(69-96)
6. =La pace.= — Caduta Roma in potere dei generali di Vespasiano, il
senato riconobbe il vincitore. Noi conosciamo parzialmente il testo
della legge, con cui i comizi ratificarono il _senatus consultum_, che
aveva deferito a Vespasiano l’impero[3]. Sono enumerati in questa legge
tutti i poteri che, conferiti prima all’uno o all’altro o a tutti i
predecessori nell’impero, erano ora attribuiti a Vespasiano. Che una
_lex de imperio_, simile a questa, sia stata approvata anche per i suoi
predecessori, è verosimile, ma non è provato. Non è però forse un puro
caso, che proprio un frammento della tavola di bronzo su cui era incisa
la legge di Vespasiano, sia giunto a noi. È chiaro che, incidendo sul
bronzo questa legge — e non in Roma soltanto — si vollero far pubblici
quanto più si potè i titoli legali dell’autorità del nuovo imperatore.
Vespasiano fu il primo imperatore, che veramente governò, il quale non
appartenesse alla famiglia di Augusto. Il nome non gli era dunque, come
a Claudio e a Nerone, un titolo sussidiario, accanto alla elezione,
più o meno libera, del senato. E siccome quel grande disordine era nato
dalla incertezza del principio legale da cui la potestà suprema traeva
le sue origini, si spiegherebbe che si volesse far manifesto e noto a
tutti il maggior titolo legale all’impero di colui che era stato sino
ad allora un oscuro senatore: la volontà del popolo e del senato che
l’avevano scelto.
Nè c’era tempo da perdere. Neppure la conquista di Roma aveva
pacificato l’impero. In Gallia una insurrezione, incominciata tra
i Batavi — una popolazione germanica, stanziata sulle bocche del
Reno, — per aiutare Vespasiano, si era a poco a poco estesa ad altre
popolazioni germaniche e ad alcune popolazioni galliche fin allora
reputate fedelissime a Roma, quali i Treviri e i Lingoni, divampando
alla fine in una vera guerra di indipendenza contro l’autorità romana.
Quattro uomini di grande valore, il Batavo Giulio Civile, i Treviri
Giulio Classico e Giulio Tutore, il Lingone Giulio Sabino stavano a
capo del moto. Il quale, grazie anche all’aiuto dei resti delle milizie
vitelliane del Reno, divenne alla fine così pericoloso, che Muciano,
essendo ancora in Oriente, dovè spedire contro i ribelli niente meno
che sette legioni, agli ordini del generale Q. Petilio Ceriale. Ma
se la Gallia si sottomise, la guerra coi Batavi fu più dura; e per
terminarla occorsero, oltre le armi, i trattati (autunno 70).
Nel tempo stesso Sarmati e Daci facevano incursioni nella Mesia sgombra
di truppe; grossi torbidi agitavano l’Africa; e i Giudei si difendevano
entro le mura di Gerusalemme assediata con disperato accanimento. Solo
il 29 agosto del 70 il tempio andò in fiamme e un mese dopo, il 29
settembre, bruciò la città alta. La strage fu immensa; ma non bastò a
tranquillare il paese; chè qua e là gruppi di disperati combatterono
ancora per più di un anno.
Lo sconvolgimento, generato dalla caduta dei Giulio-Claudi e
dalla incertezza del principio legale della successione, non
terminò veramente che verso il 72; quando la rivolta in Gallia, la
rivolta della Giudea e i torbidi minori dell’impero furono sedati
definitivamente; e quando fu chiaro a tutti che Vespasiano, il quale
era venuto in Italia nel 70, era ormai universalmente riconosciuto come
capo dell’impero e che questo aveva di nuovo un _Princeps_.
7. =Il governo di Vespasiano e di Tito.= — Vespasiano, l’abbiamo già
detto, era nipote di un centurione, figlio di un publicano. Primi nella
famiglia egli e un suo fratello erano entrati in senato e avevano
esercitato alte cariche. Era quindi un _homo novus_, come Cicerone.
