Gli spettacoli si alternavano con le feste, e le une e gli altri si
succedevano con inalterata puntualità. Titolati, civili, popolani vi
prendevano parte e se le godevano in ragione del loro grado, della loro
inclinazione e dell'uso tradizionale.
La rassegna di quegli spettacoli e di quelle feste sarebbe essa sola
materia d'un libro: tanti e così multiformi sono i gruppi nei quali, per
funzioni civili e cerimonie religiose, per passatempi ordinarî e scene
occasionali, per divertimenti continui e giuochi periodici, essa
potrebbe scompartirsi e classificarsi.
Nei brevi cenni che la economia del lavoro ci consente, in questo e nel
seguente capitolo il lettore potrà conoscere le principali feste delle
varie specie.
Procediamo con ordine.
La impresa di Carlo V, che tolse al dominio turco le isole di Malta e
del Gozzo e Tripoli, segna un fatto importante nella storia di Sicilia.
Per compensare i Cavalieri di S. Giovanni della perdita dell'isola di
Rodi, passata, dopo lunghissimo possesso, a Solimano imperatore, Carlo
concedette loro Malta e Gozzo (1530). Per ciò dovevano i Cavalieri
attestare la loro gratitudine e rinnovar la conferma della loro
soggezione al Monarca di Sicilia con un formale tributo al suo
rappresentante in Palermo.
Eseguita con un cerimoniale tutto proprio, questa funzione dal 1º
novembre venne portata al 1º gennaio e verso la fine del secolo, per
omaggio a Ferdinando, al 12, compleanno di lui.
In che consistesse il tributo, è presto detto: nella presentazione di un
falcone per mano del Gran Maestro della Religione di Malta. Egli,
partendo da quell'isola, veniva ossequiosamente a compiere nella
Cappella del R. Palazzo l'atto, non pur di devozione, ma anche di
vassallaggio. E poichè in Palermo era il Balio e Ricevitore di Malta,
così sovente la funzione veniva da esso compiuta in forma di ambasceria:
e per lungo tempo Gioacchino Requesenz dei Principi di Pantelleria
rappresentò l'Ordine in faccia al Caramanico Vicerè ed al Lopez
Presidente del Regno.
La straordinaria solennità della ricorrenza era fatta più clamorosa
dall'assordante sparo dei cannoni del forte di Castellammare; ma nel
1779 questo era già, per economia, abolito: ed il Ministro di Napoli per
la Sicilia, autore della riforma, l'aveva così motivata: «Dovranno
parlar meglio siffatte lingue di fuoco nelle occasioni di far portare
rispetto e far temere la maestà del Principe»[1]: ragione più cortigiana
che coraggiosa: e certo antipatriottica, come quella che volea far
temere il Re a furia di cannonate!
[1] _Villabianca_, _Diario palermitano_, in _Biblioteca Storica e
Letteraria di Sicilia_, di _G. Di Marzo_, v. XXVI, p. 294.
In tal modo si apriva il ciclo delle feste sacre e profane dell'anno.
Tra le ridde della _tubiana_ e le ebbrezze dei ridotti, tra lo
scompiglio dei carri e le misurate movenze del _Mastro di campo_,
correva sbrigliato, frenetico, il Carnevale. Un paio di tamburini,
qualche piffero, uno, due uomini che battevan le castagnette,
raccoglievano intorno a loro una folla disordinata di maschere popolari:
re, regine, caprai, pulcinelli, orsi, mastini, inglesi ubbriachi,
dottori e baroni imparruccati, turchi neri come pece, vecchie armate di
fusi e di conocchie. Al ripicchiar degli strumenti i sonatori eccitavano
a balli paesani, a salti mortali, a corse sfrenate ed a smorfie e
sdilinquimenti. Con un arnese formato da una serie di regoli a X mobili
di legno una maschera faceva giungere fino ai secondi piani lumie e
fiori ad amiche ed a parenti: era lu _scalittaru_. Un'altra offriva in
un elegante cartoccio confetti e in una nastrata boccettina sorsate di
liquore delizioso: era un azzimato spagnuolo. Altra maschera si
affaticava a guadagnare i gradini d'una scaletta a piuoli, sostenuta da
due compagni: e dopo mille contorcimenti e dinoccolature stramazzava
goffamente per terra: era il _pappiribella_. Quest'accolta di maschere,
guidata dalla infernale orchestra, era appunto la _tubiana_; la quale
per _lazzari, mammelucie, papere, ammucca-baddottuli_, e d'ogni strana
maniera travestimenti accrescevasi all'infinito.
Tutto un dramma comico svolgevasi alla Fieravecchia e in altre piazze:
il _Castello_, parodia del Conte di Modica _Bernardo Cabrera_, che diede
la scalata allo Steri (oggi Palazzo Tribunali in piazza Marina) per
impadronirsi (gennaio 1412), vecchio libidinoso, della giovane e bella
Regina Bianca di Navarra, vedova di Ferdinando: era il _Mastro di
campo_[2].
[2] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 26-27.
Mentre siffatti spettacoli animavano i quartieri dell'Albergaria e della
Loggia, di Siracaldi e della Kalsa, sontuosi carri salivano e scendevano
pel Cassaro e per la Strada Nuova, gremiti di altre maschere
raffiguranti scene mitologiche, storiche od anche fantastiche. Il
_Trionfo d'amore_, secondo Petrarca, meritò il plauso dell'unico
giornale del tempo. Cosa non mai vista le _carrozzate_ del Principe di
Pietraperzia e del Principe di Paternò, del Principe di Gangi
Valguarnera e del Marchese Spaccaforno Statella, del Duca di Caccamo
Amato e del Duca di Sperlinga Oneto. Precedute da strumentisti a piedi e
da soldati a cavallo, lanciavano alle aristocratiche spettatrici sui
terrazzini (_balconi_) scatolette ed alberelli, ed a larghe mani sulla
folla plaudente confetti gessati[3]. Appena principiato il secolo XIX,
nel Martedì grasso del 1802, anche Ferdinando volle prender parte ad una
di cotali carrozzate spargendo confetti di eccellente fattura, mentre
gli altri che lo accompagnavano ne lanciavano finti[4].
[3] _Novelle Miscellanee_, p. 19. -- _Villabianca_, _Diario_, in
_Bibliot._, v. XXVI, pp. 8-12; _Diario_ ined., a. 1787, p. 58; a.
1793, p. 59; a. 1800, p. 399.
[4] _Creuzé de Lesser_, _Voyage en Italie et en Sicile_, p. 107. A
Paris, MDCCCVI.
