QUARESIMALI E QUARESIMALISTI. ESERCIZI SPIRITUALI.

Ed entrava la Quaresima col treno formidabile delle sue prediche.

Il funebre _momento_ era il primo passo verso la reazione ai baccanali.

Sulle fronti belle, forse fino a poche ore innanzi sfiorate da ardenti,

furtivi baci, cadeva la grigia cenere ad iniziare un periodo di moleste

resipiscenze, pausa per alcuni, eternità per altri, soliti a giocondarsi

della vita allegra.

Da cento pulpiti, per cento bocche, con pertinacia di sciupata rettorica

si lanciavano sugli ascoltatori parole blande e voci roventi, a coprir

l'eco tuttora indistinta degli urli dei passati giorni. E le mani si

agitavano irrequiete, ora energiche nell'accusare, ora calme nel

discutere, ora stringenti nel persuadere, sicure nel promettere e

fiduciose nello sperare.

La severità dei richiami poteva, è vero, determinare a rigori corporali;

ai quali però la fiacchezza di perseveranza toglieva ogni carattere di

profonda convinzione. Come soffocati, recenti ardori intiepidivano;

desiderî indiscreti tacevano, ed un senso di misticismo nasceva talora

nell'animo di chi meditava: e la meditazione era agitazione di spirito

irrequieto, non lontana dal finire in vera, ma effimera contrizione.

Ma noi viaggiamo per un campo fantastico, dal quale, per indole nostra e

per la natura schiettamente oggettiva di questo lavoro, ci siam tenuti

lontani. Proseguiamo invece per via di fatti la vita dei nostri

bisnonni.

Preoccupazione costante, ed insieme occupazione gradita, era quella del

quaresimale nella chiesa madre, la quale, come il lettore sa,

nell'ultimo ventennio del secolo era provvisoriamente a Casa Professa.

Il Senato non trascurava mai di fare, con la intesa del Capitolo e

dell'Arcivescovo, la nomina del quaresimalista, nomina ordinariamente

anticipata di otto anni sulla data della recita del quaresimale. Nel

1782 P. D. Felice Testa della Congregazione dei Celestini veniva eletto

pel 1790; nel 1783, P. D. Pietro Rottigni somasco pel 1791; nel 1784, P.

Alberto Tozzi dei Predicatori pel 1792, e via discorrendo.

Gli è che Palermo, città di primo ordine, Capitale del Regno di Sicilia,

dovea pensare bene a chi affidar così grave compito; e chi dovea

disimpegnarlo non poteva essere il primo venuto, o l'ultimo arrivato.

Palermo avea persone che intendevano, uditorio intelligente e di gusto,

che non si contentava, nè poteva contentarsi di chicchessia. Nei suoi

pergami eran saliti in ogni tempo i principali oratori d'Italia,

chiamati dall'autorità del Senato, allettati dalla riputazione che ad

essi veniva dall'eservi saliti, dicitori di merito incontestabile.

V'era poi una ragione considerevole per la oculatezza da mettersi nella

scelta: il paragone con i quaresimalisti di altre chiese, nelle quali

usava ammirare veri campioni della sacra eloquenza. Il pubblico

accorreva alle due chiese come a due teatri: e voleva giudicare _de

auditu e de visu_ dell'uno e dell'altro.

Certo non era il quaresimalista d'una parrocchia privilegiata che poteva

imporre soggezione. Questo, nominato bensì dal Senato, era un oratore di

secondo o di terz'ordine: e solo le deliberazioni del civico consesso ne

serbano ricordo. Quelli che davan da fare erano invece i Domenicani ed i

Filippini, i quali al predicatore ufficiale della metropolitana

contrapponevano i migliori loro _soggetti_; e se non li avevano del

proprio ordine, li facevan venire da altri del clero regolare e secolare

pur di averli e di gareggiare. Tanto lusso obbligava a spese, ed i frati

Domenicani ed i padri dell'Oratorio di S. Filippo Neri le facevano per

superarsi tra loro.

Anche le monache si volevano mettere in evidenza, ed entravano nella

gara: quelle della Martorana specialmente, alle quali tornava

graditissimo il trionfo del loro quaresimalista sull'altro del Duomo,

come qualche volta ai Teatini di S. Giuseppe dovevano tornare d'infinito

piacere i trionfi oratorî della loro chiesa.

Non ostante le mal celate velleità del primato nel genere, due chiese

soltanto se lo palleggiavano contrastando anno per anno: la Cattedrale e

l'Olivella!

