(117-138)
23. =L’adozione di Adriano: ragioni e significato.= — Sotto Traiano
— e dopo la prova fatta con lui — la nobiltà senatoria — o almeno
la sua parte più savia — aveva riconosciuto come principio legittimo
di successione nel potere imperiale l’adozione, quale Nerva l’aveva
praticata: l’adozione, fatta dall’imperatore, con il consenso del
senato e al di fuori di ogni considerazione di parentela, di un
collega che sembrasse degno e che diventerebbe poi il successore.
Plinio il giovane ce lo dice in un passo importantissimo del suo
_Panegirico_[26]. Questo procedimento, pur escludendo l’aborrito
principio dell’eredità, sembrava salvare la elezione dell’imperatore
dai due pericoli che tante elezioni avevano viziato: la violenza dei
soldati, le incertezze e le discordie del senato. Senonchè Traiano,
attivo, intelligente com’era, non aveva mai sentito il bisogno di
scegliersi un collega. Solo quando all’improvviso capì che la morte
era vicina, si ricordò che egli aveva ancora questo dovere da compiere
verso il senato e l’impero. Ma il tempo e il modo di mettersi d’accordo
con il senato, non c’erano. Egli perciò diede senz’altro esecuzione ad
un suo antico disegno, e sul letto di morte adottò un suo ufficiale: un
suo cugino e nipote per matrimonio, P. Elio Adriano.
24. =La rinuncia alle conquiste orientali di Traiano.= — P. Elio
Adriano era, come Traiano, di origine spagnola; apparteneva dunque alla
nobiltà provinciale; e non era meno di Traiano imbevuto di romanesimo.
Generale valente, il suo merito era stato riconosciuto da Traiano,
che gli aveva affidato incarichi importanti in tutte le guerre, e poco
prima di morire, al momento di tornare in Italia, il comando di tutto
l’esercito d’Oriente. Ed era, come Traiano, un seguace zelante della
grande tradizione aristocratica e repubblicana. Il suo primo pensiero,
appena ricevuta, a distanza di pochi giorni, in Antiochia, la notizia
dell’adozione e della morte di Traiano, fu di riconoscere senza riserve
i diritti del senato. Ai soldati che subito l’acclamarono, ricordò che
solo al senato spettava di eleggere gli imperatori; indi si affrettò a
scrivere all’assemblea chiedendo la conferma dell’autorità imperiale,
e scusandosi di aver frattanto esercitato il potere, per la necessità
di non lasciare in quei gravi frangenti l’impero senza capo. E di lì a
poco egli ripeteva la promessa già fatta da Traiano, di non condannare
nessun senatore, nè mai tralasciò occasione di affermare che lo Stato
non era cosa sua, ma del popolo[27]. Ciò non ostante egli iniziò il suo
governo, abbandonando tutte le conquiste orientali fatte da Traiano,
fuori che l’Arabia Petrea, e riconducendo il confine dell’impero
all’Eufrate. Restituì l’Assiria e la Mesopotamia ai Parti; riconobbe
Cosroe; ridonò all’Armenia l’antica indipendenza.
Adriano giustificò questo ripiegamento con le tradizioni della politica
repubblicana, citando Catone e gli altri grandi politici della vecchia
Roma, che non avevano mai voluto allargare troppo l’impero[28]. Nè
si potrebbe oggi contestare che la deliberazione fosse savia. Ma non
è dubbio che essa spiacque molto alle classi alte di Roma, inebriate
dalle imprese di Traiano. Ciò è così vero che, approfittando del
malcontento pubblico, alcuni vecchi generali di Traiano, tra i quali
Cornelio Palma, il conquistatore dell’Arabia, tentarono una congiura
per rovesciare il nuovo imperatore; congiura che, scoperta e punita
dal senato durante l’assenza di Adriano, macchiò di sangue il principio
del suo governo. Ma i malcontenti avevano in una certa misura ragione
di considerare questo atto del nuovo imperatore come il segno di un
indirizzo nuovo, diverso e in parte anche opposto a quello di Traiano.
Adriano non era solo un generale valente e un senatore romano, imbevuto
dall’antico spirito aristocratico: era anche un appassionato cultore
della letteratura, della filosofia, delle arti belle, di tutte le
scienze allora conosciute; e un ellenista così ardente, da parlare il
greco meglio del latino. Perciò molti nemici gli avevano appiccicato il
nomignolo di «greculo», prima che diventasse imperatore. Egli voleva
imitare Augusto e Tiberio e mettersi sulla difesa, non solo perchè
l’impero vivesse più sicuro entro confini più ristretti, ma perchè
potesse spendere una parte del denaro, prodigato da Traiano in guerre
e conquiste, ad abbellire le città, ad accrescere la istruzione, a
far più efficace, più regolare e più giusta l’amministrazione, più
dolci ed umane le leggi, più razionale ed agile il diritto; in una
parola a conciliare l’ellenismo, maestro di ogni arte e scienza, e il
romanesimo, maestro della guerra e del governo, in un impero mezzo
orientale e mezzo occidentale, forte per armi, savio nelle leggi,
splendido nelle arti della pace. Questa conciliazione è lo scopo a
cui mira questo spagnuolo romanizzato nel suo lungo governo, di cui
siamo costretti a riassumere i principali atti per gruppi, la loro
successione cronologica essendo incertissima.