Altre maschere di altra levatura popolavano le case private con le
eterne distinzioni di classi; chè, tra le nobili non erano ammesse le
civili, e queste non avrebbero osato invitar quelle. Solo per eccezione
il Principe di Paternò Moncada, che nella sua sconfinata grandezza aveva
slanci fuori la propria cerchia, ammise alcune volte maschere del medio
ceto nel suo palazzo; come la sua villa (quella che era intesa «Flora di
Caltanissetta») non isdegnò di aprire, oltre che ad esso, al ceto dei
plebei: il che ci fa ricordare del Vicerè Colonna di Stigliano, che
migliaia di maschere d'ogni classe accolse nel Regio Palazzo e tutte
volle servite da camerieri e da credenzieri vestiti da pulcinelli[5].
[5] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 8, 12, 121-122.
Anche pel Carnevale il secolo si chiudeva in forma eccezionalmente
sontuosa. Erano i Sovrani in Palermo, e la eccezionale sontuosità
partiva appunto da loro.
La sera del 18 febbraio a nome del Re il Capitan Giustiziere Principe di
Fitalia invitava la più alta Nobiltà della Capitale ad una festa da
ballo al R. Palazzo. Nell'invito si permetteva «qualunque sorte di
maschera di carattere, dominò, e bautta», sotto la quale sarebbe stato
«lecito portare dei fiacchi», o _giamberghe_, aggiungeva uno di coloro
che ricevettero la partecipazione.
La festa doveva principiare alle 2, ma potè esser popolata solo alle 4
dopo mezzanotte, tale fu la difficoltà degli invitati di farsi strada
pel piano del Palazzo.
Che eleganza di maschere! Che splendore di costumi! Che varietà di
figure, l'una più bella, più curiosa dell'altra! L'occhio si confonde
nel seguirne le mosse e gli atteggiamenti solenni, irrequieti,
civettuoli. Questa che fa da _pacchiana_ di Ischia è la Contessa di
Belforte, Isabella Paternò, moglie del Marchesino di Villabianca. Con
che grazia regge ella il suo cestino di frutta... della Martorana![6] E
con che profondo, dignitoso inchino ne presenta al Re!... E le son
compagne altre _pacchiane_ di Napoli: la Principessa di S. Giuseppe,
Barlotta; la Principessa di Iaci, Reggio; la Principessa di Valdina,
Papè; la Principessa di Sciara, Rosalia Notarbartolo. Altre,
attempatelle, sono Costanza Pilo, terza moglie di Benedetto di
Villabianca, ed Annetta Vanni, parente di lei.
[6] Dolci composti di pasta di mandorle, che prendono ancora nome dal
monastero, dove particolarmente si manipolavano.
Ecco i quattro Elementi della Natura: l'_Aria_ è la Duchessa di Ciminna,
Grifeo; l'_Acqua_, la Marchesa di S.a Croce, Celestre; la _Terra_, la
Marchesa delle Favare, Ugo; il _Fuoco_, la Principessa di Castelforte,
Mazza. Ma non procedono sole; tien loro compagnia _Eolo_, il cav. D.
Antonio Chacon; _Nettuno_, il Marchese Salines Chacon; _Titano_, il
marito della Celestre; _Vulcano_, il Principe di Cattolica, Giuseppe
Bonanno; il _Ciclope_ Sterope, D. Andrea Reggio, ed altri ed altri
ancora. Con i quattro elementi della Natura sono anche le Quattro
Stagioni dell'anno e tutte le deità dell'Olimpo pagano. Dove più fervon
le danze piovono cartellini in onore quando di questa e quando di quella
deità. Prendiamone uno: è in versi francesi in onore di una vaghissima
mascherina di _Cerere_, che non si riesce a indovinare, ed alla quale
tengon dietro un Sileno, un Pane e pastori e pastorelle che intonano
note d'amore:
Cerés vient de quitter ses riants campagnes,
Elle arrive au milieu de ses belles compagnes;
La déesse des fleurs, et celle des jardins,
Elle vient prendre part à ces brillantes Festins.
Silène, ausi que Pan, et bergers et bergères,
Ont délaissé leurs bois, leurs rustiques caumières:
Tous chantent de concert, par un élans d'amour[7].
[7] _Villabianca_, Diario ined., a. 1800, pp. 94-100, 151-63.
A periodici ridotti carnevaleschi si aprivano sempre i teatri: e poche
delle persone che il potessero vi mancavano. La varietà dei
travestimenti non era da meno dello sfoggio degli abiti d'entrambi i
sessi. I balli si succedevano ai balli, non turbati mai da poveri
mortali, che con la origine modesta ne tentassero le sublimità
inaccessibili.
Quei ridotti si ripetevano a brevi intervalli, e se ne contarono fino a
una dozzina in una sola stagione. Molto prima del tramontare del secolo
il costante buon successo di questi divertimenti persuase certo
Cristoforo Di Maggio a costruire nel piano della Marina, rimpetto la
Casa Calderone (una volta Castelluzzo, ora Fatta), una grande baracca di
tavole solo per balli e spettacoli del tutto carnevaleschi. Era un
teatro con ampia platea, con posto per due orchestre, ottantaquattro
comodi palchi e logge in due ordini, parati con velluto cremisi, specchi
e fiorami d'argento, a spese di ciascuno dei signori che s'erano
impegnati per proprio conto. Vi si tennero da quindici tra veglioni e
giuochi cavallereschi, ed una specie di circo equestre, con
campeggiamenti di dame accorsevi fin dentro la platea con quattro carri
tirati da mule bianche e assedî e assalti di torri tra cristiani e
turchi. I forestieri «non poterono fare a meno di confessare che la
veduta di tal ridotto fu sorprendente, a segno che in tutto il mondo non
può darsi l'eguale». Lo afferma il Villabianca, che non uscì mai dalla
Sicilia, e non abbiam modo di controllare i giudizî ch'egli raccolse
dagli stranieri residenti allora a Palermo.
L'intervento di persone non titolate, consentito dalle Autorità e dalla
natura dello spettacolo, allontanava qualche anno la vera e genuina
Nobiltà; ma i veglioni si mantennero nel costante favore del pubblico,
recando non lieve vantaggio alla cassa del Comune, che pur ne destinava
gl'introiti alla Villa Giulia[8]. Il Santa Cecilia godè anche per questo
speciale rinomanza, e non fu persona di riguardo che non ammirasse
maschere e danze elette, non indegne della presenza di Vicerè e di
grandi dignitarî. Ma così al Santa Cecilia come al Santa Caterina la
sera del Martedì grasso era una gazzarra indiavolata di strumenti da
scherno per l'accompagnamento tradizionale del canto e della recita
degli artisti.
[8] _Diario_, in _Bibl._, v. XIX, pp. 198-99; v. XVIII, p. 244; v.
XXVI, p. 157; v. XXVII, pp. 243-44.
Secondo gli umori del Vicerè e le inclinazioni spenderecce o
parsimoniose di Capitani Giustizieri abolito ripreso, il giuoco del toro
trionfava nel classico piano della Marina, suscitando indimenticabili
emozioni in tutta la cittadinanza[9].
[9] _Diario_ ined., a. 1793, p. 59 e così negli anni 1795 e 1796.