La fama precorreva pomposa i loro predicatori. I devoti, gli _habitués_,

accorrevano numerosissimi ad ascoltarli; volevano studiarne la mimica e

la parola, la scienza e l'ingegno, far dei confronti. Il loro giudizio

veniva ripetuto per la Città, nelle conversazioni e nei caffè; e la

curiosità, come nasceva negli assenti, così acuivasi in coloro che gli

aveano uditi e non se n'erano formato un concetto a modo loro. Il pro ed

il contro traducevasi in favore e in disfavore dei discussi oratori, dei

quali ben a ragione il proverbio siciliano: _Tinta dda matri c'havi lu

figghiu pridicaturi!_ compiange le genitrici; giacchè non v'è persona

che più dei banditori della parola di Dio sia maltrattata da quelli che

meno la intendono. Alla simpatia o all'antipatia del pubblico varie

circostanze concorrevano tutte più o meno forti: la nazione del

predicatore l'ordine a cui apparteneva, le sue relazioni con qualche

reputata famiglia del paese, e poi le doti intrinseche e più le

esteriori di lui. Laonde accadeva il medesimo che agli artisti da

teatro, fatti segno di calorosi applausi e di tacite disapprovazioni.

Nel 1785 un genovese che predicava nella chiesa dell'Olivella

soppiantava un napoletano al Duomo; dove anche l'anno seguente un altro

soccombeva a quello della medesima Olivella. Nel 1787 la logomachia

sostenevasi tra di valenti Domenicani, come tra due altri mediocrissimi

del medesimo ordine nel novantacinque e nel novantasei. Il sac. Gaetano

Burlò nella chiesa di S. Giuseppe superava di gran lunga i suoi emuli;

di che fu un gran discorrere fino a vedersi anche i meno intemperanti

tra gli spensierati giudici da caffè bisticciarsi nelle assemblee e

nelle riunioni. Si era pensato in tempo debito (1791) a P. Pietro

Rottigni dei padri Somaschi; ma all'ultima ora, dopo sette anni dalla

nomina, egli mandava scusandosi di non poter venire. Fu una

indelicatezza imperdonabile, che fece andare su tutte le furie il signor

Pretore ed il nobile Senato. Che cosa poteva quindi fare P. Matteo

Aceto, invitato improvvisamente, poco prima della Quaresima? Si erano

messi gli occhi sul P. Teresio da S. Cirillo, e se n'era fatta la

elezione; ma avvicinandosi il 1794 egli se n'era andato all'altro mondo,

e fu fortuna che P. Gaspare da Gesù, carmelitano scalzo, accettasse il

tardivo e gravoso ufficio, e più, che lo compiesse con una certa lode.

Al giunger dei Reali in Palermo, l'intervento loro alle sacre concioni

assumeva carattere di pubblica dimostrazione a favore del P. Domenico

Maria Sances dei Domenicani. Egli predicava al Duomo, cioè al Gesù, Casa

Professa, mentre all'Olivella predicava un nizzardo. Che pronunzia

infranciosata quella del nizzardo! Ed era mai possibile che col vento

fortunale spirante dalla Francia, riuscisse gradita quella pronunzia?

Ed ecco il Re e la Regina recarsi tre volte la settimana a sentire il

Sances. Maria Carolina ne era addirittura entusiasta, e per riflesso,

tutte le dame di Palermo. A quaresimale finito, lo invitava al Palazzo e

regalavagli una forte somma in monete d'oro ed una tabacchiera del

valore di dugent'onze (L. 2550)!, poco più del doppio, quasi il triplo,

del compenso solito a darsi dal Senato al suo oratore ufficiale quando

egli era forestiere[130]. Lo spirito d'indifferenza religiosa

dell'antico pupillo del Tanucci avea già subito l'influsso della

politica e della sventura. La esperienza avea gettata molta acqua sul

fuoco dei primi anni del suo regno: e corte e chiesa si erano in lui

strette in amplesso assai più forte che non si potesse sospettare appena

egli era uscito di minorità. Il giovine principe nel 1768 aveva

arditamente espulso i Gesuiti, anche cadenti ed infermi; il vecchio Re

nel 1805 doveva richiamarli: e gli stemmi della Compagnia di Gesù, stati

sollecitamente atterrati, dovevano venir ricomposti e rimessi in onore.

Laonde il cronista Villabianca, a chiudersi del sec. XVIII, per la

Quaresima del 1800 poteva non senza una tal quale malizietta scrivere:

«Li primi ad esercitare la religiosa osservanza di sentir la predica dei

sani giorni furono li Sovrani con tutta la R. Famiglia; con che avendosi

(_sic_) essi passato allegramente nello scorso baccanale, procurano ora

far bene alle loro anime nei giorni di penitenza e fare insieme i lor

doveri di principi nell'edificare i popoli col loro santo cristiano

esempio»[131].

