(193-211)
44. =La guerra civile e la vittoria di Settimio Severo (193-197).=
— Dei tre pretendenti il più accetto al senato era Pescennio: un
italico, a quanto pare, di illustre famiglia. Non sembra che fosse un
discepolo delle Muse, ma era un buon soldato; le sue maniere affabili
lo rendevano accetto a tutti, persino ai soldati, a cui pure imponeva
la più rigida disciplina. Clodio Albino, invece, era africano di
nascita, come Severo; era nato in Adrumeto, da una famiglia antica e
nobile; aveva molte amicizie a Roma e simpatie nel senato. Settimio
Severo, infine, che nasceva da una ricca e cospicua famiglia di Leptis,
era il più colto dei tre, perchè era stato educato nelle due lingue,
greca e latina, aveva studiato ad Atene, ed in gioventù si era dato
alle lettere. Ma primo della famiglia era entrato in senato e aveva
esercitato le magistrature; era quindi un _homo novus_. Fosse questa la
ragione o altra che non conosciamo, egli aveva meno amici in senato che
i suoi rivali.
Ma se Settimio Severo era il candidato meno grato al senato, era
anche quello che, governando la Pannonia, si trovava più vicino
all’Italia. Risoluto e intelligente, egli seppe approfittare di questo
vantaggio. Senza perdere tempo scese con il suo esercito nella valle
del Po. Didio Giuliano, il quale disponeva soltanto della guardia
pretoriana, e non aveva potuto neppur chiudergli i passi delle Alpi,
cercò di difendersi alla meglio. Ma le forze erano troppo ineguali. I
soldati lo abbandonarono; lo abbandonò la flotta e, all’avvicinarsi di
Settimio Severo, il senato lo depose e condannò a morte, eleggendo il
governatore della Pannonia.
Il nuovo imperatore non poteva illudersi sui sentimenti che il senato,
costretto a convalidarlo con la spada alla gola, nutrirebbe sul suo
conto. Ma Settimio Severo sapeva di dover combattere contro due rivali
potenti, e quindi cercò di ingraziarselo. Punì i complici di Didio
Giuliano; fece decretare l’apoteosi di Pertinace; promise che non
avrebbe condannato a morte nessun senatore, anzi fece approvare dal
senato una legge, la quale dichiarava nemico pubblico l’imperatore
che ciò facesse; promise di governare, prendendo a modello Pertinace e
Marco Aurelio: non esitò nemmeno a sciogliere la guardia pretoriana che
aveva ucciso Pertinace e messo all’incanto l’impero, ricostituendola
con i migliori soldati scelti da qualsiasi legione. Infine, per legar
le mani a Clodio Albino, e per compiacere al Senato, lo dichiarò suo
collega nell’impero e suo erede presuntivo, dandogli l’alto comando
delle province occidentali. Ma presa questa precauzione e dati questi
pegni delle sue intenzioni al senato, si volse ad attaccare in Oriente
Pescennio, che si era già assicurato l’Asia e l’Egitto, la neutralità
dell’Armenia e l’alleanza di parecchi principi orientali, tra i
quali il re dei Parti. Severo non volle che Pescennio avesse, come
Vespasiano, il tempo di assalir lui; e sapendo che la velocità era il
partito migliore, non indugiò più di un mese nella capitale e subito
partì alla testa di grandi forze, per l’Oriente. Respinta e bloccata
una buona parte dell’esercito nemico in Bisanzio, Severo, o, piuttosto,
i suoi generali sconfissero il nemico prima a Cizico, poi a Nicea e,
finalmente, presso Isso. La giornata fu assai cruenta, ma il rivale fu
alla fine vinto, e, nella tragica fuga, arrestato e decapitato (194).
Sembra che i partigiani di Pescennio fossero duramente trattati, ma dei
senatori nessuno fu condannato a morte: i più compromessi subirono la
confisca di tutto o di parte del patrimonio.
