(1436-1440)
273. Col 1435 Leonello esce dalla tutela pedagogica di Guarino,
quantunque il suo maestro non lo abbandonò mai anche dopo,
soccorrendolo sempre dei suoi consigli negli studi. Terminata così
la condotta, per la quale Guarino era stato invitato alla corte degli
Estensi, un'altra e non meno onorifica gliene offerse la città.
274. Con un primo decreto in data 29 marzo 1436 il Consiglio gli
assegnava di stipendio 150 ducati, non compresa la pigione di casa, per
la quale gli venivano pagate 100 lire marchesane. Naturalmente Guarino
fece delle rimostranze sullo stipendio, poichè egli come institutore
privato di Leonello riscoteva 350 ducati e ora come pubblico insegnante
ne avrebbe riscossi meno della metà. In un seconda deliberazione del 30
aprile il Consiglio gli assegnava per lo stipendio 400 lire marchesane
e gli lasciava le 100 per la pigione; così su per giù si arrivava a 300
ducati e Guarino potè accettare. La nomina valeva per un quinquennio
dal giorno in cui egli cominciava il corso. Le condizioni erano: due
lezioni nei giorni feriali, una nei giorni festivi e che il corso fosse
gratuito.
275. Guarino inaugurò il corso il 1.º maggio, ma fu corso breve; e
per giunta a S. Luca non si potè ripigliare, perchè Guarino era fuori
di Ferrara a cagione della peste. Nel decreto di nomina c'era la
clausola che in caso d'assenza per motivo di epidemia gli si sarebbe
pagato solo metà dello stipendio. Ciò prova che il morbo doveva già
serpeggiare nell'aprile. Nell'agosto Guarino si risolse a partire. Sul
principio di settembre avea mandato innanzi il figlio Girolamo ed egli
si apparecchiava al viaggio col rimanente della famiglia. Per luogo di
rifugio fu scelta la sua villa di Valpolicella. Ivi avrebbe riprese
per un momento le antiche abitudini, sarebbe tornato alle gradite
occupazioni della vendemmia, avrebbe riveduti i vecchi amici.
276. Quale delusione! gli parve di andare in paese nuovo, le vecchie
conoscenze non c'erano più, procacciarsene di nuove non era il caso;
laonde egli senza volerlo si sente trasportare col pensiero alla nuova
patria, «che gli è nutrice anzi madre adottiva», al suo Leonello, che
egli ama tanto e dal quale dovrà con suo rammarico star lontano per
più mesi. Come ingannare il tempo dell'assenza? con la corrispondenza
epistolare. Ma egli, Guarino, non vuol presentarsi con le mani vuote;
invierà dei frutti del suolo veronese, non però di quelli che pascano
il corpo, bensì che siano cibo allo spirito. E i frutti sono usciti
dall'intelletto di due vergini veronesi, le sorelle Nogarola, Isotta e
Ginevra.
277. Queste due donne sono fra le produzioni più caratteristiche del
periodo del rinascimento. In esse per la prima volta l'umanismo si
sposa alla gentilezza femminile, specialmente nella Isotta, che rimase
per questo riguardo insuperata; e con esse l'indirizzo Guariniano toccò
in Verona il suo apice. Non è solo ora che la nobile famiglia veronese
dei Nogarola fa la sua comparsa nella letteratura; già prima l'Angela
e Giovanni, il poeta petrarchesco, aveano levata fama di sè, ma vere
umaniste non sono che le due sorelle. Noi le possiamo dire uscite dalla
scuola di Guarino, quantunque non sia stato egli il loro maestro; ma
quei due fiori gentili sbocciarono sul suolo che egli aveva fecondato
e loro maestro fu un suo scolaro, Martino Rizzoni.
