De la inperfeczione di quelli che tiepidamente vivono ne la
religione, avengaché si guardino da peccato mortale. E del remedio
da uscire de la loro tiepiditade.
--O carissima figliuola, e quanti sonno questi cotali che al dí d'oggi
si pascono in questa navicella? Molti: unde pochi sonno e' contrari,
cioè i veri obbedienti. È vero che tra e' perfecti e questi miserabili
ci ha assai di quegli che si vivono ne l'ordine comunemente, che né
perfecti sonno, come essi debbono essere, né gattivi sonno, cioè che
pure conservano la conscienzia loro che non peccano mortalmente, stanno
in tiepidezza e freddezza di cuore. E se essi non exercitano un poco la
vita loro con l'observanzie de l'ordine, stanno a grande pericolo; e
però l'è bisogno molta sollicitudine, e non dormire, e levarsi dalla
tiepidezza loro. Ché, se essi vi permangono, sonno acti a cadere. E se
pure non cadessero, staranno con uno loro parere e piacere umano,
colorato col colore de l'ordine, studiandosi piú d'observare le
cirimonie de l'ordine che propriamente l'ordine. E spesse volte, per
poco lume, saranno acti a cadere in giudicio in quegli che piú
perfectamente di loro observano l'ordine, e in meno perfeczione le
cirimonie, delle quali e' si fanno observatori.
Sí che, in ogni modo, è loro nocivo a permanere ne l'obbedienzia comune,
cioè che freddamente passano l'obbedienzia loro, con molta fadiga e con
molta pena. Però che al cuore freddo pare fadigoso a portare: portano
fadiga assai, con poco fructo; offendono la loro perfeczione, nella
quale essi sonno intrati e sonno tenuti d'observarla; e, poniamo che
faccino meno male che gli altri de' quali Io t'ho contato, pure male
fanno: ché essi non si partirono dal secolo per stare con la chiave
generale de l'obedienzia, ma per diserrare il cielo con la chiavicella
de l'obbedienzia de l'ordine, la quale chiavicella debba essere col
funicello della viltá, avilendo se medesimo, e col cingolo de l'umilitá,
come decto è, tenerla strecta nella mano de l'affocato amore.
Sappi, carissima figliuola, che essi sono bene acti a giognere alla
grande perfeczione, se essi vogliono, perché vi sonno piú presso che
gli altri miseri. Ma in un altro modo sonno piú malagevoli questi, nel
grado loro, a levarli dalla loro inperfeczione, che lo iniquo, nel suo
grado, della sua miseria. E sai tu perché? Perché questo si vede
manifestamente che egli fa male, e la conscienzia glil manifesta; unde
per l'amore proprio di sé, che l'ha indebilito, non si sforza ad escire
di quella colpa che egli vede, con uno lume naturale, che egli fa male
quel che fa. Unde chi el dimandasse:--E non fai tu male di fare
questo?--Direbbe:--Sí, ma è tanta la mia fragilitá, che non pare ch'io
ne possa escire.--Benché egli non dice il vero, ché con l'aiutorio mio
ne può escire, se vuole; nondimeno pur cognosce che fa male: col quale
cognoscimento gli è agevole a potern'escire, se vuole.
Ma questi tiepidi, che né un grande male fanno né uno grande bene, non
cognoscono la freddezza dello stato loro, né in quanto dubbio stanno.
Non cognoscendola, non si curano di levarsene né curano che lo' sia
mostrato; essendo lo' mostrato, per la freddezza del cuore loro, si
rimangono legati nella loro longa consuetudine e usanza.
Che modo ci sará in costoro di farli levare? Che tolgano le legna del
cognoscimento di sé, con odio del proprio piacimento e reputazione, e
mettanle nel fuoco della divina mia caritá; sposando di nuovo, come se
allora allora intrassero ne l'ordine, la sposa della vera obbedienzia
con l'anello della sanctissima fede, e non dormano piú in questo stato,
ch'egli è molto spiacevole a me e danno a loro. Drictamente si potrebbe
dire a loro quella parola: «Maladecti tiepidi! che almen fuste voi pur
ghiacci. Se voi non vi correggete, sarete vomicati dalla bocca mia», per
quello modo che decto t'ho. Ché, non levandosi, sonno acti a cadere; e,
cadendo, sarebbono reprovati da me. Innanzi vorrei che fuste ghiacci:
cioè che inanzi vi fuste stati nel secolo con l'obbedienzia generale, la
quale, a rispecto del fuoco de' veri obbedienti, si mostra quasi uno
ghiaccio; e però dixi: «almeno fuste voi pure ghiacci». Hotti dichiarata
questa parola, acciò che in te non cadesse errore di credere ch'Io el
volesse piú tosto nel ghiaccio del peccato mortale che nella tiepidezza
della inperfeczione. No, ché io non posso volere colpa di peccato, ché
in me non è questo veneno: anco mi dispiacque tanto ne l'uomo, che Io
non volsi che passasse senza punizione, ché, non essendo l'uomo
sufficiente a portare la pena che gli seguitava doppo la colpa, mandai
el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo. Egli con l'obbedienzia la fabricò
sopra el Corpo suo.
Levinsi dunque con exercizio, con vigilia, con umile e continua
orazione; specchinsi ne l'ordine loro e ne' padroni di questa navicella,
che sonno stati uomini come eglino, nutricati d'un medesimo cibo, nati
in uno medesimo modo. E quello Dio so' ora, che allocta. La potenzia mia
non è infermata, la mia volontá non è diminuita in volere la salute
vostra, né la sapienzia mia in darvi lume, acciò che cognosciate la mia
veritá. Adunque possono, se egli vogliono, pure che se l'arrechino
dinanzi a l'occhio de l'intellecto, privandosi della nuvila de l'amore
proprio, e col lume corrano co' perfecti obbedienti. Con questo ci
giogneranno; in altro modo, no: sí che il remedio ci è.