Ma se Pescennio era morto, la guerra non era ancora finita, chè
Bisanzio resisteva accanitamente. D’altra parte Settimio Severo non
poteva illudersi che la sua vittoria gli concilierebbe il favore
del riluttante senato. Perciò egli pensò di dare al suo governo un
carattere di legittimità più sicuro; e nel 195 celebrò la adozione di
sè medesimo per parte di M. Aurelio. Il farsi adottare di autorità da
un morto, era un procedimento, alla stregua delle leggi, molto ardito,
per non dire stravagante; ma facendo questa violenza allo spirito della
legge ed al buon senso, egli poteva presentarsi come il continuatore
degli Antonini, venerati con tanto zelo in tutto l’impero. Pare inoltre
che Settimio si servisse dell’adozione per impadronirsi dell’ingente
eredità di Commodo[55]. Nel tempo stesso, mentre stringeva d’assedio
Bisanzio, provvedeva a domare l’Oriente; e faceva una spedizione nella
Adiabene e nell’Osroene, i cui sovrani avevano favorito Pescennio.
Tutto il 195 fu speso in questa spedizione e nell’assedio di Bisanzio,
che capitolò finalmente nella primavera del 196. L’Oriente poteva dirsi
domato. Settimio Severo si affrettò a ritornare in Italia.
Nel senato l’opposizione era forte; e poichè Pescennio era stato
vinto, poneva la sua speranza in Clodio Albino. Questi a sua volta
non aveva accettato di esser collega di Settimio che per aver tempo
a preparar milizie contro di lui, in Gallia e in Britannia. Ormai,
anzi, aveva apertamente proclamata la rivolta; aveva convocato un
contro-senato; e minacciava, nuovo Vitellio, di ridiscendere dalle
Alpi[56]. Come al solito, Severo non perdè tempo. Appena giunto in
Italia, fece dichiarare Clodio Albino nemico pubblico dall’esercito
e dal senato; persuase il senato a proclamare il figlio suo, Settimio
Bassano (il futuro Caracalla), Cesare, designandolo così, quale erede
dell’impero; gli fece assumere il nome venerato di Marco Aurelio,
forse per compensare la violenza con cui faceva trionfare il principio
ereditario, e poi partì per la guerra. L’impresa non era di piccola
mole. Se vogliamo credere a Dione, Albino aveva raccolto non meno di
150.000 uomini, e altrettanti dovette opporgliene Severo; dunque, senza
contare gli ausiliari, una quindicina di legioni, quante non erano mai
state impiegate nelle campagne contro il Gran Re: un esercito smisurato
per i tempi antichi. Anche su questa guerra poco si sa: par che il
principio fosse favorevole ad Albino, e che il senato esultasse a Roma
di questi prosperi successi. Ma nella battaglia decisiva a _Tivurtium_
(Trévoux) non lungi da Lione, il nuovo pretendente fu definitivamente
sconfitto (19 febbraio 197).
Questa volta la repressione fu più fiera che cinque anni prima.
Settimio dichiarò al senato che la severità di Silla, di Mario, di
Augusto era preferibile alla dolcezza che aveva perduto Cesare e
Pompeo[57]. Ventinove senatori furono condannati a morte; un grande
numero di ricchi galli e spagnuoli, che avevano aiutato Albino, furono
pure giustiziati, i loro beni confiscati, e in parte divisi tra i
soldati, in parte versati nell’erario, in parte presi da Severo. Con
queste confische Severo incominciò a creare quella sua fortuna, che
doveva essere la più grande di quante gli imperatori avevano sino
allora possedute[58].