25. =Le riforme amministrative di Adriano.= — Adriano fu detto il
fondatore della monarchia assoluta. Più esatto sarebbe dire che fu
il creatore della burocrazia civile, la quale doveva poi diventare
uno strumento della monarchia assoluta. Un uomo di guerra, come
Traiano, non aveva ragione di mutare nelle sue linee essenziali
l’amministrazione, perchè nelle cose militari Roma era maestra. Non
così un imperatore che voleva sviluppare quelli che oggi si chiamano
i servizi civili, rudimentali nella costituzione repubblicana, che
aveva in vista la guerra. Difatti fino ad allora gli imperatori, per
supplire alla meglio alle manchevolezze di molti tra questi servizi,
si erano serviti spesso, da Claudio in poi, di liberti, i quali
non avevano veste di funzionari pubblici, dipendevano dal padrone e
quindi rispondevano dei loro atti a lui solo: il che troppo spesso
li faceva irresponsabili. Adriano fece di tutti questi collaboratori
dell’imperatore altrettanti pubblici funzionari, scegliendoli soltanto
tra i membri dell’ordine equestre, assegnando loro uno stipendio ed un
curricolo. Cavalieri furono dunque gli impiegati più importanti; quelli
a _libellis_, che si potrebbero definire il segretariato generale
dell’imperatore; quelli _ab epistulis_[29], ossia l’ufficio della
corrispondenza imperiale; quelli _a rationibus_, i più importanti di
tutti, la amministrazione delle finanze[30]. Nè si limitò a rinforzare
in questo modo l’azione degli agenti che dipendevano dall’imperatore:
per supplire alle deficienze dell’amministrazione repubblicana, creò
nuove cariche, non più elettive e gratuite, ma di nomina imperiale
e remunerate. Ad Adriano pare sia da attribuire anche la nomina dei
_curatores rerum publicarum_, incaricati di assestare l’amministrazione
delle città dell’Italia, che le autorità locali avessero mal governate.
E certamente Adriano, perchè la giustizia fosse amministrata meglio
in Italia, sovrappose ai molti tribunali locali quattro _juridici_
o giudici supremi, ciascuno per una parte distinta del territorio: e
tutti scelti tra i consolari[31]. Già i suoi predecessori erano stati
assistiti da un _consilium_ composto di amici, consultato quando
l’imperatore lo credeva opportuno, e senza autorità o competenza
ufficiale. Sotto Adriano il _consilium_ si muta in un corpo pubblico,
con funzioni ufficiali. I suoi componenti sono scelti dall’imperatore,
ma con il consenso del senato; ricevono uno stipendio e sono tenuti
a possedere certi requisiti: la scienza giuridica, tra gli altri[32].
Infine pare che sotto Adriano i _prefetti del pretorio_ incominciassero
ad assumere uffici giudiziari, giudicando i processi civili in appello
dalle sentenze dei proconsoli delle province.
26. =Le riforme giuridiche.= — Adriano cerca dunque di innestare uffici
retribuiti, permanenti e dipendenti dall’imperatore sul principio
aristocratico della repubblica, che solo i senatori e i cavalieri
avevano diritto di partecipare al governo dell’impero: crea una
burocrazia che dipende da lui e da lui è pagata, ma riserbandone i
posti ai due ordini privilegiati dello Stato. La riforma, in sostanza,
limitava più che non allargasse i poteri dell’imperatore. Difatti
tutti gli storici ammettono che, regnando Adriano, la potenza occulta
dei favoriti, dei liberti, delle donne fu cosa ignota. Nè questo è
tutto: massime nel nuovo _consilium principis_ si vede far capolino il
principio della capacità, sotto forma di scienza giuridica. Adriano
è un imperatore giurista: con lui incomincia nell’impero l’êra dei
giuristi, e il grande sforzo per sostituire al diritto casualistico
e tradizionale, il diritto razionale e sistematico. Molte sono le
novità che Adriano introdusse nel duro diritto vigente[33]. Ma l’opera
di maggiore importanza da lui compiuta in questo campo è l’_edictum
perpetuum_. Adriano fu il primo imperatore che tentò di codificare il
diritto romano con l’_Edictum perpetuum_. Sino ad allora le fonti di
quello che noi chiamiamo il diritto civile erano a Roma diverse: le
leggi del popolo, i _senatus-consulta_, gli editti dei magistrati,
che potevano supplire alle deficienze della legge valendo come
legge per tutto il tempo in cui il magistrato restava in carica.