278. Martino Rizzoni, prediletto alunno di Guarino, fu alla sua
scuola di Verona sino al 1425, nel settembre del quale anno passò a
Venezia, dove si collocò come institutore privato nella famiglia dei
Tegliacci. Con essi era stato a Bologna negli anni 1427-1428; di là si
trasferirono a Firenze, finalmente verso il 1430 il Rizzoni tornò in
patria e ivi aperse scuola pubblica, che fu frequentata dalle sorelle
Nogarola. Un esame accurato delle lettere delle Nogarola e specialmente
della Isotta mostra evidenti le tracce dell'influenza Guariniana: la
stessa verbosità, gli stessi sentimenti, le stesse frasi, le stesse
reminiscenze poetiche innestate continuamente nella prosa. Però se
nella educazione delle due sorelle Guarino ebbe solo parte indiretta,
l'ebbe invece diretta nell'introdurle e presentarle ai circoli
umanistici del suo tempo.
279. Coi letterati veronesi le Nogarola si erano già messe in
corrispondenza, come con Giacomo Lavagnola, alunno di Guarino, che
sposò la loro sorella Bartolomea, con Damiano ed Eusebio Borghi
padre e figlio, con Giorgio Bevilacqua, che era andato a studiare
giurisprudenza prima a Padova, indi a Bologna e che non si potea
dimenticare di quella bellissima partita di caccia fatta insieme con le
Nogarola a Verona, nella quale «la più bella preda che egli riportò fu
la loro amicizia». Erano in relazione anche con Venezia, dove aveano
dei parenti, p. e. Antonio Borromeo, e con Vicenza, dove il maestro
Ogniben Leoniceno tradusse per loro un opuscolo di Grisostomo. Molto
giovò alla diffusione del loro nome la presenza di Francesco Barbaro,
che si trovò a Verona come podestà dall'ottobre 1434 all'ottobre 1435,
e al quale le due sorelle scrissero poi lettere. Quelle lettere si
leggevano avidamente in pubblico con gran plauso di tutti, i quali
proclamavano le Nogarola degne di esser figlie di Cornelia; Giorgio
Bevilacqua aggiungeva che la miglior gloria di Verona era stata sino
allora Guarino, ma che le due sorelle lo avevano oscurato. Per mezzo
del Barbaro esse fecero conoscenza col nipote di lui, il protonotario
Ermolao, e con Giacomo Foscari, figlio del doge Francesco; e scrissero
all'uno e all'altro. Ma più fortunate senza confronto furono le lettere
scritte al Foscari, perchè capitarono in mano di Guarino.
280. Le due lettere al Foscari sono dell'ottobre 1435 e ci
rappresentano forse i primi saggi letterari, coi quali le due sorelle
entrarono nel consorzio degli umanisti. Quelle due lettere furono
trasmesse l'anno di poi (1436) dal Foscari a Guarino, che allora
villeggiava a Valpolicella. Guarino ne rimase entusiasticamente
ammirato e rispondendo al Foscari esaltò l'eleganza e l'erudizione
delle Nogarola, chiamandole le «mosche bianche» di quel secolo, a
petto delle quali perdono e Penelope e Aracne e Camilla e Pentesilea.
«Sogliono i Veronesi lodare chi le nostre biade, chi le nostre frutta,
i nostri vini e i nostri olii, chi l'aria delle nostre campagne e dei
nostri colli; ma pare non si siano accorti di queste due fanciulle, che
sono il più bel frutto di cui possa andare orgoglioso il nostro suolo.
O giovani, state ora attenti a non lasciarvi passare innanzi da queste
due fanciulle, altrimenti si ripeterà a voi il motto antico: le donne
sono uomini e gli uomini sono donne».
281. Guarino mandò copia delle due lettere al suo Leonello, il quale
fu ad esse largo di altrettante lodi. Non è a dubitare che il Foscari
appena ricevuta la risposta di Guarino la trasmise all'Isotta, la
quale di quegli elogi si sentì profondamente tocca e solleticata e ne
prese ardimento a scrivere a Guarino. Ma come fare a indirizzarsi a un
tant'uomo, essa per la prima, appena iniziata negli studi letterari e
per di più donna? Nella lotta tra il pudore e la gratitudine vinse la
gratitudine ed ecco l'Isotta ringraziare Guarino delle lodi che egli
si degnò di prodigarle e che la tramanderanno ai posteri immortale
congiunta col nome di lui. Questa lettera è la più caratteristica,
la più elegante, la più erudita di quante ne scrisse l'Isotta. Vi
sono citati autori greci e latini, antichi e moderni, non escluso lo
stesso Guarino; il discorso è infiorato di aneddoti classici e di versi
latini. L'elogio che ella fa di Guarino supera in entusiasmo quello
che egli fece di lei; e compiange Verona che si lasciò sfuggire un così
illustre personaggio, l'onor degli studi e il più gran vanto d'Italia,
e chiama felice Ferrara e accorto Leonello d'Este, che se lo seppero
acquistare.