45. =Il governo di Severo: suo carattere.= — Il Dio della guerra aveva
pronunciato il suo giudizio definitivo. Come Vespasiano, Severo era
ormai, alla testa delle legioni vittoriose, l’arbitro dell’impero. Che
cosa poteva fare il senato se non inchinarsi? Ma Severo non era, come
Vespasiano, un italiano; era un figlio dell’Africa; di quell’Africa,
dove il romanesimo era piuttosto una leggera vernice appena aderente,
che copriva le passioni e le idee ataviche della razza. Severo
non aveva per il senato e per le istituzioni della repubblica
aristocratica, come Traiano, il rispetto di un figlio, l’ammirazione
di un discepolo, la gratitudine di un beneficato. Non era nemico del
senato e non voleva, di proposito, umiliarlo o avvilirlo. In tempi
tranquilli, sarebbe stato uno dei tanti senatori, non meno geloso che
gli altri dei privilegi dell’ordine. Ma aveva conquistato l’impero
a prezzo di tremendi pericoli, contro la volontà del senato, che gli
avrebbe preferito Pescennio Nigro o Clodio Albino; e conquistatolo,
lo voleva tenere e godere — e qui appariva l’africano — come cosa sua
e della sua famiglia. Già prima di vincere Albino, egli aveva, come
abbiamo visto, fatto nominar collega il figlio e tributare grandissimi
onori a sua moglie Giulia Domna, che era una siriaca di illustre
famiglia e una donna molto intelligente; inoltre aveva mostrato
apertamente che l’autorità imperiale doveva servire ad arricchirlo.
Primo tra gli imperatori costituì un’amministrazione del patrimonio
privato, nominando i _procuratores privatarum rerum_. Senonchè, se il
senato aveva poco gradito il suo trionfo, meno ancora avrebbe gradito
un governo animato da questo spirito. Non poteva quindi che diffidare
del senato; e, senza combatterlo metodicamente, cercò i sostegni e
gli appoggi del suo governo, non nel prestigio, nella ammirazione
sincera e nella collaborazione volenterosa del grande consesso, come
gli Antonini, ma nella intelligenza e nell’energia di un piccolo gruppo
di servitori fidati e devoti, di ogni origine e rango; e massime nei
soldati e nei cavalieri. Cresce dunque con lui l’autorità e il potere
di tutti i funzionari imperiali, specialmente degli _advocati fisci_,
del capo del _fiscus_, che prende il titolo di _rationalis_ e del
prefetto del pretorio. Per la prima volta il prefetto del pretorio è
ammesso in senato, e per la prima volta, dopo tanti anni, non ostante
la presenza del principe in Roma, riappare un nuovo Seiano, C. Fulvio
Plauziano, che per un certo tempo, e sinchè non precipitò egli pure,
fu più potente dello stesso imperatore. Il prefetto del pretorio
diviene ora non solo il capo di tutte le truppe pretoriane, ma anche
il dirigente di tutto il personale dei funzionari imperiali. I suoi
poteri giudiziari si allargano: sembra che a lui competesse, oltre
l’appello dalle autorità provinciali, anche la giurisdizione penale
per tutto il territorio a cento miglia da Roma. Nelle province è tolto
ai governatori il diritto di levare imposte; al senato, il compito di
eseguire il censo, che è affidato in sua vece a funzionari imperiali
tratti dall’ordine equestre. Ad accrescere il prestigio dell’ordine
equestre Severo non solo concede ai cavalieri cariche prima riserbate
ai senatori; ma ai cavalieri, che si sono segnalati nel pubblico
servizio, accorda nuovi titoli di onore: quello di _vir egregius_
o quello anche più alto di _vir perfectissimus_: onorificenze che
ponevano un cavaliere alla pari di un senatore, senza farlo entrare
nell’ordine; e che quindi abbassavano il prestigio del senato.
Ma di null’altra cosa Settimio Severo fu più sollecito che di far
contento l’esercito. Egli è veramente l’imperatore dei soldati,
che, eletto dai soldati, governa con essi e per essi. L’esercito è
accresciuto di tre nuove legioni; il soldo è aumentato; ai soldati è
accordato il diritto di contrarre matrimoni legittimi o qualcosa di
simile[59], nonchè di passare per merito nel corpo dei pretoriani,
ormai riserbato ad essi come una promozione. Ai veterani è concessa in
privilegio la dispensa di ogni pubblico carico (_vacatio a muneribus_);
agli ex-ufficiali, nuovi titoli onorifici; ai generali, donativi
sontuosi. Riforma più importante: al grado di centurione — il più
elevato dei gradi a cui il soldato comune potesse giungere e che
corrisponde ai grado di capitano degli eserciti moderni — è annesso
il rango di cavaliere. Infine agli ufficiali in congedo sono riserbati
molti impieghi civili. È chiaro che Settimio Severo cercò di rinforzare
l’ordine dei cavalieri e l’amministrazione con elementi presi
dall’esercito, opponendo così alla nobiltà senatoria un altro ordine
sociale a lui fedele e devoto; e cercando in questo i funzionari, che
considerassero l’imperatore come loro capo e benefattore.
