esaltazione, Paolo si avviò alla casa del loro amore. Non era molto
lontana, proprio nel centro della città e nel mezzo di una via
popolosa. Allora, Maria aveva preferito che fosse così, ella che
odiava la campagna quanto odiava il mare: e voleva aver l'aria
disinvolta di una signora che passeggia, o che va a visitare una
signora sua amica, mentre si recava al convegno di amore. Egli aveva
obbedito, schiavo di tutte le volontà della delicata e pallida donna:
e il loro nido era posto in un qualunque volgare ambiente, circondato,
sopra e sotto, da volgare gente. Soltanto che Paolo vi aveva profuso
internamente, non il lusso, ma la gentile poesia di un'anima presa e
che non vive che per le feste dell'amore. Giammai le tende che
velavano le finestre delle tre piccole stanze si levavano, per paura
di farsi vedere, le pareti erano foderate di stoffe leggiadre e i
tappeti non facevano udire il rumore dei passi. Ebbene, dal giorno in
cui era stato abbandonato da Maria, Paolo non vi era mai più tornato.
Ne portava sempre la chiave in tasca, devotamente: ma non osava
neppure accostarsi al portone di quella casa, senza sentire il
ribrezzo della paura e un cocente dolore togliergli ogni forza.
Spesso, nelle sue crisi più terribili, egli aveva pensato di andare
colà, di salire nel tempio, di lacerare i veli e le stoffe,
d'infrangere le statuette e le porcellane, di spezzare ogni cosa e,
devastato tutto, di richiudere per sempre quella porta e fuggire.
Spesso, nelle sue ore desolate, egli aveva pensato di andare a
piangere colà, solo, solo, solo, sperando che quel fiume di lacrime
avrebbe deterso la torbida anima sua e l'avrebbe rinnovata. Ma non ne
aveva avuto il coraggio, mai. La casa era chiusa da un anno. Anche
Maria aveva una chiave. Ella, certo, non vi era tornata, mai. Ma vi
sarebbe andata oggi, lo aveva avvertito, ed egli, vinto il terrore di
ritornare colà, vi andava con l'ebbrezza dell'amante felice, le cui
braccia già si stendono all'abbraccio, le cui labbra già si protendono
al bacio.
Pure, innanzi al portone, ebbe un singolar trasalimento. La sua
emozione era diventata acuta e il respiro gli mancava. Era quasi sera,
già. Faceva freddo, ma egli affogava di fiamme che gli invadevano il
sangue. Non intese mai come fosse salito, a quel terzo piano. Quando
fu innanzi alla porta, vacillò. Il suo amore lo faceva agonizzare
prima del tempo, dunque? E che sarebbe stato, fra un'ora, alle cinque,
quando Maria, Maria sarebbe entrata da quella porta e gli sarebbe
caduta nelle braccia? Vacillando, egli mise la chiave nella serratura;
questa stentò ad aprirsi. Pensò, un istante che gli parve lunghissimo,
eterno, che quella porta non si sarebbe aperta mai. Ma si schiuse:
egli vide innanzi a sè il vano nero: e vi entrò: quasi, vi si
precipitò: e la porta si richiuse, dietro a lui, con un bizzarro
fragore.