282. Guarino sul finire dell'anno (1436) ritornò da Valpolicella
a Ferrara, fermandosi a passare il Natale a Verona. Vuoi per le
noie della partenza e dell'arrivo, vuoi per le occupazioni che lo
sopraffecero nei preparativi del nuovo corso, egli non pensò nemmeno
che dovea rispondere alla Nogarola. Ma ci pensò ben ella, che di quel
ritardo ebbe a soffrire tristi conseguenze. Tutti a Verona sapevano
che ella avea scritto per la prima a Guarino. Gli uomini probabilmente
non ci avran fatto caso, ma le donne sì. L'invidia è soprattutto
una passione femminile; e chissà come le Veronesi doveano sentirsi
crucciare di quella fanciulla, che si era tanto sollevata al disopra
del suo sesso e che riceveva tributo di lodi da ogni parte. La Isotta
visse e morì vergine e nessuno può osare in sul serio di gettare
anche l'ombra del sospetto sulla condotta di lei. Ma le donne che
emergono fra le altre offrono purtroppo il fianco alla malignità; è la
sorte toccata a Saffo. Se pertanto le donne veronesi aveano malignato
sull'ardire, che esse chiamavano spudoratezza, della Nogarola nello
scrivere per la prima a Guarino, ora che Guarino non rispondeva, esse
si sentivano vendicate. Anche Guarino col suo silenzio dava ragione
a loro ed esse erano bene nel diritto di insultare la sfacciata: e la
insultavano veramente.
283. La povera Isotta si vide perduta e scrisse novellamente a Guarino,
mendicandogli una risposta, ma nel medesimo tempo accusandolo di poca
generosità, perchè egli, uomo, avea permesso col suo silenzio che si
recasse onta a una donna. La risposta di Guarino questa volta non potea
farsi aspettare e infatti partì il giorno stesso che egli ricevette
la lettera della Nogarola. Le scuse del ritardo venivano da sè: le
innumerevoli occupazioni scolastiche e domestiche. Le muove affettuoso
rimprovero d'essersi lasciata vincere dallo sconforto, dove che ella
col suo ingegno e con la sua dottrina aveva il dovere di mostrarsi
superiore al suo sesso oltre che nella cultura anche nella forza
del carattere. Le dà poi piena soddisfazione, confermando il proprio
giudizio favorevolissimo sui meriti letterari di essa e accordandole la
facoltà di servirsi della sua risposta per mettere a tacere i malevoli
e gl'invidiosi.
284. La parsimonia epistolare di Guarino verso la Nogarola fu
largamente compensata dai suoi scolari veronesi che studiavano con
lui a Ferrara, e in particolar modo da suo figlio Girolamo, da Luigi
Zendrata, da Tobia Borghi. Tutti tre questi giovanottini fecero le
loro prime prove nel campo letterario scrivendo ciascuno la sua brava
epistola alle Nogarola, sfoggiando la loro recente erudizione classica
e citando versi e bruciando un grano d'incenso all'ingegno e alla fama
delle due straordinarie fanciulle. E la Isotta, puntuale rispondeva
a uno per uno, ringraziando, lodando, incoraggiando. Il Borghi per le
nozze di Ginevra nel principio del 1438 compose un'egloga, della quale
mandò una copia alle due sorelle e a qualche altro amico di Verona,
come Galasio Avogari, che cominciava allora ad entrare nella repubblica
letteraria. L'Avogari studiava di preferenza Plauto e nei dubbi
ricorreva per consigli a Guarino. Il Borghi lodava molto lo stile di
lui. Apparteneva al circolo veronese degli Ottobelli, del Fano, degli
Zendrata, del Rizzoni, dei Mercanti, di Asino «il quale di asino non ha
che il nome e beati gli altri asini che fossero asini siccome lui».
