FRATI, MONACI E CONVENTI.

Non era ordine religioso che non fosse più o meno largamente

rappresentato in Sicilia; e dicendo Sicilia, vogliamo intendere Palermo,

centro anche della vita ecclesiastica dell'Isola. Basiliani e

Benedettini, Cappuccini ed Agostiniani, Domenicani e Minimi, Antoniniani

ed Osservanti, Carmelitani e Nicolini aveano in città e fuori i loro

monasteri ed i loro conventi[140].

[140] Convento in Sicilia vale abitazione di frati.

Professavano le regole di S. Basilio e di S. Benedetto, di S. Francesco

d'Assisi e di S. Agostino, e le sotto-regole di S. Domenico e di S.

Francesco di Paola, di S. Antonio da Padova, di S. Nicolò di Bari, del

terz'ordine di S. Francesco e via discorrendo. V'erano poi anche preti

secolari e regolari, che partecipavano delle fraterie, ma ne differivano

quasi radicalmente, perchè, congregazioni particolari, aveano per

proprio istituto determinati scopi, come quello d'istruire la gioventù

(Scolopî), di educarla (Filippini), di assistere i moribondi

(Crociferi), di meditare e di elemosinare (Teatini) ecc. Di Gesuiti non

si parlava più da un pezzo.

I frati eran divisi per provincie monastiche: e capo supremo di ciascuna

era appunto un Provinciale con giurisdizione assoluta sopra un dato

numero di conventi. Era preposto al convento un Guardiano, col nome di

Priore tra i Benedettini e i Domenicani, di Correttore tra i Minimi, di

Nostro Hermano tra i Mercedari. Il Guardiano quindi, il Priore, il

Correttore moderava o dirigeva la famiglia del suo convento, come il

Provinciale o l'Abate (se tra Benedettini, Basiliani ecc.) quelle di

tutti i conventi a lui sottoposti. Egli, il Guardiano, amministrava,

disciplinava i suoi confrati, ma non così indipendentemente che non

dovesse darne conto al suo superiore, sotto i cui occhi passava

qualunque carta, ed al cui controllo era sottoposta ogni spesa, come

qualsiasi disposizione relativa al governo materiale e spirituale della

comunità.

Un critico di cose monastiche si lasciò sfuggire che gli abiti dei

Regolari eran tanti e così diversi che ci sarebbe stato da farne una

gaia collezione di quadri e da riempirne le più cospicue gallerie del

mondo.

L'espressione ha un fondo di vero, in quanto gli abiti, a ragione della

necessaria distinzione di ordini, erano molti e molteplici, sì per la

stoffa ond'eran composti, sì pei colori e sì per la forma. Come dai

frati Cappuccini si andava per la scala religiosa fino ai monaci

Benedettini, così dal ruvido albagio (_abbràciu_) si giungeva al morbido

fior di lana; e dal nero perfetto di questi ultimi, al castagno dei

Mendicanti, al latteo dei Predicatori e dei Benedettini Bianchi. Dalle

amplissime maniche spioventi sui fianchi dei monaci, dalla saccata dei

Minimi, si scendeva alla stretta ed angusta degli Antoniniani. I rozzi

sandali, per via di modificazioni e di ritocchi, assurgevano ai delicati

calzari; se parecchi erano gli ordini che andavano a capo nudo, non

pochi si coprivano, quali d'un nicchio e quali d'un cappello a tegoli.

La chierica _unius mediocris palmae_ dei Minimi allargavasi fino a

limitare, nei Minori Conventuali, una corona di corti capelli, simbolo

della corona di spine di G. C., e si riduceva alla misura d'una moneta

di scudo d'argento nei monaci di S. Basilio e di S. Benedetto.

Ciascun ordine professava un voto proprio oltre quelli di Povertà,

Castità, Obbedienza, obbligatorî per tutte le fraterie; e dove uno

s'astringeva a perpetua vita quaresimale (Minimi), un altro a quella

della predicazione (Domenicani), gli altri, alla istruzione, alla

redenzione degli schiavi, alla elemosina, alle missioni nei Luoghi santi

ecc.[141].

[141] Erano i Riformati, presso i quali è ancora nel convento della

Gància un posto col titolo di _Terra Santa_. Costoro andavano in

giro pei comuni dell'Isola portando le _bolle dei Luoghi Santi_,

composte e stampate dentro il Commissariato di _Terra Santa_ in

Palermo, dove i tipografi si chiudevano, e stampavano

scrupolosamente il numero prestabilito di bolle: non una di più.

