(1440-1460)
305. Nel maggio del 1441 Guarino venne confermato professore in Ferrara
per un secondo quinquennio. Fu questo l'ultimo anno che servì sotto il
dominio del marchese Niccolò, il quale morì nel 26 decembre del 1441.
Morì a Milano, donde fu trasportato il 28 dello stesso mese a Ferrara e
quivi seppellito nella chiesa di S. Maria di Belfiore da lui edificata.
306. Pochi giorni dopo, nel 6 gennaio 1442, Guarino ne scrisse la
commemorazione in forma di lettera a Leonello. «La piena del dolore mi
ha fin qui tolta la facoltà di parlare e scrivere; ora dopo i primi
sfoghi, rimessomi dalla commozione, posso darti quei conforti, dei
quali io stesso avevo bisogno quando il colpo era troppo recente». E
gli fa un quadro lusinghiero delle virtù paterne. «Fu prudente nel
saper mantenere l'integrità del suo piccolo Stato in mezzo a Stati
potenti e ambiziosi e fra tante guerre, che gli romoreggiavano intorno.
Fu benigno e le porte del suo palazzo erano aperte a tutti i cittadini
che ricorrevano a lui. Fu mite nelle pene ed è notevole quella sua
risposta: che un regnante non deve mai esercitare la crudeltà, qualche
volta la severità, sempre la clemenza. Fu liberale e arricchì molti
dei suoi sudditi; soleva dire che la ricchezza dei re è costituita
dalla ricchezza dei cittadini. Fu grandioso e lo provano i monumenti
che egli seminò come gemme in città e nel territorio. Fu forte nelle
fatiche e lo attestano le guerre da lui sostenute nel primo periodo
del suo governo, mentre nel secondo periodo egli attese alle arti della
pace, acquistandosi anzi grandi meriti come moderatore e arbitro nelle
contese altrui».
307. Guarino qui è panegirista e perciò mette in rilievo le parti buone
e lascia nell'ombra le meno buone. Comunque, se p. e. sulla mitezza
e sulla benignità di Niccolò lo storico fa le sue riserve, un merito
incontestabile egli ebbe, quello di essersi costituito moderatore
nelle controversie degli altri principati italiani; e a quell'arte
egli va debitore dell'incolumità del suo Stato e della fama di principe
scaltro.
308. Il passaggio dall'un governo all'altro avvenne in Ferrara senza
scosse, tanto che Leonello non sentì nemmeno il bisogno di circondare
il proprio palazzo di guardie: «la guardia la faceva l'affetto dei
cittadini». Già prima della morte del padre era Leonello stato da lui
assunto collega nell'amministrazione e avea perciò avuto occasione di
mostrare le sue buone qualità, per cui era ben voluto dal pubblico.
«La sua faccia bella, la fronte aperta, gli occhi sereni, la statura
alta, la capigliatura bionda gli conciliavano la simpatia della gente.
Inoltre di belle doti morali, come la religiosità, il sentimento della
giustizia, l'accorgimento nella scelta dei propri consiglieri, avea già
dato prima luminose prove; e ciò era sicuro pegno e buon augurio che
egli si sarebbe dimostrato degno successore del padre».
309. Le previsioni si avverarono; anzi egli fu migliore del padre,
se non nella politica, certo in tutte le altre virtù e specialmente
nella protezione delle arti e delle lettere. E cominciò senz'altro dal
riformare l'università, chiamando da ogni dove illustri insegnanti;
basti notare tra i principali acquisti Teodoro Gaza, venutovi
nel 1444. La solenne inaugurazione del nuovo istituto fu fatta da
Guarino nel 1442 il 18 ottobre, festa di S. Luca, che era il giorno
consacrato all'apertura delle scuole. L'oratore assunse di dimostrare
che Ferrara per opera di Leonello era diventata la vera sede degli
studi; e passando in rassegna le discipline, che erano rappresentate
nell'università ferrarese, cioè la grammatica, la dialettica, la
retorica, la fisica, la filosofia, la medicina, il diritto civile e il
diritto canonico, mise in rilievo i pregi di esse e la loro reciproca
connessione.
310. Guarino faceva doppia scuola: pubblica e privata. Alla pubblica
dedicava il giorno, alla privata la sera. La lezione pubblica era
doppia, nella mattina spiegava un poeta e un prosatore latino, nel
pomeriggio leggeva ordinariamente greco. La sera e la notte erano
dedicate ai convittori, che egli teneva in casa; essi lavoravano sotto
i suoi occhi e l'avevano sempre lì presente e pronto a rispondere a
tutte le difficoltà che incontrassero.
311. Uno dei convittori più famosi e che merita di esser conosciuto
un po' da vicino fu Giano Pannonio. Il suo nome era Giovanni, ma egli
se lo latinizzò; il cognome Cesinge, con cui è comunemente chiamato,
è storpiatura di Csezmicze; era di origine ungherese e perciò assunse
il soprannome di _Pannonius_. Era nipote di Giovanni Vitez, che fu
cancelliere nella reggia ungherese, vescovo di Waradino, arcivescovo di
Gran e da ultimo, nel 1471, cardinale. Fu mandato dallo zio a studiare
sotto Guarino a Ferrara. Quando arrivò nel 1447 a Ferrara aveva un
dodici anni e in breve tempo diede prova d'ingegno vivacissimo e di
memoria straordinaria; s'impadronì ben presto del latino e del greco
e cominciò a pubblicare saggi poetici, che riscotevano il plauso
universale.
312. Giano aveva per il suo maestro un vero culto, come dimostra
il _Panegyricus_ composto in lode di lui, bellissimo monumento di
ammirazione, di riconoscenza e di amore. E non solo a lui, ma alla sua
famiglia egli nutrì schietta affezione. Così tanto nei fausti quanto
negli infausti eventi di casa Guarini sapeva trovare una parola sincera
di congratulazione o di condoglianza. Per la morte della Taddea compose
l'epitafio; per le nozze delle due figlie Fiordimiglia e Libera compose
l'epitalamio: Fiordimiglia sposò Guglielmo Calefini e Libera Salomone
Sacrati, entrambi cittadini ferraresi. Maggiore dimestichezza strinse
Giano coi figli maschi di Guarino e specialmente con Battista, che era
press'a poco della sua età, anch'egli ingegno svegliato e precoce, e
col quale «ebbe comuni gli studi, il tetto, la cella, il maestro».
313. Dopo di Giano altri ungheresi vennero a Ferrara, p. e. un Simone,
un Czepes, un Policarpo, che poi fu arcivescovo: una piccola colonia,
come si vede. Fra i condiscepoli di Giano e di Battista c'erano a
Ferrara p. e. Roberto degli Orsi di Rimini, Basinio da Parma, Galeotto
Marzio di Narni, i quali diventarono poi famosi.
314. Nei cinque o sei anni che Giano fu a Ferrara noi possiamo,
guidati dai suoi versi, gettar lo sguardo entro la vita e i costumi
della scolaresca Guariniana. Ivi si studiava con vera passione: «Noi
che dormivamo, dice Giano a Galeotto, sempre nella medesima stanza
e mangiavamo alla medesima mensa, quante volte non vegliammo insieme
fino alla mezzanotte, facendo violenza ai nostri occhi; quante volte
non ci alzammo tre ore avanti giorno, lasciando il dolce tepore del
letto». Vero è che capitava pure il caso (e quale studente potrebbe in
ciò scagliare la prima pietra?), nel quale i libri passavano dal tavolo
di studio alla bottega di un rigattiere ebreo; sorte toccata una volta
a un Lucano, a un Ovidio, a un Vergilio, ai quali Giano avea chiesto
inutilmente dieci scudi in prestito.
315. I convittori costituivano proprio una famiglia e Guarino facea
da padre, con la sua bonaria severità, lasciandoli liberi nei loro
leciti passatempi. Un giorno una brigatella di essi con a capo Giano
combinarono una refezione, alla quale invitarono anche Guarino. Ma
egli rispose che i giovanetti non dovevano essere turbati nella loro
baldoria chiassosa dalla musoneria di un vecchio; e Giano a replicare:
che la sua presenza, oltre all'essere l'onor della tavola, sarebbe
stata un freno a qualche trasmodamento dei commensali; che del resto
la sua burletta poteva dirla anche lui, quantunque vecchio, e che essi
aveano imparato giusto da lui come Tullio, Socrate, Catone con tutta la
loro serietà si permettessero di quando in quando lo scherzo.