46. =Severo in Oriente: la guerra con i Parti (197-198).= — Un
imperatore che si reggeva per il potere dell’esercito doveva essere
gelosissimo della gloria e del prestigio delle armi romane. Mentre
Severo combatteva in Gallia Clodio Albino, il re dei Parti aveva invaso
la Mesopotamia e posto l’assedio a Nisibis; la Mesopotamia, la recente
conquista di M. Aurelio, e forse la Siria, l’Armenia, la Cappadocia
parevan di nuovo in pericolo. Severo non poteva tollerare l’affronto.
Appena pacificata l’Europa, si accinse, nel 197, alla guerra con la
Parzia. I preparativi furono grandi, ma adeguati. Vologese fu sconfitto
e la via di Ctesifonte, per la terza volta, aperta alle legioni romane,
che vi entrarono, e la saccheggiarono, facendo 100.000 prigionieri,
tra soldati e civili. Pur troppo però, come sempre, il ritorno fu più
difficile: chè il deserto, la fame, la sete inflissero all’esercito
sofferenze inaudite. D’altra parte, se neppure Traiano aveva potuto
sottomettere l’impero dei Parti, tanto meno poteva riuscirvi Severo,
perchè da Traiano a lui l’impero si era indebolito. Inflitta una
umiliazione profonda al re dei Parti, Severo fece pace, nel 198 o 199,
accontentandosi dello _statu quo_, e forse di qualche ampliamento dei
confini mesopotamici.
Ma Severo non tornò subito in Occidente. Sia che l’Oriente gli
sembrasse richiedere la sua presenza, sia che preferisse star lontano
da Roma e dal senato, per meglio mostrare che egli era l’imperatore
delle province, sollecito degli interessi di tutti, e non il capo di
una oligarchia angusta, Severo si trattenne nelle province orientali
sino al 202, rinforzando la difesa, distribuendo corone ai principi
vassalli, rimettendo la disciplina nelle legioni, l’ordine nel paese,
e stabilendo ovunque colonie romane. Visitò anche la Palestina e
l’Egitto; e dalla Palestina emanò un editto relativo ai Cristiani,
che riconferma all’incirca quelli di Traiano e di M. Aurelio[60].
Ma i tempi erano inquieti, pieni di paure e di superstizione: bastò
quell’editto per scatenare in tutto l’Oriente le collere ribollenti
contro la minoranza cristiana, che non cessava dal crescere e che
si insinuava dappertutto. Di nuovo in molte province i governatori
dovettero cedere alla opinione popolare; e di nuovo piovvero le
denunzie, i processi, le condanne!
47. =La fine di Severo (202-208).= — Nel 202 Severo ritornò a Roma,
accolto da grandi feste e con grandi onori. Il senato gli decretò anche
quell’arco trionfale, che sarebbe sorto sulla Via Sacra, di faccia
al Campidoglio, dove ancora oggi si può ammirare. Severo ricusò la
maggior parte degli onori offertigli, e perfino il trionfo; ringraziò
i senatori, chiedendo loro di avere soltanto nel cuore, per lui,
l’affetto che gli avevano prodigato nei solenni decreti consiliari; e
si accinse a governar l’impero nella pace.
Un contemporaneo, non certo benevolo, ci descrive la giornata del
nuovo Augusto. «Sin dall’alba egli era al lavoro; poscia, passeggiando
a piedi, si intratteneva degli affari relativi allo Stato. Venuta
l’ora delle sedute nel suo tribunale, egli vi si recava, salvo che
non fosse una solenne giornata festiva, e attendeva al suo ufficio
con scrupolo grandissimo. Infatti accordava alle parti tutto il tempo
che esse domandavano, e a noi senatori, che giudicavamo con lui, una
grande libertà di opinione. Restava in tribunale fino a mezzogiorno.