Ma era anche un uomo intelligente, moderato, laborioso, che si era
temprato al comando ubbidendo negli uffici inferiori e attendendo a
compiti oscuri: onde seppe assolvere bene il suo difficile compito.
Imitò Augusto, associandosi come collega all’impero il figlio Tito.
Il 1º luglio del 71 il vincitore della Giudea ricevette la potestà
tribunizia e il consolato, che da quell’anno gli furono periodicamente
rinnovati nel tempo stesso che a Vespasiano. Tito viene dunque a
trovarsi, dal 1º luglio 71, nella stessa condizione in cui si era
trovato Tiberio nell’ultimo decennio dei governo di Augusto; cosicchè
meglio che il governo di Vespasiano dovrebbe dirsi il governo di
Vespasiano e di Tito, essendo impossibile distinguere quello che
appartiene al padre e quello che appartiene al figlio. Gli scopi e
i vantaggi di questa nomina, che i servigi resi da Tito in Giudea
giustificavano, erano parecchi. Tito, essendo giovane, dopo essere
stato il collega, sarebbe il successore di Vespasiano, come Tiberio
era stato il collega e il successore di Augusto. Vespasiano poteva
quindi sperare di aver tolto via con quella nomina quelle incertezze
sulla scelta del successore, che erano state così funeste alla morte
di Nerone; e di lasciare la carica al figlio, senza inserire nella
costituzione il principio orientale e dinastico della eredità. Si
aggiunga poi, per un vecchio imperatore quale egli era, il vantaggio di
procurarsi un collaboratore giovane ed alacre per riformare lo stato e
nello stato le tre istituzioni, che più avevano bisogno di rinnovarsi:
l’esercito, le finanze, il senato.
8. =Le riforme militari di Vespasiano e di Tito.= — Vespasiano
ridusse le legioni o a 29 o a 30. Precisare tra questi due numeri
non si può. Molti veterani furono congedati ed ebbero terre; alcune
legioni, compromesse troppo nelle rivolte delle province, come, tra
le legioni germaniche, la 8ª e la 16ª, furono disciolte e surrogate
con legioni nuove. La guerra civile aveva mostrato che era pericoloso
aver legioni, nelle quali troppo numerosi fossero i provinciali fatti
cittadini o peggio ancora aver numerosi corpi ausiliari, tutti tratti
dai sudditi. Ma a questo male Vespasiano non potè porre rimedio,
perchè l’Italia, arricchendo e incivilendosi, non somministrava più
soldati che bastassero. Ormai anche i figli dei piccoli possidenti non
volevano essere soldati se non per diventare centurioni[4]. Ma soltanto
in Italia arrolò invece Vespasiano la guardia imperiale, affidandone
il comando al proprio figliuolo. Per tal guisa il pericolo di un
nuovo Seiano o di un nuovo Ninfidio Sabino era scongiurato; ma quel
raccogliere tanti poteri in un’unica famiglia incominciava a saper di
dinastico[5].
9. =Le finanze.= — Di gran lunga più importanti furono le riforme
finanziarie. Vespasiano fu il primo imperatore che osasse aumentare
e moltiplicare in tutto l’impero le imposte. Da Augusto in poi tutti
gli imperatori si erano studiati di toccare il meno possibile le
imposte vigenti, così in Italia come nelle province; sforzandosi di
non accrescerle mai e, potendo, di diminuirle. Questa prudenza era
stata la ragione delle continue strettezze, in cui il governo imperiale
si era trovato; e degli espedienti buoni e cattivi con cui aveva
cercato di rimediare. Sotto Nerone, per esempio, molti ricchi erano
stati perseguitati e spenti da processi iniqui per il solo scopo di
confiscarne i beni ed accrescere, senza gravare le imposte, i redditi
troppo scarsi della finanza. Cosicchè l’erario era continuamente in
dissesto; e i pubblici servizi, trascurati. La guerra civile aveva
anche peggiorato le condizioni della finanza. Entrato in carica e fatti
i conti, Vespasiano aveva dichiarato occorrere all’impero almeno 4
miliardi di sesterzi per riassettarsi[6]. Non volendo procurarseli con
spoliazioni e violenze, ridusse a condizione di provincia, per poter
imporre loro un tributo, talune popolazioni, che la generosità dei
suoi predecessori aveva restituite a libertà, nonchè alcuni staterelli
fino ad allora autonomi; l’Acaia, che Nerone aveva liberata, la Licia,
Rodi, Bisanzio, il regno della Commagene e quanto ancora rimaneva di
libero in Tracia e in Cilicia (73); provvide a compilare uno scrupoloso
e generale catasto dell’impero, che lo aiutò a scoprire numerose terre
e persone le quali erano via via sfuggite al tributo o non vi erano
mai state assoggettate; pare anche si ingegnasse di assicurare allo
Stato una parte dei lucri abusivi, che molti magistrati traevano dalle
funzioni pubbliche: infine — e fu la riforma capitale — ristabilì
tutte le imposte che erano state abrogate, aumentò tutte quelle che
esistevano, accrebbe, qualche volta raddoppiò addirittura, i tributi
delle province[7].