Ah quando egli fu dentro, nell'oscurità, nel silenzio, e quando gli
ebbe fatta un po' di luce, con le mani tremanti che tentavano
accendere la candela e quasi non vi riuscivano, quando gli ebbe dato
uno sguardo intorno, egli richiuse gli occhi, per non vedere, e si
lasciò cadere, sfinito, sopra un divano, nascondendo la faccia fra le
mani. Fra un'ora ella doveva qui venire, la diletta. Ma come tutte le
cose parlavano di lei, prima, sempre, parlavano alto, insieme, di lei,
solo di lei, dell'amore, del solo amore, dell'unico amore, che era
lei! Qui, sulla spalliera del divano dove egli appoggiava la testa,
ella soleva appuntare gli spilloni del suo cappello, per ritrovarli
subito, quando voleva scappar via: e ancora vi era un mezzo spillone,
rotto, nella fretta di strapparlo. Ella sarebbe venuta, più tardi,
cara, piccola, affascinante: ma ella era già là, in quella fotografia
sul tavolino, nella brillante cornice d'argento che circondava la
testina dai nerissimi, lucidi e fini capelli, che ne delineava il
profilo sottile mostrando lo sguardo un po' levato, dolcemente,
maliziosamente e l'angolo di un sorrisino delicato, sulla delicata
bocca. La fotografia non portava nome di dedica: ma ella vi aveva
scritto il suo nome e la parola _sempre_. Lei, sempre, sì, sempre e
sopratutto, ma specialmente qui, sull'ampio divano dove erano ancora
ammucchiati i cuscini, come essa li aveva lasciati l'ultima volta: e
uno portava la forma della sua testa, ancora, ancora! Ah egli non
resistette a quella impronta del raso, dove la testina si era posata,
egli si trascinò là innanzi e vi cadde in ginocchio e baciò lievemente
quella impressione concava, temendo che un troppo rude bacio la
distruggesse. Un singhiozzo di amore, di gioia e anche di sommo dolore
gli sollevava e gli spezzava il petto. Qui, era la casa, era il nido,
era il santuario, dove egli aveva vissuto il tempo più inebbriante
della sua vita: qui, egli aveva raggiunto quel supremo limite
dell'umana felicità, che pare voglia infrangere l'umana natura cui è
dato arrivarvi: qui, solamente, egli aveva inteso che la esistenza non
è un gretto e miserabile volger di giorni, ma che ha una sublime
ragione di essere, quando l'amore la nobilita e la slancia nelle
armonie infinite, dove l'anima trascina e purifica i sensi! Quante
donne erano passate, nella sua vita? Tre, quattro forse; e anche egli
le aveva amate, forse. Dove erano questi glaciali fantasmi? In quale
tomba erano spariti? Qual nome portavano? Egli non se ne ricordava
più. Già, le aveva dimenticate subito, come Maria gli era apparsa e
piaciuta. E invece lei, lei, perfida e crudele, lei che egli non
vedeva da un anno, lei che lo fuggiva, beffandosi di lui, era così
trionfante, ancora, sempre, non nella memoria soltanto, non nelle
testimonianze del passato solamente, ma nel presente, ma in quel
minuto, che a lui bastava vedere l'angelo dal fine sorriso, sulla
fotografia, per fremere di amore desideroso; e bastava di vedere la
traccia della sua testina sul raso abbassato del cuscino per
sussultare di passione, di voluttà e di un ignoto spasimo! Ah, egli lo
sapeva che quella casa, che quell'ambiente gli avrebbero detto la
grande verità, la verità unica, la verità innegabile, che egli viveva
solo per l'amore di quella donna e che senza quell'amore egli non
poteva vivere; lo sapeva bene ogni mobile, ogni stoffa, ogni piega del
merletto, il profumo antico ma persistente di tutto quello che ella
aveva toccato, gli avrebbero parlato di una seduzione unica, di un
fascino unico, di una voluttà unica, di una passione unica! Perciò,
nell'ora della desolazione e dell'abbandono, non aveva osato venirci:
perciò vi era venuto solo per aspettarla.
Erano le cinque, l'ora del convegno. Egli balzò in piedi, tendendo
l'orecchio. Nessun rumore. Passarono dei minuti; poi, varii minuti;
poi, molti minuti. Ritto, immobile, in mezzo alla stanza, rigido di
ansietà, egli aspettava. Nulla. Udì, una volta, un passo: ma nessun
giro di serratura vi corrispose: e la sua persona s'irrigidì, di
nuovo, in una intensità terribile di aspettativa. Nulla. Si mosse:
andò sino alla porta, origliò, se per le scale alcuno salisse. Nulla.