316. Però i suoi giovanetti egli li teneva sempre d'occhio; e Giano in
una occasione che fu dai compagni portato, senza saperlo, in un cattivo
ridotto, minacciò di denunziarli a Guarino. Ma non sempre il buon
vecchio riusciva a evitare le scappatelle dei suoi scolari e talvolta
gliele facevano i propri figli e sotto gli occhi, in casa, come quando
uno di loro si prese troppa confidenza con la domestica; e Giano a
cantargli: «La tua indulgenza ti fa torto, o Guarino, e intanto sei la
favola della città; uno dei tuoi figli ti ha reso suocero della tua
fantesca e nonno; pensa che hai in casa delle figliuole da marito e
apri gli occhi».
317. Fra quegli scapatacci non mancava certo la satira, la quale
diventava anche impertinente, come quando Giano si prendea gioco del
suo confessore Lino, un frate francescano, o consigliava Rinuccio di
portar fuori le sue figliole, p. e. alle prediche di padre Roberto
o ai balli in piazza, se voleva maritarle. Talora la satira era di
buona lega. Con Lodovico Carbone, alunno di Guarino, Giano non se la
dicea troppo: «prima eri bragia, ora sei carbone, tra poco diventerai
cenere». Paolo poi gli dava a correggere i suoi versi, che egli
rimandava senza nemmeno un segno: «sfido! bisognerebbe segnarli tutti;
del resto tu non sai pronunziar bene il tuo nome, la prima lettera devi
aspirarla» (_paulus_ φαῦλος).
318. E si fossero fermati alla satira! C'era dell'altro. Molestavano le
donne maritate e davano la caccia alle facili donzelle. Quella Tecla,
che «quando cammina per le strade ha l'aria di una aitante matrona,
dove che in casa pare una civetta spennacchiata», quella Silvia, che
«va cercando in ogni studente il padre del proprio frutto», sono fino
a un certo punto macchiette che possono correre. Ma quando discendiamo
alle Lelie, alle Orsole, alle Lucie, allora il colorito degli epigrammi
di Giano diventa marzialesco, anzi addirittura priapeo, tanto che certi
vocaboli osceni egli non ha il coraggio di scriverli in latino e li
scrive in ungherese. Incliniamo del resto a credere che fossero più
parole che fatti, più imitazione classica che realtà, come era il caso
_dell'Ermafrodito_ di Antonio Beccadelli.
319. Questa la studentesca. Un altro scolaro di Guarino ci guiderà per
entro al circolo letterario ferrarese. Il circolo socratico, quale
fu idealizzato nei dialoghi platonici e quale rivisse in Roma p. e.
nei dialoghi di Cicerone e nelle _Notti attiche_ di A. Gellio, ebbe
una larga rifioritura tra gli umanisti. Rifiorì a Ferrara per opera
di Guarino, nel tempo specialmente del governo di Leonello d'Este, il
quale ne era il centro e l'anima; il relatore fu Angelo Decembrio con
la _Politia literaria_.
320. Angelo Decembrio, fratello di Pier Candido, dalla scuola del
vecchio Barzizza, dove si trovò fanciulletto, era passato a quella di
Guarino. Stava a Ferrara sino almeno dal 1438 e vi si trattenne per
tutto il tempo che governò Leonello, morto il quale, si trasferì alla
corte di Alfonso in Napoli e, morto anche Alfonso, a quella dei re
di Spagna. Compose epistole, panegirici poetici, elogi funebri, opere
grammaticali e la _Politia_, importantissima, perchè con essa diffuse
e rese popolare l'insegnamento e il metodo guariniano.
321. Nel circolo ferrarese c'era l'elemento vecchio e l'elemento
giovane. Fra i vecchi nominiamo anzitutto il maestro. Guarino. Gli
altri erano Uguccione Contrari, uno dei più autorevoli consiglieri del
marchese Niccolò, Giovanni Gualengo, i due cavalieri Feltrino Boiardo
e Alberto Costabili; il Boiardo avea tradotto in volgare _l'Asino_ di
Apuleio, il Gualengo si dilettava di fabbricare e in una sua villetta
del suburbio aveva imitato quella di Plinio. Fra i giovani notiamo il
principe Alberto Carpi, alto della persona ed eloquente, imparentato
con gli Estensi, Carlo Nuvoloni, i fratelli Nicola e Tito Strozzi,
Francesco Ariosto, Leonello Sardi e il cavalier Tommaso Morroni da
Rieti, maestro dell'arte mnemonica.
322. Alle riunioni del circolo non mancavano di quando in quando gli
interlocutori avventizi. Così vi faceva qualche comparsa il minorita
Agostino, ferrarese, buon predicatore e rispettato da Leonello e dagli
altri; ma non erano accettate le sue teorie sui danni che provenivano
dalla lettura dei poeti antichi. Tito Strozzi su questo punto non
voleva dar quartiere al monaco; Guarino, più moderato, lo confutava con
buone ragioni, alle quali il monaco non avea che ribattere, ma faceva
le sue riserve: «non c'è da fidarsi troppo con voi altri oratori, che
mutate il nero in bianco». E la brigata rideva.
323. Peggio quando capitava nel circolo un pedagogo, come dicevano
loro, o maestro di grammatichetta, come diciamo noi. Tito Strozzi lo
prendeva a frustate, se lo lasciavano fare. Verso quella genìa perdeva
la moderazione persin Guarino, il quale metteva in canzonatura le
loro pedanterie. Uno di essi a Ferrara, un tal Palamede, si vantava di
sapere a memoria tutto Vergilio e che, sentitone un verso da chiunque,
avrebbe continuato col seguente. Tito lo incontra e gli recita il verso
19 dell'_Ecl. I_: _Urbem quam dicunt Romam Meliboee putavi_; Palamede
senz'altro seguitò: _Stultus ego_. Tito non ne volle più: «te lo sei
detto da te».
324. Ma comica sopra ogni altra fu la comparsa nel circolo di Ugolino
Pisani. Si presentò nel suo consueto atteggiamento teatrale, con la
capigliatura arruffata e lunga barba. Portava a leggere una delle
sue commedie in prosa, nella quale gli interlocutori erano arnesi di
cucina; gli astanti se la passavano di mano in mano, ridendo sotto
i baffi e strizzando l'occhio. Però il volumetto era di una perfetta
calligrafia e rilegato elegantemente. Quel povero Ugolino era mezzo
pazzo e morì pazzo, appena quarantenne. Entusiasta di Plauto, scrisse
commedie in prosa, imitandone lo stile. Per pochi versi ottenne
nel 1432 l'alloro poetico dall'imperatore Sigismondo. Girò le corti
italiane ed estere, facendo il giullare, recitando le sue commedie,
prendendo parte alle mascherate ed eccitando la curiosità specialmente
delle donne. Gli era stato affibbiato il nomignolo di scimia letterata.
325. Il circolo si raccoglieva di solito nell'appartamento di Leonello,
dopo il pranzo; qualche volta anche inter pocula. Altre volte invece la
brigata si recava a caccia o faceva una gita nella villa di uno degli
amici o al palazzo suburbano di Belfiore o al castello di Bellosguardo;
e ivi o sotto un portico o all'ombra delle piante si intrattenevano in
amichevoli discussioni letterarie.
326. Le discussioni versavano su argomenti di vario genere. Erano
preferiti gli argomenti di letteratura romana e in specie la
letteratura poetica. I due grandi poeti di Guarino erano Terenzio e
Vergilio; da essi citava continuamente e su di essi fondava la prima
educazione dei suoi allievi. E per riverbero l'attenzione sua si
fermava molto anche sui commentatori di quei due poeti, cioè Donato e
Servio. Nè solo studiava Vergilio in sè, ma pure nelle sue attinenze
con gli autori che lo precedettero e che lo seguirono, specialmente con
gli storici, mettendo a raffronto tanto la materia quanto lo stile. Se
dovea spiegare agli amici la teoria degli omonimi, egli traeva ricca
messe di esempi da Vergilio. Se poi voleva proporre un maestro di
moralità, designava Terenzio.
