De' defecti e de la mala vita degl'iniqui sacerdoti e ministri.
--Ora actende, carissima figliuola, che, acciò che tu e gli altri servi
miei aviate piú materia d'offerire a me, per loro, umili e continue
orazioni, ti voglio mostrare e dire la scellerata vita loro. Benché da
qualunque lato tu ti vòlli, e secolari e religiosi, cherici e prelati,
piccoli e grandi, giovani e vecchi e d'ogni altra maniera gente, non
vedi altro che offesa; e tucti mi gictano puzza di peccato mortale. La
quale puzza a me non fa danno veruno né nuoce, ma a loro medesimi.
Io t'ho contiato infino a qui de l'excellenzia de' miei ministri e della
virtú de' buoni, sí per dare refrigerio a l'anima tua, e sí perché tu
meglio cognosca la miseria di questi miserabili, e vegga quanto sonno
degni di maggiore riprensione e di sostenere piú intollerabili pene; sí
come gli electi e dilecti miei, perché hanno exercitato in virtú el
tesoro dato a loro, sonno degni di maggiore premio e d'essere posti come
margarite nel cospecto mio. El contrario questi miserabili, però che
riceveranno crudele pena.
Sai tu, carissima figliuola (e actende con dolore e amaritudine di
cuore), dove essi hanno facto el principio e il fondamento loro? Ne
l'amore proprio di loro medesimi, unde è nato l'arbore della superbia
col figliuolo della indiscrezione; ché, come indiscreti, pongono a loro
l'onore e la gloria, cercando le grandi prelazioni, con adornamenti e
delicatezza del corpo loro, e a me rendono vitoperio e offesa, e
retribuiscono a loro quello che non è loro, e a me dánno quello che non
è mio. A me debba essere dato gloria e loda al nome mio, e a loro
debbono rendere odio della propria sensualitá con vero cognoscimento di
loro, reputandosi indegni di tanto ministerio quanto essi hanno ricevuto
da me.
Ed essi fanno el contrario, però che, come infiati di superbia, non si
saziano di rodere la terra delle ricchezze e delizie del mondo, strecti,
cupidi e avari verso e' poveri. Unde per questa miserabile superbia e
avarizia, la quale è nata dal proprio amore sensitivo, hanno abandonata
la cura de l'anime; e solo si dánno a guardare e avere cura delle cose
temporali, e lassano le mie pecorelle, ch'Io l'ho messe nelle mani, come
pecore senza pastore. E non le pascono né le notricano né spiritualmente
né temporalmente. Spiritualmente ministrano e' sacramenti della sancta
Chiesa (e' quali sacramenti per veruno loro difecto vi possono essere
tolti, né diminuisce la virtú loro); ma non vi pascono d'orazioni
cordiali, di fame e desiderio della salute vostra con sancta e onesta
vita. E non pascono e' subditi delle cose temporali (ciò sonno e'
poverelli), della quale substanzia Io ti dixi che se ne die fare tre
parti: l'una a la loro necessitá, l'altra a' povarelli e l'altra in
utilitá della Chiesa.
Ed essi fanno el contrario: ché non tanto che diano quella substanzia
che sonno tenuti ed obligati di dare a' poveri, ma essi tolgono l'altrui
per simonia e appetito di pecunia, e vendono la grazia dello Spirito
sancto. Però che spesse volte sonno di quelli, che sonno tanto
sciagurati che non vorranno dare a chi n'ha bisogno quello ch'Io l'ho
dato per grazia e perché 'l diano a voi, che non lo' sia piena la mano,
o proveduti con molti presenti. E tanto amano e' subditi loro quanto ne
ritraggono, e piú no. Tucto el bene della Chiesa non spendono in altro
che in vestimenti corporali e in andare vestiti delicatamente, non come
cherici e religiosi, ma come signori o donzelli di corte. E studiansi
d'avere i grossi cavagli e molti vaselli d'oro e d'argento con
adornamento di casa, tenendo e possedendo quello che non possono tenere,
con molta vanitá di cuore. El cuore loro favella con disordinata vanitá.
E tucto il desiderio loro è in vivande, facendosi del ventre loro dio,
mangiando e beiendo disordinatamente. E però caggiono subbito nella
immondizia, vivendo lascivamente.
Guai, guai a la loro misera vita: ché quello che il dolce Verbo,
unigenito mio Figliuolo, acquistò con tanta pena in sul legno della
sanctissima croce, essi lo spendono con le publiche meretrici. Sonno
devoratori de l'anime ricomprate del sangue di Cristo, divorandole con
molta miseria, in molti e in diversi modi; e di quello de' poveri ne
pascono e' figliuoli loro. O templi del diavolo, Io v'ho posti perché
voi siate angeli terrestri in questa vita, e voi sète dimòni e preso
avete l'officio delle dimonia. Le dimonia dánno tenebre di quelle che
hanno per loro, e ministrano crociati tormenti; sottraggono l'anime
dalla grazia con molte molestie e temptazioni, per reducerle a la colpa
del peccato mortale, ingegnandosi di farne quello che essi possono: bene
che neuno peccato possa cadere ne l'anima piú che essa voglia; ma essi
ne fanno quel che possono. Cosí questi miserabili, non degni d'essere
chiamati ministri, sonno dimòni incarnati, perché per loro difecto si
sonno conformati con la volontá delle dimonia, e però fanno l'officio
loro ministrando me, vero Sole, con la tenebre del peccato mortale, e
ministrano la tenebre della disordinata e scellerata vita loro ne'
subditi e ne l'altre creature che hanno in loro ragione. E dánno
confusione, e ministrano pene nelle menti delle creature che
disordinatamente gli veggono vivere: anco sonno cagione di ministrare
pene e confusione di coscienzia in coloro che spesse volte sottraggono
dallo stato della grazia e via della veritá, e, conducendoli a la colpa,
gli fanno andare per la via della bugia.
Benché, colui che gli séguita non è però scusato dalla colpa sua, perché
non può essere costrecto a colpa di peccato mortale né da questi dimòni
visibili né dagl'invisibili, però che neuno debba guardare a la vita
loro né seguitare quello che fanno; ma, come v'amuní la mia Veritá nel
sancto Evangelio, dovete fare quello che essi vi dicono (cioè la
doctrina che v'è data nel corpo mistico della sancta Chiesa pòrta per la
sancta Scriptura, per lo mezzo de' banditori, ciò sonno i predicatori,
che vanno ad anunziare la parola mia), e i loro guai che meritano, e la
mala vita loro non seguitare, né punirli voi, però che offendareste me.
Ma lassate la mala vita a loro, e voi pigliate la doctrina, e la
punizione lassate a me; però che Io so' il dolce Dio etterno, che ogni
bene remunero e ogni colpa punisco.
Non lo' sará risparmiata da me la punizione per la dignitá che egli
hanno d'essere miei ministri: anco saranno puniti, se non si
correggeranno, piú miserabilmente che tucti gli altri, perché piú hanno
ricevuto da la mia bontá. Offendendo tanto miserabilmente, sonno degni
di maggiore punizione. Sí che vedi che essi sonno dimòni, sí come degli
electi miei ti dixi che egli erano angeli terrestri e però facevano
l'officio degli angeli.