Più clamorosa ancora, anzi vero baccanale, l'impiccagione del _Nannu_
nella Piazza Vigliena: giustizia sommaria del Carnevale, personificato
in un vecchio stecchito, che si menava al supplizio col corteo di
popolani camuffati da Bianchi: altra parodia delle esecuzioni criminali
con finto corrotto e con nenie, che volevan ritrarre le reputatrici o
prefiche[10].
[10] Vedi in questo volume il cap. sulla _Giustizia_; e nel precedente
il cap. XXIII.
Scenate funebri simili, ma con particolari più strani, si perpetravano
prima, a mezza Quaresima, nella Piazza di Ballarò segandosi il fantoccio
di una megera mostruosa, fetida. Era l'immagine della magra, uggiosa,
insopportabile Quaresima, tiranna impositrice di sacrifizi corporali,
motteggiata in satire, indovinelli, giuochi di parole, e seguita, vedi
contrasto! da una fioritura di devozioni e di spettacoli religiosi vuoi
pubblici, vuoi privati[11]. Imperciocchè nella Settimana santa
inacerbivasi nelle penitenze, e battuti e disciplinanti si flagellavano
dentro le rispettive congreghe; e per quarantott'ore continue si
digiunava in pane ed acqua, ed assistevasi alla processione
dell'Addolorata tutta di servitori in abito da penitenti, a quella dei
cocchieri padronali in parrucche e gallonati, all'altra della Soledad
tutta di militari della guarnigione: e giudei in antiche armature,
terrore e ribrezzo degli astanti, fiancheggiavano la veneranda effigie
del Cristo morto.
[11] _Pitrè_, _Usi e Costumi_, v. I, pp. 98 e 107.
E poichè la secolare costumanza non consentiva, come non consente, il
passaggio delle carrozze per la città, «le dame della più alta
aristocrazia, mescolate alle _grisettes_ delle più umili classi,
prendeansi lo spasso di correr le vie in grandi _manti_ neri», come de
Borch le vide, in portantine o a piedi, girando per le chiese e per le
strade e visitando i così detti _Sepolcri_.
La _Fiera dei crasti_ era sempre un lieto avvenimento pasquale, che dal
piano di S. Erasmo con gran piacere del pubblico passava nel piano di
S.a Oliva, lunghesso i muri del Firriato di Villafranca, ora compreso
tra le due piazze Castelnuovo e Ruggiero Settimo,
Centinaia, migliaia i castrati che si sgozzavano per divozione
gastronomica presso le urne d'acqua sotto la piramide commemorativa
della Giostra (oggi imboccatura di via Paternostro, in via Villafranca).
Bene avrebbe voluto qualche Senatore restituir queste fiere all'antico
posto: e ne fece prova, anche alla Marina; ma nè la musica dei virtuosi,
nè i giuochi d'antenna introdottivi ad allettamento dei cittadini,
valsero a mantenervela[12].
[12] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 175, 285, 316;
_Diario_ ined., a. 1797, pp. 109-110.
Altra Fiera, più composta e di genere diverso, nei primi di maggio
allegrava la ricorrenza annuale di S.a Cristina, ex-patrona di Palermo.
Nel largo della Cattedrale, in forma d'anfiteatro, con il monumento di
S.a Rosalia e, finchè non le tolse l'architetto Fuga, le fontane
laterali nel mezzo, sorgevano durante alcuni giorni belle logge con
botteghe di rinomati mercanti e con quella ricca lotteria di minuterie
che prendeva nome di _Beneficiata di S.a Cristina_ e portava al Comune,
per via di coloro che ne assumevano l'impresa, guadagni cospicui.
Gradevolmente favorito ne rendevano il movimento le principali signore,
come a proprio ritrovo recantivisi in tutto lo sfoggio delle vesti
all'uso di Parigi. Da ciò quell'eccellente uomo che fu Jean Houel,
visitatore con esse, trasse compiacimento a scrivere: «La città nella
quale le donne godono della maggior libertà, nella quale esse son le
meglio circondate da artisti, da amatori, da gente industriosa,
dev'esser quella del tatto più fine, del gusto meglio esercitato, delle
idee più sicure. Benchè naturalissima, l'arte di piacere ha come
qualsiasi altra arte i suoi principî e le sue leggi»[13].
[13] _Houel_, _Voyage pittoresque des îles de Sicile, de Malte et de
Lipari_, t. I, pp. 72-73. Paris, 1782.
Accanto alla grande beneficiata per la _haute_ era la piccola pel
popolino; ove per attirar gente ad acquistar polizze abbandonavasi a
mille smorfie il _pestaceci_, maschera coperta di sonaglini da capo a
piedi.
Il Pretore vi esercitava autorità suprema di giustizia: e vi fece
qualche volta prendere e mandare al carcere di sua giurisdizione
ladruncoli e perturbatori dell'ordine pubblico, quantunque non riuscisse
mai a scoprire gli autori d'un grosso furto nel 1793[14].
[14] _Villabianca_, _Diario_ ined., a. 1786, p. 493; a. 1792, p. 295; a.
1793, p. 37.
Ora che cosa è rimasto di quella Fiera?
Nient'altro che il mercato degli animali ovini, bovini ed equini nel
gran piano dei Porrazzi. S.a Rosalia andò a poco a poco soppiantando S.a
Cristina e tutte le sante patrone della Città, confinandole con
commemorazioni a sistema ridotto nella Cattedrale.
Qui non è inopportuna una breve corsa attraverso l'immenso campo delle
pratiche tradizionali dell'anno; e lo faremo rapidamente, guardando
appena poche particolarità di costumi, al presente non del tutto
scomparsi.
Come in tutta la Sicilia così anche in Palermo dalla mezzanotte alle
prime ore del giorno della Ascensione era un vociare confuso di pastori,
un rumoreggiare assordante di campanacci, un belare di pecore, un
mugghiare di vacche. Capre, buoi, interi armenti dalle montagne si
menavano (e l'uso è sempre vivo oggidì) alla marina pel lavacro che
dovea renderli immuni da mali durante l'anno: e capre e vacche, condotte
in giro per la città, andavano ornate di fettucce e di fazzoletti di
seta e le corna fiorate; ed i vaccai vestiti dei loro abiti migliori e i
pifferai li accompagnavano lietamente.
La bizzarra costumanza[15] richiama quella della benedizione degli
animali da tiro e da sella, carichi di nastri e di campanelli, nella
chiesa di S. Antonio Abate.
[15] _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 288, 313, 324, 339, 342 e segg.
Tra pratiche superstiziose passava il giorno di S. Giovanni Battista (24
giugno); tra ghiottonerie culinarie di pescatori quello di S. Pietro (29
giugno), chiuso con allegre cene a base di frutti di mare sulla spiaggia
ed in barchette per gli abitanti nel quartiere della Loggia. Tra burle
ed innocenti furti di bambini e di oggetti di vestiari o di ornamento,
che si andavano a mettere in pegno e che poi gli interessati
disimpegnavano, era consumato il giorno di S. Pietro in Vincoli: onde il
motto che raccomandava di evitare liti il 1º di agosto.