327. Nel circolo venivano trattate importanti questioni estetiche, come
quella dei rapporti tra il sostantivo e l'aggettivo nel verso e l'altra
della vera natura della brevità sallustiana. Faceano argomento di
discussione anche la proprietà dei vocaboli, l'ortografia, i dittonghi;
qualche volta il tema era archeologico, come sulle corone, sui pesi,
sulle sigle, sui monumenti. Le interpretazioni si discutevano con la
massima minuziosità.
328. Frequenti erano le questioni critiche: anzitutto sull'autenticità
dei testi. Non è di Cicerone la _Rhetorica ad Herennium_ e il
libercolo sui sinonimi, non di Ovidio il carme _De Vetula_, non di
Giovenale la satira XVI, non di Seneca le lettere a S. Paolo, non
di Catone i distici morali, non di Cesare il _Bellum Alexandrinum_.
Dopo l'autenticità, l'emendazione dei testi. Molto lavorò Guarino per
colmare le lacune dei passi greci, particolarmente in Macrobio, Gellio,
Quintiliano, i due Plini. Egli ha un concetto assai chiaro dell'opera
dei copisti, i quali scambiano le parole l'una per l'altra (_iuvenis_
con _veniens_) o le mutano di posto, introducono nel testo le glosse
marginali o lo alterano con le proprie interpolazioni. E qui Guarino si
mette in cerca di codici, esercitando, fin dove può, coscienziosamente
la critica diplomatica; ma dove i codici gli vengono meno, ricorre alla
critica congetturale, chiamando in soccorso il nesso dei pensieri, i
principii estetici, l'uso peculiare dello scrittore.
329. Fornivano materia a quei discorsi anche gli autori contemporanei
e del secolo precedente. Il Valla era molto stimato a Ferrara e molto
studiato e i suoi principii grammaticali e stilistici facevano ivi
legge. Poca stima si aveva invece dei tempi, a cui appartennero il
Petrarca, il Boccaccio, il Salutati: tempi d'ignoranza e di lingua
barbara. Gli scrittori in volgare non erano apprezzati o tutt'al più
riservati da leggersi ai nonni e ai bimbi d'inverno sotto il camino. A
Dante poi non sapea Guarino perdonare la prolissità della _Commedia_ e
l'avere nel noto verso vergiliano _Quid non mortalia_ inteso _quid_ per
_cur_.
330. Ferrara nel 1447 ebbe una seconda visita di frate Alberto da
Sarteano, che vi predicò il quaresimale e l'ottavario dell'Ascensione.
Guarino non mancò di andare a sentire «la cignea voce di quel celeste
usignolo», il quale «quando inveiva contro i vizi diventava tromba,
anzi tuono». Il 7 maggio frate Alberto aprì l'ottavario con un discorso
sulla dottrina teologica. Passò in rassegna tutte le discipline antiche
e moderne, sacre e profane, mostrando la loro utilità e il diletto che
se ne ritrae sì per lo spirito che per il corpo e proclamando regina
di tutte la teologia. «Che profondità e vastità di erudizione in quel
discorso, che acutezza di giudizio, che fiume di eloquenza! pareva il
Po quando straripa; e parlò conservando sempre il suo timbro di voce
per quattr'ore di seguito e nessuno se ne accorse più che se avesse
parlato una sola ora».
331. Quale differenza tra questo monaco e Giovanni da Prato, che andò
a predicare a Ferrara la quaresima tre anni dopo, nel 1450. In quella
stagione Guarino leggeva Terenzio nella sua scuola. Non l'avesse mai
fatto! Il monaco furibondo lanciò dal pulpito i suoi fulmini contro
i poeti classici e chi li leggeva, li copiava, li spiegava nelle
scuole, li conservava in casa, prendendo soprattutto di mira Terenzio.
La questione sul poter leggere o no i poeti pagani non era sorta
allora, nè finì allora; ma la maniera come la risolse Guarino ha la
sua importanza, poichè egli riteneva che la lettura dei poeti classici
fosse non solo innocua, ma anzi scuola di morale.
332. Il monaco zelante dopo la predica scrisse una lettera a Guarino,
cercando di condurlo sulla buona via e insinuandosi nel suo animo
col protestargli quanto lo stimasse per il bene che gliene avea detto
Alberto da Sarteano. Guarino gli rispose rispettosamente, pigliando
le mosse giusto dall'argomento che da frate Alberto era stato trattato
tre anni innanzi. Alberto avea dimostrato che la teologia è la regina
di tutte le altre discipline, le quali la servono come ancelle.
«Or dunque, ragiona Guarino, se sono ad essa ancelle, bisogna bene
studiarle per conoscer meglio la teologia; ed è così che lo studio dei
classici ridonda a profitto della religione. Altrimenti incoglierà
ai ministri del culto ciò che incolse a quel tal prete, che io ho
inteso qualche anno fa, il quale predicando disse che gli _etnici_ si
chiamavano così perchè venivano dal monte _Etna_ e volendo nominare
_Cadmo_ ripetè più volte _Cadino_, suscitando le risate del pubblico».
333. La lettera è molto lunga e Guarino difende la sua tesi tenendosi
sempre nel campo dell'avversario e traendo perciò gli esempi dalla
storia ecclesiastica. Egli ricorda anzitutto come Mosè e Daniele prima
di comporre libri sacri si iniziarono alle scienze degli Assiri e
Caldei. Ma il perno della discussione si aggira su tre grandi padri
della chiesa, Basilio, Girolamo e Agostino, i quali, e sopra tutti
Girolamo, si avviarono agli studi teologici per mezzo degli studi
profani e mostrano nei loro libri continue reminiscenze di autori
classici. Girolamo poi giova alla causa di Guarino anche per l'alto
concetto in che teneva Terenzio, l'autore che è specialmente preso di
mira dal monaco. Guai a toccare Terenzio a Guarino, il suo prediletto
poeta, quello che prima di ogni altro egli leggeva e spiegava ai suoi
scolari. Terenzio era per lui il modello dello stilista elegante,
dell'oratore perfetto, dello squisito educatore. «Se i suoi personaggi
parlano e operano male, così richiede il loro carattere e non è da
imputarsi a lui. Bruceremo forse l'evangelista, perchè ci rappresenta
Giuda traditore di Gesù?»
334. Il monaco abbozzò una risposta, nella quale confuta punto per
punto le argomentazioni di Guarino, citando alla rinfusa autori
contemporanei, santi padri e filosofi pagani. Conchiude che, ammesso
pure che sia battuto lui, la causa rimane salva.
335. Del suo allievo Leonello, anche ora che è diventato principe, non
si dimentica Guarino e gli dedica pur sempre qualche lavoro, p. e. nel
1444 la traduzione dell'opuscolo di Plutarco _Sulla differenzia tra
l'amico e l'adulatore_, nel 1449 il trattatello sulla antica lingua
latina, nel 1447 uno schizzo sul modo di dipingere le muse. Leonello
era appassionato dell'arte e volle in quell'anno adornare dei ritratti
delle nove muse il suo studio di Belfiore. Per le pitture si servì del
Maccagnino, Guarino suggerì gli atteggiamenti e l'abito delle singole
figure, dettando per ciascuna un verso da scriversi sotto. Il pittore
seguì in parte i consigli di Guarino, in parte, come è ben naturale,
si attenne al proprio gusto. Quelle pitture furono vedute e descritte
da Ciriaco d'Ancona che si era, in uno dei tanti suoi viaggi, fermato
a Ferrara nel 1449.
336. Grande allegria ci fu a Ferrara nei mesi di aprile e maggio del
1444 per le seconde nozze di Leonello con Maria, figlia naturale
di re Alfonso d'Aragona, nozze veramente illustri che legavano in
parentela la casa d'Este col più potente degli Stati italiani; onde
ben a ragione Ferrara assistette in quei giorni a spettacoli di ogni
genere e vide d'ogni parte d'Italia accorrer moltitudine e personaggi
principeschi a rendere omaggio ai due sposi. Fra i principi convenuti
colà vanno nominati Oddantonio di Urbino, Gismondo Malatesta di
Rimini, il Malatesta di Cesena, Guidantonio di Faenza, Carlo Gonzaga
di Mantova, Rodolfo di Camerino. Andò a prendere la sposa Borso,
fratello di Leonello, imbarcandosi a Venezia su navi venete e sbarcando
ad Ortona, donde fece la via di terra fino a Napoli. Da Napoli partì
Maria d'Aragona ai primi d'aprile, scortata dal principe di Salerno
e salutata da un epitalamio di Girolamo Guarini, che allora era alla
corte di Alfonso.