Che l’impero abbia sopportato senza troppo lamentarsi il peso di queste
nuove imposte, si intende facilmente. Un secolo di pace aveva molto
arricchito l’Italia e le province. In tutti i paesi l’agricoltura,
l’industria, le miniere, il commercio avevano progredito; la
popolazione era cresciuta. L’Oriente rifioriva, e l’Occidente
incominciava a fiorire. Vespasiano capì che l’impero arricchito poteva
e doveva sostenere un peso maggiore di imposte. Accrescendo queste,
egli rese un grande servigio all’impero, perchè gli diede i mezzi per
fare le grandi cose che illustreranno in pace e in guerra il secolo
degli Antonini; ma die’ principio a quel governare magnifico e prodigo
che, accrescendo di generazione in generazione spese e imposte,
rovinerà alla fine l’impero.
10. =La riforma del senato (73).= — Più importante ancora fu la
riforma del senato. La debolezza del senato era stata una delle
cause profonde della convulsione scoppiata nell’impero alla morte
di Nerone. Vespasiano, che era un italico nobilitato di fresco, non
poteva nemmeno pensare che si curerebbe il male, sostituendo al senato
un’autorità nuova. Roma si immedesimava agli occhi suoi, come agli
occhi di Augusto, di Tiberio, di Claudio, con il senato. Senonchè
egli era anche un uomo intelligente; e quindi non poteva illudersi
che i soliti procedimenti, applicati da Augusto in poi, basterebbero
ancora a ringiovanire l’invecchiata assemblea, specialmente dopo tanta
distruzione di famiglie senatorie ed equestri nella recente guerra
civile. Perciò, approfittando della tremenda convulsione, che, scotendo
gli spiriti, aveva indebolito tanti pregiudizi, tante repugnanze,
tanti egoismi ancora forti negli ordini sociali dominanti, egli ardì
fare quel che tanti riconoscevano da un pezzo esser necessario, ma
nessuno osava, per paura delle ombrose gelosie del vecchio romanesimo.
Nel 73 egli si fece elegger censore; e non solo espulse i senatori
indegni, ma rinsanguò finalmente l’ordine senatorio e l’ordine equestre
con una ricca infusione di nuove famiglie. Facendo in grande e con
audacia quel che Claudio aveva tentato in piccolo e timidamente, egli
introdusse nei due ordini circa mille nuove famiglie, scegliendole
non in Italia soltanto, ma anche nelle province, tra le famiglie
più ricche, più rispettate e più influenti, che già godevano della
cittadinanza romana[8]. Dai nomi di queste famiglie a noi noti, noi
possiamo argomentare che il maggior numero apparteneva all’Italia del
Nord, alla Spagna e alla Gallia; alcune anche erano africane; mentre
è da credere che l’Oriente ne somministrasse poche. Nè è difficile
arguire la ragione di questa differenza. Nelle province dell’Occidente,
che Roma aveva conquistate ancora barbare, molte famiglie si erano
arricchite in quel secolo; e arricchitesi avevano copiato le idee
e i costumi di Roma, come un modello di perfezione che nobilitava
il fortunato imitatore, a paragone della rozzezza indigena. In
Oriente invece le famiglie arricchite di fresco da Augusto in poi si
ellenizzavano piuttosto che romanizzarsi. Cosicchè in Spagna ed in
Gallia s’era formata in quel secolo, e si era esercitata nel maneggio
degli affari pubblici, una aristocrazia provinciale, la quale non solo
aveva imparato a parlar bene il latino, ad ammirare Roma nell’opera
immortale di Tito Livio, ma che nelle scuole, sui libri di Virgilio, di
Orazio, di Cicerone, di Varrone, aveva fatte sue le vecchie virtù che
l’aristocrazia romana aveva quasi del tutto perdute: la parsimonia, la
semplicità, l’austerità, il rispetto della tradizione, lo zelo civico,
la dignità; aggiungendo una certa moderazione e umanità e larghezza
di vedute, derivate dai tempi. A queste famiglie Vespasiano confidò
l’impero, chiamandole a Roma e al governo.