Tra questi, gli editti dei pretori avevano integrato le leggi e i
_senatus-consulta_ massime nel diritto civile. Molti dei principî e
delle regole enunciate dai singoli pretori perchè valessero durante
l’anno della loro magistratura, erano state accettate anche dai
pretori successivi e avevano acquistato forza di leggi: ma crescendone
con i secoli il numero, spesso era difficile ritrovare e applicare
questi editti. Adriano incaricò uno dei migliori giuristi del tempo,
un africano, Salvio Giuliano, di raccogliere e di ordinare tutti gli
editti che potessero ancora servire come regola di legge, nell’_Edictum
perpetuum_; e nel 131 il senato fu invitato a dare a questa raccolta
sanzione e valore di legge.
27. =I viaggi di Adriano; la prima serie: le province d’Occidente
e l’Africa (119-122).= — Noi possiamo ora spiegare per quale
ragione Adriano sia stato il primo imperatore che abbia passato
la maggior parte del suo tempo nelle province. Una curiosità
insaziabile e una certa irrequietezza possono averlo spinto alla
incessante peregrinazione, ma insieme con un’alta ragione di Stato:
la sollecitudine dalle province, che non erano più, come nel primo
secolo, l’appendice dell’Italia, ma il corpo stesso dell’impero, poichè
somministravano la maggior parte dei denari, dei soldati e delle
nuove famiglie dell’aristocrazia senatoria e dell’ordine equestre.
I viaggi continui di Adriano provano che le province pesavano ormai
quanto e più che l’Italia nella sollecitudine del governo imperiale.
I suoi viaggi furono, per dir così, viaggi di ispezione, fatti per
sorvegliare in ogni parte dell’impero l’amministrazione civile e
militare, e per promuovere dappertutto l’ampliamento e l’abbellimento
delle città; Adriano non è solo il creatore della burocrazia civile,
l’imperatore giurista, il protettore delle province: è anche il più
grande costruttore, ampliatore, abbellitore di città tra quanti hanno
governato l’impero, perchè solo nella città si poteva attuare quella
conciliazione del romanesimo e dell’ellenismo che era il suo sogno.
Egli viaggiava infatti sempre accompagnato da una schiera di operai, di
ingegneri, di architetti. E poichè i tempi di questi viaggi si possono
almeno congetturare con una certa verosimiglianza, noi li racconteremo
succintamente uno dopo l’altro, nell’ordine che ci sembra più
probabile, prendendo l’occasione per dipingere un quadro sommario delle
province, in questo che fu il momento più prospero dell’impero[34].
Adriano si mosse ai suoi viaggi nel 119, incominciando, prima tappa,
dalla Gallia. La Gallia si era ormai tutta e profondamente romanizzata.
Essa forniva all’Italia non solo minerali, derrate e materie gregge —
legno, pelli, bestiame, cacio, prosciutto, pesce salato, ferro, rame,
piombo —; non solo forniva all’Italia ed ai Germani manufatti, i più
imitazione un po’ rozza di oggetti orientali — vetrerie, ceramiche,
stoffe di lino e di lana, vestiti per le classi popolari: essa forniva
anche legioni fedeli, generali e uomini di Stato. La terra, che Cesare
aveva conquistata, vanta ora numerose e prosperose città — Lione,
Vienna, Marsiglia, Narbona, Tolosa, Burdigala (Bordeaux) — ricche di
palazzi, di monumenti, di teatri, di bagni, di ville, di biblioteche,
di fiorenti scuole pubbliche. In queste città fervono attivi i commerci
e le industrie; e tra le industrie, massime il vetro, la ceramica,
la tessitura, le costruzioni navali, la fabbrica delle armi, la
porpora, la metallurgia. In queste città, come in Italia, irrompono
le più diverse influenze greche e orientali. A Lione incominciava a
prender piede il cristianesimo. Quel che Adriano facesse per la Gallia
durante quel suo primo viaggio, non sappiamo e a mala pena riusciamo
a distinguere i suoi primi atti da quelli, che sono da riferire ad
età posteriore. Comunque, un suo biografo ci attesta che in questo
viaggio «egli soccorse tutti con la sua liberalità»; e talune monete
appositamente coniate confermano il biografo, celebrando Adriano come
il _Restauratore della Gallia_[35].
Dalla Gallia Adriano passò in Germania. Anche nelle due province della
Germania superiore e inferiore il romanesimo progrediva. Le fortezze,
erette per la difesa dei confini, si ingrandivano a piccole città,
mediatrici di un alacre commercio fra la Germania e l’impero. È fuori
di dubbio che in questa provincia il principe badò soprattutto a
rafforzare la difesa: ristabilì la disciplina negli eserciti; migliorò
l’istruzione militare e i servizi; forse anche diede nuovo impulso alla
costruzione del limes.
