IL «CASOTTO DELLE VASTASATE», OSSIA IL TEATRO POPOLARE.

Deficienza di mezzi e umiltà di classe non consentivano al popolo di

assistere alle rappresentazioni dei due teatri principali della città;

necessarî quindi altri teatri ad esso confacenti, con rappresentazioni

adatte alla sua intelligenza ed alle sue inclinazioni. Una volta c'era,

come si è detto, quello dei _Travaglini_; ma, trasformato nel teatro di

S.a Lucia (Bellini), il popolino non ebbe più un luogo di spettacoli pei

suoi gusti e pei suoi limitati espedienti. Avea bensì, la parte infima

di esso, quello che ha ora: i teatrini delle marionette per le leggende

cavalleresche del ciclo carolingio (_opra di li pupi_), e solo da venti

e più anni è scomparso di su la porta d'un magazzino di ferro attiguo al

palazzo Partanna in Piazza Marina (magazzino che servì a

rappresentazioni paladinesche) il titolo di _Teatro di burattini_. Un

genere speciale di commedie era eseguito in modo divertente da

pupattoli. Tofalo, che vi partecipava, parve ad uno straniero la

personificazione dell'indole siciliana, come John Bull della inglese. Ma

la parte più divertente dello spettacolo consisteva in certe scene nelle

quali le marionette riproducevano esattamente i caratteri bizzarri della

Città, in modo così sicuro che non isbagliava d'una linea la caricatura;

il che non mancava mai di recare diletto indescrivibile ai Siciliani

allegri e loquaci[84]. La città avea pure il suo pulcinella per

rappresentare «la libera commedia pei passanti, col suo linguaggio

abituale, che solo può imitarsi con un pezzetto di lamina sulla

lingua»[85], vogliam dire quello che noi chiamiamo ancora _tutùi_, i

Napoletani _guarrattelle_ ed i Toscani _castello_.

[84] _Galt_, _Voyages and Travels_, p. 36.

[85] _Hager_, loc. cit., p. 94.

Siamo proprio nell'ultimo trentennio del settecento. Una brigata di

popolani d'ingegno pronto, di facile e colorito linguaggio, si propone

di mettere su un teatrino tutto siciliano.

La letteratura non avea un repertorio comico dialettale da svecchiare, o

sul quale metter le mani. Il carattere burlesco del _Travaglino_ di

Palermo e del _Giovannello_ di Messina non facea più pei tempi; il servo

siciliano Tiberio o Nardo era sciupato; bisognava modificarlo, rifarlo

addirittura.

La brigata trovò persona che facesse le prime spese, pronta ad

avventurarsi a rappresentazioni della vita e dei costumi dell'Isola.