'Ntra festi e Ferragustu
Nun cci jiri si si' 'n disgustu
In baccanali simili a quelli dell'antica Calata di Baida nello scomparso
medio evo, trascorrevano le quaranta ore nella grotta di S.a Rosalia (4
sett.), pretesto a chiassate di quanti fossero spensierati popolani, ed
alle solite pompe del Senato, il quale vi si recava in portantina e vi
veniva solennemente ricevuto dalla Collegiata dei canonici istituita dal
Marchese Regalmici, che anche a S.a Rosalia volse le sue cure.
Di gradita consuetudine era una gita della Nobiltà, nella più sontuosa
_mise en scène_, a Monreale per la vigilia della nascita di Maria:
consuetudine la quale (facile cosa è il supporlo conoscendosi l'indole
del nostro popolo) riusciva sommamente chiassosa per l'accorrervi della
città tutta; come per la immediata ricorrenza della Esaltazione della
Croce, della quale diremo alla fine del presente capitolo.
Quello spensierato dei re, o quel re degli spensierati che fu Ferdinando
III, l'8 settembre del 1801 ebbe gran piacere di recarsi anche lui nella
storica cittadina. Discesone, volle da una villa, forse quella di S.a
Croce, già Velluti, godere sul Corso di Mezzo Monreale «il passaggio del
pubblico, i bei tiri di cavalli e le corse dei barberi»[16]. Chi più
contento di lui allora, dopo la recente nascita del futuro erede del
trono, il figlio di Francesco I?[17].
[16] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 321-22; v. XIX,
p. 35. -- _Palermo d'oggigiorno_, v. II, p. 111. -- _Rezzonico_,
op. cit., v. II, p. 106 e segg. -- _Raccolta di Notizie_, 9 Sett.
1801.
[17] Nel 1835 la commemorazione era già ridotta ad una semplice
scarrozzata lungo la via che conduce alla Rocca. Oggi nessuno
ricorda più nè l'antichissima gita -- s'intende dell'8 settembre --
a Monreale, nè la passeggiata alla Rocca.
Una delle tre nobili compagnie, quella della Carità, soleva ogni anno,
pel giorno sacro a S. Bartolomeo, apostolo, tenere una processione per
compiere un atto di beneficenza. Vestiti del loro sacco, a due a due,
quei confrati portavano ceste piene di camicie e di filacicche
all'Ospedale grande e nuovo. Quivi giunti, toglievano a ciascun infermo
la propria camicia, gli indossavano la nuova e gli donavano delle
filacicche per le piaghe.
Il pietoso costume ci fa pensare al difetto che i poveri ammalati di
chirurgia pativano di mezzi di medicatura[18]: e dovette essere tanto
celebre da far nascere altro costume del ciclo nuziale, ora del tutto
dimenticato come questo della processione. Le ragazze del popolo
promesse spose, nel medesimo giorno di S. Bartolomeo, regalavano ai loro
dami una piccolissima camicia ed una manata di filacicche. «Oh che
volessero intendere, chiede scherzando un letterato, che dall'amore
all'ospedale non è molta la distanza?»[19] O non piuttosto, chiediamo
noi, che si dovesse pensare operosamente agli infelici?
[18] La frase interrogativa: _A lu Spitali veni pri pezzi?_ (tu vieni a
cercare pezze all'ospedale?) a chi ci chieda cose delle quali
abbiamo difetto, parla chiaro.
[19] _Quattromani_, _Lettere su Messina e Palermo_, n. LVII, pp. 213-14.
Palermo, 1836.
Senza confronti, come funzione religiosa, era la processione del _Corpus
Domini_ ai primi di giugno. Celebravasi di mattina, e si bruciava dal
sole; un rescritto del Caracciolo la volle nelle ore pomeridiane (1782),
e così fu fatto. Quanti soldati erano in Palermo, tutti in ordine di
parata, stavano sotto le armi lungo le vie che il Divinissimo dovea
percorrere. Dalla chiesa della Magione, dell'Ordine teutonico, alla
Cattedrale, la soldatesca in doppia fila teneva in riga dietro di sè la
folla nella via Porta di Termini, alla Fieravecchia, ai Cintorinai, alla
Loggia, alla Bocceria, nel Cassaro, nella Strada Nuova. La cavalleria
concorreva al buon ufficio di custodia, di ordine e di omaggio: ed avea
appoggio nelle compagnie dei dragoni e dei granatieri. Il Generale,
splendente di galloni e di armi, comandava tutti. Ov'era un balcone od
una finestra, lì pendeva un arazzo, un drappo, un tappeto, un ornamento
qualsiasi, e dietro o sopra erano donne ed uomini, attratti al consueto,
immenso spettacolo, erano devoti o curiosi inginocchiati allo
appressarsi dell'Ostia santa portata dal maggior dignitario del Duomo.
La grande solennità esigeva l'intervento delle Autorità politiche e
civili, e quindi della magistratura ufficiale. S. E. il Vicerè col Sacro
Consiglio, il Senato con gli ufficiali nobili e la truppa pretoria,
erano l'ammirazione di tutti; e di viva curiosità cittadina
l'Eccellentissimo Pretore col suo giudice _a latere_ e col suo ambito
bastone di comando; giacchè in questo giorno, come in quello della Fiera
di S.a Cristina, egli rappresentava l'alto grado di Capitan d'armi,
Vicario Generale viceregio. Figurarsi quindi l'interesse del pubblico
nel vederlo dalle truppe salutato con gli onori di Maresciallo di campo!
E, come militare e sacra era la festa, così due ultime scene, militare
l'una, sacra l'altra, la coronavano: erano queste, nel piano del
Palazzo, l'assembramento di tutti i corpi dell'esercito compiuto a
marcia forzata lungo le vie, fino a comporsi a mezza luna in parata di
battaglia, e nella Cattedrale provvisoria (a Casa Professa) la
benedizione del popolo[20].
[20] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVI, pp. 23-24; v. XXVII,
pp. 299-300. Per la festa del 1800 si può vedere la descrizione nel
_Diario_ ined., 12 giugno, pp. 296-301.
La festa dell'Assunta non era più quella d'una volta; pure serbava
avanzi stupendi, che la rendevano una delle principali del calendario
cittadino.
Il Marchese Caracciolo diede, come abbiam veduto, un colpo mortale alle
Maestranze, che ne formavano la parte attiva: quindi dal 1783 in poi,
ridotto il loro numero, ridotti si vedevano anche i loro _cilii_[21].
[21] Vedi v. I, p. 128.
