I MUSICI E LA LORO UNIONE. MUSICATE, ORATORII, CANTATE, DIALOGHI.

La passione pel teatro derivava in parte dalla passione per la musica,

come in tutta l'Isola così nella Capitale.

Antica era in Palermo la Unione dei Musici (1679), fratellanza alla

quale erano ascritti quanti «come strumentarii», o come cantanti, o come

maestri, coltivassero l'arte dei suoni.

La chiesetta di essi, dedicata a S.a Cecilia, loro patrona, scompariva

al sorgere del teatro di questo nome (1693), destinato alle opere

musicali. Da quella Unione si direbbe partito il movimento artistico di

questo genere in Sicilia; ad essa mettevano capo le esecuzioni musicali

profane e sacre, di camera e di chiesa, pubbliche e private, dalle più

modeste alle più solenni. Nel settecento i migliori componenti della

Unione venivano dal Conservatorio del Buompastore.

In virtù di una bolla pontificia una metà dei fanciulli di questo

Ospizio si consacravano alla musica vocale e strumentale, ed eran facili

a distinguersi per una specie di lunga veste e per un mantello di panno

turchino, che li copriva; onde il titolo di _turchini_.

Ogni anno, la mattina dell'11 luglio, usava dagli alunni cantare pel

Cassaro in onore di S.a Rosalia un inno composto da uno di loro, e con

questo canoro spettacolo s'inaugurava il festino. Giuseppe Licalsi e

Carlo Mellino (1785), Raffaele Pepi (1786), Leonardo Giliberto (1788),

Michele Rocco (1793), Domenico Spadafora e Raffaele Russo (1795-1797),

Ignazio Taranto (1796) sono tra quelli che nello scorcio del secolo

musicarono codesti inni, ispirati da gentile sentimento di devozione e

forse da un po' di vanità.

Ma altri e più noti legarono i loro nomi all'annuale omaggio; e la lista

è onorevole per l'arte in Sicilia. Vi sono Giuseppe Amendola, prescelto

a scrivere la messa solenne pei funeri del Vicerè Caramanico (1795);

Giuseppe Calcara, che più tardi, nella trasformazione del teatro S.a

Lucia, musicò un'opera del Carolino; Michele Desimone, che rivestì di

note (1799) un coro di Siciliani per la venuta dei Reali in Palermo, e

quel Giulio Sarmiento, vice-Maestro della Cattedrale, che al S.a Cecilia

si affermò con l'arguta sua opera i _Tre Eugenj_. Il favore del pubblico

accompagnava sempre Salvatore di Palma, autore della _pietra simpatica_.

Francesco Vermiglio, Maestro di Cappella straordinario del Senato,

godeva non immeritata fama; e si levavano sopra tutti per opere illustri

ed eminenti ufficî Michele Mantellone, che con l'_Ezio_ (1777), la

_Semiramide_ (1785), la _Troja distrutta_ (1778), l'_Armida_ (1786) fece

ammirare all'estero il genio musicale della sua Palermo; e, sopra di lui

Francesco Piticchio, che, ricco degli allori raccolti in Dresda con gli

_Amanti alla prova_ (1784); con la _Didone abbandonata_ (1786), in

Brunswick; con _Il Bertoldo_ (1787) qui pure passava ai servizî di S.

M., mentre Benedetto Baldi, nell'aureola del suo valore artistico,

conseguiva l'invidiabile onore di Maestro di cappella di Lady Hamilton;

onde poteva nella palazzina De Gregorio al Molo quasi ogni giorno

contemplare le grazie largite a lei dalla natura e la potenza onde la

facea grande l'amor cieco e non incolpevole di Lord Nelson.

Semenzaio di musicisti, il Conservatorio trovava ragione di sviluppo e

di continuato incremento nelle funzioni religiose, nelle cantate

profane, nelle feste nobiliari e nelle popolari. La vita fiorentissima

degli ordini religiosi portava con sè una lunga sequela di quasi

giornaliere funzioni chiesiastiche, fonte di non laute ma sicure

mercedi. Frequentissimi gli oratorî e gl'inni per santi e per sante, nei

quali poeti, compositori, sonatori, cantanti, tutti avean da guadagnare;

periodiche le commemorazioni di avvenimenti sacri, festeggiamenti per

celebrazioni di pietose leggende; incessanti le monacazioni e le

professioni di voti nei monasteri: e in questi e nei conventi e nelle

confraternite vespri e messe cantate, funerali e _tedeum_. È stato

rilevato che nella sola Messina ben centocinquanta giorni dell'anno

erano feste patronali[104].