Chi erano essi questi nuovi attori? Il portiere nella corte del Giudice

di Monarchia, D. Giuseppe Marotta, il più piacevole, il più arguto

spirito che Palermo avesse dato da oltre un secolo; Giovanni Pizzarrone,

mastro Giuseppe D'Angelo, Giuseppe Sarcì, portiere anch'esso, ma del

Lotto, Gaetano Catarinicchia, basso curiale, Ignazio Richichi, orefice,

che è forse da identificare con quel Giovanni Richichi tiratore

d'argento, il quale poi entrò nella Compagnia dialettale del R. Teatro

S. Ferdinando; Mario Frontieri, sarto, Fr. Corpora, guardaporta nel

Conservatorio del Buompastore, e parecchi altri maestri e bassi curiali,

tutti, dal più al meno, analfabeti. Il teatrino sorse in forma di

baracca di legno o, come si dice ancora, di _casotto_ (nome che poi

rimase classico) nel piano della Marina, e diede quanto di strano, di

triste, di lieto offrisse Palermo. Nel 1785 la popolana brigata era già

famosa: e se dapprincipio improvvisava secondo un piano prestabilito dal

capo di essa, che inventava la favola, la scompartiva, designava i

personaggi, tracciava i dialoghi, lasciando alla facoltà ed abilità di

ciascuno quel che dovessero dire e come dovessero dirlo, più tardi il

capo di essa, D. Biagio Perez, anima intellettiva della Compagnia,

ideava e scriveva le sue farse o commedie, le faceva imparare a memoria

dagli indotti artisti e ne dirigeva la esecuzione. Fecondissimo

compositore costui, che, aggirandosi di continuo per i cortili, i vicoli

ed i luoghi dove l'elemento più modesto delle città, uomini e donne,

viveva, chiacchierava, litigava, ad esso attingeva gli argomenti,

gl'intrecci, le forme del suo teatro.

Il segreto della fortuna era riposto nella caricatura del benestante

provinciale, stravolto ed avaro, detto _Barone_, nel ridicolo, a piene

mani gettato sul notaio messinese e nella somma abilità del celebre

Marotta (celebre lo dicono i diaristi d'allora), che con impareggiabile

_verve_ sosteneva le parti di _Nòfriu_, facchino sciocco e beone: tipo

stupendo che, nella sua assoluta ignoranza, il Marotta, anche sarto a

tempo perso, non cessava di perfezionare ogni giorno oziando presso la

Posta dei facchini (_Posta di li vastasi_), all'angolo della via dei

Chiavettieri, dove il nome di lui era in mal repressa avversione come

quello che li metteva in continua berlina.

Di questa avversione dà la misura un aneddoto non mai fin qui scritto.

Era d'inverno. Piogge torrenziali aveano ingrossato la solita piena, che

per la via Toledo correva al mare. Alla Piazza Vigliena, passaggi in

legno molto primitivi attiravano uomini, che da un lato all'altro della

catena (marciapiede) trasportassero gl'inabili a traversar la fiumana.

Questi uomini erano dei facchini autentici[86].

[86] Vedi v. I, cap. II, p. 26-27.

Ed ecco farsi innanzi un robusto omaccione con un uomo a spalla. Toccava

già a mezzo la piazza, e la corrente gli giungeva furiosa fin sopra le

ginocchia. A un tratto una voce stentorea e minacciosa gli grida:

_Infame! tu porti Marotta!_... e la voce non era cessata, che il volgare

san Cristoforo, poco cristianamente buttava giù nell'acqua l'ingrato

peso. Il riconosciuto artista si ballottò per un momento tra la piena

limacciosa, e dovette ringraziare il cielo se potè cavarsela con quel

bagno d'inverno e con i fischi assordanti dei facchini del Cassaro.

Tornando ai personaggi, diremo che il _Japicu_, padre stupido, veniva a

meraviglia disimpegnato dal Richichi, il quale vuolsi abbia sostenuto

più tardi la parte di _Nòfriu_. Catarinicchia faceva da _Laura_, moglie

di lui, vecchia ciarliera ma astuta. Altro giovane, che per la sua

figura bionda e sbarbata e la voce muliebre figurava da donna (giacchè

il sesso femminile era escluso dalla Compagnia) era il lepidissimo

Sarcì, che a certo punto diè il nome alla Compagnia, e che ritraeva la

nota _Lisa_, servetta scaltra e civettuola. Questo Sarcì, per la sua

femminilità riuscì una volta ad innamorare un provinciale frequentatore

del casotto, il quale però in una conversazione da lui sollecitata restò

con un palmo di naso innanzi alla creduta e corteggiata donna. Mario

Frontieri faceva da _Tòfalu_, facchino malizioso, degno riscontro di

_Nòfriu_, dal quale non si scompagna mai nella tradizione. Corpora da

_Calòriu_ era un servitore provinciale torto e baggeo e più comunemente

il _ciancianisi_; da _Sabbedda_, seconda servetta e imprudente,

camuffavasi il merciaio Carmelo Ganguzza, che doveva passare poi a

sostituire il Sarcì nelle parti di _Lisa_, quando questi trasformatasi

in caratterista; e sosteneva, come non si sarebbe potuto meglio,

l'ufficio del notaio messinese _D. Litteriu_ Mario o Carlo Montera, a

cui stava da presso altro servo accorto e raggiratore, Gaetano Gulotta,

curiale.