Erano questi delle macchinette, rappresentanti scene della vita di
santi, opere talvolta fini d'arte, portate a spalle da socî delle
singole corporazioni; e prendevano il nome di _cilii_, dai colossali
ceri che non solo esse ma anche le corporazioni maggiori dei farmacisti,
dei medici, dei forensi, oltrechè il Clero ed il Senato, offerivano alla
Madonna. La processione già di sera, fu imposta di giorno, ed anche per
ciò perdette della sua gaiezza primitiva.
Lasciando le cerimonie che la ricorrenza avea di comune con altre
dell'anno, non è da trascurarne una che rimase nelle costumanze
pubbliche ed ufficiali: vogliam dire la visita alle carceri pubbliche
della Vicaria. Per lungo volger di anni, anzi per secoli, la fece il
Vicerè in gala, con cavalcata della Nobiltà e del corpo del Ministero e
del Sacro Consiglio, in carrozze parate di fiocchi e in pompa tutta
sovrana. Giunto alle prigioni, liberava carcerati, rimetteva, riduceva
condanne, pagava anche _per integrum_ debiti, faceva, insomma, tutto il
bene che il cuore in armonia con le esigenze dello Stato gli
consentissero. Ma appunto perchè ci andava spesso di mezzo la tasca, i
Vicerè non erano sempre teneri di questa funzione: sicchè prendeva il
loro posto il Capitan di Giustizia col Presidente della Gran Corte, e i
rispettivi giudici e ministri fiscali delle loro corti, insieme con gli
algozini armati di verghe e gli alabardieri di lance. Certo non era
tutto: ma qualche cosa era, che nelle cause civili confortava di libertà
molti infelici, graziati per virtù degli alti funzionarî.
Altro spettacolo le regate, che partivano dalla Arenella e giungevano
alla Cala: lunghissimo tratto di mare che dava la misura delle forze
fisiche e dell'agilità dei pescatori.
V'erano pure le corse dei cavalli, ripetizione di quelle di S.a Rosalia,
per le quali il concorso della gente soperchiava qualunque spazio;
v'erano cuccagne di mare e di terra per gare di giovani nel salire
antenne verticalmente piantate, o nel percorrerne altre sporgenti sulla
spiaggia, entrambe sparse di materia che le rendeva sdrucciolevoli. E
v'erano altresì corse di fanciulli a piede libero, e corse di giovani
insaccati o impastoiati, prove che suscitavano l'ilarità, ma che
riuscivano talvolta pericolose.
In un pensiero, in un affetto si confondevano i cittadini tutti per la
solennità della Immacolata.
Il 27 luglio del 1624, sotto l'incubo d'una pestilenza, il Pretore
Vincenzo Del Bosco, Principe della Cattolica, avea convocato il popolo e
proposto che riconoscesse Maria, pura del peccato originale, liberatrice
della Città. Il popolo acclamò fervoroso, ed il Senato si obbligò ad
un'annuale festa, la quale poi, sulla fine del secolo, assunse speciale
carattere per il così detto _voto sanguinario_, giuramento formale del
Senato medesimo di sostenere, anche a costo del proprio sangue, la
verginità della Madre di Dio.
Di questo voto molti si occuparono pro e contro fuori Sicilia, e non
benevolmente il Muratori; ma il Senato ed il Clero anch'esso giurò,
senza versare una goccia di sangue, per quanto lo sostenesse o lo
facesse sostenere a furia d'inchiostro, e rinnovava ogni anno, con
costante fervore, la promessa.
Dopo un mese di pratiche divote, la sera del 7 dicembre, dentro le sue
famose carrozze, circondato da paggi e da valletti con fiaccole accese,
seguito dalle sue guardie, il Corpo senatorio si recava alla Chiesa di
S. Francesco dei Chiodari, cioè di Assisi. La costumanza delle fiaccole,
cominciata per necessità del tempo in cui la notturna illuminazione
mancava, rimase come manifestazione di giubilo anche dopo gli eleganti
fanali collocati nelle principali vie, e si associò a quella dei
_mazzuna_, che anche noi abbiamo veduti fino a una trentina d'anni fa.
Eran questi delle fascine di saracchio così colossali che a reggerne una
ci volevano parecchi uomini: e tra le acclamazioni festose della folla
si riducevano avanti la chiesa, vi stesse o no dentro la Rappresentanza
della città. Allegri suoni di pifferi e di cornamuse, preludenti al
prossimo Natale, e lancio di razzi, e sparo di moschetti riempivan di
gioia i quartieri man mano che dai Cintorinai si riuscisse nel Cassaro e
da questo, a destra ed a sinistra, s'imboccassero le vie più popolose.
La funzione del Vespro cantato era occasione alla tradizionale offerta
delle _cent'onze_ da parte del Magistrato civico. Sopra splendido
vassoio il Pretore, salito sui gradini dell'altare, vuotava un sacco
pieno di grosse monete d'argento, le quali rumorosamente cadendo
suscitavano nei presenti un senso ineffabile di soddisfazione e di...
desiderio: erano dugencinquanta scudi sonanti con le effigi di Carlo III
e di Ferdinando IV, destinati al culto della chiesa.
Straordinariamente drammatico, al domani, lo spettacolo. I Gesuiti una
volta, finchè ci furono, gli ecclesiastici, i chierici, gli scolari poi,
quando i Gesuiti non c'erano più (1768-1805), processionando con granate
in mano, venivano spazzando il Cassaro che la Madonna dovea percorrere.
Nella chiesa, con un cerimoniale che sarebbe stato delitto di leso
privilegio il trascurare e che tutto studiavansi di osservare
scrupolosamente, si passava al voto. Primo il Vicerè, genuflesso a piè
dell'altare, confermava il giuramento; poi il Pretore ed il Senato: e
l'uno dopo l'altro soscrivevano la formula del compiuto giuramento.
Assiso con regale dignità sopra un soglio, di fronte al Senato, il
Vicerè medesimo teneva Cappello reale: assisteva alla messa e coprivasi
il capo nel momento che riceveva l'incenso: prerogativa del Legato
apostolico in Sicilia rappresentato dal Re, e pel Re da lui. Quella
messa, in virtù di un breve pontificio, che faceva parte dei privilegi
della ricorrenza, poteva celebrarsi fuori le ore canoniche.
E la processione si apriva coi soliti tamburi e si formava con le solite
confraternite, con le solite corporazioni religiose, coi soliti corpi
dei parroci, dei seminaristi dell'Arcivescovato, del Clero della
Cattedrale: e, sul ferculo, l'artistico, prezioso simulacro d'argento
della Madonna, coperto di gioielli, scintillante all'irreqieto tremolio
delle fiammelle, lento nel muoversi, misurato nel fermarsi, raccoglieva
la venerazione di centomila teste piegantisi riverenti, poichè ad
inginocchiarsi ogni spazio mancava.
