(138-193)
35. =Antonino Pio (138-161).= — Antonino Pio apparteneva a una
famiglia originaria della Gallia, aveva 52 anni, ed era stato console,
proconsole dell’Asia, _iuridicus_ per l’Italia e membro del _Consilium_
imperiale. Egli aveva compiuto con onesta fermezza il suo dovere verso
la memoria del padre adottivo, impedendo al senato di sfogare l’odio
postumo contro la memoria di Adriano. Ma l’atteggiamento del senato
era un ammonimento. Un altro ammonimento erano le nuove ambizioni di
ingrandimento che richiamavano la politica di Traiano. Si vogliono ora
considerare come province romane la Parzia e perfino la Scizia[46].
Antonino intese questi ammonimenti. Era un’anima eletta più che un
potente ingegno; e perciò si propose di conservare quel che Adriano
aveva fatto più che di continuarne l’opera, cercando insieme di placare
con concessioni il risentimento del senato.
Tale è il doppio scopo del suo governo. Egli rispetta l’opera
di Adriano: il _Consilium principis_, la cancelleria imperiale,
l’avvocatura del fisco, le riforme militari, l’indirizzo della
legislazione civile e della politica estera. Abolisce soltanto gli
_iuridici_ per l’Italia. Ma prodiga al senato i compensi. Non si stanca
di ripetere ch’egli intende trattare il senato, come, da senatore,
aveva desiderato gli imperatori trattassero lui. Amnistia i condannati
politici degli ultimi anni di Adriano, e fa a sè una legge della più
ampia indulgenza verso coloro che cospireranno contro di lui. Frena
l’avidità del fisco, riduce le imposte; anzi, nel 147 o 148, condona
ai contribuenti gli arretrati di tre lustri. Rimette in onore le
tradizioni e i simboli repubblicani di Roma; restaura gli antichi culti
ufficiali romani; è onorato dai senatori, come Vespasiano, _ob insignem
erga caerimonias publicas curam ac religionem_[47].
Con lui, al principe girovago succede il principe sedentario. Sembra
che Antonino non abbandonasse mai Roma, checchè avvenisse ai confini
dell’impero. Costruì meno e con minore prodigalità di Adriano. In
tutti i rami dell’amministrazione cercò di diminuire la spesa; ridusse
gli stipendi largiti da Adriano agli artisti, ai musici, per esempio;
largheggiò invece con i retori e i filosofi. Schivò la guerra con
la Parzia; ma non ostante il suo amore per la pace e il suo rispetto
filiale per Adriano, in Britannia accontentò i fautori di conquiste
e ritornò ai confini fissati da Agricola. Cosicchè, quando morì, dopo
circa 23 anni di governo, i repubblicani e i tradizionalisti di Roma
furono veramente in lutto. Con Traiano e con lui il romanesimo aveva
irradiato sul vasto impero gli ultimi e magnifici splendori.
Ma tra questi splendori già si vedevano apparire nubi foriere di
tempesta. Pare che Antonino lasciasse la moneta romana più deteriorata
che non Traiano, avendo egli accresciuto fino ad un terzo la lega del
_denarius_; e certo è che, non avendo mai ispezionato nè un campo
nè una frontiera, moriva ignorando che cosa facessero i barbari al
di là del Reno, del Danubio, dell’Eufrate, in Africa e nella Gran
Bretagna; lasciando l’esercito infiacchito dalla lunga pace, dalla sua
noncuranza, dai frettolosi e troppo numerosi arruolamenti di barbari:
indebolite insomma su tutte le frontiere le difese e più audaci i
nemici.
36. =L’imperatore filosofo: Marco Aurelio (161-180).= — Come abbiamo
visto, all’elezione del nuovo principe aveva già provveduto Adriano.
Questi aveva voluto che Antonino adottasse, come figlio, il nipote suo,
Marco Annio Vero, che assunse poi il nome del nonno paterno, Aurelio,
e il figlio dell’altro Vero, ch’egli per primo aveva scelto come suo
successore. Nel 146 M. Aurelio aveva ricevuto la potestà tribunicia e
proconsolare; era divenuto dunque collega e successore presuntivo per
volontà di Antonino Pio, che morente lo designò infine esplicitamente:
ma insomma la sua scelta all’impero risale in prima origine ad Adriano.
Morto Antonino, ricordandosi delle intenzioni di Adriano, Marco
Aurelio assunse al suo fianco, nell’impero, il suo fratello adottivo,
L. Elio Vero, e i due principi si presentarono insieme al senato, ai
pretoriani, al popolo.