[104] _Guerra_, _Stato presente della Città di Messina_, Napoli, 1781.

Non lasciamo andare senza qualche parola gli oratorî. Le tipografie ne

stampavano e ristampavano sempre. Per la sola Congregazione di S.

Filippo Neri c'è una ricca collezione del Solli, stata messa abilmente a

profitto a larghi intervalli[105]. Per tal modo, il vecchio, dopo il

silenzio di alcuni anni, ricompariva come nuovo, e _Il trionfo di

Giuditta_ davasi la mano con _Il trionfo della Religione_; _La morte di

Assalonne_ con _La morte di Saulle_ o con _La morte di Sansone_,

_Sisara_ con _Sedecia_, _Abramo_ con _Giacobbe_, e l'uno e l'altro con

_Atalia_. La _Passione di N. S. G. Cristo_, «poesia dell'Abbate Pietro

Metastasio romano», commoveva nella «musica del sig. Giovanni Paisiello,

Maestro di cappella napolitano»; _i Pellegrini del sepolcro di N. S._

«del sig. D. Stefano Benedetto Pallavicini» con quelli «del celebre sig.

D. Giovanni Rodolfo Hasse, detto il Sansone». Raffaele Russo, il

Guglielmi, Federici creavano quando buone quando mediocri note su poesie

del Pallavicini e del Metastasio, del cesenate Fattiboni, del siciliano

Gaetano Salamone e di altri di minor conto. Il Piticchio stesso, non

ostante l'alta sua posizione artistica ed economica, non negava l'opera

sua, perchè i compensi dei padri Filippini dell'Olivella facevano gola a

chicchessia.

[105] Possediamo un bel volume, contenente una trentina di queste sacre

azioni. La collezione porta la data del 1806 e del 1807 (vi sono

oratorî anche nel 1810); ma si tratta di ristampe. La sola Iª parte

del _Trionfo della Religione_ è «per le stampe del Barravecchia,

1807».

Il dramma ora sempre diviso in due parti per due giorni diversi. Chi ne

legga oggi con attenzione qualcuno, vi scoprirà forse uno strano

accomodamento a musica anteriore. In uno il poeta confessa di avere

ridotto «i sentimenti di un dramma profano per cui era composta la

musica ad un oratorio sacro»[106]: delittuoso stratagemma non unico nè

raro.

[106] _La morte di Sansone, dramma per musica ecc. da cantarsi

nell'Oratorio dei RR. PP. della Congregazione di S. Filippo Neri.

Parte I._ In Palermo, nella stamperia del Solli.

L'omaggio che rendevano alla Santa gli alunni del Buompastore lo

rendevano egualmente i musicisti adulti della Unione: omaggio compartito

in frequenti cantate o sinfonie secondo le fermate nel Cassaro, e chiuso

con la generale comunione che essi andavano a prendere alla Cattedrale.

Siamo alla vecchia _frottola_, nome che parrebbe non doversi intendere

come canzone piuttosto volgare, ma in significato diverso stando almeno

all'uso che se ne facevano. Un diarista, annunziando la funzione,

scriveva: «12 luglio 1779. La _flotta_ dei musici andò a farsi la

comunione al Duomo dando luogo a diverse cantate o sinfonie» 11 luglio

1780: «_flotta_ dei musici della Unione di S. Cecilia per il

Cassaro»[107]: donde il sospetto che non si tratti di una _frottola_

poetica, ma di una _frotta_, di una moltitudine, di persone che andavano

cantando un inno, una canzoncina. I _Capitoli_ della Unione però

nell'indicare questo espresso dovere, volevano che tutti li virtuosi

musici così cantanti come strumentarj di tasto, d'arco e di fiato e

maestri di cappella abbiano da intervenire all'offerta... cantando e

suonando la frottola, ripieno da cantarsi nei luoghi designandi dal

Superiore»[108].

[107] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, p. 331; XXVIII, p.

30.

[108] _Capitoli o siano Statuti dell'Unione dei Musici sotto titolo di

Santa Cecilia, nuovamente raccolti ed ordinati, e dopo le conferme

di molti Viceregnanti approvati dall'Ecc.mo Sig. Vicerè Giovanni

Fogliani_, cap. XIX. In Palermo, MDCCLXII. Nella Stamperia dei SS.

Apostoli presso P. Bentivenga.