337. Il 24 d'aprile giunsero a Ferrara e il giorno dopo nel castello
del marchese si compì la cerimonia nuziale, che fu presieduta da
Guarino. Egli domandò agli sposi se erano contenti di diventar marito
e moglie; indi Leonello pose l'anello matrimoniale in dito a Maria,
e Guarino recitò l'epitalamio d'occasione. L'ultimo d'aprile poi
si celebrò un altro matrimonio, di Isotta sorella di Leonello con
Oddantonio d'Urbino e anche questa volta Guarino recitò l'epitalamio.
338. Ma venne purtroppo il giorno del lutto, il giorno che Guarino
dovè intonare al suo illustre allievo il canto funebre. Leonello
ammalò gravemente nei primi di settembre del 1450. La città fu tutta in
costernazione e il vescovo ordinò pubbliche preghiere in ogni cappella,
in ogni chiesa, in ogni monastero. L'infermo era assistito dal marchese
di Mantova. Niccolò, il piccolo e unico figlio di Leonello, dodicenne,
era compreso anch'egli di tristezza per l'imminente pericolo e avea
fatto voto di dieci scudi al beato Bernardino da Siena, da pochi
mesi canonizzato, se il padre fosse guarito. «Dove li trovi i dieci
scudi?» gli domandava Guarino che lo teneva in custodia. E Niccolò:
«li chiederò a qualche amico di papà». La malattia fortunatamente
prese una buona piega e Leonello fu fuori di pericolo. Allora scoppiò
generale il giubilo dei cittadini e Guarino nel congratularsi con
Leonello della ricuperata salute propose di collocare tra i fasti,
da solennizzarsi ogni anno, l'8 settembre, il dì della guarigione. Ma
fu gioia passeggera. Altri pochi giorni furono aggiunti alla vita di
Leonello, il quale morì il 1.º ottobre dell'anno stesso, e a Guarino
non restò che recitargli l'elogio funebre.
339. La morte di Leonello sconcertò senza dubbio la posizione di
Guarino a Ferrara e i Veronesi ne approfittarono, per appagare un
loro voto, carezzato da tanto tempo, di riavere in patria l'illustre
concittadino. Anche questa volta, come nel 1432, ci furono le premure
private degli amici, le pratiche ufficiali del Consiglio veronese e
l'elegia di Verona, che invitava nel suo seno affettuoso il figlio da
tanti anni lontano. Guarino secondò quelle pratiche e ottenne che lo
stipendio gli fosse portato da 150 scudi a 200 e stava preparato alla
partenza; mancava solo la licenza del marchese. Ma la licenza non fu
accordata e Guarino fu riconfermato a Ferrara, donde ormai non contava
di muoversi più, avuto riguardo specialmente all'età avanzata.
340. Borso se non nella cultura, certo nell'amor delle arti belle
eguagliò il fratello; lo superò nella liberalità e nel lusso e
magnificenza dei ricevimenti. Basti ricordare le feste per l'arrivo a
Ferrara dell'imperatore Federico III nel 1452, di papa Pio II nel 1459
e per il matrimonio di Beatrice d'Este con Tristano Sforza.
341. Federico III nel 1452 fece il suo famoso viaggio a Roma e a Napoli
per ricevere dal papa la corona imperiale e per sposare donna Leonora,
figlia del re di Portogallo. Nell'andata giunse a Ferrara di gennaio e
tra le meraviglie che sorpresero gli astanti fu non ultima l'orazione
che recitò all'imperatore il piccolo Galeazzo Maria Sforza, figlio
del duca Francesco, fanciullo di otto anni. L'orazione gli era stata
scritta dal Filelfo. Di Guarino non sappiamo se abbia per l'occasione
fatto nulla, ma difficilmente un suo discorso sarà mancato. Non mancò
ad ogni modo un lungo carme latino del suo scolaro Giano Pannonio, il
quale con versi rimbombanti, con stile declamatorio e con immagini
esagerate tratteggia un quadro desolante delle condizioni d'Italia,
esprimendo le grandi speranze concepite per la venuta dell'imperatore,
dal quale si attendeva una nuova era di pace. Il discorso è messo
in bocca all'Italia, «che si prostra ai piedi dell'imperatore in
atteggiamento di nobile matrona, cinta di una corona di torri, vestita
a lutto, con le chiome sparse, battendosi il petto e piangendo e
singhiozzando».
342. Nel ritorno da Roma Federico III ripassò da Ferrara di maggio.
In questa seconda fermata Borso fu creato duca di Modena e Reggio e
Battista Guarini recitò davanti all'imperatore l'epitalamio per le
nozze di Bartolomeo Pendaglia con Margherita Costabili.
343. Non clamorosa come quella fatta all'imperatore, ma pur sempre
splendida fu l'accoglienza che ricevette Pio II, quando passò da
Ferrara del 1459 nel suo viaggio a Mantova, dove era intimato il gran
congresso per la crociata contro il Turco. Arrivò il 19 maggio e ne
ripartì il 25. Guarino salutò con un'orazione l'illustre pontefice «pio
di nome e di fatto, il ripristinatore dell'età dell'oro, il ristoratore
della cultura, il vero estimatore della virtù e del merito». Suo figlio
Manuele accompagnò i! papa al congresso di Mantova.
344. Parimenti sontuose furono le feste per il matrimonio di Beatrice
d'Este sorella di Borso con Tristano Sforza nell'aprile del 1455. Lo
sposo era figlio di Francesco duca di Milano, il quale mandò il Filelfo
a tenere il discorso d'occasione. Per il marchese compose l'epitalamio
Guarino, il quale fa una particolare allusione al nome cavalleresco
dello sposo; ciò che prova come egli stesso leggesse i romanzi
cavallereschi, molto in voga del resto alla corte di Ferrara.
345. Gli epitalami di Guarino e del Filelfo furono cagione di un
pettegolezzo tra i due umanisti. Fra essi non c'era grande intimità,
ma nemmeno ebbero mai a venire in discordia. Ora i maligni aveano
notato che all'epitalamio del Filelfo il marchese Borso era stato largo
di sole lodi, ma nessun regalo. In un crocchio di persone a Ferrara,
dove si commentava l'accaduto, a Guarino scappò detto che Borso si era
piccato, che il Filelfo avesse fatto il panegirico della famiglia dello
sposo, scarseggiando molto nelle lodi della famiglia della sposa. Ci
fu chi si prese la briga di riferire le parole di Guarino al Filelfo,
il quale sentitosi offeso nel suo orgoglio scrisse a Lodovico Casella
una lettera piena di insolenze contro Guarino. Egli poneva, come al suo
solito, la questione addirittura tragicamente: «che forse Guarino si
crede superiore a me?» Si capisce bene che Guarino non se ne diede per
inteso e il Filelfo dovette restare col suo groppo in gola.
346. Appena riebbe Guarino da Borso la primiera posizione che aveva
goduto sotto Leonello e potè riprendere le sue antiche abitudini,
pensò il vecchio umanista di pagare un tributo di riconoscenza al suo
illustre maestro Manuele Crisolora. Quel tributo parea dovessegli pesar
sulla coscienza come un obbligo sacro da soddisfare, essendo che di
tanti beneficati dal Crisolora nessuno gli aveva innalzato un monumento
letterario degno di lui. Ora più che mai la sua fantasia rievocava
la cara immagine del Greco, trasfigurata attraverso ai quarant'anni
trascorsi dall'ultima volta che lo aveva veduto vivo. Se lo rivedeva
risorgere dinanzi «bello della persona, le membra ben misurate e
proporzionate, il volto rubicondo e la bionda barba che accresceva
dignità all'aspetto»; e dalla faccia serena partiva ancora quel
sorriso intelligente e si sentiva tuttavia carezzato dall'affabilità
delle sue parole e dalla grazia dei suoi modi. Come si ingigantivano
i suoi meriti letterari! «Prima del Crisolora l'Italia era sepolta
nell'ignoranza, spezzato il filo della tradizione ciceroniana, barbaro
lo stile: il Crisolora aprì una nuova via agli studi, con lui comincia
il rinascimento della civiltà antica».