Dalla Germania Adriano passò in Britannia. Anche questa recente
conquista si romanizzava a poco a poco. In Britannia si cominciava a
parlare latino, a chiamare maestri di retorica, perfino a studiare il
greco. Notevole l’incremento del commercio: la Britannia esportava
frumento, bestiame, pelli, cuoi, schiavi, pesce; incominciava a
sfruttare le miniere di stagno, di rame e di argento, già conosciute
dai Fenici. Tuttavia la conquista era ancora troppo recente, e la
Britannia considerata a Roma come una provincia passiva[36]. Perciò
dopo aver fatto un po’ di paura, con qualche combattimento, ai
montanari del nord, Adriano deliberò di arretrare anche qui, come in
Oriente, il confine a una linea che dallo stretto di Solway andava alla
foce dei Tyne; e su questa linea costruì il famoso _vallum Hadriani_,
di cui ancor oggi rimangono superbi avanzi.
Nell’inverno del 121-122, l’imperatore è in Spagna. La Spagna non era
più la provincia barbara e indomabile che aveva resistito per tanti
secoli alle armi romane. Gli antichi dialetti e costumi celtici ed
iberici quasi scomparsi; il latino universalmente parlato; il culto
imperiale fiorente; la vita municipale fervida; floride le città:
Tarragona, Cordova, Cartagena, Italica (vecchia Siviglia), Salmantica
(Salamanca), Cesaraugusta (Saragozza), Augusta Emerida (Merida), tutte
ricche di templi, di anfiteatri, di belle strade, tutte simili alle
città d’Italia; fiorentissima la agricoltura e celebrati tra i suoi
prodotti i cereali, l’olio, il vino, che si vendeva fino nei paesi del
Reno; fiorentissimo il commercio; fiorentissima l’industria mineraria
— argento, oro, rame: tale si offriva la Spagna all’occhio soddisfatto
del capo dell’impero.
Poco sappiamo di quel che Adriano fece in Spagna. Anche qui ebbe il
titolo di _Restauratore delle Spagne_[37]; e pare che non si fermasse
a lungo, perchè un’insurrezione dei Mauri lo costrinse a recarsi, nella
primavera del 122, in Africa.
L’Africa era in pieno fiore. Fuorchè la Mauritania, l’antico regno
di Bocco, rimasta barbara e ribelle, il rimanente arricchiva, con
l’agricoltura, le miniere e le industrie. Forniva a Roma, all’Italia
e all’impero bestie feroci per le arene, avorio, marmi preziosi,
grano, olio, profumi, tessuti artistici. Cartagine era di nuovo
grande e fiorente. Molte città minori ricordavano al visitatore, per
l’architettura e per i Costumi, le città dell’Italia. Ma i Numidi, i
Libî, i Libo-Fenici, il popolo minuto delle città, i ceti rustici della
campagna avevano continuato a parlare i dialetti locali e conservato i
confusi e crudeli culti indigeni. I grandi invece parlavano, scrivevano
e studiavano il latino, come in Gallia e in Spagna, e già contavano
qualche famiglia nell’aristocrazia senatoria. Ma l’Africa era meno
puramente o pienamente romanizzata che la Gallia e la Spagna; chè certi
elementi locali troppo forti resistevano tenaci.
Anche in Africa Adriano dovette ricordarsi che era il capo
dell’esercito. Sembra che, oltre a fare una vigorosa offensiva
nell’Atlante, egli abbia dato mano ad un _vallum_, che ricordava il
britannico, ma questa volta incastrando la muraglia nella montagna ed
appoggiandovela. Anche qui egli colmò di beneficî le città delle varie
province, e per questo si ebbe di nuovo il titolo di _Restauratore
dell’Africa_.
28. =Il primo viaggio nelle province orientali.= — Dall’Africa,
attraverso l’Egitto, Adriano passò in Oriente, dove pare lo chiamasse
la minaccia di una nuova guerra col re dei Parti. Un abboccamento con
Cosroe valse ad allontanare il nuovo pericolo. La pace coi Parti fu
ristabilita.
Adriano potè allora visitare tranquillamente l’Asia e la Grecia.
Egli conosceva l’Oriente, dove aveva combattuto sotto gli ordini
di Traiano. Ci ritornava ora in tempi più tranquilli; e non solo,
come in Occidente, per provvedere alle necessità pubbliche, ma per
soddisfare la sua insaziabile curiosità. L’Asia minore era forse nel
suo insieme la parte dell’impero più ricca, più industriosa, più colta
e più popolata. Certamente il romanesimo non aveva fatto in quella
grandi passi; la lingua greca imperava dovunque, salvo forse nei
paesi dell’interno e in alcune città colonizzate da Occidentali; gli
editti imperiali erano pubblicati in greco; greca era la lingua dei
tribunali. Tuttavia anche in queste province i mercanti italici erano
numerosi[38]; il diritto romano si faceva strada in mezzo alla varietà
dei diritti locali; numerosi asiatici acquistavano la cittadinanza
romana; e l’architettura si romanizzava parzialmente, costruendo bagni,
acquedotti, ponti, anfiteatri sul modello romano.
