CAPITOLO CLVIII

Per che modo si viene da l'obedienzia generale a la particulare. E

de la excellenzia de le religioni.

--L'anima che con amore ha preso il giogo de l'obbedienzia de'

comandamenti, seguitando la doctrina della mia Veritá, per lo modo che

decto t'ho, con l'exercizio exercitandosi in virtú in questa generale

obbedienzia, verrá alla seconda con quello lume medesimo che venne alla

prima. Perché col lume della sanctissima fede avará cognosciuto nel

sangue de l'umile Agnello la mia veritá, l'amore ineffabile che Io gli

ho e la fragilitá sua, che non risponde, con quella perfeczione che

debba, a me.

Va cercando con questo lume in che luogo e in che modo possa rendermi il

debito, e conculcare la propria fragilitá e uccidere la volontá sua.

Raguardando, ha trovato il luogo col lume della fede, cioè la sancta

religione. La quale è fatta dallo Spirito sancto, posta come navicella

per ricevere l'anime che vogliono còrrire a questa perfeczione, e

conducerle a porto di salute. El padrone di questa navicella è lo

Spirito sancto, che in sé non manca mai per difecto di veruno subdito

religioso che trapassasse l'ordine suo: non può offendere questa

navicella, ma offende se medesimo. È vero che, per difecto di colui che

tenesse il timone, la fa andare a onde; e questi sonno e' gattivi e

miserabili pastori, prelati posti dal padrone di questa navicella. Ella

è di tanto dilecto in se medesima, che la lingua tua nol potrebbe

narrare.

Dico che questa anima, cresciuto il fuoco del desiderio, con odio sancto

di sé avendo trovato il luogo, col lume della fede v'entra dentro morta,

se egli è vero obbediente, cioè che perfectamente abbi observata

l'obbedienzia generale. E se egli v'entra inperfecto, non è però che non

possa giognere alla perfeczione: anco vi giogne, volendo exercitare in

sé la virtú de l'obbedienzia. Anco la maggiore parte di quegli che

v'entrano sonno inperfecti: chi v'entra con perfeczione, chi v'entra per

fanciullezza, chi v'entra per timore, chi per pena e chi per lusinghe.

Ogni cosa sta poi in exercitarsi nella virtú e in perseverare infino

alla morte; ché per l'entrare veruno giudicio non si può ponere, ma solo

nella perseveranzia. Però che molti sonno paruti che sieno andati

perfecti, che hanno poi voltato el capo adietro, o stati ne l'ordine con

molta inperfeczione. Sí che il modo e l'acto, con che entrano nella

navicella (che sono tucti ordinati da me, chiamandoli in diversi modi),

non si può giudicare; ma solo l'affecto di colui che dentro vi persevera

con vera obbedienzia.

Questa navicella è ricca, che non bisogna al subdito che abbi pensiero

veruno di quello che gli bisogni né spiritualmente né temporalmente;

però che, se egli è vero obbediente e observatore de l'ordine, egli è

proveduto dal padrone dello Spirito sancto, come tu sai ch'Io ti dixi,

quando ti parlai della providenzia mia, che i servi miei, se essi erano

povari, non erano mendíchi: cosí costoro; sí che trovavano la loro

necessitá. Bene la provavano e pruovano quegli che sonno observatori de

l'ordine. Unde vedi che, ne' tempi che gli ordini si reggevano in fiore

di virtú con vera povertá e con caritá fraterna, non lo' venne mai meno

la substanzia temporale, ma avevanne piú che non richiedeva il loro

bisogno. Ma, perché e' ci è intrata la puzza de l'amore proprio in

vivere in particulare, ed è mancata l'obbedienzia, lo' viene meno la

sustanzia temporale. E quanta piú ne posseggono, in maggiore

mendicaggine si truovano. Giusta cosa è che, infino alle cose minime,

pruovino che fructo lo' dá la disobbedienzia; ché, se fussero

obbedienti, observarebbero il voto della povertá e non terrebbero

proprio, né vivarebbero in particulare.

Truovaci la ricchezza delle sancte ordinazioni, poste con tanto ordine e

con tanto lume da coloro che erano facti tempio di Spirito sancto.