347. Preoccupato da questa idea Guarino si dà a raccogliere gli scritti
del Crisolora e le lettere indirizzate a lui o quelle che parlano di
lui, e si rivolge agli amici, come all'Ottobelli in Verona, al Poggio
in Firenze, pregandoli di cercargli e mandargli scritture in lode del
Crisolora. Così mise insieme l'orazione funebre del Giuliani, alcune
lettere sue e d'altri dirette al Crisolora o che trattavano di lui. Si
rivolse quindi ai propri figli, eccitandoli a scrivere commemorazioni e
panegirici del Crisolora; ed essi corrisposero subito ai desideri del
padre, poichè Niccolò, Battista, Girolamo, Manuele gli indirizzarono
affettuose lettere commemorative. A tutta questa collezione, della
quale ci arrivarono parecchi saggi, diede il titolo di Chrysolorina.
348. Nella _Chrysolorina_ dunque, intorno alla quale attese negli anni
1452-1455, Guarino ebbe collaboratori i propri figli, come li aveva
collaboratori nell'insegnamento all'università. Infatti Girolamo fece
un corso suo proprio, parallelo a quello del padre, sulla terza deca di
Livio. In nome del padre recitò Manuele l'orazione inaugurale nel 1444;
nel 1453 la recitò Battista, «il quale tra i figli di Guarino brilla
come Sirio e Boote fra gli astri minori. Egli già (nel 1453) monta la
cattedra come insegnante, parla nelle adunanze pubbliche come oratore e
affascina l'uditorio, e le aule e le chiese echeggiano dei suoi plausi,
intanto che il padre ne piange di gioia».
349. In ciò riconosciamo una tra le principali e più originali
caratteristiche del metodo di Guarino, quella di associarsi nel lavoro
i suoi discepoli e i figlioli, moltiplicando così la propria operosità
e rendendola più feconda e in certo qual modo perpetuandola dopo la
sua morte, poichè essi ne sarebbero stati gli eredi e i continuatori.
È questo il suo gran principio, che egli inculca e ripete ad ogni
momento nelle lettere, che i figli sono i legittimi eredi non tanto
delle sostanze paterne quanto delle amicizie e delle virtù. E infatti
uno dei suoi maggiori meriti fu l'essersi preparato un degno successore
nel figlio Battista, il quale dopo morto il padre occupò la cattedra
di lui, riempiendo del proprio nome e della propria operosità tutta la
seconda metà del secolo XV. Però dei figli di Guarino il solo Battista
fu vero umanista come il padre. Degli altri sei maschi Girolamo si
accosta più a Battista per carattere umanistico, quantunque più tardi
siasi dato alla carriera diplomatica. Anche Niccolò coltivò gli studi,
ma nulla produsse in quelli. I quattro rimanenti percorsero carriere,
le quali stavano in antitesi con l'umanismo, poichè Manuele si fece
prete, Gregorio medico, Leonello e Agostino notai. Agostino si applicò
alla mercatura ed ebbe il posto di maggiordomo presso il marchese di
Ferrara.
350. I figli di Guarino furono tutti educati sotto la sorveglianza
paterna, ma poi uscirono di Ferrara e andarono altrove chi a
perfezionarsi negli studi, chi a cercarvi una collocazione. Per tal
modo essi contribuirono non poco a rendere più vive le relazioni del
padre con gli altri centri letterari e con le varie città italiane.
E nell'esame infatti di quelle relazioni, le quali ora esporrò
brevemente, ci si presenterà spesso or l'uno or l'altro dei figli di
Guarino.
351. Cominciamo da Verona, dove essi andavano frequentemente a
curare gli interessi della famiglia o a villeggiare a Valpolicella.
È certo poi che Leonello, Niccolò, Gregorio, Battista si stabilirono
qualche tempo o a Verona o in villa. E ivi attendevano agli studi e
corrispondevano col padre, specialmente Niccolò e Battista. Niccolò
era già arrivato a conoscere il greco e per darne un saggio al padre
gli scrisse nel 1450 una lettera greca: e il padre se ne congratulò,
incoraggiandolo a continuare; nel 1452 egli carteggiava col padre per
la compilazione della _Chrysolorina_ e per una curiosa lite che si
dibatteva fra le città di Verona e di Brescia. Le due città vicine si
disputavano la proprietà del lago di Garda. Guarino risponde al figlio,
che la proprietà spettava a Verona, appoggiandosi all'autorità degli
scrittori romani, quali Catullo, Plinio, Claudiano.
352. Battista prendeva già parte, come una volta il padre, ai pubblici
affari di Verona; e nel gennaio del 1458 recitava il discorso di
commiato al podestà Niccolò Marcello. Nello stesso anno diede un buon
saggio dei suoi studi con la traduzione dell'_Agesilao_ di Senofonte,
dedicata a Ermolao Barbaro, l'antico scolaro di suo padre, allora
vescovo di Verona. L'anno dopo, 1459, pubblicò il _Libellus de ordine
studendi ac docendi_, nel quale rivela ottimo senso didattico e mostra
di avere in sè trasfuso il metodo paterno. Non bisogna dimenticare che
da poco era tornato da Bologna, dove aveva insegnato per due anni.
353. Ma non c'era di bisogno della presenza dei figli in Verona, perchè
Guarino mantenesse vivi e cordiali rapporti con la sua città nativa.
Si è veduto che Verona non dimenticò mai il suo Guarino, la quale
fece nel 1451 l'ultimo tentativo per riaverlo insegnante. Si davano
poi circostanze in cui il Consiglio veronese dovea trattare qualche
pubblico interesse col marchese di Ferrara e allora Guarino interponeva
i suoi buoni uffici presso il principe. I suoi vecchi scolari lo
ricordavano sempre, come l'Ottobelli, che gli cercava documenti per la
_Chrysolorina_, e Silvestro Landi, che redigendo lo statuto della città
di Verona fece nell'introduzione onorevole menzione del suo maestro. E
non mancava colà chi volesse erigergli un piccolo monumento; e questi
era il suo compare Damiano Borghi, che gli fece forse scolpire un
busto, per tramandare immortale il nome di lui.
354. A Venezia si trovarono per qualche tempo i figli Niccolò e
Gregorio. Niccolò accompagnava il marchese Carlo Gonzaga, di cui era
segretario; Gregorio si era recato colà nel 1451 un po' a perfezionarsi
nella medicina e un po' a conoscere quella città. Ma buon medico
per gli altri e non per sè si lasciò ferire il cuore da una bella
fanciulla, la quale gli rubava la pace e a cui desiderava dare la mano
di sposo. La madre della fanciulla fece serie opposizioni, ma mercè
l'interposizione di Francesco Barbaro le difficoltà furono appianate e
Gregorio impalmò la sua Antonia.
355. Col mezzo di questi due figli le comunicazioni di Guarino col
circolo veneziano erano tenute vive. Oltre che con Francesco Barbaro,
egli corrispondeva col figlio di lui Zaccaria, con Bernardo Giustinian,
col medico Niccolò Leonardi, con Marco Zane. In casa Barbaro ci fu nel
gennaio 1453 una festa di famiglia per il matrimonio di Paola figlia
di Francesco con Giacomo Balbi. Da Ferrara Guarino se ne congratulò
per lettera e Giano Pannonio compose per quell'occasione un lungo
panegirico di Francesco Barbaro. In quello stesso anno Giano andava a
Venezia raccomandato da Guarino al Barbaro; probabilmente era quello il
tempo in cui il Pannonio, lasciati gli studi letterari dell'università
di Ferrara, si recava a frequentare il corso di giurisprudenza
in quella di Padova. D'ora in poi i legami di Guarino col circolo
veneziano si rallentano o si spezzano affatto, essendo morto nel
principio del 1454 il Barbaro, che ne costituiva il nucleo.
356. Anche nelle relazioni di Guarino con la corte di Rimini
incontriamo un figlio suo, Girolamo, che nel 1448 dedicò a Gismondo
Malatesta una _Vita di Senofonte_. Guarino aveva avuto occasione di
conoscere personalmente Gismondo nel 1444, quando esso venne a Ferrara
ad assistere alle nozze di Leonello. Più frequenti diventarono le
corrispondenze tra Guarino e Rimini allorchè si recarono a quella corte
due suoi illustri scolari, Tobia Borghi e il Basini, stato allievo
quest'ultimo anche di Vittorino e del Gaza. A Rimini il Basini si trovò
in lotta con due rivali, il Porcelli napoletano e Tommaso Seneca da
Camerino, contro le cui maligne suggestioni egli dovea disputarsi la
grazia del principe, il quale alla sua volta prendeva diletto di quelle
guerricciole. Guarino era informato di tutto dal Basini.