Pochi paesi potevano competere con l’Asia Minore per ricchezza.
Nell’interno splendide foreste, feraci campi di biade, immensi armenti:
il legname e le lane, frigie e galate, erano oggetto di un largo
commercio di esportazione. Sulla costa meridionale e occidentale, dalla
Cilicia all’Ellesponto, numerose e prosperose le città e le industrie,
massime le tessiture: chè nel vasto impero ormai tutto aperto al
commercio queste industrie avevano trovato nuovi e ricchi clienti,
cosicchè si erano sviluppate anche in alcuni paesi dell’interno,
ad esempio nella Cappadocia, precipuamente per opera dell’elemento
semitico. Strano paese insomma, in cui l’ellenismo si era incrostato
sulla varietà delle tradizioni e dei costumi nazionali, e ove il
romanesimo veniva ad aggiungersi all’ellenismo. Nell’insieme però
l’Asia Minore, sotto la vernice della grecità, era rimasta orientale.
La sua letteratura era improntata alla fantasiosità, alla mollezza,
alla verbosità, alla leggerezza asiatica; la religione era una caotica
mescolanza di mitologia ellenica, di culti egizio-fenici, giudaici,
cristiani, nonchè di culti prettamente asiatici, come quello di Mitra,
di Cibele, di Attis.
In queste province Adriano soggiornò parecchi mesi, ma vi sarebbe
tornato altre volte per un più lungo soggiorno; ed ogni luogo avrebbe
serbato la traccia del suo passaggio: città demolite dai terremoti,
resuscitate dalle ruine; città bisognose o modeste, soccorse o
abbellite; grandi porti, strade, monumenti di pubblica utilità
costruiti con il suo aiuto o per suo consiglio e incitamento.
Dall’Asia Minore, nella primavera del 123, attraverso l’Egeo,
costellato dalle Cicladi, ormai per la massima parte desolate e
abbandonate, Adriano toccò la Grecia, ove egli pensava trattenersi a
lungo.
La Grecia, ahimè!, non era più quella di Pericle o di Demostene.
Anche la pace dell’impero le aveva giovato meno che ad altre province
più fortunate. La popolazione era scarsa; molte campagne erano o
abbandonate o infestate dal brigantaggio; soltanto le città marittime
e alcune città interne, poste su vie commerciali molto frequentate,
avevano rifiorito e fiorito: Tessalonica, Filippi, Nicopoli, Mantinea,
e massime la nuova Corinto, la capitale della Grecia romana. Quanto
ad Atene, era adesso una fiorente sede di studi a cui da tutte le
parti dell’impero venivano i giovani ricchi. Ma era pur sempre una
gran decadenza essersi ridotta a città di professori, per la città che
aveva visto tra le sue mura, Eschilo, Sofocle, Pericle, Socrate, Fidia,
Platone e Demostene!
Adriano rimase a lungo in Grecia (123-126), non risparmiò spese e
fatiche per beneficare il paese. A Corinto costrusse dei bagni in più
quartieri della città, e un acquedotto che vi trasportò l’acqua del
lago Stymphalos, nascente alla radice del monte Cyllene; a Nemea, un
ippodromo; a Mantinea, un tempio a Nettuno. Ad Argo offerse al tempio
di Giunone l’uccello favorito della Dea, un pavone d’oro, dalla coda
splendente di pietre preziose, e incoraggiò la restaurazione delle
corse equestri ai giochi Nemei; tra Corinto e Megara sull’Istmo rese
carreggiabile l’angusta e pericolosa Via Scironia. Ma le sue cure
maggiori furono per Atene, ove egli parve voler rivivere l’antica età
di Milziade e di Isocrate. Vi soggiornò in abito greco; assunse la
cittadinanza e rivestì la carica di arconte e di agonoteta; discusse
con architetti e con scultori circa gli edifizi, di cui avrebbe ornato
la città; coi filosofi, le cui scuole aveva qualche anno prima liberate
dalle pastoie di Vespasiano[39], intorno alle loro dottrine; con
gli eruditi, dei ricordi del passato. A poco a poco gli Ateniesi del
secondo secolo videro, nella pianura dell’Ilisso, sorgere, per volontà
di Adriano, le prime fondamenta di una «nuova città» accanto a quella
antica di Teseo: una Adrianopoli, decorata di monumenti numerosi, in
cui si accoglievano tutte le bellezze di un’arte meno severa, ma più
grandiosa. Qui i Greci avrebbero eretto un tempio a Giove e ad Adriano
— il _Panhellenion_ — presso cui, già dal 129, si sarebbero celebrati
giochi periodici al cospetto dei convenuti di tutta la Grecia.