Marco era un appassionato cultore della filosofia, un fervente seguace
della setta stoica, al modo con cui a quei tempi si intendeva da
molti la filosofia: non cioè come puro studio, ma come norma di vita
e perfetta coerenza tra il pensiero e l’azione. Per la prima volta
l’impero di Roma, fondato e sino allora governato da una aristocrazia
di soldati, statisti e diplomatici, aveva a capo un filosofo, che
ambiva attuare l’ideale etico della scuola stoica. L’ellenismo non
aveva ancora riportato un trionfo più grande. Con Marco Aurelio la
filosofia, di cui Roma aveva per tanti secoli, più o meno, diffidato,
che Vespasiano aveva bandita d’Italia, saliva al governo e non di
un piccolo Stato, ma del più vasto e potente impero, innanzi a cui
gli uomini si fossero sino allora inchinati. Platone aveva detto che
gli uomini e gli Stati sarebbero felici il giorno in cui i filosofi
avessero assunto il governo. Avrebbe Marco Aurelio giustificato o
sbugiardato il grande pensatore?
37. =La guerra orientale (161-166).= — L’esperienza doveva essere
seria. I tempi diventavano procellosi. Antonino era appena morto,
che già si scorgevano gli effetti del suo governo, più destro nel
rinviare le difficoltà che forte nell’affrontarle. In Britannia, i
Picti irrompevano contro il nuovo _vallo_, mentre le milizie romane,
stanziate nel paese, minacciavano di proclamare un nuovo imperatore. In
Germania, sul Danubio superiore e sul Reno, Catti e Cauci si agitavano
inquieti, facevano scorrerie nel territorio romano. In Oriente, il re
dei Parti, Vologese III, invadeva l’Armenia, scacciava il re, postovi
dai Romani; irrompeva nella Siria, mentre i principi vassalli e le
stesse città siriache insorgevano contro il dominio romano (161).
Il pericolo più grave era in Oriente. Marco Aurelio ordinò leve, spedì
in Siria rinforzi e generali, tra cui lo stesso suo collega L. Vero,
e incominciò una guerra lunga e vasta, che poteva ricordare Traiano.
Nel 162-163, il generale Stazio Prisco era riuscito a riconquistare
l’Armenia e restituire il principe deposto: ma in Siria il generale
Avidio Cassio non aveva potuto pigliar subito l’offensiva. Troppo
le legioni erano effeminate e indisciplinate. Fu necessario prima
istruirle, allenarle, e vincerne lo spirito sedizioso. Alla fine Cassio
potè muoversi; e, dopo le prime vittorie, avanzare, se non rapidamente,
con vigore; sicchè, come pare, nel 165, giungeva nel cuore dell’impero
partico e dava alle fiamme Seleucia e la stessa capitale del regno,
Ctesifonte. Entrava a questo punto in campo L. Vero che, fino ad allora
pare si fosse occupato in Antiochia del vettovagliamento; e marciando,
probabilmente attraverso l’Armenia, invadeva la Media. Si rinnovava la
trionfale spedizione di Traiano. Solo allora il re Partico si indusse
alla pace; ma questa volta dovette accordare condizioni più onerose
del solito, cedere la Mesopotamia superiore: la prima nuova conquista
che dall’età di Pompeo, i Romani riuscissero a fare e a mantenere nella
regione del Tigri e dell’Eufrate (166).
38. =La prima invasione germanica (167-175).= — Così, dopo cinque anni,
l’imperatore filosofo terminava felicemente una delle più difficili
guerre orientali. Ma le legioni vittoriose riportavano in Europa la
peste bubbonica, che avrebbe desolato per anni la penisola balcanica e
l’Italia. Come se tutte le disgrazie concorressero a un tempo, un nuovo
pericolo, sedato quello d’oriente, minacciò a settentrione.
Nel 166 il confine danubiano era rotto, e le province al di qua
e al di là del fiume — Dacia, Pannonia, Norico, Rezia — erano
invase da una coalizione di varie popolazioni germaniche, che di
slancio giunsero sino in Italia: assediarono Aquileia, incendiarono
_Opitergium_ (Oderzo), e si spinsero fino al Piave, vera avanguardia
delle invasioni, che dovevano nei secoli seguenti sommergere l’impero.