Questo rinnovamento del senato è un avvenimento di importanza capitale,
che la storia non ha ancora illustrato quanto meritava; è il maggiore
effetto della grande guerra civile scoppiata dopo la morte di Nerone.
Dopo questa prova, il gretto egoismo con cui le antiche famiglie
senatorie oppugnavano ogni proposito di ringiovanire l’assemblea con
elementi nuovi, venne meno. Vespasiano potè fare quel che a Claudio era
stato concesso solo di tentare timidamente. Ma l’aver saputo porre ad
effetto la riforma a tempo opportuno è gloria immortale di Vespasiano;
perchè da questa riforma procedè il rifiorire del romanesimo, la
tranquillità e la prosperità di cui l’impero godè nel secolo così detto
degli Antonini. Per questa riforma l’Occidente salvò una seconda volta
Roma e il romanesimo. Come la conquista della Gallia aveva impedito che
la sede dell’impero fosse tolta dall’Italia e portata in Oriente, così
la nobiltà romanizzata delle province occidentali conserverà ancora
per più di un secolo alle istituzioni dell’impero la loro antica anima
repubblicana e latina. Vespasiano aveva così ben capito che Roma doveva
ritemprarsi nelle province dell’Europa, che la sua censura termina con
la concessione della cittadinanza latina (lo _ius Latii_) alla Spagna,
una tra le più antiche e meglio romanizzate province romane (74).
11. =L’ellenismo e il romanesimo nel governo di Vespasiano.= — Non si
potrebbe però raffigurare in Vespasiano un imperatore tradizionalista,
come Tiberio. Il governo di Vespasiano è una contradizione continua;
anzi in questa sua contradizione continua, per cui gli vien fatto di
equilibrare finalmente l’Occidente e l’Oriente, sta la sua fecondità.
Vespasiano non fu nè un imperatore avaro al modo latino, come Tiberio
e Galba; nè un imperatore prodigo, secondo il modello asiatico o come
Nerone. Avaro con se medesimo e nell’esigere le imposte, come Tiberio,
Vespasiano fu il primo degli imperatori savi che spese largamente.