Andò presso alla finestra, sollevò una tenda, guardò nella via: i
passanti erano rari, rarissime le donne, niuna si fermava. Talvolta,
prima, tardava; anche oggi, dunque, poteva tardare. Cavò il suo
orologio e si mise a seguire le sfere del minuti secondi col tichettìo
che gli cresceva di fragore, nel cervello. Guardava, ma non vedeva:
sentiva che il tempo passava, ecco tutto. Minuti secondi, minuti
primi, ore? Tempo che passava. Adesso quel silenzio, intorno, lo
terrorizzava; e uno strazio nasceva, germogliava, cresceva dal fondo
del suo essere convulso. Nulla, intorno. La candela ardeva, con un
battito leggiero e appena diradava le ombre. Le altre stanze erano
oscurissime. Non le aveva visitate, preso e vinto dall'attesa. Ora,
non levava gli occhi verso esse, come se racchiudessero paurose e
terribilissime cose. Volle provare a parlare, per dar della vita a
quella stanza oramai tetra e taciturna: ma la voce non gli uscì dalle
labbra. Avrebbe voluto andare ad aprire la porta, così per farla
entrare più presto: ma una misteriosa volontà lo inchiodava al suo
posto. Quanto tempo? Lo ignorava. Aspettava il suo unico amore e la
unica donna. Non conosceva altro. Ella doveva venire, poichè lo aveva
detto e poichè lo aveva chiamato, alla mezzanotte del giorno prima,
dandogli il convegno. Forse era in via; forse già arrivava; forse era
quello il suo passo. Egli aspettava, la creatura, unica, la sola per
cui egli vivesse, la sola per cui egli avesse del sangue nelle vene e
un palpito nel cuore: Maria.
* * * * *
Egli non si levò dal divano dove si era buttato, che udendo battere
mezzanotte a una chiesa poco lontana, con suono cristallino. La
candela era quasi consumata. Maria non era venuta. Freddamente si
rammentò tutto quello che era accaduto, fra loro, nel passato, come se
ne vedesse la rappresentazione in uno specchio: egli si guardò
attorno, freddamente, trovando sopratutto quell'amore e quella donna
riflessi e viventi e pur finiti, dapertutto. Poi, si ricordò quello
che aveva visto e inteso la notte prima, il convegno datogli da una
voce che _pareva la sua_, il convegno a cui era venuto,
ineluttabilmente. E intese subito. In quella casa, gli aveva dato
convegno la Morte.
L'INELUTTABILE.
_(Miss Geraldina)._
Miss Geralda Fitz-Gèrald, di Gèrald Castle nel Somerset, per
diminutivo vezzoso chiamata miss Geraldina, passava nove mesi
dell'anno in Italia, e gli altri in viaggio sempre altrove che in
Inghilterra. Miss Geraldina non amava punto il suo paese e non vi
ritornava che malvolentieri, una volta l'anno, per tre o quattro
giorni. Faceva i conti coll'intendente, firmava i nuovi contratti coi
suoi affittaiuoli, visitava Gèrald Castle, visitava la sua vecchia
matrigna lady Hilda Brosborough, visitava il cimitero dove dormivano
suo padre, sua madre e tutti i Fitz-Gèrald suoi antenati, lasciava una
grossa elemosina al Pastore, e partiva senza aver voluto vedere
nessuno. Miss Geraldina era ricca, possedendo per sè sola ottantamila
lire di rendita; era senza fratelli, senza sorelle, senza parenti
poveri che la seccassero, e a ventotto anni, era perfettamente libera
di andare, venire, viaggiare, dove le paresse e piacesse. Miss
Geraldina conosceva e parlava cinque lingue; aveva studiato il canto,
il pianoforte e l'arpa; era un'acquarellista molto abile; aveva molto
spirito e lo manifestava in tutte le forme: dallo spirito secco e
caustico allo spirito placido e bonario. Miss Geraldina aveva delle
idee. Miss Geraldina pensava.