Chi o che cosa aveva dato quella prima spinta al grande moto delle
genti germaniche? In mancanza di notizie positive, noi siamo ridotti
ad ipotesi. È possibile che un grande movimento di popoli slavi e
germanici dall’oriente verso occidente abbia spinto i barbari verso
le frontiere dell’impero. Ma la spinta maggiore deve essere stata
data dalle nuove condizioni della Germania stessa. Confinando e
commerciando e combattendo non più con piccoli stati celtici poco meno
che barbari, ma con un grande impero civile, come l’impero romano,
anche le popolazioni germaniche si venivano a poco a poco incivilendo
in una certa misura. Esse imparavano molte cose — buone e cattive
— dall’impero, che era nello stesso tempo il loro modello e il loro
spavento: anche ad adoperare le sue stesse armi. Non è quindi difficile
di spiegare come l’indomabile indisciplina e il continuo guerreggiare
scemassero un poco tra i Germani, al contatto dell’impero; e che a poco
a poco in questa nebulosa di tribù disgregate si formassero anche in
Germania grossi Stati monarchici, rozze imitazioni dell’impero romano,
che cercavano di costituire dei governi e degli eserciti. Ma a questo
scopo occorrevano denari. D’altra parte non è inverosimile che quel
principio di ordine civile introdotto nelle barbare tribù germaniche,
facesse crescere la popolazione. Onde una crisi, demografica ed
economica, che spingeva le popolazioni germaniche a invadere terre più
fertili e a saccheggiare territori più ricchi, e cioè l’Europa del sud
e del sud-ovest, incivilita e arricchita dal governo romano. Sinchè
l’esercito romano era stato numeroso e agguerrito alle frontiere,
i Germani non si erano mossi; ma da parecchi anni la maggior parte
delle legioni d’Occidente combatteva in Oriente e contro i Parti una
dura guerra, le cui notizie probabilmente giungevano ingrossate e
deformate oltre il Reno e il Danubio. Così si può forse spiegare che,
in questo tempo, un gran numero di popolazioni barbare, in maggior
parte germaniche, tra le quali i Marcomanni, gli Ermonduri, i Quadi,
gli Jazigj, i Sarmati, gli Sciti, i Victuali, i Rossolani, gli Alani,
si precipitassero, secondo un piano concertato, sulle frontiere
dell’Impero, sapendole mal guardate.
A che mirassero gli invasori o se ad altro fine oltre il saccheggio,
non sappiamo. Certo è che la sùbita invasione atterrì l’Italia. La
grandezza del pericolo è dimostrata dal fatto che questa volta Marco
Aurelio, messi da parte i suoi libri, andò in persona a difendere i
confini dell’impero. La storia di questa guerra è così frammentaria,
che non sarebbe possibile ricostruirla cronologicamente. Noi sappiamo
che durò sino al 175 e che fu asprissima; che si dovettero reclutare
nuove legioni, e non fu cosa facile, poichè occorse ricorrere a
differenti e quasi disperati espedienti; che non si adoperarono solo
le armi ma anche gli intrighi e i trattati; che la guerra ebbe varie
vicende, ora tristi ora liete; che a un certo momento un’orda di
Custoboci si spinse dalla Dacia sin nel cuore della Grecia, e cioè sin
ad Elatea nella Focide. Comunque sia, nel 175 l’incendio sembrò domato.
Par che i nemici dovettero cedere una striscia di territorio sulla riva
sinistra del Danubio, tollerare fortificazioni e guarnigioni romane,
impegnarsi a frequentare solo taluni dei mercati provinciali, ed in
tempi determinati, obbligarsi infine a fornire milizie all’esercito
romano. Ma sembra pure che i nemici ricevettero dei compensi per queste
concessioni e che per la prima volta dei barbari fossero accolti
entro i confini dell’impero, persino in Italia, ove pare fossero
distribuiti come _coloni_ o coltivatori sulle terre dei proprietari:
primo principio di una condiscendenza che doveva generare gravi
conseguenze[48]. La pace insomma sembra essere stata una transazione
abilmente velata.
39. =La rivolta di Avidio Cassio (175).= — Le ripercussioni di questa
guerra sanguinosa, costosa e vittoriosa solo in parte, furono molte e
gravi in Italia come nelle province. La Spagna meridionale fu turbata
da un’invasione di Mauri: l’Egitto da una insurrezione dei cosiddetti
_Bucolici_, intorno alla quale nulla di preciso si sa. Le finanze
furono gravemente dissestate; e pare che per riassestarle alla meglio
si deteriorassero ancora più le monete. Segno più minaccioso, nello
stesso anno in cui fu conchiusa la pace coi barbari, l’impero fu
minacciato da una grossa guerra civile, non per colpa, questa volta,
del senato. Il senato era soddisfatto dell’imperatore. Non solo,
come i suoi predecessori, il principe aveva rinunziato a giudicare i
senatori, ma aveva stabilito che i processi capitali contro i membri
del senato fossero discussi a porte chiuse. M. Aurelio continuava la
utile consuetudine dei _curatores rerum publicarum_, ma facendosi
scrupolo di sceglierli tutti nell’ordine senatorio; rimetteva al
senato le finanze e la politica estera, gli sottoponeva i trattati di
pace, e gli abbandonava il diritto di appello. «Nulla, egli soleva
ripetere, è dell’Imperatore, la casa stessa in cui noi abitiamo è
proprietà vostra». Il senato non avrebbe potuto chiedere di più.