Codeste bolle contenevano privilegi e indulgenze agli acquisitori,

e si portavano addosso, preservativi di assalti di ladri, di

naufragi in fiumi, infortunî d'ogni genere nei viaggi per la

Sicilia.

Poveri avrebbero dovuto esser tutti in quanto che a nessuno era

individualmente lecito di possedere: e se qualche cosa aveano, questa

non poteva essere se non del convento; ma tali non erano se si guardi

agli stabili ed alle larghe entrate della comunità. I viaggiatori del

tempo si palleggiavano le cifre di codeste entrate, e le facevano

ascendere a somme favolose[142].

[142] Il solo _Gorani_, _Mémoires_, I, 471, nel 1793, scriveva: «I

conventi dell'Isola possiedono beni incalcolabili. Palermo ha

monasteri con annuali rendite di 100,000 ducati d'argento» (L.

425,000).

Checchè ne sia, nella Capitale ciascun frate (non parliamo neppure di

monaci), di qualsivoglia corporazione, mangiava, beveva e vestiva

decentemente. In provincia però s'intristiva sovente nei disagi; e

v'eran conventi nei quali la tanto gradita campana del refettorio sonava

solo _pro forma_.

Il Governo, che si occupò anche un poco di monasteri e di conventi

poveri, provvide a tutti in generale con la legge dell'ammortizzazione;

ed ai disagiati, con l'abolizione di quei _conventini_ che per difetto

di patrimonio, o per iscarsezza di numero, o per degenerazione dal

primitivo istituto, non fossero più in grado di reggersi o non avessero

più ragione di esistere.

Codesto concetto, vogliam dire embrionale, del Governo sulle

corporazioni religiose, doveva in tempi posteriori, due terzi di secolo

dopo, dar luogo a provvedimenti tanto improvvisi quanto immaturi. Gli

scomposti tumulti palermitani del settembre 1866, fin qui non ricercati

abbastanza nella loro finalità, vennero seguiti dallo scioglimento delle

corporazioni medesime e dall'incameramento dei loro beni a pro dello

Stato, o meglio a pro di accorti speculatori. Costoro, aiutati da

inconsci, o da inesperti, o da disonesti, seppero trarne profitto a

scapito dei poveri, ai quali il dilapidato patrimonio venne

indebitamente sottratto.

Della morale dei frati si è sempre discusso: e le opinioni unilaterali

ci son giunte in proverbi poco benevoli ad essa. Se ne raccontano tante,

da poterne venir fuori un nuovo _Decamerone_; ma si dimentica che la

fragilità è umana, e non poteva esigersi virtù soprannaturale in mezzo

alle tentazioni pertinaci della vita in chi a 16 anni avea professato un

voto, del quale non era in grado di valutare le conseguenze avvenire.

Ferdinando III volle ovviare al danno della inconsapevolezza dei

giovanetti che si legavano con voti perpetui a quella età, e dispose che

le professioni non dovessero farsi innanzi il ventunesimo anno:

disposizione savia, ma non priva di difetto in quanto il professando,

chierico dapprima, novizio poi, non avea avuto fino a vent'anni agio di

conoscere il mondo per decidersi ad abbandonarlo per una vita del tutto

diversa.

E frattanto, vedi incoerenza dello spirito umano! Una volta che Re

Ferdinando recossi a visitare il chiostro di Monreale, quei monaci, dopo

avergli chiesto la mitra come l'avevano i canonici della Collegiata del

Crocifisso, altra grazia non seppero domandargli se non quella di poter

pronunziare voti solenni prima del ventunesimo anno! Il Re avrà pensato:

«Oh guarda! io l'avevo fatto per essi, ed essi non se ne contentano:

...fate il comodo vostro!», e da Legato Apostolico concesse il

privilegio, che la incauta comunità si affrettò a consacrare in una

lapide nello scalone del monastero.

L'obbedienza era il voto forse più rigorosamente osservato, o fatto

osservare. Il semplice frate, ed anche in dignità di Definitore, di

Maestro, di Reggente, vi si sobbarcava o rassegnato o a denti stretti.

Il Provinciale, emanazione dell'autorità _generalizia_, ordinava a suo

arbitrio la residenza del frate. Codesta residenza egli partecipava

all'interessato con un foglio di carta in latino, chiamato _obbedienza_;

la quale poteva essere imposta dalla esigenza del culto in una chiesa di

provincia, ma poteva anche rappresentare, come di frequente avveniva, un

provvedimento disciplinare. In questo secondo caso la faccenda era

grave: e la _obbedienza_ sonava castigo o punizione.