Agli eruditi la spiegazione d'un vocabolo, che in conclusione potrebbe

aver avuto due significati.

Guardando qualche vecchio disegno della piazza Ottagona o Vigliena nella

ricorrenza di eccezionali solennità, si scorgono quattro palchetti

gremiti di virtuosi. I disegni illustrano i testi e ne sono alla lor

volta illustrati: e i testi appunto descrivono gli artisti, altri a

sonare ed altri a cantare incessantemente. Ne abbiamo per la entrata di

Carlo III (1735); ne abbiamo per le feste di S.a Rosalia; e di molto

prima (1711), ne abbiamo per la vittoria di Filippo V di Spagna sopra

l'esercito degli alleati. Un poeta siciliano italianizzando cantava:

Nell'ottangula piazza insemi accampa

Di canora assemblea quattru parchetti

Remora duci in cui cu' passa inciampa[109]

[109] _G. Gargarosso_, _La fidilissima Sicilia e lu so invittu Munarca

Filippu V_, p. 8. In Palermo, pri Filici Marinu, 1711.

Certo non eran sirene incantatrici questi cantanti, ma confermavano la

inclinazione loro alla melodia ed il largo esercizio dei cultori di

essa. Come poi il lettore potrà vedere verso la fine di questo capitolo,

molti signori facevano della scelta musica di componimenti lirici e

drammatici nelle loro ville e nei loro palazzi.

Con siffatti mezzi molteplici ed utili a dar da vivacchiare, il mestiere

di virtuoso, messo in dubbia luce dal vieto motto: _musici et cantores

miserrime vivunt_, rendeva qualche piccola cosa. I salarî annuali erano

un'irrisione; e basta dire che per le messe cantate di S. Rocco e di S.

Sebastiano il Senato pagava tre onze e due tarì, e «per l'associo del

Divinissimo il giorno del _Corpus Domini_» quattr'onze e dodici[110]; ma

tanti pochi fanno molto, e ciò basta perchè i musicisti crescessero a

dismisura.

[110] _Riforma fatta dalla Regia Giunta_, p. 21. In Palermo MDCCXCI.

Il Santacolomba, Direttore del Conservatorio, vedeva ogni giorno un

caffè d'allora nella Piazza Vigliena, «frequentato soverchiamente da

questi fertili professori» e ne avrebbe voluto scemato il numero[111].

[111] _Santacolomba_, _La Educazione della Gioventù_ ecc. p. 44.

L'ultima riforma dei _Capitoli_ dell'Unione dei Musici (1762) si vede

soscritta da 104 confrati, oltre dieci altri aggregati posteriormente.

Un esemplare di questi _Capitoli_, appartenente alla Unione medesima, ha

delle annotazioni sulle quali occorre fermarsi un momento[112]. Parecchi

confrati erano sacerdoti, forse organisti, od anche cantanti di chiesa.

Alcuni aveano lasciato la Sicilia e non si sa per quali regioni d'Europa

vagassero. Uno, Ippolito Papania, trapanese, sonatore d'organo e di

violino, bandito, andava ramingando fuori regno. Longevi non pochi di

essi, morti uno ad 86 anni (D. Francesco Lanza), uno ad oltre 90 (D.

Giuseppe Sardella), uno a 100 (D. Giuseppe Biundo). Farà certo

meraviglia il sapersi di quattro cantanti (D. Giovanni Anghirelli,

probabilmente non siciliano, D. Girolamo Spina, D. Agostino Dulena, D.

Saverio Scivoli), spadoni. La notizia, non nuova affatto per la Sicilia,

viene da fonte ufficiale, e non ammette dubbio. Anzi è detto che uno di

questi quattro, lo Scivoli, occupava l'alto ufficio di Unito maggiore,

cioè di Superiore, e che dei suoi sciagurati consorti in spadoneria, non

uno ebbe lunga vita, essendo tutti morti giovanissimi, dai 24 ai 30 anni

di età. Quando poi si sappia che tra i cantanti erano delle voci

femminili di sopranini e contralti, ci vuol poco a supporre la esistenza

di quei disgraziati; i quali peraltro venivano ufficialmente ammessi

dalle antiche _Costituzioni del Conservatorio del Buon Pastore_[113], e

rimasero in un motto di dispregio, divenuto oramai storico[114].

[112] Vedi nota seguente.

[113] Cap. XVII, p. 39.

[114] Vedi il nostro opuscolo, _Modi Proverbiali ecc. di Palermo_, n. 13.