Questa volta il segno della ribellione viene, come al principio del
governo di Adriano, dall’elemento militare. Autore e capo fu, nel 175,
Avidio Cassio, il vincitore dei Parti, il più valente generale del
tempo, a cui M. Aurelio, durante le guerre germaniche, aveva affidato
l’alto comando di tutto l’Oriente. Quel che questo uomo di guerra
pensasse dell’imperatore filosofo, ce lo dice una sua lettera, della
cui autenticità, naturalmente, la critica moderna ha dubitato: «....
Povera repubblica, che subisce codesta gente, avida di ricchezze e
che riesce ad arricchirsi!! Povera repubblica! Marco è certo un uomo
eccellente; ma, desiderando farsi lodare per la sua clemenza, lascia
vivere tanta gente, che egli riprova. Dov’è quel L. Cassio, di cui io
porto inutilmente il nome? Dove Catone il censore? Dove gli antichi
costumi? Le cose perite da gran tempo neanche si desiderano più. Marco
fa della filosofia e indaga sugli elementi naturali, sull’anima, su ciò
che è onesto e giusto; ma egli non ha la nozione precisa dei bisogni
dello Stato. Tu costà vedi bene che sorta d’energia e di azione occorra
per rendere allo Stato l’antica natura; io lo vedo qui, osservando
i governatori delle province. Ma posso io chiamare _proconsoli_ e
_presidi_ codesti uomini, che pel solo fatto di aver ricevuto dal
senato o da M. Aurelio delle province, si dànno a una vita sregolata
ed ammassano ricchezze? Tu conosci il prefetto del pretorio del nostro
filosofo: tre giorni prima era povero e mendico; poi, improvvisamente,
è divenuto ricco.... In che modo, io domando, se non a prezzo delle
viscere della repubblica, e delle fortune dei provinciali?...»[49].
Questa lettera ci mostra come e per quali ragioni un soldato, un
valente soldato, nutrito di vecchio spirito romano, amasse poco
l’indirizzo intellettuale e civile che il governo dell’impero aveva
preso, da Adriano in poi. Tenacemente l’elemento militare cercava di
opporsi a quel nuovo spirito, che sembrava fare Roma straniera a se
stessa. Come questo sordo malcontento prorompesse in aperta rivolta,
sarebbe difficile dire: pare che Cassio pensasse di dover essere il
successore; e che nel 175, sparsasi in Oriente la falsa notizia della
morte di Marco Aurelio, egli si affrettasse troppo a proclamarsi
imperatore, contando sulle legioni e sui governatori dell’Oriente. Ma
quando si seppe che la notizia della morte non era vera e che Marco
Aurelio veniva in Oriente, il rispetto dell’autorità e dell’ordine
poterono più che l’inclinazione per il pretendente. Cassio fu ucciso,
tre mesi dopo il pronunciamento, da due ufficiali. Quando Marco giunse
in Antiochia e in Alessandria, l’incendio era già spento (fine 175).
40. =La persecuzione dei Cristiani e la fine di Marco Aurelio
(175-180).= — Ma tutte queste guerre, epidemie, rivolte, avevano
sgomentato le popolazioni dell’impero, esaltando la superstizione
popolare. Le moltitudini, dopo avere invano chiesto salvezza a tutti
gli Dei delle vecchie religioni, si rivoltarono furiose contro i
Cristiani. Marco Aurelio, da buon filosofo stoico, non poteva esser
molto incline alla nuova «superstizione»[50]; ma la sua naturale e
costante mitezza l’avrebbe certamente trattenuto dall’infierire, se
il sentimento pubblico, sempre più invelenito contro la minoranza
cristiana che ingrossava, non gli avesse fatto violenza. Già tra il 163
e il 167, aveva subito il martirio in Roma S. Giustino, che pure avea
fatto liberamente l’apologia del Cristianesimo al tempo di Antonino. Ma
la persecuzione era andata facendosi più fiera in seguito; ed era stata
come autorizzata da un decreto dell’imperatore, nel quale la tortura e
la morte sono comminate ai Cristiani, in quanto Cristiani[51].
