CONCLUSIONE MORALE.

La rivoluzione del 1848 fu feconda di eroi e di martiri generosi. Altri

alle barricate di Milano, altri a Goito e Curtatone, altri allo Stelvio

spesero santamente la vita per l'indipendenza d'Italia. Rientrati a

Milano gli Austriaci, i superstiti valorosi seguirono l'armata di Carlo

Alberto per agguerrirsi a nuovi cimenti, o spinti da impeto giovanile

tentarono imprese più arrischiate che opportune. Quanti prodi caduti

sul campo! Quanti generosi consunti dal dolore e dagli stenti sul

cammino dell'esiglio! Ma le provincie italiane ad una ad una ricaddero

nel servaggio, e vestirono il lutto per oltre dieci anni, l'occhio ed

il cuore rivolti al Piemonte, unico asilo di libertà, unico faro di

speranza.

Che avvenne del nostro eroe durante il tristo decennio? Teodoro Dolci,

come abbiamo veduto, non era più padrone di sè medesimo.

Madonna Ortensia si impadronì del fantoccio rivoluzionario per

spingerlo colla prepotenza della sua volontà nelle sfere più elevate

della diplomazia; tentò valersi di un falso eroe per soddisfare alla

propria ambizione. Ma i sogni di Ortensia non si realizzarono. Venti

volte nel corso di dieci anni i coniugi Dolci mutarono programma

politico per compiacere a questo o a quel partito, per conciliarsi

le simpatie degli uomini più influenti sui destini d'Italia. Da una

in altra città emigrando, oggi a Firenze, domani a Roma, più tardi a

Parigi, di là a Torino, madonna Ortensia non trovò mai nè giustizia

nè equità in nessun paese, presso nessun governo. All'eroe di piazza

Fontana, all'agitatore del due gennaio, al morto di Robbiatello,

al mazziniano di piazza San Fedele la patria sconoscente non volle

accordare nè il grado di maresciallo, nè un portafoglio di ministro!

Dopo la battaglia di Magenta, i coniugi Dolci rientrarono nelle libere

provincie di Lombardia. Madonna Ortensia si fece precedere da un

proclama, ove con parole di colore scarlatto rammentava ai Lombardi in

genere, ed ai Capizzonesi in ispecie, le gesta gloriose del marito e

la nera ingratitudine del Governo piemontese. «Abitanti di Capizzone!

(tali eran l'ultime parole del proclama), noi confidiamo nella vostra

lealtà, nel vostro senno politico, nel caldo patriotismo che altre

volte manifestaste a nostro riguardo... Noi non abbiamo dimenticate

le nostre promesse; spetta a voi ricordare le vostre. Quanto prima

si aduneranno i collegi elettorali... quanto prima sarete chiamati

a scegliere colui che deve rappresentarvi al Parlamento, che deve

tutelare i vostri interessi. Guardatevi dai raggiri di partigiani

codardi... Non lasciatevi imporre dalle ignobili mene di chi vuol

creare un Parlamento servile, ligio al dispotismo del ministero!

Uomini generosi e indipendenti non mancano all'Italia... e voi li

conoscete, o magnanimi figli di Capizzone! perchè nacquero tra voi...

vissero tra voi... e resero già illustre il vostro paese. Chi vi parla

di tal guisa, chi vi apre gli occhi sui pericoli e sulle insidie che

vi circondano, è il martire del 1848, è l'eroe delle barricate che

dopo dieci anni di crudo esiglio... ritorna in mezzo a voi senz'altra

ambizione fuor quella di esservi utile e di rilevare dall'abiezione la

patria vilipesa. Se il vostro voto mi chiama al Parlamento... io spero

fra poco di poter realizzare i grandi disegni che già vi manifestai or

fanno dieci anni, quando entrai solennemente in Capizzone.

«TEODORO DOLCI.»

Credereste, lettori? Teodoro Dolci, malgrado l'irresistibile eloquenza

del suo programma, non fu eletto deputato. Ortensia, attribuendo

la mala riuscita di quest'ultimo attentato alle mene del partito

ministeriale, si lanciò furiosamente nel campo dell'opposizione,

combattendo tutti i ministri da Cavour a Ricasoli. Nel circolo degli

_Idrofobi_, da lei recentemente istituito, ove convengono il martedì

ed il sabato tutti gli indebitati a discutere di politica, la moglie di

Teodoro Dolci predica contro i ministri, e giura che l'Italia non potrà

mai esser libera completamente fino a quando le redini del governo non

vengano affidate all'energico nipote di don Dionigi Quaglia.

Non ridete, o signori, delle strane pretese di madonna Ortensia. Quanti

che oggi inveiscono contro la patria ingrata, e come cani rabbiosi

mordono le calcagna agli uomini più benemeriti della nazione, furono,

come il nostro Teodoro, eroi per caso e martiri della propria nullità!

Racconti politici · 第 59 / 104 题