357. Il Basini conosceva, come allievo delle scuole di Mantova e di
Ferrara, il greco, del quale erano digiuni il Porcelli e il Seneca.
Costoro due cercarono di mettere in cattivo occhio presso il principe
il loro rivale col pretesto che egli disprezzasse i Latini in
confronto dei Greci; il Basini rispose vittoriosamente, mostrando la
loro ignoranza e tessendo l'apologia degli studi greci. Qui scorgiamo
un'altra prova della superiorità della scuola guariniana e un nuovo
sintomo della guerra fra Greci e Latini. L'altro scolaro di Guarino,
Tobia Borghi, fu in Rimini storiografo di corte; infatti scrisse la
vita di Gismondo, specialmente per eccitamento di Guarino, che gli
delineò anche le principali norme per scrivere la storia, desumendole
da Luciano.
358. Fra i principi convenuti a Ferrara nel 1444 alle nozze di
Leonello ci fu Rodolfo di Camerino, fratello della famosa Costanza
Varano, una delle umaniste del secolo XV. Certamente Guarino ebbe
occasione di parlar di lei col fratello Rodolfo, quantunque egli già
la conoscesse per fama e per aver letto i suoi scritti. Avea levato
gran rumore la sua orazione recitata al conte Francesco Sforza e
alla sua sposa novella Bianca Visconti, quando nel 1442 andarono a
prender possesso della loro signoria delle Marche. Da allora in poi la
Costanza incoraggiata si mise in corrispondenza con principi, umanisti
e umaniste, come il duca Filippo Maria Visconti, Guiniforte Barzizza e
l'Isotta Nogarola. Guarino, che aveva ott'anni innanzi tributato il suo
omaggio alla Nogarola, non si lasciò sfuggire ora (1444) l'opportunità
di tributarlo con una lettera anche alla Varano, adoperando quasi le
stesse frasi e le stesse lodi e mostrandosi in certo modo mortificato
di presentarsele così da sè, senza averla conosciuta prima; che però
non ce n'era di bisogno, perchè egli era stato ammiratore dei suoi
scritti, dai quali l'aveva imparata a conoscere molto bene. Il pretesto
di scriverle gli fu fornito da un codice degli scolii di Cornuto a
Giovenale, che esisteva in Camerino e di cui le chiedeva una copia.
359. Con la corte di Urbino troviamo in relazione Guarino e il figlio
Battista. Duca di Urbino era Federico di Montefeltro, non letterato
ma protettore dei letterati, col quale Guarino carteggiava sin dal
1451. Ebbe poi occasione di conoscerlo personalmente nel 1457, quando
Federico e Gismondo Malatesta si abboccarono a Ferrara con Borso
d'Este, che essi aveano scelto per paciere; ma la pace non fu ottenuta.
Al duca Federico si accompagnava anche Ottaviano Ubaldini, entrambi
cresciuti in corte come fratelli. Ottaviano era letterato, fu allievo
di Vittorino da Feltre e si occupava di studi latini e italiani;
corrispondeva p. e. col Prendilacqua, col Filelfo e con Guarino;
quest'ultimo anzi gli mandò come institutore uno dei suoi scolari,
Marino Filetico. Battista Guarino si era incontrato con Ottaviano nel
1456, probabilmente in Bologna, e in quell'anno stesso gli emendò un
Catullo.
360. Dico in Bologna, perchè Battista insegnò in quell'università due
anni, 1455-1456, 1456-1457. Fu onore non ordinario per un giovanotto
appena forse ventenne esser chiamato a dettar lezione in quell'illustre
ateneo. Il discorso inaugurale del decembre 1455 fu un trionfo per
Battista. L'uditorio era affollatissimo; vi si notavano i rettori e
ragguardevoli personaggi fra i quali il cardinal legato. Il vecchio
Guarino, quando ne udì la relazione in piazza a Ferrara da uno che
veniva da Bologna, non potè trattenere dalla consolazione le lagrime.
361. In Bologna c'era giusto in quegli stessi anni un altro figlio
di Guarino, il canonico Manuele, che avea l'ufficio di segretario
presso il cardinal legato. Per mezzo di questi due figli Guarino
tenea viva corrispondenza col circolo bolognese. Senza di che egli
carteggiava con la famiglia Bentivoglio e col cardinal Bessarione,
che fu legato in Bologna dal 1450 al principio del 1455. Essendosi
recato a Bologna il suo scolaro Marco Aurelio, gli portò nel ritorno
i _Ricordi di Socrate_ di Senofonte tradotti dal Bessarione; con ciò
fu offerta a Guarino l'occasione di tributar meritate lodi al dotto
Greco e di rinnovare l'amicizia stretta in Ferrara nel 1438 al tempo
del Concilio. A Bologna predicavano di quando in quando due monaci
veronesi di quel tempo, fra' Timoteo e fra' Matteo Bossi. Timoteo trovò
in una di quelle circostanze, sembra, a Bologna la vita di S. Guarino,
che fu trasmessa a Guarino da un monaco bolognese, fra' Cipriano. Fu
un'immensa esultanza per Guarino l'aver trovato il suo santo omonimo
e fu fortuna per noi, poichè nel ringraziare Cipriano egli dà preziose
notizie intorno ai suoi primi anni.
362. Quel Timoteo era uomo istruito e abbastanza spregiudicato, perchè
scrisse un libro, la _Sacra rusticitas_, dove dimostra che lo studio
delle lettere non nuoce alla pietà cristiana. Anche lui però, come
tutti i minoriti, faceva la sua crociata contro il lusso, che allora
cominciava a diventare una vera piaga sociale. E predicò contro
il lusso nella quaresima del 1454 a Bologna, dove ebbe buon gioco,
avendogli prestato mano forte il Bessarione, che già tre anni innanzi
avea pubblicato ivi stesso un editto contro il lusso. Però gli attacchi
di fra' Timoteo erano specialmente rivolti contro le donne. Ciò parve
poco cavalleresco a taluno, che confutò il monaco, e a Guarino stesso,
il quale spezzò la sua lancia in favor delle donne.
363. Egli infatti ne scrisse a Santi Bentivoglio, capo partito a
Bologna, censurando l'eccessiva severità dei monaci, i quali parlavano
astrattamente, anzichè tener d'occhio le condizioni della vita pratica,
e notando che mentre gli uomini hanno mille mezzi per mettere in
vista i propri meriti, alle donne non è riservato altro mezzo che
l'ornamento. Due anni più tardi fra' Matteo Bossi rimproverò a Guarino
l'acrimonia di quella critica, ma Guarino gli rispose protestandogli
che la sua stima e il suo affetto verso fra' Timoteo non gli venne mai
meno e tutto finì lì.
364. Un altro figlio di Guarino, Girolamo, praticò la corte di Napoli.
Alfonso d'Aragona dopo sette anni di guerra riusciva finalmente
vittorioso del suo avversario Renato e nel febbraio del 1443 faceva
il suo ingresso trionfale in Napoli. Guarino sapeva che Alfonso era
re magnanimo e liberale, sapeva che egli proteggeva le lettere e i
letterati, sapeva che il Panormita e il Valla, suoi antichi amici,
stavano da parecchio tempo alla corte di lui e vide perciò che gli
sarebbe stato utile collocare a Napoli il proprio figlio Girolamo.
Ma tastò prima il terreno; infatti nell'ottobre 1442 scrisse al
re Alfonso esaltando le sue imprese guerresche, ma dando maggior
rilievo alle virtù dell'animo, come la fede, la religiosità, la
giustizia, la liberalità, la magnanimità e simili, e dimostrando che
egli non era, siccome volevano far credere, straniero nel regno di
Napoli, che la Spagna fu colonizzata dai Romani e diede poi a Roma
gli imperatori Adriano, Teodosio e Marco Antonio Vero. In un'altra
lettera Guarino concentra le sue lodi sulla protezione che Alfonso
accordava agli studi; e così si aperse la via a presentargli il proprio
figlio Girolamo, il quale partì per Napoli nell'ottobre del 1443
con una lettera di raccomandazione del padre al Panormita e con una
dell'Aurispa al Valla.