Spese a larga mano per i lavori pubblici: le vie dell’Italia e delle
province furono rimesse in buono stato; gli acquedotti, riparati;
gli archivi del Campidoglio, ricostituiti e il Campidoglio medesimo,
ricostruito; le città, distrutte dai terremoti e dagli incendi in
tutto l’impero, restaurate. Spese largamente per la difesa ai confini
dell’impero, costruì strade militari, dirizzò potenti fortificazioni,
specie sul Reno e sul Danubio, piantò grandi campi trincerati, come
quelli di Vindobona (Vienna) e di Carnuntum (Petronell); rinforzò
la flotta del Danubio; fondò numerose colonie militari. Spese anche
largamente per feste, banchetti, spettacoli ed edifici di ornamento;
riparò in Roma il teatro di Marcello e incominciò la costruzione di
quello che ancor oggi rimane il più grandioso monumento di Roma antica,
l’_Anfiteatro Flavio_ (il Colosseo). Fu, come Augusto e Tiberio,
largo nel soccorrere le famiglie della nobiltà in bisogno, zelante
nel riparare gli antichi templi e nel restaurare le forme più arcaiche
della religione tradizionale[9]: ma concesse anche al gusto dei tempi;
riconobbe che il popolo aveva diritto di divertirsi e prodigò lauti
premi in denaro ad attori e a musicisti. Primo protesse le arti:
assegnò uno stipendio di 1.000.000 di sesterzi a taluno dei più famosi
retori greci e latini, che professavano in Roma — uno di costoro fu,
pare, Quintiliano; diede ricompense di vario genere ai poeti, agli
scultori, agli architetti; ma cacciò via dall’Italia non solo gli
astrologhi ma anche i filosofi, che con le loro dottrine e discussioni
gli parevano guastare il buon senso degli uomini; sembra anche aver
voluto che in Grecia i maestri delle varie scuole filosofiche fossero
cittadini romani[10]. Contemperò insomma armonicamente Nerone e
Tiberio, e riconobbe, pur difendendo le parti vitali della tradizione
romana, i diritti dell’ellenismo invadente. Così potè tranquillamente
morire il 24 giugno dei 79, a sessantanove anni, dopo un governo, che
poche congiure avevano minacciato e poche repressioni insanguinato; e
senza esser sepolto in grembo a una leggenda infame ed assurda, come
quella con cui l’odio insensato dei contemporanei aveva suggellato il
sepolcro di Tiberio e di Claudio. Del che gli storici hanno attribuito
il merito alla umanità del suo carattere, che certo fu grande ma
che non fu la sola causa. Anche Tiberio e Claudio avevan cercato di
limitare le accuse e i processi per lesa maestà: eppure non c’erano
riusciti. Perchè invece riuscì Vespasiano? Perchè i tempi e il senato
erano mutati. Dopo la convulsione di quell’ultima guerra civile, in
quel senato in cui l’elemento romano, orgoglioso, discorde, litigioso,
era stato contemperato con i nuovi elementi, italici, spagnuoli e
gallici, regnava un più alto spirito di concordia e una sollecitudine
più nobile della dignità dell’assemblea. Onde quelle tempeste
reciproche di accuse furono più rare e meno violente.
12. =Il governo di Tito (79-81).= — Spento appena Vespasiano, il
figliuolo Tito assunse, e il senato confermò, il titolo di Augusto. Ma
il suo governo termina, non comincia, a questo momento. Tito era stato,
come abbiamo visto, collaboratore del padre sino dal 71. Allorchè
Vespasiano morì, l’opera difficile era quasi compiuta. E Tito, sebbene
appena quarantenne, era malaticcio. Così il suo governo fu come il
breve e tranquillo epilogo di quello di Vespasiano. Tito spese come e
più di suo padre, per feste, donativi, lavori pubblici; inaugurò con
solennità grandiosa l’Anfiteatro Flavio; cercò di accontentar tutti
e di non molestar nessuno; e dopo ventisei mesi di governo, si spense
improvvisamente, passando ai posteri sotto il nome di _amor ac deliciae
generis humani_ (13 settembre 81). Sotto il suo breve governo non
c’erano state congiure, e la _lex de majestate_ aveva oziato.
13. =L’avvento di Domiziano (14 settembre 81); la conquista della
Britannia (77-84), e le prime guerre in Germania (83).= — Tito aveva
un fratello, T. Flavio Domiziano, allora trentenne. L’imperatore non
era ancora spirato, che già Domiziano s’affrettava a cavallo dalla sua
villa in quel di Reate al campo dei pretoriani in Roma, per ricevere
la prima salutazione imperiale. Così il senato era invitato a subire
quella rivoluzionaria designazione; e ancora una volta, sebbene con
maggior ripugnanza, si piegò, per evitare il peggio. Il 14 settembre 81
Domiziano era _princeps_.