L'_obbedienza_ era un'arma terribile. Per essa, dicono le male lingue,

avevano sfogo le antipatie di persona, gli odii di parte monastica; in

essa si epilogavano le vendette personali. I peggiori conventi della

provincia eran destinati ad ospitare i paria delle fraterie. Quando poi

l'avea fatta grossa od era un recidivo incorregibile, previa

l'autorizzazione del Generale dell'ordine, il frate veniva confinato in

un convento di «stretta osservanza» non solo fuori provincia, ma anche

fuori ordine. Era un domicilio coatto in tutto il significato della

parola, al quale, in caso di riluttanza di renitenza, andavasi con la

sgradita scorta della forza pubblica, rimanendosi sotto la scomoda

sorveglianza della Polizia. Gibilmanna, tra Cefalù e Castelbuono, suona

triste anche oggi pei frati che vi tribolavano; e Polistena era la

Gibilmanna della Calabria.

Le Costituzioni siciliane però offrivano la guarentigia di un tribunale

d'appello al religioso che si credesse ingiustamente castigato: vogliam

dire il Giudice della R. Monarchia, che ordinariamente era un alto

prelato, e, perchè rappresentante del Governo, indipendente. A questo

Giudice il povero bersagliato richiedeva fremente e fiducioso una

riparazione, che allo spesso otteneva completa: la revoca

d'un'obbedienza che eccedesse i limiti dell'ordinario e prendesse

carattere di punizione immeritata anche in rapporto alla salute del

frate. Era l'autorità sovrana del Re che si contrapponeva alla

monastica, la quale da Roma, da un Generale, da un Cardinal protettore

dell'ordine, dal Papa stesso attingeva forza ed autorità.

Or parendo questa esorbitante in alcuni ordini e come una inframettenza

a scapito della potestà regia, un giorno si pensò a diminuirla, anzi a

distruggerla senz'altro in alcuni ordini monastici: ed eccola colpita in

pieno petto. Un decreto reale, la mattina del 4 novembre 1788,

improvvisamente aboliva i Generalati dei Domenicani e dei Francescani in

Sicilia. Fu una bomba che scoppiò con ispaventevole fracasso, accolta

dove con fragorosi applausi, dove con penosa sorpresa; di che l'eco

giunse disastrosa a Roma. In Palermo frati e chierici regolari non

compresi nel sovrano editto si chiedevano perchè non lo si estendesse

anche ai loro ordini, sottraendoli così alla supremazia d'un Generale o

d'un Procuratore Generale, che quasi nessuno di essi aveva mai veduto,

ed al quale dovevano ciecamente ubbidire.

Espressione dei sentimenti d'allora son tre sonetti anonimi, corsi

manoscritti appena promulgato alle Quattro Cantoniere il real decreto.

Chi li compose? Nessuno lo seppe; solo più tardi se ne attribuì la

paternità ad un prete, professore di Teologia dommatica nell'Accademia

degli Studî, il celebre sac. Carì, che con olimpica serenità se ne

rimaneva dietro le quinte.

I sonetti son così liberi che noi non sappiamo farli di pubblica

ragione; e perciò li lasciamo manoscritti[143].

[143] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1788, pp. 677-78.

Com'essi, i frati, passassero il loro tempo, è stato detto e ripetuto. A

quanti si sono occupati delle fraterie, rincrescevole è parso il saperle

sovente disoccupate senza utile alcuno per la società. I viaggiatori che

lasciavano la Sicilia, scagliavano contro queste tutti i sassi che

incontravano per via. Gorani nel 1791 mettendo in combutta preti, monaci

e frati, ne faceva sessantatremila poltroni, oltre a «centomila persone

votate al celibato e perdute per la società»[144]. Chi abbia per poco

guardato l'opera del «citoyen françois», sa che mangiatore di

ecclesiastici egli fosse. Hager dolevasi che andando a cercare qualche

frate in convento, non ne trovasse mai uno. Dov'erano? «Nelle botteghe o

per le strade, a sciupar un tempo prezioso, a ciarlare, ad oziare,

mentre non pur l'agricoltura, ma anche le manifatture e le fabbriche per

manco di braccia perivano». E voleva senz'altro che si mandassero a

zappare o far da manuali[145].

[144] _Mémoires_, t. I, p. 471.

[145] _Gemälde von Palermo_....

