivescovo del tempo, le monache di S. Caterina avevano il

permesso di uscire di monastero quattro volte all'anno[177]. Era un

privilegio speciale, che si ricordava sempre con invidia dagli altri

monasteri. Pure non rappresentava una eccezione, se nelle monache era

bisogno di un mutamento d'aria. L'architetto Houel intrattenendosi di

questo argomento col Marchese Natale, apprese «che una monaca malandata

in salute poteva uscire dal chiostro e andare dai suoi parenti, in città

o in campagna», rimedio che a lui parve il più efficace a dissipare il

languore, la noia, il disgusto del chiostro[178]. I medici erano in ciò

d'una compiacenza fenomenale, e non si facevano pregare per iscrivere i

loro certificati con la formula voluta: _affermo con giuramento_, senza

la quale non si sarebbero questi riconosciuti validi.

[177] _Vedi_: _Biglietto viceregio per cui a nome di S. M. si partecipava

alla Rev. Madre Priora del ven. monastero di S. Caterina l'ordine

dato ecc._, Palermo, 7 luglio 1764.

[178] _Meli_, _Poesie: Sarudda_.

La Curia arcivescovile un po' severa non impediva, ma forse concorreva a

diminuire il numero delle monachelle girovaganti per la città. Quelle

che Hager dice di aver viste a sfarfallare per le strade in carrozza, o

a rimanersene fuori chiostro in casa dei parenti, col pretesto di

malanni fisici, saranno state religiose professe, ma potevano anche

essere educande, nei giorni di probazione, alla vigilia di monacarsi.

Altrimenti non si riescirebbe a spiegare come, «vestite dei loro abiti,

se ne stessero (son parole di Hager) nei terrazzi (balconi) a

chiacchierare amorosamente, finchè non venisse il tempo di smetterli».

Se s'incontravano in Palermo «molte dame maritate, che avean lasciata la

tonaca»[179], il nostro pensiero ricorre senza altro a quelle che

decisero Re Ferdinando a portare a un anno le professioni (1790), ed a

proibire le eccessive spese di monacazione. Gli annullamenti di voti

monastici, infatti, nella seconda metà del settecento eran frequenti non

solo per donne, ma anche per uomini: ed una ricerca all'uopo tornerebbe

utile alla storia del costume anche sotto questo non mai guardato

aspetto. La ricerca dovrebbe farsi nell'Archivio della curia

arcivescovile e nelle carte del Giudice della Monarchia: qualche cosa ne

dicono quelle del Vicario Capitolare Mons. Michele Schiavo[180].

[179] _Hager_, _Gemälde_, p. 117.

[180] Mss. della Biblioteca Comunale di Palermo, segnati Qq 44, nn. 6, 7,

8; v. 136, n. 1, pp. 1, 58; v. 148, n. 4; v. 150, ecc.

Agli annullamenti di voti femminili seguivano a quando a quando, anzi

non di rado, i matrimonî d'amore. La monachella del Meli, stanca della

vita che le tocca a trascinare nel chiostro, spiattella chiaro e tondo

che ha fatto la sua brava petizione di nullità dei voti, e che non sì

tosto riuscirà allo scopo, sposerà il suo attivo difensore legale:

L'avvocatu miu alliganti

Già cumprènniri m'ha fattu

Chi pri mia ni nesci mattu:

Spusa sua certu sarrò[181].

[181] _Meli_, _Poesie: La Monaca dispirata_.

Nè questa è poesia. Assistita dall'abile avvocato Don Onofrio Paternò,

suor M.a Antonia Trigona vinceva la sua lunga causa di svestizione.

Ella, col titolo di Baronessa di Spedalotto, Cugno, ecc., ereditava

feudi considerevoli. Ed eccole a ronzarle attorno vagheggini e

pretendenti. Vogliono essi dar la scalata al bell'edificio dei

trentasett'anni di lei, ovvero al suo blasone? Probabilmente no: ella ha

seimila scudi annui, e quei seimila fan gola a giovani e ad uomini

maturi. Donna Maria-Antonia però

Sta come torre ferma che non crolla,

perchè è innamorata pazza del suo avvocato, il quale, dimenticando i

begli occhi della Marchesa Flavia Mina-Drago, ne tiene ambe le chiavi,

quella cioè del cuore e quindi della bella persona: e quella del tesoro

d'argento. La seguente canzone siciliana, attribuita alla poetessa

vedova D'Angelo, fece (1784) il giro degli eleganti salotti:

Middi livreri supra 'na cunigghia,

Quali s'era a Diana dedicata,

Cci currevanu appressu a parapigghia,

Ed idda intantu si stava ammacchiata.