Il nuovo imperatore era un uomo intelligente, amico delle lettere e
delle arti belle, poeta egli stesso, protettore degli studi e delle
biblioteche: un ellenizzante, insomma. Ma non fu, almeno sul principio,
un secondo Nerone. Assunse il potere con il proposito di imitare
suo padre e di fare, anch’egli, buon viso all’ellenismo invadente,
nel tempo stesso in cui lavorerebbe a rafforzare con tutti i mezzi
possibili la tradizione latina. Inspirandosi all’esempio paterno, spese
largamente per feste, per edifici, per proteggere arti ed artisti;
ma nella religione e nella giustizia cercò di rinnovare la severità
antica. Volle perfino rinnovare le severissime pene in uso un tempo
contro le Vestali che mancavano ai loro doveri. L’imparzialità e la
severità della sua giustizia sono riconosciute e lodate anche dagli
scrittori a lui più avversi.
Senonchè mancavano a Domiziano la pazienza, la ponderazione, il solido
buon senso del padre; nè il senato era più quello di Claudio e di
Galba. La riforma di Vespasiano incominciava a dare i suoi frutti. Le
nuove famiglie, scelte in Italia e in tutte le province dell’Occidente,
avevano infuso finalmente nella stanca assemblea il vigore che
sembrava estinto per sempre. Il senato rialzava il capo; di nuovo
conosceva i suoi diritti e i suoi doveri; voleva agire e farsi valere.
Questo nuovo senato, riplasmato dalla mano di Vespasiano, non poteva
perdonare a Domiziano il modo con cui si era fatto eleggere. Ciò non
ostante, i primi anni furono tranquilli. Fatti di guerra primeggiano
in quelli, come la conquista di quasi tutta la Britannia. Fin dal 77
era stato spedito in Britannia uno dei membri più illustri della nuova
aristocrazia, Giulio Agricola, gallo d’origine. Già all’avvento di
Domiziano, egli non solo aveva, proseguendo la lenta opera dei suoi
predecessori, stabilmente occupato l’isoletta di Mona (Anglesey); ma
era avanzato fino ai confini meridionali della Caledonia (Scozia),
là dove l’isola si restringe fra i _golfi di Bodotria_ e di _Clota_
(Forth e Clyde). Agricola aveva fortificato i confini della nuova
provincia, e si apparecchiava alla invasione della _Hibernia_ (Irlanda)
e della stessa Caledonia. Ma le difficoltà della impresa, alcune
rivolte scoppiate nella parte già sottomessa, e grosse difficoltà sorte
in Germania obbligarono Roma ad abbandonare l’impresa. Agricola fu
richiamato: atto che fu vivamente biasimato nei circoli senatorii di
Roma, sebbene sia difficile ammettere che Domiziano l’abbia fatto per
gelosia di Agricola[11].
Alle cose di Germania attese invece Domiziano in persona. Prendendo
occasione dai movimenti e dalle turbolenze dei Catti, una delle più
bellicose popolazioni germaniche, l’imperatore condusse nell’83 una
spedizione in Germania, alla quale non difettarono nè gli uomini nè
i mezzi. Aiutato da buoni generali e consiglieri, Domiziano riportò
ragguardevoli successi[12]. Ma l’impresa ebbe un epilogo ancora
più notevole dell’impresa stessa; par che allora si cominciasse la
costruzione di quella colossale fortificazione — il _limes germanicus_
— che, compiuta nel secondo secolo, doveva congiungere il Reno col
Danubio e, lunga 120 miglia romane, sbarrare il tratto della nuova
frontiera, che i due fiumi non coprivano.
14. =La censura a vita e la rottura tra Domiziano e il senato (85).=
— Senonchè già durante questi anni era accaduto qualche urto tra
imperatore e senato. Il senato, per esempio, aveva tentato nell’82,
senza riuscire, di fare i propri membri immuni dal giudizio del
principe. Ma i rapporti incominciarono a guastarsi verso l’85, dopo
l’impresa di Germania, quando Domiziano assunse come suo padre la
censura, specialmente quando si fece nominare _censore perpetuo_.