Di ritorno dall’Oriente M. Aurelio celebrò in Roma uno splendido
trionfo per le vittorie sui Germani e sui Sarmati (23 dicembre 176).
Il senato gli decretò allora la bella statua equestre, che ancora si
ammira sul Campidoglio, e al Campo Marzio la colonna, che sorge in Roma
nella piazza che ne porta il nome, e i cui bassorilievi rappresentano
le guerre con i popoli del Danubio. La colonna e la statua erano
meritate, perchè il filosofo aveva saputo mutarsi in generale e fare il
suo dovere, non risparmiando fatiche per difendere l’impero. Senonchè
a questo punto M. Aurelio prese una deliberazione, che nessuno si
sarebbe aspettata da lui: L. Vero, il suo collega, essendo morto già
da parecchi anni, dopo la guerra partica, egli assunse all’impero, come
collega, il figliuolo, L. Aurelio Commodo, facendogli concedere nel 177
la potestà tribunicia, dopochè già alla fine del 176 aveva ricevuto
il titolo di imperatore. Commodo aveva allora 15 anni: non si riesce
dunque a spiegare come questo filosofo stoico abbandonasse ad un tratto
il procedimento dell’adozione, a cui egli stesso doveva l’impero è che
aveva fatto così buona prova, e si appigliasse invece ad un tratto, e
così temerariamente, al principio dinastico dell’eredità, applicandolo
alla cieca ad un ragazzo di 15 anni e ritentando l’esperimento già
calamitosamente fallito con Nerone! Questa scelta di Marco Aurelio
indurrebbe a credere che Avidio Cassio non avesse tutti i torti,
giudicandolo nel modo che abbiamo visto. Comunque sia, quell’atto
doveva aver funeste conseguenze, perchè Marco Aurelio non visse a
lungo, dopo l’assunzione di Commodo. Nel 178 dovè ripartire di nuovo
per la frontiera danubiana, dove l’agitazione germanica ricominciava.
Da circa due anni combatteva e trattava con i barbari, allorquando, il
17 marzo 180, morì a Vindobona (Vienna).
Nella amministrazione civile Marco Aurelio, sempre occupato da guerre,
non potè pareggiare Adriano; ma lo imitò quanto i tempi consentivano
ancora. Costruì poco, perchè i denari mancavano. Ristabilì gli
_iuridici_ per l’Italia, aboliti da Antonino. Protesse retori, giuristi
e filosofi: par che assegnasse uno stipendio di 100.000 sesterzi ai
membri del _Consilium_ imperiale, e di 60.000 ai consulenti giuridici
del consiglio. Diede nuovo incremento alle istruzioni alimentarie,
creando un _prefectus alimentorum_, di rango consolare. Continuò
ad addolcire e far più agile e umano così il diritto civile come il
penale. Insomma, se il mondo non fu sotto di lui felice, non si può
negare che l’imperatore filosofo facesse il suo dovere in mezzo a
difficoltà poco conformi alla sua indole. Il solo errore che — sembra —
avrebbe potuto e dovuto evitare, è la scelta di Commodo. Gli scrittori
antichi ci dicono che l’opinione universale indicava in Pompeiano il
successore. Perchè non lo scelse? E se l’avesse scelto, sarebbe stato
risparmiato il grosso disordine che tra poco narreremo? Terribili
questioni, a cui la storia non può rispondere.
41. =L’impero alla morte di M. Aurelio: splendori e debolezze.= —
Con la morte di M. Aurelio si chiude la bella epoca dell’impero.
Il secondo secolo dopo C. è l’êra più prospera e felice che i paesi
governati da Roma ebbero mai a godere. Le cause di questa prosperità
e felicità furono diverse, vicine e remote: la pace profonda che, ad
eccezione di pochi e corti disordini locali, regnò nell’interno; il
fiorire delle province nella pace e nella sicurezza, incominciato
nel secolo precedente; la savia amministrazione dei principi. La
grandiosa rete stradale, la diminuita varietà delle lingue, dei pesi,
delle misure, delle monete, il ravvicinamento dei costumi, il regolato
corso delle acque, la buona polizia marittima, i rapporti con Roma,
l’esercito stesso favorivano gli scambi delle lingue, delle merci,
delle idee, delle credenze religiose, dei costumi e quindi l’universale
arricchimento, la pace e la unificazione spirituale dell’impero.