Così composta, la Compagnia agiva nel casotto: e la gente accorreva

numerosa, assai più che ai due maggiori teatri[87], e si divertiva alle

facezie, agli equivoci, ai frizzi che scoppiettavano in bocca a questi

pittori del dialetto e, non ostante la parte loro prescritta,

improvvisatori di dialoghi vivaci e sfolgoranti. Una recita il giorno

non bastava più: e a quella, tanto comoda per coloro che avean finito di

lavorare ed avevano libero l'intervallo tra la luce del giorno che

declina ed il buio che comincia, se ne faceva seguire un'altra di sera.

Venuta l'estate, il favore del non colto pubblico imponeva altro luogo

più fresco, alla Marina, presso la Garita. Di questo modo il teatro

popolaresco si continuava alternandosi per la estate fuori e per

l'inverno dentro città.

[87] «Commedie improntate burlesche dette bastasate, le quali però non

ostante che ignobili sono le più frequentate». _Villabianca_,

_Diario_ ined., a. 1794, p. 420.

La _vastasata_, titolo della rappresentazione, è il nome col quale

farse, commedie ed altri componimenti simili, detti anche _improntate_,

corsero fin d'allora, su temi volgari, sovente piazzaiuoli, con

personaggi della plebe, a prevalenza di _vastasi_ (facchini). Un esempio

pratico e cortigianesco, ma ritraente del genere d'allora, a base di

tipi consacrati dall'uso (_Nòfriu_, _Tòfalu_, _lu Baruni di li

Cianciani_, _Donna Lisa_) ce lo diede il Meli (1799) nei _Palermitani in

festa_, farsa che il sommo poeta chiamò _vastasata_ dal genere in voga

da un pezzo[88].

[88] Il parrocco G. Alessi ci lasciò questa nota, che non vien

confermata da nessuno: «Oggi (1795) la voce _farsa_ è andata in

disuso; chiamasi _zanni_ e suol farsi nel piano della Marina ed in

quello dei Bologni.» _Aneddoti_, n. 35, Ms Qq H 43 della Biblioteca

Comunale.

Il Villabianca in uno dei dieci ricordi che nel suo _Diario_

inedito fa, dal 1785 al 1800, dei _Casotti_, sotto la data del 1790

scriveva: «In Piazza Marina, nel Casotto, commedie ordinarie, cioè

improntate, fatte da nostrali comici, _bastasate_ in lingua

siciliana, che sono opere buffe, nelle quali fa (_agisce_) il

celebre Giuseppe Marotta». Ms. Qq D 111, p. 365.

I costumi eran sempre i medesimi, come i caratteri; non soggetto a molte

novità l'intreccio e l'azione. Solo ogni tanto, per nuove vicende e per

avvenimenti clamorosi, al tema ordinario se ne sostituiva uno

occasionale. Il 30 luglio del 1789 la famigerata Anna Bonanno veniva

strangolata nelle più alte forche alle Quattro Cantoniere, ed il 5

settembre seguente, in un casotto della Garita, si assisteva ad una

rappresentazione sulla _Vecchia dell'aceto_, soprannome col quale dovea

sinistramente passare alla posterità la infame propinatrice di aceto

velenoso. Lo stesso era avvenuto della cattura e morte del famosissimo

brigante Testalonga. Per la festa di S.a Rosalia poi era inibita

qualunque rappresentazione d'argomento non sacro[89] vacanza era il

venerdì e riposo assoluto si prendeva nei mesi di ottobre, novembre e

dicembre[90].

[89] _Reali Dispacci_, n. 1514, foglio 141 retro, nell'Archivio di Stato

di Palermo.