Per capire quel che successe in Roma e nel governo dopo questo atto,
bisogna spiegarlo bene. Il censore, il più alto e il più temuto dei
magistrati romani, poteva anche fare per eccezione dei nuovi senatori
e deporre i senatori già investiti del grado. Era, in un certo senso,
il giudice e l’arbitro del senato. Perciò c’erano stati tempi in cui i
partiti si erano intesi nella repubblica per non nominare più censori.
Gli stessi imperatori, anche i più autorevoli, Augusto e Vespasiano,
non avevano accettato la censura che per qualche tempo, di mala voglia,
quasi a forza e per ragioni straordinarie: Vespasiano, per esempio,
dopo una tremenda guerra civile e per ridare a Roma un senato. Tanto
era grave l’impegno! Cosicchè il senato era un corpo che si rinnovava
automaticamente; poichè tutti coloro che avevano esercitato la questura
diventavano per diritto, alla fine della magistratura, senatori, e non
potevano essere più spossessati se non in seguito ad un processo. Ma
un imperatore che voleva essere censore perpetuo rivendicava invece
il potere di espellere dal senato o di introdurci quanti senatori
credesse, ossia toglieva al senato una delle garanzie maggiori della
sua indipendenza. Il senato, che Vespasiano aveva rinvigorito di
nuove energie, si rivoltò contro questa ambizione dell’imperatore,
che era sembrata soverchia anche ad Augusto e a Vespasiano. Il duello
implacabile tra la nuova aristocrazia e Domiziano incomincia.
15. =La guerra Dacica (85-89).= — Una grossa guerra sopraggiunse
tra l’85 e l’86 in mezzo a queste discordie civili. I Daci, da gran
tempo stanziati nella pianura, che oggi abitano Ungheresi e Rumeni,
minacciavano già da qualche tempo la riva destra del Danubio, e più
dopochè Antonio Primo aveva sguernito di milizie la Mesia. Ma, come
sembra, poco prima di Domiziano, quelle sparse tribù erano state
raccolte in un governo unico, sotto un abile principe, Decebalo,
il quale, mentre si studiava di dirozzare il suo popolo, l’armava
potentemente e stringeva relazioni con tutti gli stati limitrofi.
Improvvisamente, nell’85, Decebalo aveva varcato il Danubio, sorpreso
e sconfitto il governatore della Mesia, invasa la provincia. Narrare
la storia di questa guerra e giudicare quel che Domiziano fece, è
impossibile, tanto i racconti degli storici antichi sono lacunosi.
Noi vediamo Domiziano accorrere da Roma nella provincia invasa e
raccogliere colà in grande fretta parecchie legioni; ma non partecipare
ad operazioni militari, sibbene attendere ad un nuovo ordinamento
della Mesia[13]; ritornar poi a Roma e presiedere alla inaugurazione
dei Giochi Capitolini, i quali, come le _Neronee_, constavano di
recitazioni musicali e poetiche, di gare di eloquenza, di corse e
altri esercizi del genere, cui pigliavano parte anche le donne. Mentre
l’imperatore rendeva con queste feste il più solenne omaggio, tributato
sino ad allora, ufficialmente, in Roma, all’ellenismo, i suoi generali
riuscivano a ributtare i Daci al di là del Danubio[14]: il che farebbe
credere che non per leggerezza o neghittosità Domiziano era venuto a
Roma, ma perchè la sua presenza non era necessaria. Ma quando, nella
primavera dell’87, il sub prefetto del pretorio, Cornelio Fusco,
tentò di passare il Danubio e di invadere il territorio dei Daci, fu
a sua volta sconfitto ed ucciso: il che farebbe pensare che questa
spedizione fosse stata preparata un po’ alla leggera. Comunque sia
Domiziano cercò di riparare; e si accinse a una terza campagna, la
cui direzione sarebbe stata affidata a Tezzio (?) Giuliano. Ma se è
difficile giudicare Domiziano e le sue virtù militari in questa guerra,
è certo che tutte queste vicissitudini e oscillazioni irritarono il
malcontento del senato contro il Console perpetuo. Il senato incominciò
ad accusarlo di fare strazio del prestigio dell’impero; e l’accusa
presto diede i suoi frutti. Nell’autunno dell’87 si scopriva una
prima congiura[15]; e, subito dopo, erano ordite le prime fila di
una insurrezione, la quale doveva spingere alla rivolta addirittura
le legioni della Germania superiore. La insurrezione scoppiò, a
quanto pare, nell’88, e fallì, perchè i legionari non seguirono il
generale, e gli altri governatori non lo secondarono. Non per questo
l’aristocrazia senatoria cessò dal mormorare contro la guerra dacica
e contro Domiziano, che la dirigeva. Invano l’imperatore cercò oltre
il Danubio quella vittoria indiscutibile, che avrebbe imposto silenzio
a tutti i nemici. Nella primavera dell’89 Giuliano aveva inflitto
una grave disfatta all’esercito di Decebalo. La resa a discrezione
dei Daci sembrava imminente: ma proprio allora Decebalo riusciva a
muovere contro i Romani i Quadi, i Marcomanni e, pare, anche gli Svevi.