Palermo, 1902.

Questi confrati per altro, in virtù del riconoscimento della loro Unione

da parte di tutti i Vicerè succedutisi dal 1679 alla fine del sec.

XVIII, aveano obblighi e diritti che fanno pensare al altre corporazioni

del tempo. Se prima pagavano onza una e tt. 18 di entrata e tarì 3 il

mese, ora, nello scorcio del secolo, per le comuni strettezze ne

pagavano 9 di entrata e tre carlini di contribuzione. Possedevano gioie,

argento, coltre, stendardo, e ne facevano sfoggio negli accompagnamenti

funebri. Ammalati, se non eran debitori verso la Compagnia, avean

diritto alla assistenza sanitaria, a quella dei loro infermieri, ad un

sussidio temporaneo. Per le vie non potevano associare altri cadaveri

fuori di quelli dei loro confrati, sotto la pena fortissima di 30 onze

di multa. Alle spese occorrenti per l'annuale oratorio in onore della

protettrice S.a Cecilia potevano far fronte con gli introiti del Teatro

di loro proprietà, come a quelli per la offerta di S.a Rosalia con gli

«introiti delli lucri d'organi ed orchestra»[115].

[115] Si consulti l'esemplare dei _Capitoli_ cit., posseduto dall'Unione

dei Musici, per dono fatto il dì 21 sett. 1894 da Giovanni Pitucco.

Questo esemplare per le note a penna che contiene ha valore di

documento originale.

Privilegio, se non singolare, raro, quello del Foro proprio,

rappresentato dall'Auditore generale, abilitato a decidere «così per

l'osservanza dei Capitoli come per l'occorrenza di tutti i virtuosi

musici accollati in detta Unione tanto _attive_ quanto _passive_»[116].

[116] _Capitoli_ cit., p. 5.

La _Calata dei Musici_, rimpetto la fontana Pretoria, sul Cassaro, luogo

di convegno ordinario, era tuttodì piena di siffatti virtuosi. Vi

avresti incontrato maestri valenti di musica e soprani, contralti,

tenori, e bravi strumentisti e strimpellatori della peggiore specie, ai

quali, dal più al meno, erano familiari l'oboe ed il violino, il fagotto

e la tromba, il flauto ed il corno di caccia, la chitarra francese, il

mandolino ed il contrabbasso, oltre l'immancabile organo ed il

prediletto cembalo[117].

[117] Un giornale del 1794 parla d'un cembalo di Grimaldi ad ottava

stesa, che arriva nei cantini _al delasolrè_.

Con la venuta del reggimento degli Svizzeri di Jauk si videro per la

prima volta i piattini di metallo, certi particolari tamburi e timpani e

triangoli, e ne fu lieta occasione una sontuosissima festa del Principe

di Resuttano (1769)[118]. Questi strumenti di recente introduzione

aveano chi sapesse maestrevolmente maneggiarli ed ingrossavano la

falange dei sonatori nelle orchestre e nelle bande. Se poi il Senato non

si risolveva ad aggiungere neanche uno ai dieci musici ordinarî della

guardia pretoria, non fa nulla: altri istituti aveano di che vantarsi di

nuovi strumentisti.

[118] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, p. 109.

La musica del teatrino senatorio nella Marina dal giorno di S. Giovanni

(24 giugno) alla Esaltazione della S.a Croce (14 settembre) per tutte le

sere di estate ricreava ogni buon palermitano[119].

[119] Per tutta l'estate questa musica costava al comune 130 onze

(_Riforma_ cit., p. 23).

Essa cominciò, nella medesima Marina, nel 1591, quando, aperta la

strada Colonna, il Senato vi fece passare pei mesi di

giugno-settembre, esclusi i venerdì, i virtuosi che solevano sonare

nel palazzo pretorio nei giorni di lunedì o mercoledì. Ciascuno di

essi godeva un salario di onze 30 e n'ebbe aggiunto un altro di

onze 6. E qui giova notare che prima di quell'anno, fino al 1583,

in cui rovinò, luogo di diporto e di svago estivo, specialmente o

forse esclusivamente per le signore, era il terrapieno sulla Cala,

rimpetto il Castello a mare, dalla parte settentrionale, dove ora è

S. Spirito, chiamata la _Sala delle dame_. Vedi _A. Flandina_, _La

Sala delle Dame in Palermo_ (Pal. 1879).