[90] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290, a. 1793-99.

Accadeva talvolta che nelle commedie fossero brevi cantate a due o tre

voci; e allora ecco trovato un poeta che le sapeva scrivere secondo il

gusto degli spettatori: l'ab. Catinella, a cui le Muse sorridevano

lietamente.

Per mancanza di documenti un giudizio sulle _vastasate_ non è possibile,

quantunque sia stato affermato conservarsi gli scenoni o scenarî di

ventinove di esse, parte inventate, parte rifatte da commedie scritte e

adattate dal Perez al nostro teatro dialettale. Checchè ne sia, bisogna

contentarsi dei soli titoli, dove è malagevole riconoscere la

provenienza letteraria[91]; ma dove non è difficile indovinare l'assenza

della prima, originaria forma del genere, la quale non venne mai scritta

appunto perchè primo il Marotta non sapeva scrivere. Gli eruditi del

tempo si limitarono a qualificarle, per la loro autenticità, come «le

vere bastasate che da più tempo fra noi introdotte in Palermo, riescono

accette al popolo»[92]. Hager, che le vide alla Marina, notò gli uomini

travestiti da donne, le parti burlesche eseguite da uno che raffigurava

da facchino; scherzi principali, le percosse e gl'inganni; linguaggio,

tutto siciliano[93]. Galt, dopo Hager, trovò tra gli attori «il più

popolare, uno che rappresentava il carattere volgare isolano più

accentuatamente di quello che si facesse per i caratteri irlandese e

scozzese a Londra»[94].

[91] 1. Onofrio ed Elisa, cavaliere e dama per forza, ossia il fanatismo

dei facchini. -- 2. Onofrio ladro in campagna e galantuomo in

città. -- 3. Onofrio disertore. -- 4. I due anelli magici. -- 5. I

contratti rotti. -- 6. Testalonga e Guarnaccia. -- 7. La nascita di

Onofrio dall'ovo. -- 8. Le metamorfosi di Onofrio. -- 9. Onofrio

finto sordo e muto per non pagare i debiti. -- 10. L'equivoco del

manto. -- 11. La pentola. -- 12. Le torce dei diavoli. -- 13. La

magia di Corvastro e Fagiani. -- 14. Onofrio finto principessa. --

15. Lo spirito folletto di Elisa. -- 16. Il fuori fuori. -- 17.

Onofrio servo sciocco. -- 18. I quattro rivali in duello. -- 19.

Quattro Onofrii in un punto. -- 20. I vecchi burlati. -- 21. Il

cortile degli Aragonesi. -- 22. La anatomia di Onofrio. -- 23.

Onofrio re dormendo. -- 24. Onofrio marito geloso. -- 25. Le 99

disgrazie di Onofrio. -- 26. Onofrio finto imperatore del gran

Mogol. A questi bisogna aggiungere: 27. La Calata di Baida. -- 28.

Lo Spedale dei pazzi. -- 29. La venuta dello sposo dalla tonnara.

-- 30. Venuta di Lappanio da Cianciana.

Vedi un articolo di _Ag. Gallo_ nell'_Indagatore siciliano_, a. I,

v. I., fasc. I. Pal. 1834, e un altro di _P. Lanza_ nelle

_Effemeridi scientifiche e letter._, t. X, a. III, p. 345-46, Pal.

1834. Cfr. _Caminneci_, _Brevi Cenni storici_, ecc. Pal. 1884.

[92] _Villabianca_, _Diario_ ined., 1796, p. 282.

[93] _Gemälde von Palermo_, pp. 93-94.

[94] _Galt_, op. cit.