Ma un guzzareddu (oh chi gran maravigghia!)

Cu tuttu chi 'na lebbra avia appustata,

Lassa la lebbra e c'un sàutu la pigghia,

E fici a tutti 'na _cutuliata_[182].

[182] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVIII, pp. 309-10.

Versione italiana: Mille levrieri sopra una _coniglia_ (coniglio

femina), che s'era dedicata a Diana, correvano a parapiglia dietro

ad essa, la quale però se ne stava ammacchiata (chiusa in

_monastero_). Ma un cagnolino (oh gran maraviglia!), non ostante

che tenesse la posta ad una lepre, lascia la lepre e con un salto

prende la _coniglia_, e fa a tutti una canzonatura (lascia tutti

con un palmo di naso).

Non dissimile il caso di suor Giuseppa Teresa, quale dopo di essere

stata vent'anni col ruvido saio all'Assunta a sbisoriare ufficî divini,

alla medesima età della Trigona, per sentenza dei tribunali competenti

tornava al mondo muliebre Donna Giovanna Moncada, sorella, nientemeno,

di S. E. il Principe di Paternò. Poteva mancarle un marito? Ed ella se

l'ebbe infatti pel Natale del 1789 nel Marchese di Castania D.

Bartolomeo Avarna[183].

[183] _G. Alessi_, _Prontuario_ (cit. a p. 223 {p. 211} del presente

vol.) pag. 9.

La prospettiva della svestizione sorrideva lietamente a quelle tra le

moniali che non si sentivano di durarla in mezzo alle miserie, alle

piccinerie del chiostro. «Oh se le cose mi vanno a seconda, esclamava la

povera _Monaca dispirata_ del finissimo Meli, come sarò felice! Ho tutta

la speranza di vedermi sciolta della professione, perchè varî ne sono i

motivi:

E d'allura in poi, in avanti,

Nun saròggiu cchiù 'nfelici;

Di lu munnu chi Diu fici

Comu l'autri gudirò.»

E che erano mai codeste miserie e piccinerie del chiostro? Ce lo dice

appunto il poeta nel citato componimento, che nel genere è l'unica

fedele pittura di quella vita.

La monaca messa in iscena è, a quanto pare, di famiglia civile, e

lamenta la perduta libertà, la pace, la gaiezza della gioventù. I

genitori la fecero entrare in monastero bambina; cresciutella, le

dipinsero come un serpe velenoso il mondo, come una schiavitù il

matrimonio, come un boia il marito. Spaventata, non volle più uscire dal

chiostro; ma dovette accorgersi d'essere stata ingannata: senza di che,

non si troverebbe ora chiusa fra quattro mura, vestita di nero, col capo

raso come quello dei forzati, e con le

... scarpi grossi e chiani,

Cu buttuna e lazzitedda,

Senza fibbii a l'oricchiedda,

Cà s'apprenni a vanità[184].

[184] Scarpe grosse e senza tacchi, con bottoni e laccetti, senza fibbie

all'orecchiolo, perchè (le fibbie) si considerano come (segno di)

vanità (mondana).

Al domani della riscossione del vitalizio, tra spese grosse e minute non

le resta un quattrino. Il vitalizio

Si nni va pri cumprimenti

A lu patri cunfissuri,

Chi a li gradi tutti l'uri

La stravïa[185] quantu pò.

[185] La distrae.

Ella torna dispettosa alle insidie lusinghiere dei genitori e dei

parenti, e prosegue numerando le male arti di tutti per sorprendere la

sua buona fede, e la maniera capziosa ond'essa fu costretta a dare il

suo assenso, e le finzioni dello zio, che vedendo non potersi arrivare a

coprire le spese necessarie per lei, aggiunse qualche cosa del suo, e

l'intervento dell'avvocato, del _professore_ (procuratore legale) e del

notaio, che la crucifissero come Cristo. Circondata in tal guisa da

persone tutte interessate a sacrificarla, la inesperta e debole ragazza

rinunziò al mondo e fino al nome di battesimo. Ed ora, ahimè! è una

infelice tra infelici.