285. Del resto il quinquennio 1435-1440 fu il periodo veramente
fecondo, veramente umanistico delle due Nogarola o meglio dell'Isotta,
perchè Ginevra nel 1438 pigliato marito, disse addio agli studi.
Nel 1438 stesso l'Isotta con la famiglia si trasferì a Venezia, per
sottrarsi ai pericoli della guerra che allora infieriva tra i Veneti
e i Milanesi. In Venezia potè conoscere da vicino i letterati di quel
circolo; con Verona si mantenne in relazione per mezzo di Damiano
Borghi; ma quando nel 1441 rimpatriò, essa era mutata di molto. Avea
sorpassata la trentina; si trovò sola senza la sorella, la sua compagna
di studio; a prender marito non volle pensare e così si abbandonò
interamente alle proprie tendenze ascetiche, che già fanno capolino
qua e là nelle lettere del periodo anteriore. L'ascetismo soffocò
in lei l'umanismo; il fenomeno non era isolato; un decennio prima
Gregorio Correr veneziano disertava gli studi e i circoli umanistici
per consacrarsi al culto di Dio.
286. Nell'aprile del 1437 Guarino ebbe una doppia prova di stima
e di affetto dal marchese, che lo fece cittadino di Ferrara e gli
pagò la casa allora comprata dagli eredi Boiardi. In riconoscenza di
tale generosità Guarino dedicò a Leonello la traduzione delle _Vite
di Pelopida e Marcello_ di Plutarco. E oltre che dal principe, egli
riceveva testimonianze di vero affetto e di stima dai suoi scolari,
tra i quali pubblica e clamorosa prova, che costò poi parecchie noie a
Guarino, glie ne dette un Andrea Agasone.
287. Costui nel marzo 1437 era andato per alcune faccende da Ferrara
a Venezia. Ivi, alunno come era di Guarino, nelle ore libere cercava
libri e ragionava di studi e del suo maestro, che era tanto amato a
Venezia. Fra le novità letterarie gli capitò in mano la _Retorica_
di Giorgio da Trebisonda, che era stata composta verso il 1435.
La percorse e con sua sorpresa si imbattè in quel passo, dove il
Trebisonda fa la critica stilistica della orazione di Guarino in lode
del Carmagnola. Si accorse che in quella critica c'era dell'acrimonia.
Nè vide male.
288. Il Trebisonda sin dal tempo che insegnava a Vicenza avea concepito
gelosia di Guarino, che allora insegnava a Verona; egli anzi credette
che il licenziamento da Vicenza fosse dovuto alle mene di Guarino.
Passato a Venezia, trovò occasione di dir male di lui, specialmente
quando gli fu mostrato l'elogio funebre per Teodora Zilioli, il quale
egli giudicò assai sfavorevolmente, non fosse altro perchè colui che
glielo mostrò proclamava Guarino il primo oratore d'Italia. Non gli
parve quindi vero di cogliere un'occasione qual si fosse per sfogare
il suo malanimo contro il grande oratore e l'occasione gli si offerse
nello scrivere la _Retorica_, dove criticò la più famosa delle orazioni
di Guarino, quella in lode del Carmagnola.