Più espliciti i pubblici funzionarî. Pietro Lanza Principe di Trabia,

Capitan Giustiziere nel 1793, le diceva «spettacoli di non troppo

odorato buono, perchè, per lo più, piene di sentimenti vili [intendi

plebei] e spesso indecenti, e che sicuramente non corrispondono al fine

per cui si permette la buona commedia, che sarebbe quello di onorare la

virtù e porre in disprezzo il vizio». Ma nel 1794 modificava in questo

modo il suo parere: «Analizzandosi questa improntata siciliana, comunque

sia stata definita per spettacolo di sentimento alquanto indecente, non

racchiude nelli medesimi che uno scherzo passeggiero e niuna

conseguenza. Il ricorso peraltro in queste improntate suol accadere di

persone che si uniscono tali sentimenti. Non si sono mai fatti leciti

gli altri in queste improntate di scherzare contro la religione. Le

persone poi che dirigono tali improntate sono più che circospette».

Concludeva perciò: «Il governo le ha sempre permesse»[95].

[95] Risposta del 21 giugno 1793 in R. Segreteria, Incartamenti, n.

5290. Vedi anche _passim_ in questo volume.

Giovanni Meli guardava di mal occhio, non già la classe sulla quale era

gettato il disprezzo del genere di rappresentazione, ma lo spirito della

rappresentazione medesima. Il sentimento delicato del poeta faceva di

lui un essere di tempi più progrediti, di idee più elette che non

fossero quelle dominanti allora, facilmente, clamorosamente accolte nei

teatrini. In una sua nota egli rilevava: «Per comprendere in quanto

dispregio sono al presente presso i cittadini gli abitanti dei villaggi

delle campagne, basta portarci una o due volte ad ascoltar le commedie

nazionali, dove si osserva costantemente che fra li ceti degli uomini,

quelli nell'ultima derisione sono i facchini e i contadini»[96].

[96] _Meli_, _Riflessioni_, p. 18.

Il successo ottenuto dal Marotta e dal Perez fu così trionfale, e

continuò così costante, che fece attecchire un genere fino ad essi forse

non tentato, ma senza forse non portato al grado a cui essi lo

portarono. Il successo fece gola a molti, e nuovi artisti da strapazzo,

e nuovi impresarî da dozzina vollero gareggiare con rappresentazioni del

tipo, dato, imposto per opera della così detta _coppia grande_, che era

la compagnia Marotta-Perez. E qui ha principio una pioggia incessante di

domande di questo o di quell'impresario per ottenere dall'autorità

competente la licenza di teatrini per commedie popolari buone per far

divertire il pubblico basso, impossibilitato di assistere ai teatri

alti. Le carte della R. Segreteria di Stato del tempo son testimoni di

questa gara per invidia di risultati, per avidità di lucri, i quali,

dividendosi, doveano per necessaria conseguenza attenuarsi fino alla

irrisione. Un casotto alla Marina chiese il permesso di alzare ed alzò

nel 1793 mastro Giovanni Pedone; ma non potè, per la scarsezza

dell'annata, pagare le 16 onze volute dalla Deputazione per le

strade[97]. Uno «con palchi aperti a tenore dell'ordine reale, per

improvvisate siciliane» ne volle pel seguente 1794 mastro Antonino

Demma; e come lui, nel medesimo anno, per proprio conto altro ne chiese

un certo Pignataro, «per bastasate improvvisate di dilettanti ed altre

burlette». Questo stesso sollecitava un Barcellona. Richiesto del suo

parere dal Vicerè, il citato Capitan Giustiziere Principe di Trabia non

sapeva che fare: e per uscirne mostravasi non molto tenero del genere,

«che avrebbe voluto sostituito e modificato con commedie o burlette

decenti». Non propendeva per le vastasate, fin lì «con una certa

restrizione, come di tre o quattro nel Carnevale e raramente nelle altre

stagioni», accordate, e raccomandava il Barcellona, come il più pulito e

reputato. Ciò nel giugno del 1793. La parzialità non piacque a nessuno.