365. Alla prima lettera che Girolamo scrisse da Napoli al padre
questi rispose tracciandogli le principali linee della sua condotta in
corte. «Dopo Dio viene il re, indi il suo segretario; i voleri del re
devono essere tutti sacri per chi vive in corte. I cortigiani vanno
trattati con urbanità e in modo da non suscitare la loro gelosia».
Caratteristiche sono le regole che gli dà sul contegno da osservare
nelle conversazioni: «più che parlare ascolta; ma non avviare mai o
non secondare la maldicenza a carico degli assenti; mostra di fare gran
caso di ciò che dicono i presenti e non vantar mai la tua professione
in confronto dell'altrui; sappi essere ora serio, ora gaio, ma senza
trascendere in volgarità, e fa conto soprattutto che ogni tua parola
debba giungere agli orecchi del re». Gli raccomanda da ultimo di
fuggir l'ira e l'avidità del guadagno e di mantenere scrupolosamente la
segretezza.
366. I consigli del padre non caddero a vuoto e Girolamo seppe ben
presto acquistare la fiducia del re che lo creò suo consigliere e
segretario. Nè Girolamo si mostrò ingrato verso il suo protettore e
non trascurava occasione di manifestargli la sua riconoscenza; come
nel 1444 quando partiva da Napoli Maria per andare a Ferrara sposa
di Leonello, e nel 1447 che compose un carme in lode del suo re per
la riedificazione di Vibona (Monte Leone), alla quale aveva dato il
nome di Alfonsina. Di questo carme Girolamo mandò copia al padre, che
ne tolse pretesto per scrivere al re, congratulandosi di così bella
azione e discorrendogli a lungo intorno alla superiorità delle arti
della pace sulle arti della guerra, e trovando da ultimo il modo di
lodarlo non solo come mecenate ma anche come cultore degli studi e di
raccomandargli il figlio Girolamo.
367. Allorchè nell'ottobre del 1443 Girolamo era giunto a Napoli con
la commendatizia dell'Aurispa al Valla, quest'ultimo si affrettò a
scrivere a Guarino dell'ottima impressione che gli aveva fatta il
figlio, «il quale riproduceva esattamente il padre tanto nelle doti
fisiche quanto nelle morali». Nel medesimo tempo gli chiedeva una
copia del _Panegyricus_ di Plinio, offrendogli in ricambio il proprio
opuscolo _Sulla falsa donazione di Costantino_, il lavoro più oratorio
che egli avesse mai, a suo stesso giudizio, potuto scrivere. E fu in
verità ardimento degno dell'ingegno superiore del Valla e consentito
solamente a Napoli, dove il governo di re Alfonso lasciava libertà
di parola e proteggeva gli umanisti perseguitati dall'inquisizione
ecclesiastica. Quanta attività non aveva spiegata il Valla in quei
pochi anni dacchè stava alla corte di Alfonso! Oltre all'opuscolo sulla
_Donazione_, avea terminati i sei libri delle _Eleganze_ e i tre della
_Dialettica_, aveva preparato il libro delle _Adnotationes_ contro
Antonio da Rho, avea composti otto libri di confronti tra il testo
greco e il testo latino del _Nuovo testamento_, avea tradotto in prosa
latina i primi sedici libri dell'_Iliade_ e attendeva all'emendazione
del testo di Quintiliano.
368. Nel principio del 1447 re Alfonso stava attendato a Tivoli, donde
nel corso dell'anno intraprese la sua campagna contro i Fiorentini.
Nel campo si trovavano anche il Valla e Girolamo Guarini. Venuta la
stagione delle pioggie autunnali, i due umanisti pensarono di ritornare
a Napoli e presero la via di Siena. Ma s'imbatterono in una schiera di
briganti, dai quali il Valla potè scampare a stento, mentre il Guarini
fu catturato e maltrattato; poco dopo però si rincontrarono entrambi
incolumi a Napoli.
369. Il Valla nell'anno seguente, 1448, lasciò per sempre Napoli
e si stabilì a Roma, dove il regno di papa Niccolò V gli accordava
quell'ospitalità, che gli sarebbe stata negata da Eugenio IV. Girolamo
Guarini in quello stesso anno partì da Napoli, lasciando l'incarico di
spedirgli le valigie a Bartolomeo Faccio. Pare che se ne sia tornato
in condizioni non troppo floride, perchè il padre per fargli pagare lo
stipendio ha dovuto presentare una supplica al re. Nel 1450 Girolamo
aveva trovato un altro posto nella cancelleria di Modena. Il Faccio per
avere avuto in consegna le valigie di Girolamo ebbe frequenti occasioni
di scrivere al suo antico maestro Guarino, che egli amava e stimava
sempre e al cui giudizio sottoponeva i propri lavori. Un bel giorno
poi del 1451 le lettere del Faccio arrivarono non per mezzo del solito
messaggiero; il messaggiero era nientemeno che il Panormita in persona:
«a lui potrai chiedere, o Guarino, tutte le notizie che desideri di me;
io non ho segreti per lui». E Guarino abbracciò con effusione il grande
e stimato amico suo, che allora per la prima volta imparava a conoscere
personalmente. Il Panormita passava da Ferrara diretto a Venezia, dove
si recava ambasciatore del suo re. Lo accompagnavano Luigi Puggi e il
venticinquenne Gioviano Pontano.
370. Parimenti a Roma troviamo un figliolo di Guarino, Manuele, che vi
si stabilì per alcuni anni a perfezionarvi i suoi studi ecclesiastici;
oltre di che da Ferrara a Roma andava e veniva ogni anno l'Aurispa.
Manuele e l'altro figlio Girolamo furono da Guarino con special cura
raccomandati a Niccolò V nella lettera congratulatoria che gli scrisse
per la sua assunzione al papato.
371. La lettera ha un poco l'intonazione retorica di un'orazione, ma
essa esprime perfettamente i sentimenti suscitati in tutta l'Italia
dall'inaspettata elezione di Tommaso Parentucelli. Ognuno infatti
ammirava l'umile e povero figlio dei medico di Sarzana elevato al
massimo onore della chiesa, ognuno esaltava la sua pratica negli
affari, ognuno scorgeva in lui il rimuneratore del vero merito e
il dispregiatore del danaro, ognuno salutava in lui l'inauguratore
di un periodo di pace, ognuno encomiava la sua estesa e molteplice
dottrina. Questi sono i cinque grandi titoli, che la pubblica opinione
riconosceva al nuovo papa e questi sono i titoli messi in rilievo da
Guarino. Però mentre il ceto degli umanisti concepì larghe speranze
del nuovo papa per l'incremento della cultura, Guarino sembra di tali
speranze non aver sentore.
372. Se ne accorse invece più tardi, quando anch'egli divenne uno dei
tanti collaboratori del vasto piano di Niccolò V, di fondare una grande
biblioteca di traduzioni dal greco. E nella dedica a Niccolò V della
traduzione della _Geografia_ Straboniana Guarino mette in vista questo
merito del papa; ma non dimentica anche una particolare circostanza,
ossia che il papa con la traduzione avea di mira gli interessi della
religione, in quanto che badava soprattutto alla traduzione dei
testi sacri; e in ciò Guarino lo paragonava a Tolomeo Filadelfo, che
fece tradurre la bibbia dai settanta. Sicchè anche la _Geografia_ di
Strabone avrebbe dovuto servire agli interessi della chiesa. «Senza
dubbio; perchè la gente poteva vedere su quanta estensione di regioni
imperasse la chiesa, la quale in tal modo veniva ad aumentare il suo
prestigio». C'è veramente molta stiracchiatura, ma Guarino doveva aver
capito che al papa premeva di far credere così.