Cuminciannu ccà di mia,

Quantu monachi cci sunnu

Vurrian'essiri a lu munnu

'Ntra li spassi chi cci sù.

E la vita sua scorre in continui tuppertù, fra sospetti e gelosie, in

mezzo a compagne disperate, tra sorveglianze e sorprese, in superbia ed

invidia: affettate, schifiltose, malaticce e scontente di tutto e tutto

pubblicamente lodando. Le sue consorelle son la curiosità in persona, e

mentre non si occupano di nessuno, sanno i fatti di tutti, e ostentano

virtù e santimonia[186].

[186] _Meli_, _Poesie_, pp. 361-71. Si cfr. anche un frammento soppresso

dalla censura del tempo alla canzonetta: _Nun chiù a porta filici_

(p. 89), e testè esumato e pubblicato (p. 396).

Differenza di ceti, e tra questa, divisione di un medesimo principale

ordine religioso, suscitavano e mantenevano gare tra un monastero e

l'altro. I monasteri di primissimo ordine guardavano dall'alto al basso

quelli che accoglievano monache di famiglie semplicemente civili.

Questi, d'altro lato, mettevano in ridicolo il fare pretenzioso di

quelli, e perchè non potevano eguagliarli, tenevan le ciglia in

cagnesco. La visita dianzi ricordata della Vice-regina Colonna di

Stigliano ne è un saggio: quella della Regina Carolina, una conferma.

Le moniali di S.a Caterina e le moniali della Pietà erano domenicane: ma

quelle si vantavano, o eran dette figlie di _Don Domenico_, e queste

strillavano a sentirsi dire figlie di _Mastro Domenico_. San Domenico

aveva il _Don_ in un monastero aristocratico, e contava per _mastro_,

che è quanto dire operaio, manuale, in un monastero di media levatura.

Codesti dispetti affilavan le armi della maldicenza: nessuno monastero

poteva sottrarvisi, neanche quelli che meno la pretendevano a ricchi, a

nobili, ad antichi. E se per poco uno simpatizzava con l'altro, e in una

solenne occasione entrambi si scambiavano cortesie, la simpatia costava

loro cara pei commenti che vi facevano sopra le altre comunità. Un

invito delle monache di S. Chiara a quelle della vicina Martorana nella

visita di Maria Carolina (18 aprile 1799) informi.

A cosiffatti dispetti pigliavan parte con largo contributo di burlette e

di aneddoti i reclusori ed i ritiri, che raccoglievano umili donne, o

fatte collocare dalle famiglie, o reiette dalla società e dalla fortuna.

Era anche qui una delle molte, sgradevoli manifestazioni di chi non ha

contro chi ha, di chi non è contro chi è. La non favorevole corrente si

tramandava col volger dei tempi. Dal giorno della tempestosa

soppressione del 1866 ad oggi, per ragioni diverse e non tutte

ponderate, varî monasteri, come molti conventi, sono stati o demoliti o

destinati a servizî pubblici e non publici; le comunità, ridotte di

numero, si son fatte passare in monasteri tuttavia ospitanti la vecchia

primitiva e propria comunità, stremata di morte e non più impinguata da

nuove giovani esistenze. Un monastero, ad esempio, per ineluttabile

fatalità di eventi e per volere della suprema autorità ecclesiastica,

accoglie le nobili moniali delle Stimmate e dei Sett'Angeli; ma le tre

comunità vivono ciascuna a sè, con la propria regola e con le proprie

gerarchie, in posti diversi del medesimo edificio, isolate, senza

cercarsi, pure incontrandosi. Dove finisce il recinto d'una parrebbe di

dover leggere il famoso: _Nec plus ultra_ delle colonne d'Ercole. La

buona educazione le avvicina, le assorella nelle malattie, nei giorni

del dolore; ma la tradizione le tiene autonome. Ognuna per sè e Dio per

tutte.