289. Andrea Agasone non potè trattenere lo sdegno e scrisse a un
condiscepolo di Ferrara, Paolo Regini, denunziando al pubblico lo
scandalo, inveendo contro «il vile calunniatore» ed eccitando la
scolaresca ferrarese a vendicare solennemente l'onore di Guarino. Non
è a dubitare che la lettera di Andrea andò in mano anche di Guarino e
che egli vietò a chiunque di immischiarsi nella faccenda, come non se
ne immischiò egli stesso. Ma se ne occupò bene per proprio conto il
Trebisonda, il quale buttò giù contro Guarino un'invettiva ignobile e
piena di insolenze e per giunta la dedicò a Leonello, quasi volesse
mostrargli quanto torto avesse avuto a concepire sì grande stima di
Guarino. Veramente il Trebisonda non potea scegliere più infelicemente
la persona, a cui confidare gli sfoghi della sua invidia, poichè è
tutta invidia quella che schizza dalla lettera. Si fece però forte
di un pretesto; infatti egli credette o finse di credere che Andrea
Agasone fosse Guarino stesso, il quale avesse per viltà cercato di
nascondersi sotto la maschera di un pseudonimo. Il cognome _Agasone_
potrebbe essere un pseudonimo, perchè in latino significa _mozzo_
ma non era pseudonimo il nome: in ogni modo non certo pseudonimo di
Guarino.
290. L'anno dopo Guarino e il Trebisonda s'incontrarono a Ferrara, dove
il Trebisonda si era recato al Concilio, essendo da poco entrato al
servizio di Eugenio IV; e in quell'occasione Guarino gli fece capire
che certe ragazzate non erano permesse ad uomini seri e che perciò
bisognava por termine alla polemica.
291. Il Concilio portò nel 1438 un insolito movimento a Ferrara.
In sul principio dell'anno arrivarono Eugenio IV con la sua corte
da Bologna e l'imperatore Giovanni Paleologo col suo seguito da
Costantinopoli. Quante vecchie conoscenze non rivide ora Guarino! il
Poggio, il Traversari, il Mainenti, l'Aurispa, il Rustici, il Biondo,
il Pisanello. E quante non ne strinse di nuove! quella di Leon Battista
Alberti, del Porcelli, del melanconico Lapo da Castiglionchio, morto
l'anno stesso; e fra i Greci del Bessarione, di Gemisto Pletone, di
Niccolò Sagundino, senza contare i dignitari ecclesiastici che in
tale occasione convennero a Ferrara. Ivi egli potè praticare da vicino
Eugenio IV, a cui dedicò la versione di due omelie di S. Basilio; al
Mainenti dedicò la versione della _Mosca_ di Luciano e scrisse un carme
in lode del Pisanello, che gli donò un quadro di S. Girolamo fatto da
lui e che allora appunto diede mano alle sue famose medaglie, aprendo
la serie con quella dell'imperator greco. Guarino si chiama superbo di
potere aver comune la patria con quel grande artista, il cui nome sarà
immortale come sono immortali le sue figure, nelle quali sa infondere
tanta vita.
292. Oltre a queste produzioni letterarie, a cui fornì pretesto la
presenza della corte pontificia in Ferrara, Guarino ebbe anche noie dal
Concilio, poichè dovette recitare un discorso di apertura e servire
d'interprete fra i Latini e i i Greci e correr di qua e di là or per
questa or per quella faccenda. Eppure a lui pareva di intorpidire e
di batter la fiacca: «malattia del resto che gli aveva appiccicata il
Concilio, che di tutto si occupava fuorchè di risolvere l'importante
questione, per la quale era adunato, l'accordo cioè tra i Latini e i
Greci, e che si cullava nella quiete e nei passatempi e la cui maggior
sollecitudine era di liberarsi da ogni sollecitudine».
293. E così in effetto il Concilio poco o nulla conchiuse a Ferrara,
donde levò, non appena terminato l'anno, le tende e le trasportò a
Firenze: si avanzavano due grandi nemici, la pestilenza e la guerra.
Dei due pericoli il più temuto era la guerra, che allora più che mai
si combatteva accanita fra Venezia e Milano; ma questo pericolo fu
dissimulato e venne messo invece in rilievo quello della pestilenza.
Giusto il contrario di ciò che succedeva a Guarino, il quale della
guerra non dovea preoccuparsi più che tanto, ma si preoccupava
seriamente della pestilenza. Sin dagli ultimi di settembre egli pensava
già alla fuga e aveva designato due luoghi: o Rovigo o Lendinara presso
il conte Sambonifacio, al quale si era raccomandato per l'alloggio. In
ultimo però preferì Rovigo, dove lo troviamo stabilito con la moglie e
coi dodici figli già nel gennaio del 1439.