Ovunque si aprono opifici, lanerie, tintorie, fabbriche di armi e di
tessuti. Le industrie dell’Oriente, la porpora, la lana, il vetro,
l’oreficeria, fioriscono rigogliose, avendo trovato nuove clientele
nelle province incivilite dell’Occidente. Anche le parti dell’Europa
incivilite più di recente, l’Italia settentrionale, la Gallia, la
Spagna, riescono a imitare, sia pure con minor perfezione, le industrie
orientali. Numerose navi solcano il Mediterraneo; spedizioni mercantili
valicano i fiumi e le terre, si spingono fin nella remota India e nella
Cina, a cercare la seta, le perle, il riso, adoperato come una medicina
o come una ghiottoneria, le spezie, portando, per pagare gli acquisti,
oltre oro e argento, anche derrate e oggetti del Mediterraneo di cui
quei lontani paesi facevano uso: vino, per esempio. Come il commercio e
l’industria, l’agricoltura è in pieno fiore.
La ricchezza, la cultura, il lusso, l’industria, il commercio si
accentrano in poche metropoli, che rigurgitano, si ingrossano, si
abbelliscono ed arricchiscono: Cartagine, Alessandria, Antiochia,
Efeso, Tessalonica, Milano, Verona, Lione, per non parlare di Roma. A
poco a poco le città minori languiscono. Di questo differente destino
che in tante altre civiltà ha colpito le grandi e le piccole città,
ci sono tracce nelle fonti antiche; ma una prova indiretta è fornita
dalla crescente sollecitudine degli imperatori per le città minori:
usurpazione dell’assolutismo, fu detto, mentre è forse da considerarsi
come un effetto del loro decadere a vantaggio delle grandi. A mano a
mano che le famiglie ricche e le persone istruite si raccoglievano
in poche grandi città, nelle minori il ceto governante, le piccole
aristocrazie locali, a cui l’amministrazione urbana era affidata, si
assottigliavano. L’amministrazione pericolava per difetto di uomini
capaci; e l’autorità imperiale doveva in qualche modo supplire.
Con il crescere della ricchezza e l’ingrandirsi delle città si diffonde
per tutto l’impero una universale passione dei giochi. I famosi
giochi della Grecia — Olimpici, Istmici, Nemei e Pitici — rifioriscono
per il favore di un pubblico cosmopolita, che accorre da ogni parte
dell’impero, e sono riprodotti, più o meno fedelmente, in molte città
dell’impero. Roma, a sua volta, insegna a tutto l’impero i suoi giochi
e spettacoli, massime quegli spettacoli gladiatorî, per cui il popolo
dell’Urbe aveva tanta passione. Teatri e anfiteatri si costruiscono
in ogni città dell’impero; l’Oriente e l’Occidente si mescolano anche
nei divertimenti, comunicandosi a vicenda le proprie passioni e i
propri giochi; la professione di atleta diventa una delle più proficue
e onorifiche. Colui che è stato coronato nei giochi di Grecia o che
ha riportato numerose vittorie nelle innumerevoli feste celebrate in
tutte le città, diventa nella città sua un personaggio ragguardevole,
a cui la legge concede la esenzione da molti carichi pubblici. I corpi
pubblici e i privati gareggiano per fare onore a queste «glorie» della
città.
Nè la prosperità materiale soffocava lo spirito. «L’impero è tutto
pieno di scuole e di discenti», esclamano, concordi, il poeta romano
Giovenale e il retore greco Aristide. La letteratura, la filosofia,
la scienza cessano di essere il privilegio di piccoli cenacoli, si
divulgano come patrimonio comune del genere umano. La cultura non sarà
più così profonda e originale come nei secoli precedenti, ma è più
universale. L’amore dalla filosofia pervade tutte le classi e il buon
gusto si diffonde dalla capitale ai più remoti municipî. In ogni parte
dell’impero i privati e le autorità gareggiano nell’abbellire le città
e nell’imitare Roma. Il mondo s’era fatto così ricco, così bello, così
sapiente, così ordinato, che per un momento il pensiero antico fu sul
punto di abbandonare la sua dottrina pessimista della corruzione e
di concepire questo grande mutamento del mondo al modo nostro, come
progresso. «Il mondo è ogni giorno — scrive uno scrittore cristiano,
Tertulliano — più conosciuto, meglio coltivato e più civile di prima.
Dappertutto si sono tracciate strade, ogni regione ci è nota, ogni
paese è aperto al commercio. Poderi amenissimi hanno invaso le foreste;
gli armenti hanno fugato le fiere; si semina nell’arena; si spezzano i
macigni. Le paludi scompaiono. Ora ci sono tante città quante capanne
un tempo. Non si ha più paura delle isole e degli scogli. Dovunque ci
sono case, dovunque abitazioni umane, dovunque governi ben ordinati;
dovunque tracce di vita....»[52].