Una delle ragioni di dispetto, o per lo meno, di noncuranza di monache a

monache era la differenza d'istituti nei quali esse convivevano. Le

nobili comunità potevano essere animate dai più sinceri sentimenti

religiosi, ma non potevano dimenticare la loro origine, che di loro

faceva un corpo distinto, superiore ad altri che pretendevano alle

medesime entità religiose. L'argomento pare frivolo, ma per esse non lo

era. Nei monasteri si professavano voti di povertà, castità, obbedienza

secondo le varie regole dei fondatori. Questi voti eran _solenni_ e

_perpetui_: nè c'era Ordinario che potesse sospenderli o annullarli, Ora

da un secolo e più, per graduale modificazione di vita e di idee, non

poche opere pie laicali femminili si eran venute trasformando fino ad

assumere carattere religioso interamente diverso dall'originario. Il

primo istituto di emenda della città, quello delle ree pentite dello

Scavuzzo, a poco a poco venne escludendo le donne di mala vita ed

accettando le sole vergini. Nello scorcio del secolo, lo Scavuzzo era

già una badia in tutta forma e in tutto tono. Il ritiro delle donne

peccatrici sotto titolo di S.a Maria Maddalena a S. Agata la Guilla non

voleva più sentire a parlare di male femmine; e benchè contrariato in

questo dalla Sacra Congregazione di Roma, si atteggiava a vita monastica

con abito carmelitano e con superiora avente il pomposo titolo di

Badessa. Questo tramutamento di un ricovero di beneficenza in un luogo

claustrale avveniva in altri istituti, come, del resto, avveniva anche

fuori Sicilia. L'autorità ecclesiastica per far entrare tutto sotto la

sua giurisdizione non si opponeva, anzi favoriva la tendenza; l'autorità

civile rimaneva indifferente[187]. Aggiungasi le velleità delle

collegine, le quali con voti _semplici_ e temporanei si atteggiavano a

professe di voti solenni, ed esercenti pratiche e doveri da monache

professe: e si avrà la chiave della tacita avversione delle monache

autentiche a quelle che non lo erano.

[187] _L. Sampolo_, _La Casa d'Istruzione e d'Emenda di Palermo_, 2ª

ediz., p. 21. Palermo, 1892.

Forti della loro onestà, alla quale e da donne siciliane e da moniali

tenevano come alla cosa più sacra di questo mondo, molte

scrupoleggiavano intorno alla clausura imposta dai canoni. A questo

concetto ragionevole ma sommario vuolsi attribuire la esagerata

osservanza di regole e prescrizioni rigidissime, rigidamente osservate.

Nella visita dianzi ricordata della Regina Carolina (1º apr. 1799) alla

badia di Sales, la nota discordante fu l'intervento dei cavalieri di

seguito della regale visitatrice: e lo sdegno della superiora, anzi

della comunità tutta esplose in un accentuato ricorso al Vicario

generale dei monasteri Mons. Lodovico del Castillo[188]. Se

l'arcivescovo Lopez, pensavano, fosse stato in Palermo, questa

trasgressione dei sacri canoni non sarebbe avvenuta, anche perchè,

venendo egli sovente all'Albergo delle povere, guardava con occhio

benevolo il monastero.

[188] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1899, p. 32.

La cronaca del tempo ha in proposito un fatto gravissimo, che poco mancò

non finisse in una terribile tragedia.

Il Capitano di Giustizia Tommaso Celestre, Marchese di S.a Croce, aveva

una cugina nello Scavuzzo, la Duchessa di Reitano, Caterina Colonna. Un

giorno che la seppe malata, volle andarla a visitare. Ma lo Scavuzzo era

già divenuto badia, e la badia aveva clausura. La superiora nega il

permesso di entrata. Il Celestre minaccia misure violente; la superiora

tiene fermo: e allora il Celestre (nel quale tu non sai se devi

riconoscere un privato, a cui non era fatto lecito varcare le caste

soglie d'una badia, o un magistrato di giustizia) fa atterrare a colpi

di scure la porta di entrata. Le monache, più morte che vive, son pronte

a respingere con la violenza la violenza, si asserragliano in alto

dietro le finestre, e combattono disperatamente contro maestri e

sbirraglia lanciando loro addosso pietre e acqua bollente. A battaglia

finita, la superiora ci prendeva una carcerazione allo Spedaletto; ma si

dichiarava soddisfatta di aver ceduto solo alla forza.

Questa scenata, è bene si sappia, avveniva il 10 gennaio del 1782,

quando il Vicerè Caracciolo percorreva in lungo e in largo la via delle

riforme in Sicilia e nella vecchia Capitale.

Un'ultima tra le curiosità della vita monastica.

Possiamo noi chiudere questa lunga esposizione di costumi, senza

ricordare il più notabile di essi nel campo culinario?