Maestoso anche qui il Vicerè, che, coi grandi dignitarî dello Stato,
alla sacra immagine teneva dietro; maestoso col suo invidiabile toson
d'oro, il Pretore, circondato dai Senatori, ed il Giustiziere con la sua
Corte capitaniale, ed i magistrati, ed i nobili e quanti avessero
carattere ufficiale. Mazzieri e servitori in livree sontuose, guardie
pretoriane in vivide uniformi, soldati dagli alti berretti, dalle corte
giacchettine, dalle larghe strisce di cuoio incrociantisi loro sul
petto, dai grossi archibugi, completavano l'accompagnamento, civile e
religioso insieme, come quello del _Corpus Domini_[22].
[22] _Pitrè_, _Spettacoli e Feste_, pp. 419-23.
Ma la festa non finiva qui. Per otto sere e notti consecutive i devoti,
uomini e donne, in peduli od anche, secondo il voto fatto, a piedi
ignudi, dalla chiesa della Madonna si recavano alla metropolitana
recitando di continuo orazioni e rosari. Questa pratica chiamavasi
_viaggio_: e, quantunque compiuta dai singoli fedeli col maggior
raccoglimento, pure riusciva delle più gradite per tutti. Il Cassaro
rosseggiava di _mazzuna_ e di torce a vento; i pifferai coprivano col
loro suono il mormorio indistinto dei recitanti le preci. Avvolti nei
tradizionali mantelli o nelle grandi fasce di lana, i venditori
ambulanti gridavano: _Mmiscu, petrafènnula e zammù!... Zammùu!..._
liquori e dolci del mese di Natale, che mettevano a prova le più forti
dentature e le digestioni più vigorose[23].
[23] _Mmiscu_, era ed è un liquore a base di rosolio, alcol e erbe
aromatiche. _Petrafènnula_, dolce duro, composto di cedro tritato,
cotto nel miele e condito con aromi. _Zammù_, anice, fumetto.
Torniamo ora un poco indietro nel calendario per sorprendere la maggior
solennità dell'anno palermitano, vogliam dire il _Festino di S.a
Rosalia_.
Descrivere quella festività, è un far cosa superflua come il «raccontare
i cinque giorni del Festino» secondo il notissimo adagio siciliano per
esso nato.
Chi non la conosce? Chi, pur non conoscendola per tradizione, non ne ha
letto delle descrizioni di viaggiatori che la videro o ne sentirono a
parlare? Brydone, il 21 maggio 1770, scriveva da Messina esser
considerata a Palermo «lo spettacolo più bello d'Europa»; e quando la
vide, ne scrisse con la massima accuratezza[24]. Houel nel 1776 ne diede
le particolarità più minute ricordando che «per questa solennità si
accorre a Palermo da ogni parte della Sicilia, del Regno di Napoli ed
anche dell'Europa», e che «per lo meno la maggior parte dei forestieri
che sono in Italia non lasciano di passare lo Stretto per godersela[25].
L'ab. de Saint-Non ne riportò, per mezzo dei suoi artisti, disegni
fedelissimi, degni «dell'entusiasmo devoto, unico anzichè raro che egli
trovò nel luglio del 1785[26]; e Goethe, recatosi a visitare la madre e
la sorella di Cagliostro nel quartiere dell'Albergaria, ebbe da esse
raccomandato di tornare nei «giorni maravigliosi delle feste, non
essendo possibile veder cosa più bella al mondo»[27].
[24] _Brydone_, _A tour through Sicily a. Malta_, lett. XXV. London,
1773-76.
[25] _Houel_, op. cit., t. I, p. 73 e segg.
[26] _De Saint-Non_, _Voyage pittoresque ou Description des royaumes de
Naples et de Sicile_, t. IV, pp. 144-48. Paris, 1784.
[27] _Goethe_, _Italienische Reise_, lett. 13-14 Aprile 1787.
Queste ed altre testimonianze e descrizioni particolareggiate di
quelle feste vennero raccolte, tradotte ed annotate da _Maria
Pitrè_, _Le Feste di S.a Rosalia in Palermo e dell'Assunta in
Messina_. Palermo, 1900; e nella _Appendice_, Pal. 1903.
Lasciamo dunque gli spettacoli che le resero famose. Noi non ci
fermeremo neanche a prendere una polizza d'un baiocco della Beneficiata
che le precede e le segue. Noi non vedremo il carro trionfale salire
dalla Marina a Porta Nuova, brillante ai raggi dall'ardente sole di
luglio, e scendere da Porta Nuova alla Marina illuminato da mille torce
sotto il cielo di quelle incantevoli sere. Noi non assisteremo alle
emozionanti corse dei cavalli nel Cassaro, alla solenne Cappella reale
nel Duomo, alla lunga processione delle cento confraternite, delle cento
bare e cilii, degli ordini religiosi, e dell'urna con le reliquie della
Patrona della Capitale. Lasciamola, quest'urna, a percorrere un anno
l'una, un anno l'altra metà di Palermo; lasciamo che i monasteri aprano
i loro parlatorî maggiori al Senato, o lo trattino di lauti rinfreschi e
di dolci squisitissimi; che il Pretore dia nel Palazzo senatorio il
consueto ricevimento, ed il Vicerè nel Palazzo reale e l'Arcivescovo
nell'arcivescovile diano il loro. Il Principe Conte di S. Marco, il Duca
di Cannizzaro, il Principe di Trabia, Pretori dei varî anni che si
occupano, sanno bene come vadano trattati i nobili loro pari.
Caramanico, da uomo di governo e di lettere, sa armonizzare la dignità
di Vicerè con la squisitezza del cittadino colto, e Monsignor
Sanseverino non dimentica che il primo prelato dell'Isola dev'essere
anche perfetto cavaliere non pur coi cavalieri, ma anche con le dame
recantisi nella sua residenza a godervi lo spettacolo del carro e del
palio. Se per tre anni il suo successore, più fortunato di lui, e come
Arcivescovo e come Presidente del Regno e Capitan generale delle armi,
riceve tutt'altro che signorilmente, lasciamolo al giudizio severo che
ne porta la città, la diocesi, il Regno, questo Don Filippo Lopez!
Ciò che delle feste è poco noto si riduce a certe particolarità, minime,
se si vuole, ma piccanti.
E, per esempio, il Caracciolo non potè mai persuadersi che per
festeggiare S.a Rosalia si dovessero impiegare cinque giorni; e se ne
arrabbiava sempre, e all'appressarsi di luglio più che mai. Una volta,
non potendola mandar giù, decretò che i cinque giorni si riducessero a
tre. Fu una scintilla scoccata sulla polveriera: la polvere, asciutta da
un pezzo, scoppiò; Senato e cittadinanza conturbati, protestarono
gridando, ed uno dei tanti cartelli attaccati per le strade minacciava:
_o festa o testa!_ ma il Caracciolo rimase impassibile. Riuscito vano
ogni tentativo, il Senato mandò al Re in Napoli un memoriale del
Segretario del magistrato della città D. Emanuele La Placa, un vero
prodigio di erudizione patria municipale. Le feste, diceva il memoriale,
si son sempre fatte per cinque giorni; esse rispondono al sentimento
religioso della città; danno lavoro agli artisti ed agli artigiani,
guadagno ai commercianti, lustro alla Capitale, allietata da numero
considerevole di regnicoli e di forestieri; errore il ridurle;
necessario, invece, il mantenerle come pel passato.