Fin quell'uomo mite del Marchese Villabianca deplorava questo stato di

cose, che tornava «a molto discapito della popolazione». Quando nel

1779, sulla politica del Tanucci, il Sovrano, «stante il continuo,

smisurato moltiplicarsi di frati mendicanti di S. Francesco», ordinava

per dieci anni la chiusura dei noviziati e fissava per le province

siciliane il numero dei Cappuccini in 900, degli Osservanti in 450, e

dei Riformati in altri 450, lo stesso nobiluomo compiacevasi che S. M.

volesse «uomini utili allo Stato pel maneggio delle armi e per la

coltura di campi»[146]. Nè men severo in siffatti giudizî era nella sua

malandata vecchiaia.

[146] _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 350; _Diario_ ined., 28 febbraio

1799; 22....

Non pertanto, Bartels, per indole, per professione evangelica e per la

evoluzione e rivoluzione dei tempi, avverso alle fraterie, faceva

un'osservazione di ben altro genere a favore delle fraterie medesime.

Mentre l'aristocrazia del censo tormentava nelle lontane terre i

vassalli e, forse senza saperlo o volerlo, ne succhiava per mezzo di

avidi procuratori il sangue, gli ordini religiosi erano umani verso la

povera gente che ne lavorava la terra e ne riceveva pane; il quale se

era bagnato di sudore, non grondava di lacrime.

L'osservazione trova appoggio nei fatti.

È bensì vero che guardando ai diversi istituti monastici non fosse da

rimanere edificati della scrupolosa osservanza dei voti; ma è ugualmente

vero che, come per compenso, larga era nei frati la beneficenza. La

povertà pudibonda trovava sempre nelle case monastiche una minestra ed

un pane, che sovente bastava a sfamare sventurati non usi a stender la

mano. La miseria, che per lunga abitudine di chiedere andava a battere a

quelle porte, non tornava indietro senza un sussidio. Differenti le ore

per quella come per questa; diverse le mense. Houel, pur esso non amico

dei frati, rimaneva commosso nel vedere, dentro il convento dei

Cappuccini, «in un refettorio particolare e recondito, accolti ogni

giorno a desinare nobili poveri e vergognosi, con grande onestà serviti.

Nessuno si accorgeva della ragione del loro andare, giacchè infinito era

il concorso dei poveri a quel convento. Ed osservava: «Quest'opera di

carità fa degni di considerazione quei frati, ai quali ricchi e non

ricchi fanno elemosina per sopperire alle spese a tanto bene necessarie.

Essi meritano di esser benedetti, giacchè non posson fare dei loro beni

uso migliore»[147].

[147] _Voyage pittoresque_, v. I, p. 71.

Come nei monasteri femminili era la stretta clausura pei due sessi e per

qualunque persona, meno che per le autorità ecclesiastiche, pel medico e

per gli operai addetti a lavori materiali; nei conventi la clausura era

solo limitata alle donne. Gli uomini potevano entrare; le donne, invece

no. A nessun militare era fatto lecito sorpassare armato la porta, la

sua sciabola o spada dovea rimanere giù, in essa. Quando i Reali ebbero

vaghezza di fare una visita al monastero dei Benedettini di S. Martino,

e con loro erano anche donne, avvenne una strana scenetta, nella quale

le dame di compagnia, col pretesto di far parte della comitiva, presero

per loro le facoltà della Regina e delle principesse reali di penetrare

nelle monastiche mura maschili; il che fu ragione di gravi risentimenti

dei superiori.

Ed è giusto avvertire che alcuni anni innanzi era stata perpetrata una

comica frode, per ragione della quale la sorveglianza era divenuta più

del solito oculata. Una signora inglese, desiderosa di conoscere _de

visu_ l'interno del monastero, travestita da uomo, era entrata con altri

uomini, visitatori del grande edificio. Nessuno se ne accorse, nessuno

ne seppe nulla; ma quando l'Abate n'ebbe conoscenza, ordinò che nessun

forestiere quind'innanzi vi mettesse più piede[148]. _In dubiis pro

anima._

[148] _Bartels_, _Briefe_, v. II, p. 658.

Gibbon lasciò scritto: «Un solo convento dei Benedettini rese alla

scienza forse maggiori servizî che le due università di Oxford e di

Cambridge.».