Ciascun monastero aveva una _piatta_, un manicaretto, ch'era come il suo

distintivo. Giacchè, non pur l'emblema in marmo o in legno sulla porta

del monastero (le braccia incrociate per le francescane, il _Charitas_

per le paoline, il cane che porta in bocca una fiaccola accesa per le

domenicane ecc.) formava il blasone di esso, ma anche il dolce speciale

solito a farsi nel monastero medesimo. Tutti i pasticcieri della città

gareggiavano nel comporre d'ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai

raggiungere la squisitezza delle _feddi_ (fette) del Cancelliere, dei

_frutti_ di pasta dolce di mandorle della Martorana, del _riso dolce_

del Salvatore? Tutti preparavano _conserva di scursunera_ (scorzanera):

ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a

quella della _cucuzzata_ (zucca condita) e del _bianco mangiare_ (specie

di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del

loro _pane di Spagna_ ma in confronto a quello della Pietà, qualunque

dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo si contrastasse

il primato con lo Stimmate nella bellezza delle _sfinci ammilati_, che

pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile

nella forma delle sfinci _fradici_, composte di uova e panna.

La lista di tante golose specialità ci offre altresì le _caponate_ dei

Sant'Angeli, le _ravazzate_ di ricotta di S.a Elisabetta, le

_impanatiglie_ di conserva dell'Origlione, le quali accrescevano lustro

e voluttà alle mense dei signori non meno che le bibite diacce d'amarena

giulebbata nei giorni estivi. Centinaia di _cassate_ si riversavan fuori

di Valverde per la festa di Pasqua, e settimane prima, pel Carnevale,

migliaia di cannoli di vera ricotta con relative _teste di turco_ e

_cassatelle_ della Badia Nuova, alla quale nessuno poteva negare la

palma nella inaugurazione del calendario dei rituali dolciumi. Se S.

Vito pompeggiava con i suoi _agnelli pasquili_, la Concezione con le sue

_muscardini_ pel festino di S.a Rosalia, i _Sett'Angeli_ con le loro

_mustazzoli_, e S.a Elisabetta con le sue _nucàtuli_ per Natale, in

tutto l'anno tenevansi in alta fama le Vergini con le impareggiabili

loro _mussameli_ e, meglio, con certi pasticci, il nome dei quali si

presta anche oggi ad un poco decente _qui pro quo_. Grandeggiavan da

ultimo S.a Teresa con le _cassate in freddo_, e S. Vito, _mirabile

dictu!_ col suo _sfinciuni_, un vero poema per i più autorevoli maestri

di gusto, come la _pasta con le sarde_, complesso piatto nazionale della

felicissima non che golosissima Capitale dell'Isola.

Certo, non si poteva andare più in là nella raffinatezza del mentovato

quinto peccato mortale[189].

[189] Le spese che i monasteri facevano pei dolci, possono in parte

vedersi dalla _Relazione delli coacervi decennali delli zuccheri

presi dalli monasterj di questa città dall'a. 1771 a tutto 1780_,

nell'Archivio Comunale di Palermo. _Atti del Senato_, p. 118.

Nel _Raziocinio_ (bilancio consuntivo) del triennio della Badessa

del Salvatore S. M. Vittoria Arezzi, oltre 124 onze per

«pietanzelle solite nell'anno», 267 per frutte, 200 per la «fiera

alle religiose», sono 425 onze per «ricreazioni di zucchero ed

altri dolci», non contandosene 171 di «spese di speciaria». Vedi

Ms. Qq D 136, n. 12 della Biblioteca Comunale di Palermo.

Ma v'erano monasteri d'origine inferiore, che tanto lusso non potevano

permettersi: ed anch'essi, nelle loro modeste sfere, godevano rinomanza,

quale per lo _scàcciu_: ceci, mandorle, fave, avellane abbrustolite

(Cappuccinelle), quale per le _olive piene_ (Assunta), quale per

altro[190].

[190] Della prima metà del sec. XIX abbiamo a stampa un _Poemettu in lodi

di li Vener. Monasterj di Palermo pri li durci squisiti chi

travagghianu, cumpostu di un dilittanti di durci._ In-8º, pp. 16.

E come a lato del male sta il bene, così quasi a rimedio delle

inevitabili indigestioni per tanti pasticci, _cassate_, _cannoli_,

frutti, ravazzate, creme, zuccate, _sfinci_, _sfincioni_, olive e

mandorle, la badia di S.a Rosalia compieva il pietoso ufficio di

preparare un antacido medicinale, di sicurissimo effetto.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 27 / 61 题