Miss Geraldina a diciotto anni pesava novantacinque chilogrammi, a
ventidue ne pesava cento, a ventotto ne pesava centoquindici. A
centoquindici si era fermata da un anno e pareva che non ingrassasse
più. Era naturalmente e mostruosamente grassa. Aveva la diffusione
eguale e permanente della grassezza, per tutta la persona;
l'uniformità del grasso; era un grasso coscienzioso ed onesto che si
allargava dapertutto, senza parzialità. Grasse le braccia, come le
spalle; grasse le mani come i piedi, grasse le guancie come il collo.
In questo modo, a prima vista, non si distinguevano le forme del suo
corpo, ma si percepiva confusamente una massa informe, semovente a
stento: un testone grosso, grasso e rotondo, quasi affogato nelle
spalle che salivano: sulla testa un treccione nero, che per quanto
fosse folto, pareva miserabile, come una corda sdrucita. Gli occhietti
neri, vivaci, troppo piccoli, scomparivano nel grasso della faccia,
sembravano due bucherelli neri; il naso rotondo, come senza ossa,
lucido, polputo nelle nari, era sommerso fra le due masse carnose
delle gote. La bocca troppo piccola, troppo infantile, era sempre un
po' schiusa di traverso, per respirare: un primo mento piccolo,
bambinesco, giaceva sopra un secondo, largo come una collana. Di collo
solamente una linea. Poi un corpo quadrato, largo, senza linea di
cintura, senza curva di fianchi, con due grosse travi per braccia, con
due masse di grasso per mani, un grasso roseo, tutto pieno di
fossette. Nessuna curva, nessuna linea spezzata. Il cubo--e
nient'altro.
A cagione di questa sua formidabile persona, miss Geraldina non poteva
fare moltissime cose che le altre ragazze fanno. Non poteva, per
esempio, vestirsi in nessun altro modo, che con una larghissima veste
da camera, in lana, a pieghe profonde, serrata con un cordone dove
avrebbero dovuto essere i fianchi: veste senza ornamenti, senza balze,
monacale. Le erano inibiti la seta, il raso, il velluto che disegnano
le forme; i merletti che ingrossano la persona. Questa veste doveva
essere per forza nera, o molto scura; sarebbe stato ridicolo portare
un colore chiaro, che raddoppia le proporzioni. Di goletti in
merletto, di cravatte a cappii vistosi, non se ne parla: la
straziavano. Appena una linea di goletto, dritto, in tela bianca: e
spesso per quello stringimento, le saliva il sangue alla testa, il
viso si faceva scarlatto e il naso cremisi. Pei cappelli, era un affar
serio; piccoli, erano ridicoli; grandi, ridicolissimi: non si trovava
una forma che le andasse, senza sfigurarla troppo. Miss Geraldina
aveva finito col portare una cuffia in velo nero come le portano le
vecchie nonne. Aveva da tempo rinunziato a tutti gli ornamenti, fiori,
piume, nodi di nastro, gioielli, spilloni: poichè tutte queste cose
minute ed eleganti erano sproporzionate a quell'adipe. Così non poteva
portare gli stivalini bizzarri, dalla suola inarcata, dal tacco
svelto: non ci si reggeva sopra, e portava le scarpe di panno, molto
forti, a doppia suola e senza tacco. Così non poteva infilare quelle
dita simili a salsicciotti nei guanti di seta, di camoscio, di
capretto, poichè li faceva crepare su tutte le cuciture; invece
portava i mezzi guanti di filo nero, quei mezzi guanti borghesi che
servono a deformare la mano.