294. A Rovigo stette l'intero anno, poichè il 23 decembre non ne
era ancora partito; e viene il dubbio se abbia colà tenuto scuola,
come avvenne altra volta, che in tempi di pestilenza lo Studio fu
trasportato per un anno da Ferrara a Rovigo; ma questo non pare sia
stato il caso nel 1439. Ad ogni modo Guarino ebbe continua occasione
di corrispondere con gli amici ferraresi, vuoi per congratulazione,
siccome quando Giacomo della Torre fu creato vescovo di Reggio e quando
a Soccino Benzi nacque un figlio, del quale egli era stato scelto
a padrino; vuoi per condoglianza, siccome quando morì il figlio a
Feltrino Boiardo. Altra luttuosa circostanza fu la morte di Margherita
Gonzaga, moglie di Leonello da appena cinque anni, mancata ai vivi il
7 luglio e per la quale Guarino scrisse un'orazione.
295. Con Leonello più volte ancora ebbe occasione di carteggio sia
per commendatizie, sia per ammaestramenti, quale quello sul modo
d'intestare le lettere. Qualche volta invece coglie il destro di dargli
ammonimenti civili. Così nell'agosto Leonello andava a caccia e si
credeva che arrivasse fino a Rovigo, ma tornò indietro, perchè non
trovava selvaggina. «Eppure, gli scrive Guarino, qui ci sarebbe da far
buona preda, non però di selvaggina, bensì di uomini, che val molto
di più. Questa brava gente ha per te e per la tua dinastia profondo e
sincero rispetto, pur non essendo tu mai stato in mezzo a loro; chissà
quanto ti amerebbero vedendoti qui. È saggio consiglio che i governanti
si mostrino di quando in quando ai loro sudditi, per dar loro una
sensibile prova d'affetto e per accertarsi delle loro condizioni e dei
loro veri bisogni».
296. Tal altra volta sono ammonimenti filosofici, che Guarino vuol
dare al suo allievo, ma incorniciandoglieli con un bozzetto. Un giorno
infatti di ottobre essendo Guarino uscito da Rovigo a passeggiare
sull'argine dell'Adige, si incontrò in un solitario: aspetto severo,
larghe spalle, lunga barba, fronte rugosa. All'abito lo riconobbe per
greco. Doveva essere uno dei tanti venuti con l'imperatore al Concilio
l'anno precedente. Scambiatisi il saluto, il Greco domanda a Guarino
che facesse a Rovigo; a cui risponde, che era fuggito dalla pestilenza.
Il Greco rimane scandalizzato di una simile pusillanimità in un uomo,
che avendo tanto studiato i classici avrebbe dovuto imparare da essi il
disprezzo della morte. Guarino da quell'animo schietto ed ingenuo che
era gli rispose, non senza uno spruzzo d'ironia, che il disprezzo della
morte in teoria lo insegnava anche lui, ma in pratica avea paura della
morte, la quale priva l'uomo di tanti beni e lo getta a marcire in una
fossa. Allora ripigliò il Greco, mostrando come la vita ha più guai che
beni e che paventare la morte è pazzia, perchè il corpo quando è morto
non ha più senso e l'anima immortale vola in cielo. E perchè non ti
uccidi dunque? replica Guarino, anche questa volta un po' ironicamente.
Il Greco gli oppose la massima, che della nostra vita non siamo padroni
noi, ma Dio solo. — Tutto questo ragionamento filosofico tra il Greco
e Guarino non è altro che la parafrasi di quanto è esposto nel _Somnium
Scipionis_ di Cicerone.
297. Tutta la corrispondenza di Guarino in quest'anno si riduce
al circolo ferrarese e al circolo veneto. Da Padova gli è venuta
l'offerta di una nuova amicizia, del Baratella. Antonio Baratella
nacque in Camposampiero nel Padovano, sulle rive del Musone, che
egli celebrò nella sua Musonea. Abitava una villa detta Lauregia.