Per alcuni anni tra una sonata e l'altra del teatrino, la Domenica, ve

n'era sul mare, in un gozzo carico di sonatori da fiato, che con dolce

lentezza solcava le acque d'argento come barca di fate in un lago

incantato. La chiamavano _notturna_, e ne rendevano illimitata lode al

senatore Barone Calvello, delegato per la musica cittadina[120]. Nella

Villa Giulia altra banda musicale, già nota ai nostri lettori, per

legato perpetuo del Principe di Paternò attirava uditori appassionati,

come nelle sere d'estate donne ed uomini non invitati da nessuno

s'abbandonavano al canto di deliziose ariette[121].

[120] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 172-173.

[121] Vedi v. I, cap. XXV.

E alla Villa Giulia e alla Marina il numero dei sonatori accrescevasi

mano mano che si entrava e progrediva nel nuovo secolo. In poco volger

d'anni eran già ventiquattro: direttore il Vermiglio, che pezzi proprî e

del Piticchio non cessava di regalare ai sempre numerosi uditori. Più in

qua, tra un pezzo e l'altro si canteranno, con accompagnamento di

mandolini e di chitarre, le solite canzonette siciliane. La gente seria

d'oggi rimarrà scandalizzata della profanazione del palchetto municipale

per via di queste canzonette dialettali; ma i nostri nonni non ne

rimanevano niente impressionati: anzi ci si divertivano come ricreazione

naturale e paesana. Nelle grandi feste pubbliche l'intervento di questa

banda musicale sarà sempre salutato con plauso, e non vi mancherà il

quartetto a corda (violino, violoncello, viola, contrabbasso) nelle

ricorrenze ecclesiastiche più solenni.

Per questo beninteso amore all'arte dei suoni molte case signorili

tenevano per propria ricreazione un'orchestra. La Resuttano era di

queste: perchè il Principe nudriva un gusto squisito d'arte, come una

intelligente predilezione per le lettere.

Altri patrizî eccellevano in cosiffatto gusto: e si ricordano a titolo

di lode Carlo Cottone di Castelnuovo, Girolamo Grifeo di Partanna, Gian

Luigi di Paternò, Pietro Lanza di Trabia ed altri maggiorenti della

Nobiltà.

Nei palazzi, continua era l'eco di dialoghi e di cantate, occupazione

geniale di maestri abilissimi e di dilettanti esperti. I salotti della

più eletta cittadinanza risonavano della miglior musica del tempo, canto

e pianoforte, sovente con accompagnamento dei soli strumenti obbligati

ad arco, disimpegnati anche dagli alunni del Conservatorio del

Buompastore. Il signor Hager non potè mai dimenticare in Vienna le

nostre chitarre ed i nostri mandolini. Graditi sempre gli autori più

illustri. Piticchio si alternava con Alessandro Scarlatti, Zingarelli

con Guglielmi, Paisiello con Cimarosa. Via via che la musica piegava a

forme nuove, le più intelligenti famiglie si affrettavano ad

accoglierle. Ogni repertorio privato si arricchiva di arie e di

madrigali, di canzonette e di romanze, produzione manoscritta che si

diffondeva per copie, tenute poco men che originali. Le molteplici

vicende delle famiglie hanno disperso tanto tesoro di studio; ma

sopravvivono parecchie centinaia di volumi nella Biblioteca del R.

Conservatorio di Musica.

Non era artista di canto o di strumento che non trovasse ammiratori e

protettori. Un violinista celebre, venuto di Terraferma, col pagamento

di tre tarì a persona dentro il refettorio del convento della Gancia

diede un'accademia e potè contare sopra un introito netto di trent'onze.

Chi avrebbe sognato allora che per accademie simili si sarebbe pagato un

giorno sette volte di più!

Un Giuseppe Calcagni cantante, al S.a Cecilia allietava con un

trattenimento di arie, _rondeaux_, concerto di strumenti, duetti,

ecc.[122]. Altri ed altri ancora trovavano accoglienze oneste e liete;

sì che Antonio Solli veneziano, impareggiabile sonatore di violino per

le corti d'Europa, negli ultimi anni di sua vita sceglieva Palermo come

sua seconda patria, «non indegno di stare accanto al maggior sonatore

d'arpone che si fosse mai sentito», il palermitano Michele Barbici, di

cui dopo il 1769 «si sonarono in Napoli o altrove con gran plauso i trii

ed i quartetti»[123].

[122] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.

[123] _Forno_, _Opuscoli_ cit., II, p. CCLVI.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 17 / 61 题