373. A Guarino dunque venne da Niccolò V assegnata la traduzione di
Strabone da nessuno prima tradotto. Sin dal 1448 Guarino domandava uno
Strabone al Filelfo; ma non pare che sin da allora avesse ricevuto
l'incarico dal papa; lo cercava forse per proprio uso. Non so se
l'abbia trovato subito; certo lo possedeva nel 1451. L'incarico gli
fu dato probabilmente nel 1452, perchè nel principio del 1453 la
traduzione era alquanto inoltrata. L'idea di quella traduzione nacque
in Niccolò V dall'aver egli saputo che si trovava in Roma uno Strabone
in possesso del cardinal Ruteno Isidoro. Ma siccome Isidoro nel maggio
1452 era partito con una missione per Costantinopoli, così avrà fatto
intanto cominciare a Guarino la traduzione sul proprio esemplare, il
quale era molto guasto: poi gli si sarebbe mandato l'altro da Roma,
come fu in effetto. Nel marzo del 1453 Guarino mandava a Giovanni
Tortelli alcuni saggi della traduzione; altri ne mandava nel settembre
dell'anno stesso; allora aveva quasi finito il libro quarto. Nuovi
saggi manda nel 1454, mentre annunzia che lavorava intorno al libro
sesto. Nel medesimo tempo Guarino chiedeva danaro. Gli pesava sulle
spalle una famiglia molto numerosa e per attendere alla traduzione avea
dovuto trascurare i propri interessi e lasciare alcune lezioni private.
374. Nel febbraio 1455 il lavoro avanza con gran lena; ma come dovette
essere rimasto il povero Guarino quando nel marzo intese la morte
del papa! Per la parte tradotta gli erano stati pagati mille scudi; e
per il rimanente che fare? Gli sapeva male troncare a mezzo un lavoro
così poderoso; onde si risolse a continuarlo e terminarlo per conto
proprio; avrebbe poi trovato il mecenate che lo pagherebbe. Terminò
la traduzione nel luglio del 1458. Cercò un mecenate a Firenze, forse
tra i Medici, a cui offrirlo, ma l'offerta non fu accettata. L'accettò
l'illustre patrizio veneto Giacomo Antonio Marcello, dei cui meriti,
specialmente militari, fa ampio elogio nella dedica. Il Marcello
alla sua volta dedicò l'opera a Renato di Angiò. Questo fu, dopo la
restituzione dei passi greci al commento vergiliano di Servio, l'ultimo
grande lavoro di Guarino.
375. Morto Niccolò V, col suo successore Calisto III, indifferente o
meglio contrario all'umanismo, Guarino non se la poteva intendere e
così si rallentarono i suoi legami con Roma. Già sin dai tempi dello
stesso Niccolò V degli umanisti amici di Guarino soli il Tortelli e il
Poggio aveano mantenuto regolare carteggio con lui.
376. Le sue relazioni col Poggio non hanno mai perduto della usata
frequenza e intimità. Nel 1447 il Poggio pubblicò la traduzione della
_Ciropedia_ di Senofonte. Ebbene, Guarino scrivendo al re Alfonso per
tutt'altro trovò il modo di nominare il Poggio e la sua _Ciropedia_,
per dirgli che quell'umanista in tarda età (67 anni) aveva, come a
Roma Catone, dato opera a studiare il greco e l'aveva imparato prima
che si venisse a sapere che egli lo studiava. La stessa lode fece
Guarino del Poggio al giureconsulto Francesco Accolti, che allora
professava a Ferrara, e la stessa lode ripetè poi direttamente al
Poggio, aggiungendogli esser tanto elegante e disinvolta la traduzione,
da sembrar proprio opera originale. Nel 1451 vide di mal occhio la
polemica tra il Valla e il Poggio, suoi amici, e unì la sua voce a
quella di Pietro Tommasi per riconciliarli, se non che furono sforzi
inutili i suoi, quelli del Tommasi, del Barbaro e del Filelfo; la
guerra finì soltanto con la partenza del Poggio da Roma.
377. Il Poggio lasciò Roma nel 1453, nel quale anno fu chiamato a
reggere la cancelleria fiorentina in sostituzione del morto Marsuppini.
E da Firenze non interruppe mai la sua corrispondenza amichevole con
Guarino, a cui chiedeva saggio della traduzione di Strabone e gli
mandava libri per il figlio Battista. Ci fu una piccola nube per una
falsa voce giunta all'orecchio del Poggio sul conto di Guarino e del
Perotti; ma fu tosto dissipata. «Scusami, o Guarino, se per poco ho
alimentato quel sospetto contro di te; la tua lealtà m'era ben nota».
E non diceva per complimento, giacchè nel 1456 trattava con lui per
mandare alla sua scuola in Ferrara i propri figli; «qui a Firenze,
caro Guarino, i figli non li può mandare a scuola chi vuol farli
educare a principii di sana moralità; perciò li affido a te». Stupenda
invidiabile gloriosa testimonianza di fiducia e di affetto, la quale
compendia tutto un mezzo secolo di una operosità didattica mai venuta
meno allo scopo, e di una amicizia che non ha riscontri in quell'età.
378. Nell'ottobre 1459 morì a Firenze il Poggio. Dei grandi campioni
dell'umanismo nati negli ultimi decenni del secolo precedente
erano rimasti a lungo superstiti il Poggio e Guarino; ora restava
Guarino solo. L'Aurispa, astro minore, due anni più vecchio di lui,
strascicava alla meglio la sua decrepitezza in Ferrara. Nel decembre
del 1459 l'Aurispa seppe che si era sparsa la falsa voce della sua
morte; egli ne rise, ma poco dopo, nei primi mesi del 1460, la morte
venne davvero. Al mancar d'ogni parente, d'ogni amico Guarino soleva
scorgere un ammonimento della brevità della sua vita, un'avvertenza a
tenersi pronto per il gran passo; ma nessuna morte deve averlo messo
sull'avviso come quella del Poggio e dell'Aurispa. Gli erano premorti
di pochi anni la moglie e i due figli Niccolò e Girolamo, entrambi nel
fior dell'età; egli era sugli ottantasette: poco più poteva tardare
anche la sua chiamata.
379. E infatti nei primi di decembre del 1460 ammalò di pleurite. Il
giorno 4 sentendosi prossima la fine, si munì dei conforti religiosi
e dettò il testamento: lasciava alle due figlie maritate le doti già
costituite, alle due figlie nubili e alla orfana di Girolamo 800 lire
per ciascuna; ad Agostino la casetta paterna in Verona e alcune terre;
a Manuele una parte della casa in Ferrara; a Gregorio la villa di
Montorio, alcune terre e un molino; a Leonello la casa di Valpolicella;
a Battista la casa grande in Verona. Quel giorno stesso circondato
e baciato dagli amici e dai figli, benedicendoli come Giacobbe,
placidamente spirò.
380. Il trasporto della salma provocò un piccolo tumulto. I rettori
dell'università si disputavano il primo posto nel corteo e la disputa
si incalorì tanto, che il feretro venne depositato e lasciato in mezzo
alla via. Allora Luigi Casella, scolaro dell'estinto, alzando gli
occhi ai cielo: «Vi ringrazio, o Signore, che avete permesso questo
scandalo per trarne un bene. L'onore di trasportare la salma doveva
essere riservato ai suoi scolari». E radunati altri allievi di Guarino,
quali Pietro Costabili, Niccolò Strozzi, Annibale Gonzaga, Francesco
Accolti, Pietro Marocelli, Francesco Forzati, si tolsero sulle spalle
il feretro e lo portarono alla sepoltura. Gli onori funebri gli furono
resi da un altro suo allievo. Luigi Carbone, il quale tessè al maestro
un entusiastico elogio, tratteggiando la sua vita, accennando le
varie residenze da lui occupate, nominando i più famosi suoi scolari,
esaltando le qualità del suo insegnamento e le sue virtù personali.
381. Il secondo giorno dopo la morte di Guarino, cioè il 6 decembre, il
Consiglio dei Savi con lodevole proposito gli sostituì nella cattedra
il figlio Battista, giudicato non inferiore al padre per abilità, virtù
ed eloquenza.
382. Nel novembre dell'anno seguente 1461 i figli di Guarino
presentarono un'istanza al marchese Borso per la erezione di un
monumento al padre. Borso nello stesso novembre diede parere favorevole
e il Consiglio dei Savi votò il monumento da erigersi nella chiesa dei
Carmelitani di San Paolo, alla sinistra dell'altare maggiore. Battista
comunicò la deliberazione al fratello Leonello, incaricandolo di far
preparare i marmi a Valpolicella. Il monumento fu costruito nel 1468.