Fu alunno del Barzizza e amico di Sicco Polenton e di Lodovico
Sambonifacio, il compare di Guarino; morì nel 1448. Nel 1439 stava
componendo l'_Antenoreis_, poemetto su Padova, quando gli venne tra
mano l'_Astyanax_ del Vegio. Allora concepì l'idea di cantare anche
Polidoro, un altro degli infelici troiani periti miseramente. E compose
la _Polydoreis_, intitolandola e mandandola a Guarino con una prolissa
accompagnatoria in versi. Guarino gli rispose anche in versi, ma secco
secco, limitandosi a dirgli che i suoi poemi erano degni di Vergilio,
ed eccitandolo a condurre a termine l'_Antenoreis_.
298. Del resto Guarino aveva ben altra voglia che di occuparsi di
letteratura e di poesia. L'anno 1439 fu per lui uno dei più fortunosi.
Ardeva la guerra micidiale di Venezia e Firenze contro il Visconti,
nella quale il marchese di Ferrara avea preso parte in favor di
Venezia, mandando nel campo veneto il conte Taddeo d'Este. Taddeo si
era trovato alla difesa di Brescia nel famoso assedio del 1438, nel
quale si immortalò Francesco Barbaro, allora governatore di quella
città in nome della repubblica veneta. Condottiero in capo del Visconti
era il Piccinino, il quale nella prima metà del 1439 fece scorrerie sul
territorio veronese; e in quella occasione ebbe a soffrire gravi danni
anche la villa di Valpolicella di Guarino. Glieli raccontò un Veronese
venuto di là: «cacciati i contadini, calpestate le messi, spogliata la
villa, gettati a terra i tegoli, scassinate le serrature; appena i muri
si erano salvati».
299. E questo fu nulla a petto di un altro dispiacere, che afflisse
Guarino in quell'anno malaugurato. Correva da qualche tempo per le
bocche di tutti un distico latino oltraggioso alla repubblica veneta.
Di quel distico fu da taluno designato come autore Guarino, il quale
quando gli fu riferita quella voce stava a letto malato di febbre
con due figliuoli. Lo assalse un indicibile dolore e uno sconforto
disperato, che trasfuse in un'angosciosissima lettera al Giuliani e
al Giustinian, ai quali protesta solennemente essere quella una nera
e vile calunnia e li scongiura di difendere presso il senato veneto
la sua innocenza. Naturalmente il Giustinian gli rispose, che non se
ne desse pensiero, perchè tutti a Venezia conoscevano la devozione e i
meriti di Guarino verso la repubblica; che del resto quel distico era
noto da un gran pezzo prima.
300. Ma intanto la pestilenza, la guerra, la febbre, il distico
finirono con lo stordire il povero Guarino, «come quel tale che
ricevuto un colpo nella testa da dotto che era diventò stupido e
perdette la memoria». A farlo risensare molto giovarono le lettere
dei suoi amici veneti, dopo che era tornato in Ferrara nel gennaio del
1440, quali Gabriele Tegliacci e Leonardo Giustinian, ma soprattutto
quest'ultimo, a cui rende grazie entusiastiche di essere stato
prosciolto dalla calunnia del distico. Nell'occasione che Guarino
scriveva al Giustinian, Girolamo suo figlio scriveva al figlio del
Giustinian, Bernardo, accludendogli nella lettera alcuni versi.
Bernardo rispose molto affettuosamente a Girolamo, congratulandosi dei
progressi che faceva negli studi e ricordando con vera compiacenza
i tempi, in cui essi erano stati insieme a Verona scolari del padre
Guarino.
