Qui, narrando Dio la providenzia sua verso de le sue creature in
diversi altri modi, si lagna de la infedelitá d'esse sue creature.
Ed exponendo una figura del vecchio Testamento, dá una utile
doctrina.
--Hotti narrato di questo caso particulare: ora ti ritorno al generale.
Tu non potresti mai vedere quanta è la ignoranzia dell'uomo. Egli è
senza veruno senno o cognoscimento, avendoselo tolto per sperare in sé e
confidarsi nel suo proprio sapere. O stolto uomo, e non vedi tu che il
sapere tuo tu non l'hai da te, ma la mia bontá, che provide al tuo
bisogno, te l'ha dato? Chi tel mostra? Quel che tu in te medesimo
pruovi: che tale ora vuoli tu fare una cosa, che tu non la puoi fare né
saprai fare. Alcuna volta non avarai el tempo, e, se avarai el tempo, ti
mancará el volere. Tucto questo t'è dato da me per provedere a la salute
tua, perché tu cognosca te non essere e abbi materia d'umiliarti e non
d'insuperbire. Unde in ogni cosa truovi mutazione e privazione, però che
non stanno in tua libertá: solo la grazia mia è quella che è ferma e
stabile, che non ti può essere tolta né mutata (cioè di farti partire da
essa grazia e tornare a la colpa), se tu medesimo non te la muti.
Dunque, come puoi levare il capo contra la mia bontá? Non puoi, se tu
vuoli seguitare la ragione, né puoi sperare in te né confidarti del tuo
sapere. Ma, perché se' facto animale senza ragione, non vedi che ogni
cosa si muta, excepto la grazia mia. E perché non ti confidi di me, che
so' el tuo Creatore? perché ti confidi in te. E non so' Io fedele e
leale a te? Certo sí: e questo non t'è nascosto, però che continuamente
l'hai per pruova.
O dolcissima e carissima figliuola, l'uomo non fu leale né fedele a me,
trapassando l'obbedienzia che Io gli avevo imposta, per la quale cadde
nella morte. E Io fui fedele a lui, actenendoli quello per che Io
l'avevo creato, volendogli dare il sommo ed etterno Bene. E, per compire
questa mia veritá, unii la Deitá mia, somma altezza, con la bassezza
della sua umanitá, essendo ricomprato e restituito a grazia col mezzo
del sangue de l'unigenito mio Figliuolo. Sí che egli l'ha provato. Ma e'
pare che essi non credano che Io sia potente a poterli sovenire, forte a
poterli aitare e difendere da' nemici loro, e sapiente per illuminarli
l'occhio de l'intellecto loro, né che Io abbi clemenzia a voler lo' dare
quello che è di necessitá a la salute loro, né sia ricco per poterli
aricchire, né sia bello per poter lo' dare bellezza, né abbi cibo per
dar lo' mangiare, né vestimento per rivestirli. L'operazioni loro mi
manifestano che essi nol credono: però che, se il credessero in veritá,
sarebbe con opera di sancte e buone operazioni.
E nondimeno essi pruovano continuamente che Io so' forte, perché li
conservo ne l'essere e difendoli da' nemici loro. E veggono che neuno
può ricalcitrare contra la potenzia e fortezza mia; ma essi nol veggono,
ché nol vogliono vedere. Con la mia sapienza Io ho ordinato e governo
tucto quanto el mondo con tanto ordine, che veruna cosa vi manca e
veruno ci può apponere. Ne l'anima e nel corpo, in tucto ho proveduto;
non costrecto a farlo da la volontá vostra, però che voi non eravate, ma
solo da la mia clemenzia, costrecto da me medesimo, facendo el cielo e
la terra e il mare e il fermamento; cioè il cielo, perché si movesse
sopra di voi; l'aere, perché respiraste; el fuoco e l'acqua, per
temperare contrario con contrario; el sole, perché non steste in
tenebre; tucti facti e ordinati, perché sovengano a la necessitá
dell'uomo. El cielo adornato degli ucelli; la terra germina e' fructi,
con molti animali, per la vita dell'uomo; el mare, adornato di pesci.
Ogni cosa ho facto con grandissimo ordine e providenzia.
Poi che Io ebbi facta ogni cosa buona e perfecta, Io creai la creatura
razionale a la imagine e similitudine mia, e missila in questo giardino.