Frattanto la trepidazione dei Palermitani cresceva ogni giorno più.
Caracciolo, benchè sicuro del fatto suo, non senza inquietudine
aspettava le sovrane risoluzioni: e col suo indispensabile occhialino,
da uno dei grandi balconi del palazzo non si stancava di lanciare
sguardi di fuoco sui passanti nella Piazza, napolitanescamente
mormorando parole di sprezzo contro questi incoscienti del progresso
filosofico d'oltralpe, indegni de' tempi.
Quando il suo decreto venne tacitamente abrogato, fu visto mordersi le
labbra e giurare di farla costar cara al Pretore, ai Senatori, ai
nobili, al Clero, ai commercianti, a tutte le classi di Palermo non
risparmiando neppure Sua Maestà.
Se non che, il tempo di costruire il carro non c'era più, ed egli si
veniva fregando le mani pensando che non se ne sarebbe fatto di nulla.
Vano pensiero! La festa si volle e si fece: si centuplicarono le
braccia, si lavorò di giorno e di notte e nelle prime ore pomeridiane
dell'11 luglio il carro saliva glorioso; e più glorioso ancora tornava
la sera del 14 a Porta Felice; e giammai grida di popolo festante
echeggiarono più alte, e l'autorità venne più arditamente bravata.
Il lato comico delle feste patronali fu sempre il corteo de'
Contestabili del Senato. I tamburini battevano un colpo a destra, un
colpo a sinistra sui due tamburi che essi portavano a cavallo; e la loro
battuta, comicamente nota, suscitava ilarità e motteggi. Siffatti
Contestabili, dai cappelli a tegoli e dai lunghi ed ampî mantelli
abbandonati sul dorso dei ronzinanti, erano lo zimbello del monellume,
che avrebbe creduto di non passare allegramente lo spettacolo senza
tirarsi dietro con le redini gli sbonzolati quadrupedi.
Muli perquisiti per la città e le campagne tiravano la macchina
gigantesca, ed alla loro bolsaggine ed allo scarso loro numero
s'attribuivano sovente gl'insuccessi dell'andare e del ritornare di
essa. Non fu mai mistero per nessuno che gl'impresarî del trasporto per
guadagnare di più sulla somma convenuta _ad hoc_, accettassero qualunque
mulo anche avariato, e ne impiegassero meno del necessario. Nel 1791 il
Barone D. Giuseppe Malvica e varî ortolani imploravano da S. E. che non
volesse obbligarli a prestare i loro animali per questo faticoso
servizio[28].
[28] _Provviste del Senato_, a. 1791, pp. 398 e 412.
O per eccessiva sproporzione dello scafo, o pel pessimo lastricato del
Cassaro, mal rispondevano i poveri animali alla solenne cerimonia. La
macchina, sorpassante dalla cima le più alte terrazze della via, ora
trasportava con sè una ringhiera, ora urtava contro il muro di un
palazzo, ed ora sprofondava dall'un dei lati del mal basolato Corso. I
ricordi di ruote sconquassate od uscite fuori dell'asse, di fermate
d'interi giorni, abilmente poi superate per immani sforzi d'esperti
marinai, son sempre vivi[29].
[29] _Villabianca_, _Diario_, in _Bibl._, v. XXVII, p. 134.
Presso il Carro in movimento era un pandemonio: facchini che non
lasciavano un minuto di vuotare buglioli d'acqua sugli affusti delle
ruote in pericolo di prender fuoco per l'intenso attrito; giovinastri
schiamazzanti alle manovre d'innaffiamento ond'essi rimanevano bagnati
fradici; alabardieri che con le culatte dei loro scopettoni scacciavano
la ragazzaglia audace e molesta; musicanti che sonavano e perdifiato;
fiori pioventi dai balconi, dalle finestre, dai tetti, e battimani
scroscianti ed evviva prolungate fino ad assordare.
Non men chiassose, nè men pericolose le corse, attrattiva magica,
affascinante pel popolo specialmente delle campagne e dei comuni. Per
quante precauzioni si prendessero ad evitar disgrazie, queste non
mancavano mai. Lungo le catene del Cassaro, a destra ed a sinistra, per
molto spazio, addossati a palazzi ed a botteghe sorgevano palchi per chi
volesse sottrarsi agli urtoni della folla. Ai Quattro Canti, dal Palazzo
Costantini al palazzo Jurato (Rudini), dal palazzo Guggino (Bordonaro) a
S. Giuseppe dei Teatini, altri palchi ostruivano i due sbocchi della via
Macqueda. A Porta Nuova i palchi si moltiplicavano sotto il bastione che
è ora il quartiere de' Carabinieri, e la gente pullulava, formicolava
sopra e di fronte a questo, in alto, sotto i portici, sulla terrazza,
fin sopra il cupolino della Porta, dove bandiere ed orifiamme
sventolavano.
Nella interminabile, ma non continua processione dell'ultima sera, la
curiosità veniva stuzzicata dalla corsa dei pescatori della Kalsa e
dallo intervento dei caprai: ragione, questo, di burle, che con
allusioni menelaiche, suscitate dal ricordo di bestie cornute,
punzecchiavano la congrega, mal sofferente gli amari motti. Laonde il
Pretore, per evitare disordini, dovette proibire che la confratria
partecipasse alla festa; e così la statua del protettore San Pasquale fu
alcuna volta messa da canto[30].
[30] Ciò avvenne particolarmente l'a. 1768, come si rileva dal _Diario_
del Villabianca, in _Bibl._, v. XIX, p. 124.
Descrivendo la pericolosa corsa dei pescatori, Houel, che la vide,
raccontava:
«Ciò che fissa di più gli sguardi del forestiere è la coppia sacra dei
Santi Cosimo e Damiano, entrambi al naturale, entrambi dorati da capo a
piedi, l'uno a lato dell'altro... Sono piantati su di una specie di
barella a quattro aste in croce, sotto ciascuna delle quali stanno otto
persone. Se non che, i trentadue uomini non portano le due statue d'un
passo grave e maestoso, ma corrono a tutta lena gettando grida
spaventevoli. Una grossa e lunga fune legata alla macchina, è tenuta da
quante persone possono, poichè con la prestezza che corrono, se per poco
si urtassero, la macchina rovescerebbero. Giunti in mezzo al Cassaro,
con una celerità incredibile staccano la fune e fanno girare la macchina
fino a restare sudati e trafelati. Per sostenerli in questo pio
esercizio e rinfrescarli, un numero straordinario di ragazze e di donne
li accompagnano, girano con essi e, agitando in aria i bordi dei
grembiuli, soffiano a perdibraccia sui loro visi. Il giro cessa quando i
portatori sono del tutto spossati, e mentre girano, tutti lanciano per
aria berretti, cappelli e pezzuole e saltano attorno ad essi e gridano a
più non posso: _Viva i Santi Cosimo e Damiano!_ senza pensare che questi
santi son morti da più secoli. Dopo un po' di sosta, riprendono i Santi,
vi riattaccano la fune e si rimettono a correre come inseguiti»[31].