L'anno seguente, sei nuovi o vecchi impresarî si affollavano per licenze

d'altri casotti in Piazza Marina. Stavolta il Capitan Giustiziere era

come l'aio nell'imbarazzo. Chi preferire? E se tutti chiedono di

eseguire bastasate, come dir male di tutti? L'anno scorso si era

lasciato sfuggire quel giudizietto poco gradito; ed ora non avrebbe

voluto ripeterlo. Aggiungi che tra i richiedenti c'era la compagnia

autentica delle vere _bastasate_, che si faceva avanti fiduciosa, come

sicura della preferenza al Pignataro, trascurato l'anno scorso. D.

Giuseppe Marotta, D. G. Sarcì, D. Mario Montera, D. Gaetano Gulotta,

mastro Giuseppe D'Angelo, mastro Fr. Corpora pregavano il Vicerè che

rinnovasse al Pignataro il permesso al quale pei suoi precedenti aveva

un certo diritto. «Alcuni sconsigliati -- essi scrivevano -- han chiesta

simile permissione per loro; ma costoro non hanno la _coppia_, che ha

solo il Marotta supplicante. Pignataro vanta per licenze ciò sin dalla

Capitania del Marchese di Giarratana. Ecco perchè questi poveri padri di

famiglia si ridussero a scritturarsi con Pignataro».

[97] Nella domanda con la quale egli vuol rifarsi delle perdite

sofferte, era detto press'a poco questo: L'annata è stata orribile;

i caffettieri stessi, che nella Marina sogliono alzare baracche in

estate per i sorbetti, a cagione del caro degli zuccheri

abbandonarono il posto; io vi rimasi per divertire il pubblico.

Concedetemi il casotto anche pel 1794 per farvi rappresentare «la

coppia della bastasata».

Ricordiamoci del resto della carestia, delle febbri e della moria

di quell'anno, non solo in Palermo, ma anche in gran parte

dell'Isola.

Il Principe di Trabia, che era uomo di buon senso, prendeva, come suol

dirsi, a quattro mani il suo coraggio, e da onesto Capitan Giustiziere

favoriva la giustizia alla quale avea diritto questa brava gente,

dicendo anche un po' di bene delle _bastasate_, non ostante il po' di

male che ne avea detto innanzi. Marotta trionfava su tutta la linea, ma

il trionfo era fortemente contrastato da emuli e da avversarî. Antonino

Carini, esercitando un suo casotto nella Piazza Marina, faceva dei lagni

contro gl'invidiosi attori della _coppia grande_, cioè contro il

Marotta; ed era costretto a prendere la _coppia piccola_ per superare

questi, che essi chiamavano creatori di cabale; e, ad accrescere

attrattive, domandava di poter «fare intermezzi con balletti di gente

siciliana per maggior godimento del pubblico» (7 gennaio 1795); inutile

pretesa, ridotta solo alla concessione di «opere serie ed oneste», ossia

di «tragedie sacre per la prossima quaresima» (27 gennaio), concessione

del nuovo Capitan Giustiziere, Principe di Galati.

Eppure anche questa riserva suscitava risentimenti. L'impresario del

teatro di S.a Lucia, Giuseppe Azzalli, ci vedeva un disvio della sua

clientela e richiamavasene all'autorità; ma non capiva o fingeva di non

capire che l'uso dei casotti era inveterato, che il Governo li avea

sempre favoriti, perchè la maestranza non avrebbe altrimenti avuto

un'occupazione dilettevole spendendo pochissimo. «La gente che frequenta

i casotti non frequenta il S.a Lucia, osservava giudiziosamente la

medesima autorità. I casotti sono sforniti di tutti quei comodi che da

per tutto vuol trovare la culta ed onesta gente; e in essi vengono dati

degli spettacoli che quanto conciliansi l'immaginazione e soddisfano al

gusto del popolo, altrettanto sono incapaci di trattenere le culte ed

eleganti persone».