Dopo egli montava a cavallo, quanto tempo poteva, o si dedicava a
qualche esercizio fisico, per entrar poi nel bagno. Faceva colazione —
abbondantemente — solo o coi suoi figliuoli. Per solito, dopo il pasto,
dormiva, e destatosi, si tratteneva, sempre passeggiando, con dei
letterati greci o latini. La sera prendeva un secondo bagno e desinava
ma soltanto con i familiari e con gli intimi, giacchè egli non invitava
mai alcuno e riservava i pranzi sontuosi pei giorni, in cui non poteva
assolutamente farne a meno»[61].
In Roma Settimio Severo continuò e rafforzò quel suo governo,
che spostava l’autorità dal senato all’imperatore e all’esercito.
Ormai le resistenze venivano meno dappertutto; anche il senato si
rassegnava, impotente. A che avrebbe servito una nuova congiura,
anche se riuscisse, se non a scatenare di nuovo le legioni? I soldati
ormai si sentivano da più del senato. Così, Settimio Severo fu, primo
degli imperatori, chiamato _dominus_: titolo che per secoli aveva
fatto orrore ai Romani. Primo degli imperatori rese giustizia non
più nel Foro ma nel suo palazzo. Primo osò eguagliare l’Italia alle
province, assumendo il titolo di proconsole anche per l’Italia e
stanziando, oltre i pretoriani, una legione nelle vicinanze di Roma. Il
provvedimento era savio; perchè la rovina di Didio Giuliano mostrava
che l’Italia, non avendo altre forze militari fuorchè la guardia, era
alla mercè delle legioni delle province, se queste si ribellavano.
Ma un altro dei principî su cui Augusto aveva posato il governo
dell’impero era tolto di mezzo.
Sei anni restò Severo in Roma, amministrando alacremente l’impero, e
senza essere minacciato da congiure. La sua fortuna, la sua alacrità,
la sua energia scoraggivano tutti gli odî. Nel 208 partì per la
Britannia; se vogliamo credere a uno storico antico, perchè malcontento
dei suoi figliuoli, Bassiano e Geta, e delle inclinazioni che ambedue
rivelavano. Adottando risolutamente il principio dinastico, Settimio
aveva fatto il primo con il titolo di Augusto e collega all’impero
durante la guerra contro la Persia; nel 209 aveva fatto Augusto e
collega il secondo. Ma novelli Commodi, i due figli non amavano che
la compagnia dei gladiatori e dei cocchieri del Circo e per di più si
odiavano. Per distrarli da questi piaceri, il padre avrebbe, a dire
degli antichi scrittori, deliberato di fare una spedizione in Caledonia
(Scozia), e forse la conquista di quel difficile paese. Per altro, da
gran tempo, la Britannia era irrequieta, e il tentativo di Albino non
aveva certo aiutato a calmarla.
La guerra fu lunga e difficile. Tra selve, monti e paludi, gl’indigeni
si difesero con una feroce guerriglia. Solo a prezzo di gravi perdite
l’esercito romano toccò l’estremità della grande isola; ma il 4
febbraio del 211 Severo moriva in Eburaco (York). Poco prima di morire
non solo aveva richiamato le legioni della Scozia, ma ordinato anche
l’abbandono della linea fortificata di Agricola e di Antonino Pio per
tornare alle forti difese di Adriano. La spedizione quindi non aveva
servito a nulla.