301. Un altro Giustinian, il cavaliere Orsato, mandava a Guarino i
saluti del Barbaro, reduce a Venezia dalla guerra; ed ecco Guarino
congratularsi con l'illustre patrizio della gloria immortale
acquistatasi nella difesa di Brescia. «Non era più solo ormai Archimede
che obbligò Marcello, fino allora invincibile, a levar l'assedio di
Siracusa; anche il Barbaro insegnò al Piccinino, tante volte vincitore,
ad esser vinto, obbligandolo a levar l'assedio di Brescia. E tutto ciò
non tanto con la forza e la violenza, quanto con l'astuzia e l'ingegno,
con la mansuetudine e con l'affabilità, trattandosi dall'una parte
di respingere gli assalti degli assedianti e dall'altra di mantener
l'ordine e la perseveranza negli assediati. Meritata fu dunque
l'accoglienza trionfale che gli fecero i Veneziani».
302. Di qui ognun vede che Guarino, diversamente da altri umanisti, non
perdeva mai d'occhio tra le cure degli studi gli avvenimenti politici
del suo tempo. Ma nessuna guerra attirò tanto la sua attenzione e
gli tenne l'animo sospeso e angustiato, quanto quella dei collegati
contro il Visconti. E veramente delle guerre italiane che egli potè
vedere fu la più accanita e la più grave. Era però giusto che, come
ne seguì con ansia le varie vicende, così ne salutasse con gioia la
fine, specialmente quando la pace gli parve per sempre assicurata
con l'adempimento di una promessa, tante volte lasciata balenare e
tante volte delusa, del matrimonio cioè di Bianca Visconti col conte
Francesco Sforza. E nell'ottobre del 1441 finalmente si celebrò il
sospirato matrimonio, «che sarebbe stato all'Italia intera pegno di
perenne pace e di tranquillità dopo i miserandi disastri della guerra.
Si levi dunque giulivo l'inno nuziale ai ben augurati sposi: allo
Sforza, il sapiente reggitore del Piceno, il ristoratore della potenza
pontificia, fiorentina e veneta, il condottiero glorioso che tiene in
pugno tutta l'Italia; a Bianca, la candida stella nunzia di prosperità
all'uman genere, delicato rampollo della magnanima stirpe, che generò
Galeazzo, Bernabò, Giovanni, Filippo Maria; la novella sposa sabina,
che riconcilia i genitori coi mariti, la novella Giulia, che riconcilia
i suoceri coi generi».
303. Nel 1441 Guarino fu colpito da due disgrazie di famiglia. A Verona
gli morì più che sessagenario Battista Zendrata, cugino di sua moglie
e padre di Lodovico, suo scolare, il quale in questo tempo avea già
lasciato Ferrara ed era ritornato a Verona. Battista era stato molto
affezionato alla famiglia di Guarino, al quale avea reso in ogni tempo,
e specialmente nelle calamità, preziosi servigi e di cui fu sempre
l'intimo confidente e lo schietto consigliere. Anche Girolamo Guarini
lo amava molto e nella consolatoria che scrisse al figlio Lodovico
mostra profondo rammarico per la perdita del brav'uomo, di cui con
compiacenza ricorda le carezze ricevute quand'era piccino a Verona
e che ardeva dal desiderio di rivedere, desiderio ahi! bruscamente
deluso: «Dio ce l'ha dato, Dio ce l'ha tolto, sia fatta la sua
volontà». La lettera spira tutta la rassegnazione che noi siamo usi di
sentire nelle consolatorie di suo padre. Nè Guarino lasciò Lodovico
senza conforto e gli scrisse ricordandogli come oltre al diritto di
succedere nelle sostanze del padre, avea pure il dovere di succedergli
nelle virtù. E in effetto Lodovico fece onore alla memoria paterna e
come magistrato e come letterato.
304. L'altra disgrazia toccata a Guarino fu la morte di una bambina.
Era l'ultima di tredici figli, natagli da poco. Morì mentre egli
villeggiava nel tempo delle vacanze estive. Agli amici che gli recarono
la triste novella rispose da vero stoico: «Se fosse vissuta, l'avrei
avuta cara tra la corona degli altri figli, ma sia fatta la volontà di
Dio. I beni terreni devono considerarsi come le rose; finchè ci sono,
prendiamo pure diletto della loro presenza; quando sono scomparse, a
che pro' crucciarsi più di quando non esistevano ancora? Ringraziamo
intanto Iddio, che la puerpera abbia avuto un parto felice».