E proseguivano le richieste per casotti da vastasate, di mastro Antonino

Lamanna, di D. Fr. Simoncini, di D. Giuseppe Aloj e di non so quanti

altri. Il Capitan Giustiziere esaminava e consentiva, e le licenze non

mancavano; sicchè il piano della Marina d'inverno, quello della Garita

di estate avrebbero dovuto essere ingombri di baracche. Eppure non lo

erano se non in parte: perchè primeggiava sempre la vecchia e originaria

Compagnia; ai danni della quale, o al miraggio di larghi guadagni, fin

due grossi speculatori si fecero innanzi con l'offerta, apparentemente

vantaggiosa al Fisco, sostanzialmente offensiva alla libertà, del

pagamento di 30 onze annuali pel diritto proibitivo di alzar baracche

per commedie popolari (1795 e 1796).

E di che non si domandava monopolio, e quindi diritto proibitivo?

Ma tra tanti casotti che sorgevano e sparivano, tra tante compagnie di

comici con programmi rigorosamente siciliani tendenti a mettere in

evidenza i costumi e la vita del popolo, quella del Marotta e del Perez

era sempre favorita e coperta di applausi. Lì era il _genius loci_, il

creatore e, se vuolsi meglio, il restauratore di un teatro che

rispondeva al momento storico, e che ritraeva caratteri non mai fino

allora con parola più incisiva, più colorita, più affascinante saputi

cogliere ed incarnare. Questo _genius loci_, giova ripeterlo, era il

Marotta.

Ultimo e non indegno avanzo della vecchia Compagnia, Mario Montera

proseguiva molto più tardi i miracoli artistici del suo bel tempo.

Giovedì 25 dicembre del 1824, sui soliti luoghi di affissione di «Leggi

ed Atti della pubblica Autorità» si leggeva il seguente:

_Avviso teatrale_

_Il genio, la tendenza naturale ai leciti ed onesti divertimenti, di

questo cortese non meno che dotto pubblico hanno indotto il Capo comico

Nazionale Mario Montera a riunire una compagnia di tutti nazionali atta

ad esporre le solite burlette antiche in lingua nazionale, ossiano

vastasate: e prevj i dovuti permessi, ha fatto erigere un teatrino nella

via Bottari, il quale sarà titolato «Il Teatrino della Compagnia

siciliana»._[98]

[98] Palermo, Per De Luca. (Foglio volante).

Il domani di Natale ebbe luogo la prima rappresentazione, alla quale

altre ne seguirono negli anni dipoi quando Ferdinando II di Borbone,

venuto a Palermo, ne intese parlare come di spettacolo tutto siciliano,

che aveva pieno riscontro con quello di S. Carlino. Egli, che

palermitano si ricordava di essere, e in Napoli era cresciuto e vissuto,

non seppe resistere alla tentazione di vederlo: e lo vide. La commedia

nazionale, la vastasata, era allora entrata (e forse fu distinzione d'un

quarto d'ora) nel S.a Cecilia: ed il Re ci si divertì molto. Poca cosa

parve l'intreccio; deficiente la catastrofe; «ma il dialogo,

animatissimo; sorprendente l'attitudine dei comici, che in sostanza eran

del volgo, e gli abiti ben il mostravano; e il dialetto talmente

siciliano da rendersi difficile per gli stessi uditori siciliani, non

che per un forestiero. Il Sovrano credette i comici più naturali di

quelli che erano a S. Carlino, e ben credea»[99].

[99] _Lettere su Messina e Palermo_, lett. XXXI, p. 129.

Fu l'eco tarda ma pur sempre sonora e gradita di una voce che per lunghi

anni avea tenuto desta l'attenzione del popolo palermitano nel secolo

precedente, e che facetamente lo avea giocondato.

Tre anni dopo, sotto la lettera V del _Nuovo Dizionario siciliano_ di V.

Mortillaro si leggeva per la prima volta la voce _vastasata_ con questa

spiegazione: «rappresentazione teatrale, che espone fatti popolari e

ridicoli in lingua nazionale, sovente aggiungendo nel momento ciò che

credono i recitanti a proposito, senza stare rigorosamente ai detti del

suggeritore».