29. =Adriano e il Cristianesimo=. — In Atene pare fosse scritta da
Adriano la famosa lettera a Minucio Fundanio, che riguarda i Cristiani.
Più generica che la lettera di Traiano a Plinio, essa non precisa
che i cristiani siano condannati se rifiutano il culto alle immagini
dell’imperatore, ma solo se sono convinti di aver fatto cosa contraria
alle leggi; e raccomanda calorosamente di non credere alle accuse
infondate e alle calunnie appassionate. Più mite che la lettera di
Traiano, quella di Adriano è anche più risoluta nel riconoscere ai
cristiani il diritto di essere protetti dall’autorità imperiale contro
il fanatismo dei loro nemici[40].
30. =Il ritorno a Roma (126-128) e le grandi costruzioni di Adriano.=
— Sulla fine del 126 Adriano tornava a Roma, ove si soffermò per
qualche anno; e pur curando con la consueta sollecitudine ogni parte
dell’amministrazione, attese a ornare la capitale di monumenti e
di istituzioni nuove. Attese a costruire il grandioso «_Tempio di
Venere e di Roma_» presso il Grande Anfiteatro Flavio. Die’ mano al
gigantesco mausoleo per sè e per i suoi successori, i cui avanzi si
chiamano oggi il Castel S. Angelo. A Tivoli volle edificare una villa
grandiosa, in cui ricostruire i monumenti più belli dell’impero,
ammirati nei suoi viaggi. Non è inverosimile che sin da questi anni
egli fondasse in Roma, sul Campidoglio, l’_Ateneo_: edificio ed
istituto per l’insegnamento pubblico della filosofia, della retorica,
della giurisprudenza. Sotto la sua influenza i collegi giovanili
ritornano ad ellenizzare, come al tempo di Nerone e di Domiziano; le
compagnie liriche e drammatiche (i così detti _sinodi dionisiaci_)
i concorsi pitici e olimpici, protetti dall’imperatore, ottengono il
favore universale; sono istituite apposite scuole di musica; e i musici
e gli artisti ottengono ricompense e incoraggiamenti sino ad allora
inusitati[41].
31. =Il secondo viaggio (128-131).= — Ma anche questo soggiorno fu
breve; durò due anni. Al primo luglio del 128, Adriano era di nuovo in
Africa, nell’accampamento di Lambaesis; ove pronunziava un’arringa ai
soldati di cui noi possediamo lunghi frammenti[42]; indi tornava nella
sua Grecia, e di là ripigliava la via dell’Asia per recarsi in Siria e
in Egitto.
Se nella Siria occidentale l’ellenismo era entrato da gran tempo, il
popolo era rimasto siriaco e parlava i dialetti locali; le industrie
per cui la Siria prosperava ed andava famosa erano ancora le antiche
industrie fenicie: quella della lana, della seta, della porpora,
del vetro. Mercanti abilissimi, i Sirii erano gli intermediari del
commercio tra la Cina, l’India e le province dell’impero. In Siria
la vita era facile, opulenta, attiva, sensuale, raffinata, ricca di
piaceri. Par che Antiochia fosse la città antica che prima provvedesse
a illuminare le strade di notte; tutte le città siriache del resto
erano famose per i comodi e i piaceri della esistenza. Il paese era
pieno di Ebrei, emigrati dopo la caduta di Gerusalemme e che vivevano a
parte, come accampati in terra nemica.
Dalla Siria occidentale Adriano passò nella parte orientale. Qui non
più città industriose o terre coltivate con arte, ma regioni aspre,
quasi selvagge, ove il brigantaggio infieriva. Pure con la conquista
romana erano entrati nel paese molti semiti, che avevano incominciato
a coltivare il suolo e portato i primi elementi di una civiltà
urbana. Già il deserto incominciava a esser solcato da vie maestre, da
acquedotti e da città sorte come per incanto dal nulla. L’estrema città
che Adriano ebbe a visitare, fu Palmira. Anche Palmira ricevette il
dono di magnifiche costruzioni e fu elevata al grado di colonia.
Indi l’imperatore passò nella nuova provincia dell’Arabia. Anche qui
le classi alte potevano dirsi grecizzate. Anche qui la immigrazione,
l’agricoltura, il commercio dimostravano i beneficî dell’impero.
Adriano dovette occuparsi specialmente delle strade. Ed anche qui il
solerte imperatore ebbe la meritata ricompensa. La provincia coniò
medaglie in onore del «Restauratore dell’Arabia»; e la capitale Petra
assunse il suo nome[43].