Naturalmente miss Geraldina non andava mai al ballo, poichè sarebbe
stato buffo, solamente l'immaginare quella massa in giro per un
_waltzer_. Buffo e spaventoso. Non potendo usare altra acconciatura
che il suo sacco di lana nera, ella non andava ai concerti, non andava
a nessuno spettacolo pubblico, dove la _toilette_ è di obbligo. Che
lei cantasse, che lei suonasse il pianoforte, che lei suonasse l'arpa,
nessuno poteva saperne nulla, poichè niuno pensava che un elefante
mormorasse le romanze di Tosti, che un elefante facesse scricchiolare
la sedia del pianoforte ed i tasti, per suonare una polka di Chopin,
che un elefante osasse sedersi presso l'arpa e abbracciarla e trarne
suoni divini. Alle esposizioni non andava, poichè non poteva molto
camminare e le poltroncine giranti non la contenevano; così non andava
mai a visitare i musei. In conversazione non andava, poichè il moto di
stupore e quello di terrore talvolta, d'ogni nuova presentazione,
erano cose non destinate a farle buona impressione. Non usciva se non
in carrozza, una carrozza speciale, bassa di montatoio, larga di
cuscini, dove lei si distendeva, sola, in tutto il torpore della
propria persona.
Naturalmente miss Geraldina non aveva amiche. Nel suo passato
giovanile due o tre disinganni amari le avevano fatto intorno questa
solitudine femminile. In fondo all'affetto di tutte le sue amiche essa
aveva trovato, o la falsità, o la compassione. Ed anche la
compassione, per quanto ella sopra i nervi avesse quel settemplice
strato di grasso, non le andava a' versi. Poi il paragone delle donne
sottili, magre o anche grassottelle ma gentili, non era fatto per
allietare il suo spirito, ed essa aveva, a poco a poco, ferite una ad
una le amiche, con la sua acredine. Tutte si erano allontanate,
mormorando: "quella specie di mastodonte sembra buono, ma è maligno."
E neppure gli uomini amava miss Geraldina. Sfuggiva la loro compagnia,
sempre, dovunque; sfuggiva le presentazioni, le nuove conoscenze. Essa
non credeva alla loro bontà, quando le si mostravano premurosi e
cortesi: pensava che lo facessero per interesse e li disprezzava;
pensava che lo facessero per pietà e ne aveva sdegno. Forse, preferiva
quelli che la burlavano apertamente, che la guardavano con aria
ironica, che la squadravano fra loro, additandosela e soffocando le
risate. Mai miss Geraldina si sarebbe maritata. A farle la corte, non
pensava nessuno. In verità era troppo enorme perchè si potesse
concepirla maritata. La cieca ispira una gentile pietà, la gobba ha lo
spirito e la malignità per sè, la zoppa può dissimulare il suo
difetto, tutto può essere nascosto o attenuato, ma l'esagerazione del
grasso non si nasconde, non si attenua. È ridicolo. È ridicolo per
ogni chilogrammo, per ogni palmo, per tutta la sua estensione, per
tutta la sua enormità. È ridicolo ed è volgare. E per quanto le
ottantamila lire fossero lì per sollievo, niuno osava affrontare tanto
ridicolo e tanta volgarità. Miss Geraldina lo sapeva; richiesta,
avrebbe rifiutato. Ma non la chiedevano.
Così questa giovane miss inglese viveva singolarmente, in Italia, a
Sorrento, in un albergo, dove aveva bisogno di sedie fatte apposta, di
letto fatto apposta, tutto vasto, tutto solido. Pranzava nella sua
stanza, sola; leggicchiava storie d'amore che non la riguardavano e
versi che nessuno mai le avrebbe mormorati; canticchiava ritornelli
amorosi; dipingeva all'acquerello qualche veduta di Sorrento; sempre
sola. Non scriveva mai, perchè non doveva scrivere a nessuno e perchè
scrivere le faceva venire l'affanno. Non cuciva nè ricamava perchè era
inutile. Non piangeva perchè non aveva per chi piangere; non rideva,
perchè il suo destino era di far ridere.