[130] «Il Predicatore quaresimale della Madrice Chiesa di questa città

per le prediche della Quaresima e panegirici e viene tenuto a fare,

onze 80; e ciò in seguito di ordine di S. E., per via del Tribunale

del R. Patrimonio, li 13 maggio 1692, colla condizione che il detto

Predicatore essendo regnicolo abbia da conseguire onze 60; ed

essendo forestiero onze 80, come dalla Riforma del 1788.» _I.

Sala_, _Dimostrazione_ cit. _dello Stato del Patrimonio del Senato

di Palermo_ p. 213.

[131] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1800, p. 66.

Strano, scomposto accozzo di profano e di sacro, di scettico e di

bigotto, di ridancione e di geremiaco, questo degenerato figlio di Carlo

III, che divertivasi e sospirava, che ogni maniera di caccia e di pesca

lecita e non lecita alternava con le noiose cure dello Stato; e che,

mentre per non dare ombra alla Regina si asteneva dal visitare i

monasteri, dove con le attraenti bellezze muliebri della Capitale si

sarebbe potuto guastare la testa, divertivasi con Donna Teresa Fasone;

la quale poi, in un giorno di malumore, per un inatteso regalo di

cattivo genere, dovea egli disterrare e mandare a domicilio forzato in

Castelvetrano!

Il quaresimale del Duomo non era il solo ciclo di prediche di cui si

occupasse il Senato. Ad altri cicli consimili e a non pochi panegirici

doveva annualmente questo pensare tanto per la metropolitana quanto per

le parrocchie, sulle quali, come è risaputo, avea ed ha diritto di

patronato. Per le tre Rogazioni precedenti l'Ascensione invitava

_soggetti_ di valore indiscutibile. Le Rogazioni erano le processioni

alle quali nessuna corporazione monastica doveva mancare; sicchè le

prediche che le coronavano, dovendosi pronunziare innanzi ai monaci ed

ai frati della città ed agli ecclesiastici più in onore, facevano

«tremar le vene e i polsi» ai più valenti. Chi non conosce il P.

Reggente Domenico Danè, poeta ingegnoso ed elegante, sostegno

dell'ordine di S. Francesco di Paola? Ebbene: fu lui uno degli oratori;

e con lui in varî anni D. Fr. Ruffo, dottore in sacra teologia, i

cappuccini P. Giuseppe Alfonso e P. Fra Camillo da Palermo, il crocifero

P. Camillo Fuscia, il teatino P. D. Em. Oneto, il carmelitano P. Lettore

Niccolò Aiello, lo scolopio P. Fr. Cusenza ed i preti Bonomo, Puccio,

Barresi, Fernandez, Camarda, Calderone, Agalbato, Miraglia, Giunta e D.

Giuseppe Trofolino.

Trofolino?... Oh! questo sacerdote non fu solo un buon predicatore, ma

anche un fervoroso operaio della chiesa. Se il lettore non ne sa altro,

si ricordi almeno essere egli stato l'autore della giaculatoria che dopo

la benedizione del Divinissimo si recita ogni dì nelle chiese.

Fa mestieri di trascriverla?

Eccola quale egli la compose e l'Arcivescovo del tempo l'approvò (1779):

Adoramu umiliati

La santissima Trinitati;

Adoramu ogni momentu

Lu santissimu Sacramentu;

E lodata sempre sia

La purissima Maria!

Adesso il pietoso lettore sa che questa canzonetta conta la bellezza di

centoventicinque anni di età.

Il fiore dei panegiristi del tempo era adibito anch'esso a celebrare,

oltre le tre Rogazioni, S. Sebastiano e S. Agata, per conto del Comune,

che dal 1575 avea fatto voto di festeggiarli come protettori e patroni

della Città, e S.a Rosalia, la graziosa verginella palermitana, il genio

tutelare a cui la Città medesima come ad àncora di speranza, a tavola di

naufragio, a porto di salute ricorse sempre con fede nei giorni più

tristi per essa.

Poco meno che mezzo secolo addietro, fra il 1850 ed il 1860, le

Rogazioni aveano già perduto l'antico lustro, e S. Sebastiano le

simpatie che lo avean

. . . . . . . . fatto degno

Di tanto onore . . . . . .

Chi scrive queste pagine ricorda le ultime processioni commemorative

delle due ricorrenze, dove non più gli ordini monastici tutti, ma solo

pochi loro rappresentanti con gonfalone e croce intervenivano, _rari

nantes in gurgite vasto_, scarsi componenti una breve fila di frati,

appena notabili nelle grandi vie da percorrere, non sai se mortificati

di essere in sì poco numero, o infastiditi dell'ora dello spettacolo,

che li distraeva dalle consuete occupazioni.