Dall’Arabia Adriano passò in Egitto. La terra delle Piramidi e dei
geroglifici da secoli non era più il paese dei templi solitari scavati
nelle rupi, sorretti da pilastri colossali e adorni di volti mostruosi
di bestie sacre. Dopochè Alessandro l’aveva conquistato, l’Egitto
era diventato una cosmopoli operosa, ricca, sempre irrequieta, dove
tutti gli elementi del mondo mediterraneo si incontravano. E tale era
rimasto sotto l’impero. S’incontravano colà egiziani, greci, ebrei,
asiatici d’ogni lingua e razza, romani. Irreconciliabili, la campagna
ed i borghi restavano egiziani, le grandi città erano greche, le classi
governanti greche con infiltrazioni romane; onde mille discordie e
lotte. La alacrità era grande, la popolazione densissima, la proprietà
suddivisa, la burocrazia complicata, gli spiriti della popolazione
inquieti, facili allo scherno, alla satira, alla sedizione, ingordi di
guadagni.
Adriano, il sereno principe greco, non amò quella seconda Antiochia.
Egli si occupò degli istituti locali d’istruzione, specie del
_Mouseion_, discusse coi suoi dotti; ma qualche anno dopo scriveva ad
un amico: «Io conosco bene l’Egitto, che tu mi lodi, questo popolo
incostante e leggero, che s’agita al minimo rumore. È una razza
sediziosissima, vanissima, insolente. La capitale è ricca, tutto
vi abbonda e tutti essa alimenta. Nessuno vi rimane ozioso: gli uni
lavorano il vetro, altri fabbricano la carta o tessono il lino; tutti
hanno un mestiere; lavorano anche i gottosi, i ciechi, i podagrosi....
Ma il Dio di tutti, è il danaro.... Resta veramente a desiderare che
questa grande città abbia costumi più consoni al suo nobile ufficio di
capitale dell’Egitto»[44].
32. =La nuova insurrezione giudaica (132-135).= — Sulla fine del 131,
Adriano era di nuovo in Roma, ove consacrava il _Tempio di Venere e
Roma_. Nello stesso anno promulgava, dopo averlo fatto approvare dal
senato, l’_Edictum perpetuum_. Ma l’anno seguente, il 132, fu turbato
dagli avvenimenti d’Oriente. Durante l’ultimo viaggio Adriano aveva
ordinato di ricostruire Gerusalemme, le cui rovine dovevano sembrare
a lui, amico della pace e delle arti, come una mostruosa cicatrice sul
corpo dell’impero: ma sotto forma di una splendida città greco-romana,
simboleggiante anche in Palestina la fusione del romanesimo e
dell’ellenismo. Agli Ebrei invece questo dono dell’imperatore parve
un’ingiuria suprema. La città santa del giudaismo sconciata a metropoli
greco-romana, con edifizi grandiosi, santuari pagani, bagni, teatri, e
ribattezzata con il sacrilego nome di _Aelia Capitolina_! Il fanatismo
religioso divampò; i giudei insorsero sotto un capo, un Messia
popolare, un Simone Barkokeba o Barcosiba (_Figlio della Stella_)
(132).
Adriano non dette sulle prime grande peso a quel movimento. Ma mentre
egli, nel 132, ricominciava dalla Grecia le peregrinazioni per le
province orientali dell’Impero, Roma perdeva la provincia di Giudea.
Gli eserciti romani, mandati a reprimere la rivolta, subivano, uno
dopo l’altro, gravi e replicati rovesci. Occorse alla fine delegare
a quell’impresa uno dei migliori generali, Sesto Giulio Severo, che
condusse la guerra con severità implacabile. Si disse ch’egli avesse
fatto perire fra i tormenti i capi della rivolta; che distruggesse
cinquanta fortezze e circa mille villaggi e che perissero nella
guerra non meno di 600.000 giudei combattenti! (134). Solo dopo questa
carneficina, Adriano potè recarsi a Gerusalemme e riprendere i lavori
della colonia.