Di questo teatro, nulla, proprio nulla ci resta: dolorosa constatazione,

che non ha il conforto di una prova contraria.

Che cosa è avvenuto delle due o tre dozzine di canevacci di commedie o

anche delle commedie sceneggiate o scritte? Noi lo ignoriamo; ma se

dobbiamo giudicare dall'unica che ci resta, il _Curtigghiu di Ragunisi_,

quel teatro dovette rappresentare non solo il momento storico dianzi

affermato, ma anche il momento sociale e letterario del nostro paese.

Il momento passò, e nè la storia civile, nè la storia letteraria

dell'Isola seppe fissarlo in un giudizio che a' ricercatori del passato

desse ragione esatta di un titolo volgare, assurto alla importanza della

commedia dell'arte tra noi.

Non è guari la stampa palermitana, siciliana, italiana e financo estera

a proposito d'un forte artista catanese e d'un valoroso scrittore di

scene della vita del nostro popolo, diceva che noi non avevamo mai avuto

un teatro dialettale: primo, anzi unico esempio, quello che si affermava

sui teatri dell'Isola e del Continente col Grasso, coi suoi abili

compagni e con l'esperto autore drammatico che dirigeva e presto tornerà

a dirigere la comitiva. Quella stampa ignorava la storia di casa nostra,

aggiungendo un altro ai cento errori ond'è purtroppo pregiudicata la

conoscenza delle cose di Sicilia. No, non è vero che noi non avemmo mai

un teatro popolare siciliano! Se poi il vecchio teatro siciliano si vuol

paragonare col nuovo, probabilmente per trarne ragioni sfavorevoli al

vecchio, allora si manca dei criterî elementari per giudicare che altro

era il settecento, altro è il novecento, anzi manca addirittura uno

degli elementi del giudizio. Un teatro dialettale, come abbiamo veduto,

vi fu, e si credette così proprio e caratteristico della Sicilia che da

tutti venne appellato _nazionale_: e _commedie nazionali_ furon dette le

_vastasate_, sì perchè la Sicilia era pei Siciliani una nazione, e sì

perchè pei dotti di essa, specialmente nel sec. XVIII, il dialetto

voleva levarsi a dignità di lingua[100].

[100] Cfr. il cap. _Accademie_ {p. 375}.

E questa è storia!

Spettacoli avventizî si vedevano nelle diverse stagioni dell'anno, e

curiosi d'ogni classe vi godevano ora una mostra di dromedarî, di

leopardi e di fiere africane ad essi ignote, ora macchinette automatiche

e balli di orsi, ora giuochi atletici giammai visti, e stimati

impossibili a forza umana, ed ora marionette d'una ingegnosa compagnia

lombarda.[101]. Nel maggio del 1788 il patrizio palermitano Agostino

Chacon dei duchi di Sorrentino esponeva statue parlanti, che sarebbero

una meraviglia anche oggi non che al tempo che sorpresero V.

Torremuzza[102]. Mentre Giustino Materangelis lucchese divertiva con

fantocci curiosissimi, il napoletano Crispino Zampa eseguiva con altri

fantocci di sua opera commedie, tragedie ed altre cose teatrali[103].

V'era la riproduzione d'un bucintoro che chiamava gran numero di

visitatori, e v'era un nano tedesco, che la madre presentava sotto il

palazzo Cesarò, rimpetto il Salvatore, contro pagamenti diversi secondo

che i visitatori fossero nobili, civili e di bassa gente.

[101] _Villabianca_, _Diario_ edito ed inedito, anni 1773, 1777, 1789,

1790, 1794, 1797. Vedi anche i mss. di Casa Trabia.

[102] _Torremuzza_, _Giornale_ ined., p. 450.

[103] R. Segreteria, Incartamenti, n. 5290.

La vita in Palermo cento e più anni fa, Volume 2 · 第 15 / 61 题