[31] _Houel_, op. cit. -- _Maria Pitrè_, _Le Feste di S.a Rosalia_ ecc.,
p. 47.
Tronchiamo senz'altro la rassegna ed usciamo un poco dalla città.
La celebre festa monrealese di maggio avea di tanto in tanto
un'appendice non meno celebre, nella prima quindicina di settembre, per
la Esaltazione della S. Croce: era la _Dimostranza_.
Che cosa fosse una _dimostranza_, nessuno vocabolario siciliano o
italiano lo dice; ma nell'uso comune risponde ad una processione
figurata, una sacra, simbolica rappresentazione muta. Essa percorreva le
vie e le piazze principali d'una città o d'un comunello, fermandosi
tutta o parte in dati posti a riprodurre con atti e gesti un fatto
biblico o qualche episodio della vita di Gesù, e particolarmente la
crocifissione; le vicende più drammatiche, più commoventi, d'un martire,
d'un confessore, d'un santo, d'una santa patrona qualsiasi. Lo
componevano centinaia di persone, attori da strapazzo, presi dalle più
modeste classi del popolo, e soprattutto dai maestri e dai contadini,
precedentemente addestrati da qualche ecclesiastico. Costui era insieme
autore del dramma mimico da rappresentarsi, direttore della effimera
compagnia, maestro e censore di tutte quelle teste, spesso tutt'altro
che buone a _dimostrare_. Vestiva ciascuno il costume del personaggio
che dovea raffigurare, altri da imperatore o da re, altri da sacerdote o
da levita, altri da apostolo, da martire, da vergine; questi da
centurione o da soldato, quegli da littore o da carnefice, con costumi
quando splendidi e quando ordinarî, ma tutti a fogge antiche diverse da
quelle d'oggidì. Procedevano a due, a quattro, alla spicciolata, a
gruppi, fermandosi in luoghi designati a riprodurre scene del tale e
tal'altro avvenimento sia della Scrittura, sia del Martirologio, sia, in
generale, del Leggendario dei Santi. Nessuno parlava, e da qui la
qualificazione di _muta_, ed anche di _ideale_ (il popolo con un _qui
pro quo_, che risponde alla grandezza e magnificenza della messa in
iscena, pronunzia _reale_) applicata alla processione; dove però alcuni
personaggi portavano scritti a lettere cubitali su cartelli, dei motti,
titoli, nomi che servivano a chiarire chi fossero e che cosa volessero
significare.
Una di queste ricorrenze si ebbe nel settembre del 1783: ne sappiamo
qualche cosa perchè vi si recò un signore lombardo oramai noto ai nostri
lettori, il Rezzonico, giunto allora per visitare la Sicilia. Sentiamo
la sua relazione.
«La prima volta (10 sett.) vi andai solo, e la seconda (15) in compagnia
della Principessa di Belvedere e dell'amabile sua figlia donna
Giovannina [questa donna Giovannina è la _Giovannella_, la quale, uscita
di recente da un monastero, si disponeva ad andare sposa al Principe di
Paternò, Giovanni Luigi Moncada, e dovea poi far parlare tanto di sè nei
circoli nobiliari palermitani], e della Duchessa di Montalto. Pranzammo
in buona compagnia di circa 24 fra dame e cavalieri, nel palazzo del
pubblico; ma il caldo era eccessivo. La gente accorsavi da Palermo era
infinita e fu bellissimo spettacolo il vederla ire e tornare in la gran
folla ed occupare tutte le vie e le rivolte sul monte, e formare vari
gruppi intorno alle pubbliche fontane che ad ogni passo
s'incontrano[32]. Chi a piè, chi a cavallo, chi sulle carrette, chi
dentro le lettighe accorreva da ogni banda e sprezzava i caldissimi
raggi del sole e l'incomodo polverio da tanti piedi d'uomini e di
animali eccitato. Le carrozze poi, le mute, i birocci, e le canestre
s'affoltavano d'ogni intorno e discendevano in lunghissime file che
dalle porte di Palermo a quella di Monreale non erano discontinuate;
laonde conveniva aspettarne lo sviluppo pazientemente»[33].
[32] Erano le fontane, oggi abbandonate, fatte eseguire dall'Arcivescovo
dal Testa.
[33] _Rezzonico_, _Viaggio della Sicilia e di Malta_, in _Opere raccolte
e pubblicate dal prof._ _Fr. Mochetti_, t. V, pp. 106 e segg. Como,
1817.
La dimostranza, tutta popolare, concepita ed eseguita, come altre
simili, per edificazione e svago della folla, non ebbe il plauso
dell'illustre gentiluomo: e non poteva averlo, vivendo egli in mezzo a
nobili e signori, e con principî severamente classici. Così il Rezzonico
si lasciò andare a malinconiche riflessioni «sul bello dell'arte
imitatrice e degli spettacoli, la cui perfezione indica più d'ogni altra
cosa la cultura dello spirito e del cuore negli uomini assembrati».
Non importa però: lo spettacolo piacque a tutti, e tanto basta.
Dai punti principali del Vecchio Testamento, riferentisi alle tristi
condizioni della Umanità pel peccato di Adamo, si passava a quelli del
Nuovo, che mano mano conducevano alla Redenzione per opera del Dio-Uomo,
venuto sulla terra a scontare la colpa del mondo. Il distacco tra gli
uni e gli altri era notevole, e dove tra i primi, patriarchi e profeti
si alternavano con le immagini dei fenomeni tellurici e meteorologici e
delle entità astratte, tra i secondi la Passione coronava in forma
tragica l'opera. Il simbolismo prevaleva «con molte prosopopee bizzarre
come il Tremuoto, che gonfiando le guance e tirando gran calci e
vibrando qua e là le braccia argomentavasi di figurare le desolazioni e
i danni che reca ad incutere altrui spavento. La morte, la peste,
l'idolatria, il peccato, la guerra altresì v'erano personificate».
La crocifissione svolgevasi crudamente realistica, e alcune circostanze
di essa dovettero concorrere alla sgradita impressione ricevutane dal
dotto visitatore.
Di più facile contentatura, Ferdinando III si divertì moltissimo della
processione figurata del 4 maggio 1801, ripetuta nella medesima
Monreale[34].
[34] _Raccolta di Notizie_, n. 36, Palermo, 4 Maggio, 1801.