Questa miss Geraldina Fitz-Gèrald di Gèrald Castle nel Somerset, morì
a trentaquattro anni, dopo due anni di una crescente malattia di
cuore, che le toglieva il respiro. È la malattia dei grassi. Di rossa
divenne gialla; invece di dimagrare si gonfiò tutta. Nell'albergo dove
morì, dovettero ordinare una cassa grandissima per chiudervela dentro.
Io l'ho vista questa morta. Sulla larga faccia, simile a quella di
certi angioloni di marmo diventati gialli col tempo, sulla larga
faccia bonaria stava il rancore doloroso di un essere innocente,
inoffensivo, colpito da una grande ingiustizia.
IL SEGRETO.
_(Cariclea)._
Nella camera chiusa, in quelle giornate di agosto, si soffocava; al
mattino vi ronzavano pesantemente le mosche, attirate dalla
zuccheriera scoperta sul comodino, dal bicchiere di aranciata, dallo
sciroppo di codeina che stillava dal collo di una bottiglina e
dall'odor grave di malattia che era nell'aria. Esse si posavano sul
volto bruno dell'ammalata, dai pomelli arrossati, mentre ella dormiva,
gittata in quei torpori profondi che sono il preludio della morte: il
figliuolo invano le scacciava con un ventaglio, esse ritornavano a
posarsi su quelle labbra semiaperte da cui sfuggiva breve, rôco,
rantoloso, il respiro. Di sera non si poteva aprire la finestra, non
un filo d'aria entrava ad agitare la fiammella diritta; di sera, vampe
di calore, fra cui mettevano una nota acuta l'acqua di finocchio e il
catrame distillato, salivano al cervello di Pietro, il figliuolo che
vegliava sua madre. Il silenzio della camera era rotto dal rantolo
cupo o dal fischio sottile di quei polmoni agonizzanti; era rotto
dallo scoppio di quella tosse dura, insistente.
Egli vegliava, tenendo lo sguardo fisso, immoto, sulla faccia di sua
madre. Pareva volesse scolpirsi in mente quel volto affilato,
diminuito dal male, volto di cui già alcune linee erano diventate
immobili. Egli sapeva che la madre moriva; lo sapeva, e l'anima sua lo
mormorava a sè stessa, quasi per convincersene. Non una lagrima saliva
agli occhi riarsi di quel figlio, non un singulto lacerava il petto di
quel figlio. Era stupefatto. Egli viveva, quasi pietrificato, in
quella stanza, andando, venendo, porgendo le medicine, porgendo da
bere, accomodando i cuscini, aiutandola a sollevarsi. Viveva come un
sonnambulo, con gli occhi spalancati e fissi, prestando tutte le cure
più affettuose e più umili, lentamente ma carezzevolmente, meglio di
una donna, senza parlare. Non si scuoteva, non trasaliva, avendo
costretto all'indifferenza il proprio viso; solo quando la tosse si
faceva sentire, egli impallidiva lievemente e voltava la testa in là.
Mentre la madre giaceva in quei torpori che lo spaventavano, peggiori
della veglia, egli pensava. Che madre era stata quella per lui! Per
lui quella era la madre delle madri, era stata l'amor materno come
idea fissa, l'amor materno come follia. Dalla nascita fino a quelle
ultime giornate, così monotonamente disperate, non si erano lasciati
mai un minuto, madre e figlio. Aveva dormito fino a dieci anni nel
letto della madre, con la testa appoggiata sul petto di lei; dopo,
nella stessa stanza; dopo, nella stanza accanto, con la porta aperta,
parlandosi. Ella lo aveva salvato da tutte le terribili malattie
d'infanzia, pregandogli la vita con la voce, comunicandogli la vita
con lo sguardo magnetico, soffiandogli la vita col respiro; aveva
preso da lui una volta il vaiuolo, una volta il tifo. Ma essa si
ammalava pel figlio e guariva pel figlio. Ella lo conduceva a scuola,
sotto la pioggia; ella veniva a riprenderlo. A casa studiavano insieme
le lezioni e lei si stillava il cervello come lui sui problemi di
aritmetica. Pietro era impertinente, nervoso; la madre lo sgridava,
poi piangeva, e lui scoppiava in lagrime. Andavano insieme a
passeggiare, Pietro bello ed elegante, cogli abitini che ella gli
cuciva, lei dimessa e sorridente. Parlavano insieme lungamente, nei
tramonti estivi, il figlio abbracciato alla madre, guancia a guancia;
ella gli diceva con la voce bassa dove mormoravano le note
dell'intimità, tutto quello che vi è di bello e di brutto nella vita.