Questa opinione, in Sicilia, nel secolo XVIII, deve aver credito, perchè

nei monasteri di S. Martino e di Monreale erano uomini eminenti per

dottrina, pietà e senso squisito d'arte. Il gusto che dominava fin nei

particolari delle opere antiche e moderne dei due monasteri, non meno

che in quelli di S.a Maria del Bosco e di S. Nicolò l'Arena, prova che

quelle non eran persone volgari, ma che invece si ispiravano ai più

elevati sentimenti del bello. Dopo un secolo e più che il Governo

Vicereale fece vandalici saccheggi a S.a Maria del Bosco; dopo

trentott'anni che la Legge sulle corporazioni religiose è venuta a

scompaginare quanto avea saputo comporvi il monachismo intelligente,

musei, pinacoteche, librerie, attestano una civiltà di pensiero che la

beffarda società d'oggi non riuscirà a cancellare giammai.

Eppure nel secolo XVIII il pubblico non era pienamente persuaso della

pietà e della sapienza dei Benedettini. Padri dotti e buoni come i

fratelli Salvatore e G. E. Di Blasi, come D. Ambrogio Mira e D. Raffaele

Drago, D. Gaspare Rivarola e D. Carlo Ant. Paternò, e come D. Gioacchino

Monroy ed altri tali, si contavano a dito: e i non contati si prestavano

a giudizî sfavorevoli, che tutti li mettevano in combutta. La loro

mondanità li teneva con un piede nel chiostro ed uno nelle dorate sale

degli aviti palazzi, alternando così la monotona recitazione del

breviario con la variata lettura di certi libri giunti in contrabbando

dalla Francia, e l'aperta contemplazione delle sacre immagini nella

chiesa e dei severi ritratti nei dormitorî con quella furtiva delle

_Provvigioni pel chiostro_, stampe di costumi e di scene illustrate, che

con deplorevole leggerezza qualcuno tra essi mostrava a visitatori

stranieri[149].

[149] _Bartels_, _Briefe_, v. II, p. 657.

Poesie siciliane e italiane del tempo e di prima avvalorano siffatti

giudizî, certo non temerarî. Di una di esse diremo che un benedettino

raccomandava in poveri versi ai suoi correligiosi di rimanere al loro

posto, di serbar silenzio a rifettorio, di non andar bighellonando pel

monastero, di stare in ritiro, di non cercare più di tre pietanze e, nel

sollievo di gennaio, di non pensare all'antica usanza[150]. Che cosa

fosse questo «sollievo» e questa «usanza», non si riesce di capire:

salvo che per quello non voglia intendersi un po' di svago a Palermo,

dentro il monastero dello Spirito Santo (caserma dei pompieri), nei

giorni freddi d'inverno in S. Martino; e per questa, qualche vecchio

abuso. Altri componimenti ribattono sul medesimo chiodo; ma son colpi

delicati che si riducono a biasimare, indirettamente rafforzandolo, lo

sfarzo dei nobili figli di S. Benedetto, sfarzo rimasto proverbiale

quanto il letto dei Predicatori e le mense dei Cappuccini:

[150] _Mescolanze dei secoli XVI, XVII, XVIII_, n. LXXXIII. Ms. Qq H 158

della Biblioteca Comunale.

Lettu di Duminicani,

Lussu di Binidittini,

Tavula di Cappuccini.

Se i Benedettini per la loro nascita e quindi per una cert'aria

d'altezzosità venivano sfavorevolmente segnalati dai religiosi d'altri

ordini, questi non potevano andar lieti di cordiali rapporti tra loro.

Gelosie sempre rinascenti per dottrine teologiche, per preminenze di

regole, li tenevan divisi l'un l'altro, ed erompevano in motteggi in

pubblici ritrovi principiando nei refettorî e finendo nelle sagrestie

dei proprî conventi.

Dal dì ch'erano andati via i Gesuiti, i Domenicani erano restati quasi i

primi a rappresentare la più soda cultura, essi nel sito dei quali era

stato fiorentissimo lo Studio, protetto dal Magistrato del Comune. Per

questo eran tenuti in alta estimazione. Ma i Domenicani non sapevano

perdonare ai Francescani la immensa colonna alzata in onore della

Concezione in mezzo della piazza della lor grande chiesa; colonna che

ricordava un trionfo dei frati Conventuali, sostenitori arditi della

verginità di Maria, da essi posta in dubbio.

Quella colonna era un dispetto permanente per ciascun domenicano, il cui

ordine vide sempre di malocchio il giuramento del sangue del Senato di

Palermo[151], e serbò una certa simpatia pel Muratori, che lo biasimò

non essendo giustificabile la difesa, a costo del proprio sangue, di una

credenza cattolica non proclamata mai come domma dai sovrani pontefici.