33. =Gli ultimi anni di Adriano (135-138).= — Doveva essere quello
l’ultimo viaggio del grande principe. Tornato in Roma egli divise
le cure degli ultimi anni tra le arti e gli affari. Terminò la Villa
tiburtina: meravigliosa città improvvisata, che oltre ai giardini, alle
fonti, ai boschetti ombrosi, ai portici, alle gallerie, alle rotonde,
ai bagni, alle basiliche, alle biblioteche, ai teatri, ai circhi, ai
templi splendenti di metalli e di marmi, doveva contenere un piccolo
esemplare di tutte le cose più belle, che il principe aveva ammirate
nell’impero; e che ogni tanto dovevano animarsi di cori, di gente, di
luci, tal quale egli le aveva vedute nella realtà[45]. Ma quell’uomo
che, come Ulisse, tanto aveva peregrinato, era ormai preso dal tedio
della vita, che forse un male nascente aggravava. Sentendo venir meno
le forze, come Nerva e come Traiano, dovè pensare al successore,
e di nuovo applicare quel procedimento dell’adozione, con cui
l’aristocrazia senatoria pensava di aver provveduto alla successione,
combinando ingegnosamente il principio della scelta con quello della
parentela. Scelse prima L. Ceionio Commodo Vero, per quali ragioni non
sappiamo, il personaggio non essendoci noto per nessun rispetto. Ma
Vero moriva il 1º gennaio 138: l’imperatore adottò allora T. Aurelio
Fulvo Antonino, che assunse il nome di T. Elio Adriano Antonino, e lo
fece suo collega nell’impero, facendogli dare la potestà tribunizia
e l’impero proconsolare. Gli impose però di adottare L. Vero, il
figlio cioè di colui sul quale per primo aveva posto gli occhi come
successore; e M. Annio Vero, il futuro Marco Aurelio, che era nipote
di Antonino, un giovinetto di 17 anni, molto caro ad Adriano. Per qual
ragione egli obbligasse il suo successore a queste adozioni, che in
un certo modo indicavano anche il successore del successore, noi non
sappiamo. Sei mesi dopo, il 10 luglio del 138, egli moriva a Baia.
34. =Il governo di Adriano.= — Noi sappiamo che, morto Adriano, il
senato si mostrò per un momento avverso alla proposta, fatta dal
suo successore, di onorare la memoria; che minacciò perfino di non
ratificare i suoi atti, e che solo a fatica potè essere indotto a
desistere dalla sua opposizione. Questo fatto, e la congiura che era
stata tramata subito dopo la adozione di Vero, provano che c’era nella
aristocrazia una forte corrente avversa alla persona e alla politica
dell’imperatore, sebbene questa avversione non fosse così forte come
quella di cui furono oggetto quasi tutti gli imperatori della casa
Giulio-Claudia. Quale fu la ragione di questa opposizione? Forse il
suo tentativo di conciliare l’ellenismo e il romanesimo. La antica
Roma, orgogliosa della sua potenza, gelosa della sua supremazia,
ritrovava nel rinnovato spirito tradizionalista della nuova nobiltà,
un’ultima forza di resistenza contro questo imperatore ellenista,
giurista, protettore delle province, dalle arti, dalle lettere, della
filosofia. Le lunghe assenze da Roma, le riforme amministrative,
la protezione accordata alle arti, alla lettere e alla filosofia, i
lavori largamente prodigati alle città, le gigantesche costruzioni, la
smania di abbellire l’impero di tutti gli splendori dell’ellenismo,
la sua politica estera prudente e aliena dalle conquista, urtavano i
pregiudizi superstiti del romanesimo. Si aggiunga che, per avere il
denaro necessario a tante spese, egli dovette inasprire i rigori del
fisco; e che se aveva cominciato il suo governo condonando le imposte
arretrate, creò poi l’_advocatus fisci_ per difendere contro le arti
dei privati i diritti del tesoro imperiale. Si aggiunga da ultimo
che un’opera così vasta, e che tentava di conciliare elementi così
contrastanti, non poteva svolgersi senza contradizioni, scosse, lacune,
imperfezioni, di cui i contemporanei dovevano, come sempre, menar
grande scalpore. Queste considerazioni possono aiutare a comprendere
per qual ragione il governo di Adriano ebbe tanti nemici, non ostante —
e forse in ragione — dei suoi meriti. Ma siccome la politica di Adriano
era richiesta dai tempi, che ne avevano bisogno, e non giunse nè troppo
presto nè troppo tardi, si spiega che questa opposizione sia stata
impotente, e, se angustiò l’imperatore, non riuscì a guastarne l’opera.
Adriano condusse alla perfezione la politica di Vespasiano e di
Traiano. Il romanesimo doveva essere il nesso politico e militare,
l’ellenismo il nesso intellettuale e morale di tutte le genti soggette
all’impero. Perciò egli cerca di rafforzare l’esercito con molte
riforme, promuove l’incremento e l’abbellimento delle città. Le città,
i piaceri e le magnificenze che esse offrivano, gli interessi che ad
esse mettevano capo, le occasioni di fortuna che nascevano dal loro
crescere, erano ormai il principale vincolo che legava le successive
generazioni all’unità dell’impero. Una immensa popolazione che, al
riparo di frontiere ben munite, voleva godere ed accrescere gli agi e
le bellezze di una fiorente civiltà urbana: tale era l’impero romano
ai tempi di Adriano. Come sotto Traiano il romanesimo, sotto Adriano
l’ellenismo gettò nel mondo antico gli ultimi suoi splendori. La
prosperità dell’impero durerebbe sinchè durerebbe l’equilibrio tra
i due elementi: il romanesimo, ossia la forza militare e politica;
l’ellenismo, ossia il prosperare della vita cittadina.