Il quaresimale prosegue sempre lo stesso a cura del Municipio e col

favore inalterato del pubblico, che ora si rivolge a quello

dell'Olivella,[132] ora si accentra tutto sull'altro, secondo il

giudizio degl'intendenti, le relazioni degli amici, la mimica degli

uditori più autorevoli, i quali coi più lievi movimenti del capo, o con

l'aggrottar delle ciglia, o col contrarre delle labbra, talora decidono

del merito dell'oratore e formano presso il _servum pecus_ degli

ascoltatori la così detta pubblica opinione.

[132] Da pochi anni l'Olivella tace; riparlerà forse, e ricominceranno i

termini di paragone.

Nella Quaresima erano di obbligo alcuni giorni di meditazione in

esercizî spirituali. Tutte le chiese di secolari e di regolari

accoglievan fedeli d'ambo i sessi; ma v'era un luogo esclusivamente

destinato a questo devoto ufficio, la «Casa degli esercizî», fondata dai

preti di S. Carlo Borromeo; e v'era anche la congrega del Fervore

(1765), promossa ed aiutata da quell'uomo di santa vita che fu Mons. D.

Isidoro del Castillo dei marchesi di S. Isidoro, provvidenza del

quartiere dell'Albergaria, del quale fu parroco attivissimo. Lì, nella

Casa, erano lunghi corridoi con camerette da una parte e dall'altra per

coloro che vi si recassero, una magnifica cappella, un ampio e lungo

refettorio e qualcos'altro per la pace dello spirito. Per nove giorni di

seguito, nobili e civili vi si ritiravano per attendere alla riforma del

loro costume ed all'acquisto della cristiana virtù[133]. Favorito da

clausura volontaria (e sovente involontaria) era il raccoglimento di

coloro i quali, per devozione sincera o, come non di rado accadeva, per

ostentazione, vi entravano. La Curia arcivescovile li conosceva uno per

uno, e rilasciava loro un attestato di questo compiuto dovere, come

tutte le parrocchie rilasciavano quello del precetto pasquale. Li

conosceva la Polizia e sapeva tenerli in conto come di buoni cattolici

così di sudditi fedeli. Li conosceva anche il Senato, nei cui archivi se

ne conservavano alcune volte i nomi e i documenti, perchè l'autorità

comunale consentisse la costruzione di certi ripari necessarî ad

impedire ai passanti di turbare il religioso ritiro[134].

[133] _G. Palermo_, _Guida istruttiva per Palermo_, 2ª edizione p. 698.

[134] _Provviste del Senato_, a. 1793-94, pp. 135 e 226.

Luogo consimile pel conforto dell'anima sua aveva una volta scelto il

Vicerè Fogliani (1767): la Quinta Casa al Molo, con la predicazione del

gesuita P. Sansone; ma non avea voluto esser solo, e «di casa in casa

con un suo creato avea mandato invitando tutti i nobili della città.»

Ecco il suo _nodiglio_:

«_Il Vicerè la riverisce, e avendo risoluto di andare a fare li Esercizj

di S. Ignazio nella quinta Casa, la esorta e prega a volere con la sua

pietà tenergli compagnia in questo santo ritiramento, e gliene averà

obligazione, oltre il merito che ella si farà col signore Iddio. Questa

fatta di esercizj, composta di soli nobili, comincierà la sera del

lunedì 23 corrente marzo, e terminerà la mattina del giorno primo di

aprile._

_Ve ne sarà in appresso una seconda, composta di nobili e mercadanti, la

quale comincierà la sera del lunedì 6 aprile, e terminerà la mattina del

mercoledì santo. Si compiaccia però avvisar per tempo con suo biglietto

in risposta a quale delle due potrà intervenire, non dubitandosi che per

questi pochi giorni lascerà ogni altro affare per occuparsi di quello

solo, che tanto importa all'anima sua»._

Il tono della chiusura non ammetteva dubbio sull'accettazione. «Fatevi

gli esercizj spirituali (diceva con belle parole il Vicerè): e

dichiarate se volete farli coi nobili ora, o coi nobili e coi mercanti

più tardi.».

Non si ha il numero dei signori invitati con questa circolare; ma si sa

che in compagnia di S. E. furono quaranta persone probabilmente

dell'alta aristocrazia[135].

[135] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 8.

Vicende della vita!... Questa Quinta Casa dovea vent'anni dopo (1786)

convertirsi in R. Casa di correzione pei figli discoli e per le mogli

scorrette!