Raguarda Benedecto con quanto ordine ordinò la navicella sua. Raguarda

Francesco con quanta perfeczione e odore di povertá, con le margarite

delle virtú, egli ordinò la navicella de l'ordine suo, dirizzandoli

nella via dell'alta perfeczione; ed egli fu il primo che la fece, dando

lo' per sposa la vera e sancta povertá, la quale aveva presa per se

medesimo, abbracciando le viltá. Spiacendo a se medesimo, non disiderava

di piacere a veruna creatura fuore della volontá mia; anco desiderava

d'essere avilito nel mondo, macerando il corpo suo e uccidendo la

volontá, vestitosi degli obrobri, pene e vitopèri per amore de l'umile

Agnello, col quale egli s'era conficto e chiavellato per affecto d'amore

in su la croce: intantoché, per singulare grazia, nel corpo suo apárbero

le piaghe della mia Veritá, mostrando nel vasello del corpo quello che

era ne l'affecto de l'anima sua. Sí che egli lo' fece la via.

Ma tu mi dirai:--E non sonno fondate in questo medesimo l'altre?--Sí; ma

in ogniuno non è principale (poniamo che tucte sieno fondate in questo),

ma adiviene come delle virtú: tucte le virtú hanno vita dalla caritá; e

nondimeno, come in altri luoghi t'ho decto, a cui è propria l'una, e a

cui è propria l'altra, e nondimeno tucti stanno in caritá. Cosí questi:

a Francesco povarello gli fu propria la vera povertá, facendo il suo

principio della navicella, per affecto d'amore, in essa povertá, con

molto ordine strecto, da gente perfecta e non comune, da pochi e buoni.

«Pochi» dico, perché non sonno molti quelli che eleggono questa

perfeczione; ma per li difecti loro sonno moltiplicati in gente e venuti

meno in virtú: non per difecto della navicella, ma per li disobbedienti

subditi e gattivi governatori.

E se tu raguardi la navicella del padre tuo Domenico, dilecto mio

figliuolo, egli l'ordinò con ordine perfecto, ché volse che attendessero

solo a l'onore di me e salute de l'anime col lume della scienzia. Sopra

questo lume volse fare il principio suo, non essendo però privato della

povertá vera e volontaria. Anco l'ebbe, e, in segno ch'egli l'aveva e

dispiacevali il contrario, lassa per testamento a' figliuoli suoi per

ereditá la maladiczione sua e la mia, se essi posseggono o tengono

possessione veruna in particulare o in generale, in segno ch'egli aveva

electa per sua sposa la reina della povertá. Ma per piú proprio suo

obiecto prese il lume della scienzia, per stirpare gli errori che a

quello tempo erano levati. Egli prese l'officio del Verbo, unigenito mio

Figliuolo. Drictamente nel mondo pareva uno apostolo: con tanta veritá e

lume seminava la parola mia, levando la tenebre e donando la luce. Egli

fu uno lume, che Io porsi al mondo col mezzo di Maria, messo nel corpo

mistico della sancta Chiesa come stirpatore de l'eresie.

Perché dixi «col mezzo di Maria»? Perché Maria gli die' l'abito:

commesso fu l'officio a lei dalla mia bontá. In su che mensa fa mangiare

e' figliuoli suoi col lume della scienzia? Alla mensa della croce, in su

la quale croce è posta la mensa del sancto desiderio, dove si mangia

anime per onore di me. Egli non vuole ch'e' figliuoli suoi attendano ad

altro se non a stare in su questa mensa col lume della scienzia, a

cercare solo la gloria e loda del nome mio e la salute de l'anime. E,

acciò che non attendano ad altro, tolle la cura delle cose temporali,

ché vuole che sieno poveri. Vero è che egli mancava in fede, temendo che

non fussero proveduti? Non mancava, ché egli era vestito delle fede, ma

con ferma speranza sperava nella providenzia mia.