Fugace splendore, invece; attimo fuggente di una prosperità caduca!
Da questo tempo incomincia un tragico rivolgimento. Ma il male non
viene dal di fuori; nè la colpa delle calamità che incominciano deve
essere tutta apposta agli uomini che ora salgono al governo. Il male
era interno, e nasceva da uno squilibrio tra le forze che reggevano
l’impero. L’impero è governato da un senato, nel quale si raccoglie
veramente il fiore delle famiglie ricche e colte delle province, dalla
Gallia all’Africa e alla Siria: un’aristocrazia di cui il mondo antico
non aveva ancor visto l’eguale, per numero, per coltura, per ricchezza,
per raffinatezza di gusti, per nobiltà d’aspirazioni, per varietà di
attitudini. In questa aristocrazia le virtù austere del romanesimo
sono fecondate dalla cultura greca nella più splendida varietà di
attitudini: onde abbondano i generali, gli amministratori, i giuristi,
i letterati, i filosofi, i protettori delle arti e delle lettere,
che tutti insieme vogliono conservare intatta la forza dell’impero,
raffinandola con le arti più elette della pace; e con quanto studio
ed impegno, lo attestano Traiano, Adriano, Antonino, Marco Aurelio.
Senonchè mentre la aristocrazia che governava l’impero si raffinava, si
faceva più colta, più splendida, più umana, l’esercito si imbarbariva.
Con Claudio e con Nerone i provinciali erano entrati nelle legioni,
e cresciuti di numero sotto i Flavi. Ma con gli Antonini, specie con
i due ultimi, le legioni accolgono gli stranieri, i veri e propri
barbari[53]. Certo a questi barbari si conferisce la cittadinanza
romana; ma un titolo non bastava neppure allora a mutare l’animo.
Allo stesso modo, sebbene più lentamente, era deteriorato il corpo
dei pretoriani, esempio e modello di tutte le milizie romane. Troppo
ricca ormai la vecchia Italia non basta più a riempire i vuoti delle
famose coorti[54]. Tra queste due forze, l’aristocrazia e l’esercito,
si interponeva quella che noi chiameremo l’amministrazione, il corpo
dei magistrati che esercitavano i differenti uffici civili e militari,
e che, almeno nelle cariche maggiori, era reclutato ancora secondo
il principio della coltura e del rango senatorio od equestre. Al di
sopra di tutti stava l’imperatore, il più autorevole dei senatori, il
capo dell’esercito, della nobiltà e dell’amministrazione, il simbolo
dell’impero e dello Stato, investito di poteri che non erano mai
stati ben definiti, come non era mai stato ben definito il principio
politico e giuridico da cui i suoi poteri scaturivano. Era chiaro che,
sinchè l’imperatore, l’amministrazione e l’aristocrazia fossero stati
d’accordo, avrebbero avuto autorità bastevole per imporre rispetto
alle legioni. I governi di Traiano, di Adriano, di Antonino e di Marco
Aurelio lo avevano provato. Ma che sarebbe accaduto il giorno, in cui
questo accordo si rompesse?
42. =Il governo di Commodo (180-192).= — Quanto fosse fragile l’accordo
tra il senato e l’imperatore, bastò a dimostrarlo, dopo un secolo di
concordia, la scelta di Commodo. Commodo, dopo Tito e Domiziano, era
il solo figlio che succedeva al padre nella suprema carica; e per
maggior disgrazia, a diciannove anni. Il senato, che non aveva mai
ammesso l’eredità come titolo del potere imperiale, e che avrebbe
voluto imperatore Claudio Pompeiano, subì l’avvento di Commodo come una
usurpazione. La rottura tra il senato e l’imperatore non tardò dunque;
e fu quanto mai calamitosa, perchè Commodo era un giovane che ricordava
assai più Nerone che non Domiziano, a cui più spesso i contemporanei
lo paragonarono. Dopo un breve tirocinio, abbandonò il governo al
prefetto del pretorio; e si diede a godersi l’impero, esasperando ancor
più il malcontento e l’odio del senato. Ma di questa sua noncuranza,
del sospetto in cui aveva il senato approfittarono molti avventurieri
di origine oscura, per impadronirsi di molti uffici sino ad allora
riserbati all’ordine senatorio ed equestre. Sotto Commodo si tenta
e si ritenta di togliere ai senatori il privilegio di occupare le
alte cariche; uomini oscuri o indegni si insinuano dappertutto, e
talora passano innanzi ai personaggi più cospicui dell’impero; i
segni esterni della potenza sovrana dell’imperatore sono moltiplicati
e risuscitati i titoli più adulatorî, che il senato aveva aborriti
nella persona di Nerone e di Domiziano. L’opposizione senatoria, come
è naturale, rinasce; le congiure spesseggiano; e l’aspra discordia
tra imperatore e Senato guasta e precipita nel disordine in pochi
anni tutta l’amministrazione. Intorno alla politica di Commodo poco
sappiamo. Ci è difficile quindi giudicarla e decidere, per esempio, se
la pace da lui conchiusa con le popolazioni germaniche, che tanto filo
da torcere avevano dato al padre suo, fosse buona o cattiva. Ma certo
è che durante gli anni del suo governo, che furon dodici, numerose
rivolte scoppiarono nelle province: che l’esercito si decompose; che
i disertori in Gallia poterono tentare quasi un principio di rivolta,
tanto erano numerosi: e che le finanze andarono a precipizio.