Nel 1799, nel medesimo mese di marzo del suo antico Vicerè, Ferdinando

III con Carolina e tutta la Corte, assisteva dentro la Cappella Palatina

ad esercizî simili a quelli che abbiamo cennati[136]: e furono giorni di

grande sacrificio pel Sovrano, che non uscì, non fiatò e, tanto per

parere, tenne silenzio da certosino.

[136] _D'Angelo_, _Giornale_ ined., p. 329.

Quello che per gli uomini alla Quinta Casa, avveniva per le donne nel

Ritiro delle figlie della Carità sotto nome di Filippone. «Nel corso

quaresimale si ricevevano per nove giorni dame e donne civili e zitelle

e povere per farvi gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Lojola in

santo ritiro, delle quali le prime pagavano una certa somma per lo

trattamento del pranzo, della cena e di quanto altro bisognava».

Così diceva un articolo del _Ragguaglio_ del pio luogo: «e da questo

santo Stabilimento non è stato poco il vantaggio che in questa città se

ne è riportato,» aggiungeva un erudito[137].

[137] _Breve Ragguaglio di quanto praticano in questa Capitale le Figlie

della Carità_, ecc. n. 12, p. XXXIV. In Pal., Felicella, MDCCLXXII.

-- _G. Palermo_, _Guida_ cit., p. 537.

E come non v'era chiesa (e la pratica è sempre in pieno vigore anche

oggi, specialmente nelle parrocchie, negli oratorî, nei monasteri, nelle

case di educazione, ecc.) nella quale, per età e quasi per classe

sociale, gli esercizî di Quaresima non si ripetessero per gli uomini,

così non v'era e non v'è chiesa nella quale dove per nobili dame, dove

per modeste signore e dove per umili donnicciuole, e per ragazze e madri

di famiglia, quattro giorni almeno non venissero a questo consacrati. Le

diverse partite di esercizî supponevano ed ammettevano uditori diversi:

e nessun altro di sesso, di età, di condizione differente. Cominciavano

(ripetiamo, che l'uso è sempre vivo) nelle ultime ore del giorno e

finivano di sera. _Istruzione e Meditazione_ impartivasi quando da un

solo, quando da due sacerdoti. Quasi sempre amena la _istruzione_: e se

per poco si scorre l'_Utile col Dolce_ del P. Casalicchio, al quale i

predicatori ordinariamente attingevano[138], si comprende bene perchè

uomini e donne, vecchi e fanciulli, vi si divertissero; ma la

_meditazione_ era una vera penitenza; quella sul purgatorio e, peggio

ancora, l'altra sull'inferno, un supplizio. Una di queste prediche pel

rumore che fece, dovea restar proverbiale, e merita un ricordo.

[138] _L'Utile col Dolce, ovvero quattro Centurie di argutissimi detti e

fatti di saviissimi uomini del p._ _Carlo Casalicchio_ _d. C. d.

G._ In Napoli, MDCCLXIV.

Dal 1671 a 1764 in Napoli e Venezia se ne fecero undici edizioni.

Era appunto di Quaresima, e nella chiesa di S. Maria delle Grazie, detta

della Gància, alla quale è attaccato il relativo convento dei frati

Osservanti, si compievano i soliti esercizî per le popolane della Kalsa.

Toccava oramai la meditazione sull'inferno: e si era voluto renderla

efficacissima rappresentando al vivo le pene dei dannati. Nel meglio,

quando cioè il predicatore si accalorava nel descriverle, si sente un

orrendo scroscio di catene, e pietosi lamenti di uomini, e

raccapriccianti urli di demonî, e fracassi assordanti, e bagliori

sinistri di fiammate, che rompeano, rendendola più penosa, la oscurità

della chiesa. Immaginiamo il terrore delle donne! Quale più, quale meno,

tutte si misero a piangere, a singhiozzare implorando pietà e

misericordia, a gridare come ossesse; le più pronte si precipitarono

verso la porta fuggendo; molte si svennero, alcune tramortirono. A tanto

scompiglio accorsero i vicini, e con essi la Polizia: e sentendo la

cosa, non poterono trattenere le più matte risate.

La frase popolare _Finiri a 'nfernu di Gància_ attesta il tragicomico

aneddoto[139].

[139] Vedi i nostri _Spettacoli_ e _Feste_, p. 206, e _Modi proverbiali_

cit., n. 44.

Sulle nomine dei predicatori per opera del magistrato municipale,

vedi _Provviste del Senato_, a. 1791, p. 6; 1794, pp. 16 e 67;

1795, p. 127; 1796, p. 155; 1797, p. 42; 1799, p. 32.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 21 / 61 题