Il figlio ascoltava, senza rispondere; poi con la mano accarezzava la
faccia della mamma e talvolta la trovava bagnata di lagrime. La mamma
non gli parlava mai di sè, mai del proprio passato, mai della propria
vita; gli parlava di lui, dell'avvenire. Talvolta, più grandetto, egli
domandava:
--Dimmi di te, mamma buona.
--No; non serve,--rispondeva lei brevemente, mentre un'onda di pallore
le saliva al viso.
Tale madre era stata la moribonda per lui; madre per il cuore, madre
per la mente, madre per il corpo, madre per il sacrifizio, madre per
la stravaganza dell'affetto, madre per l'immensità della passione. Il
figliuolo le rassomigliava tratto per tratto, tanto era stato _fatto_
da lei. Nell'anima era come lei, tanta era stata la trasfusione del
pensiero e del sentimento. Fra quei due vi era un continuo scambio di
vita. Si sorridevano col medesimo sorriso; si guardavano e l'idea
andava dall'uno all'altro, senza bisogno di parola. Ancora egli sedeva
ai piedi della madre e le appoggiava il capo sulle ginocchia, mentre
la mano delicata e lieve di lei gli carezzava i capelli, mentre la
voce bassa susurrava a lei le parole della vita--ma questo bambino era
un uomo, a diciannove anni, forte, virile, coraggioso, apprezzatore
sereno degli uomini e delle cose. D'un tratto, come se finita l'opera
sua, la madre non avesse più ragione di vivere, tutte le forze della
sua robusta salute declinarono: parve colpita fatalmente e
sicuramente.
Come la morte si avvicinava, questo scambievole amore di madre e di
figlio aumentava d'intensità senza parole, straziante e profondo.
--Mamma, mamma,--si ripeteva egli a sè stesso sperando di impazzire a
furia di ripeterlo.
E le girava attorno, incapace di lasciarla un minuto. Ella lo guardava
fisamente concentrando nello sguardo tutto il suo amore.
--Come ti senti, mamma?
--Meglio.
--Mamma cara, mamma bella....
E il figliuolo nascondeva il capo nei cuscini. Poi venivano certi
lunghi e paurosi silenzi che lo sgomentavano.
--Dimmi qualche cosa, mamma....
Ella faceva cenno che non poteva, chiudeva gli occhi, crollava il capo
come stanca. Sempre quel sonno penoso, in cui la faccia s'induriva, le
palpebre socchiuse, la bocca storta, la testa inclinata sul lato
destro, poichè il polmone sinistro era consumato.
--Mamma....--mormorava il figlio, piano.
E lei, svegliata, conservava quella durezza di tratti, gli occhi fissi
e vitrei.
--Mamma, parlami, dimmi....
Talora quando la vedeva così ritirata in sè stessa, l'anima lontana,
con quella indifferenza suprema per cui la mente sembra già staccata
dalle cose terrene, con quel disinteressamento per cui il morrente
pare già fatto cosa di un'altra sfera, pare già in alto, trattenuto
appena da un filo invisibile, egli la chiamava, disperato, con la voce
turbata con cui il Redentore dovette chiamare Lazzaro:
--Mamma, mamma!