La fine di questo governo fu quale si poteva imaginare. Come Nerone e
Domiziano, anche Commodo si fece via via più sospettoso e violento;
e seminò attorno a sè tanti odî e tante paure, che i suoi stessi
familiari si convinsero, alla fine, che occorreva toglierlo di mezzo.
Il 31 dicembre del 192, un gruppo di cortigiani, pavidi della propria
incolumità personale e sicuri di trovare dietro a sè largo séguito di
plauso e di favore, riescivano a uccidere l’imperatore.
43. =Pertinace (1º gennaio-28 marzo 193).= — La fine di Commodo
ricordava Domiziano, come il suo governo aveva ricordato Nerone.
Ma che cosa accadrebbe, dopo la sua morte? Quale dei due imperatori
ricorderebbe la successione: Domiziano con un nuovo Nerva o Nerone con
una nuova rivoluzione? Un grande sforzo fu fatto per risparmiare una
seconda rivoluzione all’impero. Il senato scelse a imperatore un uomo
che poteva veramente definirsi un nuovo Nerva: Publio Elvio Pertinace,
e lo scelse con tanta prestezza e risolutezza, che i pretoriani
lo accettarono. Era costui un _homo novus_, perchè primo della sua
famiglia era entrato in senato: un uomo semplice, serio, austero, che
aveva guadagnato il laticlavio servendo nell’esercito; un soldato, che
impersonava tutte le tradizioni del militarismo romano, come Traiano.
Egli si affrettò a riconoscere di nuovo i diritti del senato e a
tributargli gli onori dovuti; scacciò dalle cariche gli avventurieri
introdotti sotto Commodo, richiamò gli esiliati; e subito pose mano,
sempre agendo d’accordo con il senato, a restaurare le finanze, e a
ristabilire la disciplina negli eserciti e nella guardia pretoriana. Ma
nel voler ricondurre i pretoriani all’antica disciplina, egli presunse
troppo della autorità sua e del senato. Anche quel corpo era ormai
troppo inquinato di provinciali. Il 28 marzo del 193, tre mesi dopo
la sua assunzione all’impero, i pretoriani si rivoltarono e uccisero
nel suo palazzo l’imperatore. Alla morte di Pertinace seguì in Roma
un gran panico, del quale approfittarono due senatori, Sulpiciano, che
era il suocero di Pertinace, e Didio Giuliano, uno dei più ricchi tra
i membri dell’assemblea, per persuadere i pretoriani ad acclamarli
imperatori. Sulpiciano, che Pertinace aveva mandato a calmare i
pretoriani in rivolta, riuscì ad entrare nel campo, mentre Didio
Giuliano restava fuori. Ma i pretoriani seppero sfruttare la rivalità;
e per mezzo di ambascerie mandate a Sulpiciano e a Giuliano misero
l’impero all’asta, chiedendo all’uno e all’altro che donativo darebbero
in cambio dell’elezione. Didio Giuliano offerse la somma maggiore e fu
imperatore.
Ma l’impero non era ancora un bene che potesse mettersi all’asta.
Quando, nelle province, le legioni seppero quel che era successo
a Roma, si rivoltarono contro questo mercato e contro l’imperatore
dei pretoriani. Le legioni di Britannia proclamarono imperatore il
loro comandante D. Clodio Albino; quelle di Pannonia, L. Settimio
Severo; quelle di Siria e d’Egitto, C. Pescennio Nigro. Dopo 124 anni
si ripeteva il disordine scoppiato alla morte di Nerone. Di nuovo
l’incertezza del principio legale della successione nella suprema
autorità dell’impero scatenava le legioni.