48. =Il governo di Severo; come giudicarlo.= — Settimio Severo fu
un insigne soldato, ma non solamente un soldato: fu anche un uomo di
grande e fine coltura. Intorno a lui, all’imperatrice Giulia Domna,
alla sorella dell’imperatrice, Giulia Mesa, alle nipoti Giulia Soemia e
Giulia Mammea, si raccolse una corte letterata, nella quale brillarono
non pochi tra gli spiriti eletti dell’epoca. Tra questi basterà
ricordare nientemeno che i giureconsulti più grandi dell’impero,
Ulpiano e Paolo, che fecero parte del _Consilium principis_, Papiniano,
che fu prefetto del pretorio. Egli quindi, in mezzo alle molte guerre
dell’impero, continuò, come i suoi predecessori, il grande svolgimento
del diritto razionale ed umano, che è una delle glorie maggiori di
Roma. Non si può negar neppure che egli ricostruì saldamente l’autorità
dello Stato, ponendo prontamente fine, come Vespasiano, alla anarchia
delle legioni in rivolta; che di nuovo illustrò le armi romane, che
riassestò abbastanza bene le finanze, sebbene anch’egli abbia ricorso
largamente all’espediente d’adulterar la moneta. Nei suoi _denarii_
la lega sale al 50 e talora sino al 60%. Ma egli esautorò quasi del
tutto il senato, che Vespasiano aveva ringiovanito e che era stato
la fonte della legalità per un secolo. Sorpreso della catastrofe
di Commodo, il senato aveva sperato, prima in Pertinace, poi in
Pescennio, poi in Clodio Albino: deluse tutte queste speranze, si
era a poco a poco, sotto il governo di Settimio Severo, avvilito e
rimpicciolito, lasciando libero il posto al crescente assolutismo
militare, rinunziando a quasi tutti i diritti e i privilegi, che
per tanti secoli aveva reclamati. Molto si è scritto dagli storici
moderni contro il servilismo del senato sotto Settimio Severo: ma
chi sappia come, in pochi anni, sotto la pressione degli avvenimenti,
possa mutare la composizione, lo spirito, l’anima di una assemblea e
di un ordine sociale, non si meraviglierà punto di vedere il senato
romano rimpicciolirsi a questo modo, innanzi a Settimio Severo, capo
vittorioso delle legioni, ossia innanzi ad una forza che, per quanto
scaturita improvvisamente dalla convulsione degli eventi, esso sentì
che era invincibile. Del resto, a giudicarne gli effetti immediati,
questa diminuzione del senato fu un fatto benefico. Il governo di
Settimio Severo fu più operoso di quello degli ultimi Antonini, perchè
non fu più obbligato a tener conto, quanto costoro, della volontà,
dei diritti, dei pregiudizi, dei privilegi del senato. Senonchè
questo beneficio era bilanciato da un pericolo grave. Esautorato il
senato, quale sarebbe, lui morto, la fonte della legalità, per il suo
successore? Il principio ereditario, da solo, non bastava; sia perchè
non era ancora universalmente riconosciuto, sia perchè il potere
di Severo era troppo recente. Il principio ereditario doveva dunque
appoggiarsi sopra un altro elemento: la volontà degli eserciti. Messo
in disparte il senato, gli eserciti diventano ormai, come regola,
quel che sinora erano stati solo ogni tanto e quasi accidentalmente,
il potere che sceglie o riconosce gli imperatori, che ne legittima
l’autorità. Ma che cosa erano ormai gli eserciti, se non un’accozzaglia
di tutte le razze dell’impero, nella quale abbondavano i barbari
appena dirozzati? Le terribili conseguenze di questo rivolgimento non
tarderanno molto a mostrarsi.
Da Settimio Severo si può sicuramente datare il principio della
monarchia assoluta. Egli è il primo degli imperatori che, appoggiandosi
sull’esercito, sostituisce apertamente, senza esitazioni, l’autorità
sua e quella dei funzionari dipendenti da lui all’autorità del senato.
Sarebbe impossibile dire se egli invece avrebbe, volendo, potuto essere
un secondo Vespasiano; e se questo mutamento dipese dalla sua ambizione
o dalla forza invincibile degli eventi. Ma da questo mutamento,
volontario o necessario che fosse, procedè la immane catastrofe che ora
ci accingiamo a narrare e della quale quindi Settimio Severo è per la
sua parte responsabile innanzi alla storia[62].