Giuliano dovette fermarsi, e l’imperatore trattar la pace. Decebalo
acconsentì a restituire tutto il bottino della guerra — armi ed uomini
—; a riconoscersi cliente dell’impero, a difendere a vantaggio di
Roma il confine del Danubio; al qual uopo riceveva dall’impero mezzi
e uomini per riordinare l’esercito. Assoldare i barbari per difendere
le frontiere che altrimenti le assalirebbero è un procedimento, che
in tutti i tempi i grandi stati hanno adoperato. Ma quei procedimenti
furono invece rimproverati a Domiziano, dall’aristocrazia senatoria,
come un tradimento. Si disse persino che Domiziano aveva fatto l’impero
romano tributario di Decebalo! Come che sia, svincolato dall’impegno
della campagna dacica, l’imperatore potè volgere tutte le sue forze
contro i Quadi e i Marcomanni, che furono alla fine costretti alla
pace[16].
16. =La caduta di Domiziano (89-96).= — Ma ormai la discordia tra
il senato e l’imperatore era insanabile. L’ostilità permanente e le
critiche implacabili del senato non potevano non irritare un uomo
sospettoso, orgoglioso, violento, come Domiziano, e spingerlo a
procedimenti sempre più autoritari. Questi a loro volta non potevano
non esasperare un corpo, come il senato, che aveva nelle vene il
sangue nuovo trasfusogli da Vespasiano. Le strettezze delle finanze
peggiorarono ancora uno stato di cose già cattive. La prodigalità di
Vespasiano e di Tito, che Domiziano aveva continuata, le numerose
guerre, il soldo delle legioni aumentato di tre _aurei_, avevano
dissestato le finanze dell’impero. Occorrevano denari. Il governo
di Domiziano diventò anche rapace[17]. I tempi dovettero lamentare
di nuovo la caccia ai testamenti, che tanto Domiziano avea nei suoi
primi anni biasimata; la _lex de majestate_, adoperata di nuovo come
espediente fiscale; l’asprezza crescente nella percezione delle
imposte. I senatori in particolar modo rammaricarono il continuo
aumento delle fonti del fisco imperiale a scapito dell’_aerarium_ della
repubblica, che il senato amministrava. Di nuovo infierirono a Roma
le delazioni, i processi, gli scandali, le congiure che, esasperando
il carattere sospettoso e violento di Domiziano, sembrano veramente
averne alla fine alterato la mente. Una specie di delirio dispotico
pare essersi impadronito di lui, e averlo spinto a imitare Caligola,
proclamandosi Dio, alla foggia degli antichi sovrani d’Egitto. Ma Roma
non era Alessandria; e non c’era tra le sue mura posto ancora per
un despota, che volesse essere adorato. Il governo di Domiziano si
trascinò sino al 96, sempre più cupo, sospettoso, violento: sinchè,
nel 96, una vasta macchinazione, della quale facevano parte parecchi
dei suoi familiari, la moglie, e tutti e due i prefetti del pretorio,
ebbe ragione del suo dispotismo. Il 18 settembre il principe periva
pugnalato in età di appena 45 anni, dopo 15 anni e 5 giorni d’impero.