Ma i Francescani se ne impipavano, perchè avevano dalla loro il

Magistrato Civico e sapevano che tutte le simpatie dei Domenicani non

sarebbero valse un briciolo nella protezione di questo, specialmente

dopo che la potenza dell'ordine di S. Domenico era stata depressa per

l'abolizione del S. Uffizio.

[151] Cfr. in questo vol. il cap. I, p. 24.

Non contro un altro ordine, ma contro la confraternità dei falegnami, i

Teatini sbraitavano per la statua di S. Giuseppe, che quelli,

proprietarî del terreno della chiesa, aveano voluto piantare sulla

porta. E che non fecero per impedire questa preferenza di fronte al

fondatore del loro ordine, S. Gaetano! Ogni anno, per la festa di S.

Giuseppe, quando i maestri dentro il maestoso tempio distribuivano la

immagine del S. Patriarca, inghiottivano bocconi amari nel sentire i

monelli a gridare sotto la loro Casa, nella vicina piazza Vigliena e per

le vie: _Viva S. Giuseppe, e non S. Gaetano!_[152].

[152] _De Borch_, _Lettres_, lett. XV, pp. 71-72.

Ragione di scatti e di ostilità erano le processioni sacre, alle quali

era d'obbligo l'intervento delle comunità religiose. La precedenza di

queste dava luogo a liti non sempre definibili dall'autorità

ecclesiastica secolare (la quale, del resto, ben poco poteva sugli

ordini regolari), ed era occasione frequente di clamorosi ricorsi presso

l'Apostolica Legazia. Frati Conventuali, Osservanti, Riformati

scendevano in lizza tra loro, e poi, alla lor volta, in lizza contro

altre comunità per il posto che loro spettava nelle pubbliche funzioni.

Nel 1778 il Re in persona, come Legato Apostolico, stabiliva le norme

regolatrici di siffatta bisogna; ma quelle norme a nulla valsero, e lo

spettacolo dei dissidî proseguì poco edificante.

Tre anni dopo un Ministro siciliano, a nome del Re scriveva: «Per darsi

fine alla controversia agitata con eccessivo calore degli animi tra i

pp. Conventuali ed i pp. Osservanti e Riformati in materia di precedenza

nelle processioni ed in altre pubbliche funzioni,.... S. M. ha avuto

presente la sovrana sua reale risoluzione del 1778, con cui per punto

fisso e generale fu determinato che la precedenza dei frati nelle

pubbliche funzioni regolar si debba dall'antichità dell'approvazione del

rispettivo loro Istituto». E partecipava questa volontà acciò venisse

comunicata ai superiori di quegli ordini, non solo «per comune notizia»,

ma anche «per l'osservanza, ad oggetto di evitarsi in avvenire le

scandalose brighe che sovente per tal piato sono avvenute».

Sarebbe una vera ingenuità il credere che le brighe cessassero. Nelle

processioni e nell'associazione dei cadaveri si combatteva pel diritto

di priorità; come nella festa di S. Antonio per quello della

celebrazione di essa, reclamato per conto proprio ed esclusivo da

ciascuno dei tre ordini. Si giunse a tale che il Re dovette incaricare

il Tribunale della Legazia e specialmente la R. Camera di S. Chiara del

più rigoroso esame, in giudizio contraddittorio, «delle bolle pontificie

invocate dai provocatori della lite e dei giudizî degli scrittori di

cronache, annali ecc. dei documenti tutti che si potettero avere nelle

mani dai componenti quel Tribunale, fornito sempre d'uomini notissimi

per onestà, ricchi di erudizione storica, come di scienza canonica. Più

anni andavan per la scrupolosa ricerca, che dovea fornire la base della

sentenza; solo nel 1794 il R. Dispaccio pose fine alla questione»[153].

Il Sovrano, che avea ben altro pel capo che i puntigli dei frati per

siffatte piccolezze, conchiudeva in questi termini perentorî: «Che

s'imponga perpetuo silenzio a controversie di questo genere, le quali

per lungo tempo han turbata la pace dei frati col distrarli dagli

esercizî di religione, ai quali son chiamati»[154].

[153] _L. Palomes_, _Dei Frati Minori e delle loro denominazioni.

Illustrazioni e Documenti_. 2ª ediz., lib. III, pp. 269-70.

Palermo, 1798.

[154] Dispacci di S. M. Ferdinando III. In Pal., per il Solli MDCCXCVII.

Gli era come dicesse: Andate a farvi benedire: e non mi state più a

rompere la devozione!...

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 23 / 61 题