Vuole che observino l'obbedienzia, sieno obbedienti a fare quello che

sonno posti. E perché il vivere inmondamente obfusca l'occhio de

l'intellecto; e non tanto de l'intellecto, ma per questo miserabile

vizio ne manca il vedere corporale; unde egli non vuole che lo' sia

inpedito questo lume, col quale lume meglio e piú perfectamente

acquistano el lume della scienzia: però pone il terzo voto della

continenzia, e in tucti vuole che l'observino con vera e perfecta

obbedienzia. Bene che al dí d'oggi male s'observi; anco la luce della

scienzia pervertono in tenebre con la tenebre della superbia: non che

questa luce in sé riceva tenebre, ma quanto a l'anime loro. Dove è

superbia non può essere obbedienzia; e giá ti dixi che tanto era umile

quanto obbediente, e tanto obbediente quanto umile. E, trapassando il

voto de l'obbedienzia, rade volte è che non trapassi quel della

continenzia, o mentalmente o actualmente.

Sí che egli ha ordinata la navicella sua legata con questi tre

funicelli: con obbedienzia, continenzia e vera povertá. Egli la fece

tucta reale, non strignendola ad colpa di peccato mortale. Alluminato da

me, vero lume, con providenzia providde a quegli che fussero meno

perfecti; ché, benché tucti quegli che observano l'ordine sieno

perfecti, nondimeno anco in vita è piú perfecto uno che un altro; e,

perfecti e non perfecti, tucti ci stanno bene in questa navicella. Egli

s'acostò con la mia Veritá, mostrando di non volere la morte del

peccatore, ma che si convertisse e vivesse. Tucta larga, tucta gioconda,

tucta odorifera, uno giardino dilectosissimo in sé; ma e' miseri non

observatori de l'ordine, ma trapassatori, l'hanno tucto insalvatichito,

tucto ingrossato con poco odore di virtú e lume di scienzia in quegli

che si notricano al pecto de l'ordine. Non dico «ne l'ordine», che in

sé, com'Io ti dixi, ha ogni dilecto; ma non era cosí nel principio suo,

che egli era uno fiore: anco c'erano uomini di grande perfeczione:

parevano uno sancto Pavolo, con tanto lume, che a l'occhio loro non si

parava tenebre d'errore che non si dissolvesse.

Raguarda il glorioso Tommasso, che con l'occhio de l'intellecto suo

tucto gentile si specolava nella mia Veritá, dove acquistò lume

sopranaturale e scienzia infusa per grazia; unde egli l'ebbe piú col

mezzo de l'orazione che per studio umano. Questi fu una luce

ardentissima, che rende lume ne l'ordine suo e del corpo mistico della

sancta Chiesa, spegnendo le tenebre de l'eresie.

Raguardami Pietro vergine e martire, che col sangue suo die' lume nelle

tenebre delle molte eresie; che tanto l'ebbe in odio, che se ne dispose

a lassarvi la vita. E, mentre che visse, l'exercizio suo non er'altro

che orare, predicare, disputare con gli eretici e confessare,

annunziando la veritá e dilatando la fede senza veruno timore. Ché non

tanto ch'egli la confessasse nella vita sua, ma infine a l'ultimo della

vita. Unde, nella extremitá della morte, venendoli meno la voce e lo

'nchiostro, avendo ricevuto il colpo, egli intinse il dito nel sangue

suo: non ha carta questo glorioso martire, e però s'inchina e scrive in

terra confessando la fede, cioè il «_Credo in Deum_». El cuore suo

ardeva nella fornace della mia caritá, e però non allentò e' passi

voltando il capo adietro, sapendo che doveva morire (però che, prima che

egli morisse, gli revelai la morte sua); ma, come vero cavaliere, senza

timore servile, egli esce fuore in sul campo della bactaglia.

E cosí molti te ne potrei contiare, e' quali, perché non avessero il

martirio actualmente, l'avevano mentalmente, sí come ebbe Domenico. Odi

lavoratori, che questo padre misse nella vigna sua a lavorare,

extirpando le spine de' vizi e piantando le virtú! Veramente Domenico e

Francesco sonno stati due colonne nella sancta Chiesa: Francesco con la

povertá, che principalmente gli fu propria, come decto è; e Domenico con

la scienzia.

Libro della divina dottrina: Dialogo della divina provvidenza · 第 180 / 221 题