El quale giardino, per lo peccato di Adam, germinoe spine, dove in prima
ci erano fiori odoriferi di innocenzia e di grandissima soavitá. Ogni
cosa era obbediente a l'uomo; ma, per la colpa e disobbedienzia
commessa, trovò ribellione in sé e in tucte le creature. Insalvatichí el
mondo e l'uomo, el quale uomo è un altro mondo. Ma io providi che,
mandando nel mondo la mia Veritá, Verbo incarnato, gli tolse il
salvaticume, trassene le spine del peccato originale e fecilo uno
giardino inaffiato del sangue di Cristo crocifixo, piantandovi le piante
de' septe doni dello Spirito sancto e traendone il peccato mortale. E
questo fu doppo la morte de l'unigenito mio Figliuolo, ché inanzi no.
Sí come fu figurato nel vecchio Testamento, quando fu pregato Eliseo che
risuscitasse quel giovano che era morto. Eliseo non andò, ma mandò
Giezzi col bastone suo, dicendo che egli el ponesse sopra 'l dosso del
garzone. Andando Giezzi e facendo quello che Eliseo gli disse, non el
risuscitò però. Vedendo Eliseo che egli non era risuscitato, andò egli
con la propria persona e conformossi tucto col garzone con tucte le
membra sue, e spirò aciando septe volte nella bocca sua. E il garzone
respirò septe volte, in segno che egli era resuscitato. Questo fu
figurato per Moisé, che Io mandai col bastone della legge sopra el morto
de l'umana generazione, el quale per questa legge non aveva vita. Mandai
el Verbo de l'unigenito mio Figliuolo (el quale fu figurato per Eliseo),
che si conformò con questo figliuolo morto, per l'unione della natura
divina unita con la natura vostra umana. Con tucte le membra si uní
questa natura divina, cioè con la potenzia mia, con la sapienzia del mio
Figliuolo e con la clemenzia dello Spirito sancto, tucto me, Dio, abisso
di Trinitá, conformato e unito con la natura vostra umana.
Doppo questa unione fece l'altra il dolce e amoroso Verbo, correndo come
inamorato a l'obrobriosa morte della croce. Ine si distese. E doppo
questa unione donò e' septe doni dello Spirito sancto a questo figliuolo
morto, aciando nella bocca del desiderio de l'anima, tollendole la morte
nel sancto baptesmo. Egli spira in segno che egli ha vita, gittando
fuore di sé e' septe peccati mortali. Sí che egli è facto giardino
adornato di dolci e soavi fructi. È vero che l'ortolano di questo
giardino, cioè il libero arbitrio, el può insalvatichire e dimesticare
secondo che li piace. Se egli ci semina il veleno de l'amore proprio di
sé, unde nascono e' septe principali peccati e tucti gli altri che
procedono da questi, esso facto ne caccia e' septe doni dello Spirito
sancto e privasi d'ogni virtú. Ine non è fortezza, ché egli è
indebilito; non v'è temperanzia né prudenzia, ché egli ha perduto el
lume col quale usava la ragione; non v'è fede né speranza né giustizia,
però che egli è facto ingiusto, spera in sé e crede con fede morta a se
medesimo, fidasi delle creature e non di me suo Creatore; non v'è caritá
né pietá veruna, perché se l'ha tolta con l'amore della propria
fragilitá: è facto crudele a sé, unde non può essere pietoso al proximo
suo. Privato è d'ogni bene e caduto in sommo male. E unde riavará la
vita? da questo medesimo Eliseo, Verbo incarnato, unigenito mio
Figliuolo. In che modo? che questo ortolano divella queste spine della
colpa con odio (ché, se non si odiasse, non ne le trarrebbe mai), e con
amore corra a conformarsi con la doctrina della mia Veritá,
innaffiandola col Sangue. El quale Sangue gli è gictato sopra el capo
suo dal ministro, andando a la confessione con contrizione di cuore e
dispiacimento della colpa, e con satisfaczione e con proponimento di
none offendere piú.
Per questo modo può dimesticare questo giardino de l'anima mentre che
vive: ché, passata questa vita, non ha piú rimedio veruno, sí come in
piú altri luoghi Io t'ho narrato.