PRIMO QUINQUENNIO

(1430-1435)

200. Guarino giunse a Ferrara nell'aprile del 1429 e appena giunto

meditava di ripartirne, perchè anche ivi si era manifestata la peste.

Si rifugiò in un paese vicino, ad Argenta, nella casa di Luigi Morelli,

insieme coi figlioletti dello Zilioli, col loro institutore Antonio

Bresciano e con alcuni amici ferraresi. Nei primi giorni tutto camminò

bene; ma verso la metà di giugno Argenta fu invasa con violenza

dall'epidemia. Guarino senza indugio sparpagliò parecchi dei suoi

domestici, mandandoli chi qua, chi là, ma non potè evitare che tre

della sua casa fossero attaccati: il suo parente Giovanni d'Este, Paolo

Zilioli e l'institutore Antonio. Antonio si salvò, ma Giovanni e Paolo

rimasero vittime. Lo Zilioli ritirò subito in casa l'altro figlio,

Bonaventura.

201. La morte di Paolo fu un grave colpo a Guarino, ai genitori, ad

Antonio Bresciano, il quale fece di tutto per salvarlo e non se ne

potea dar pace. Il più forte fu il padre; la madre ne rimase tanto

desolata, che solo al veder persone che glie lo rammentassero dava in

smanie. Così l'11 novembre Guarino andò a Porto, su quel di Ferrara,

dove villeggiavano gli Zilioli per tenersi lontani dalla peste; procurò

bensì di nascondere la sua venuta, ma ciononostante donna Zilioli

lo seppe e questo bastò per rinnovarle l'acerba ferita. Il povero

Guarino sentì profondo dolore di quella perdita. Lo chiamava il «suo

Paolo». «Giovinetto di buona indole, d'ingegno, modesto, studioso e

che facea concepire di sè le più belle speranze. Oh quanto giovamento

mi aspettavo da lui per i miei figli!» Morì munito di tutti i conforti

della religione ed ebbe un accompagnamento se non pomposo, che non lo

permetteano le condizioni sanitarie, certo affettuoso.

202. Dopo la disgrazia di Paolo, Guarino cambiò di alloggio, andando ad

abitare nella casa di Giacomo del Bando. Nella casa di Luigi Morelli,

che fu chiusa, lasciò una parte delle masserizie e supellettili, le

quali più tardi, nell'agosto, gli furono rubate da un monaco, che vi si

era introdotto nonostante che fosse luogo infetto. _Quid non mortalia

pectora cogis, auri sacra fames_, esclama Guarino nel raccontare le

prodezze del frate, _homo religiosus, paupertatis professor!_

203. In sul principio di luglio si diffuse la falsa notizia della

morte di Guarino. La notizia giunse anche a Pavia, dove la udì il

Panormita da un prete venuto da Venezia, il quale l'aveva intesa colà

da certi veronesi. Il Panormita non si può trattenere dallo scriverne

all'Aurispa, che era in quel tempo a Ferrara, sfogando il proprio

cordoglio per sì grave perdita e tessendo sincere e magnifiche lodi di

Guarino, di cui esalta specialmente la modestia, i meriti letterari e

la bella abitudine che aveva d'incoraggiare gli studiosi e gli amici.

Conchiude eccitando l'Aurispa a comporre lui più degnamente l'elogio

dell'illustre defunto.

204. Effettivamente la notizia si era sparsa in Verona, dove e amici

e cittadini tutti lo piansero morto, esaltandone le virtù e i meriti.

Quando lo Zendrata si accertò della falsità di quella voce, ne scrisse

a Guarino, esponendogli quanto lutto avesse destato in Verona il triste

annunzio e congratulandosi, perchè annunzio di morte falsa è presagio

di vita lunga. Guarino lo ringraziò chiamandosi fortunato che a lui

vivo fosse toccato di sentire le lodi che gli sarebbero state tributate

dopo morto. Coglie nel medesimo tempo occasione di dire quant'egli

ami la sua città nativa, con la quale, anche peregrinante per diverse

terre in cerca di aria salubre, mantiene pur sempre affettuosa

corrispondenza.

205. Così egli si ricorda al compare Damiano Borghi, ad Agostino

Montagna, a Bartolomeo Brenzoni, al Maggi, agli Ottobelli, ai Fano. A

Verona si erano ricoverati anche alcuni amici di fuori, quali Stefano

Tedeschi e Tommaso Cambiatore, che stava allora traducendo in ottava

rima l'_Eneide_.

206. Lo Zendrata visitò Guarino ad Argenta, di dove passò nell'agosto

diretto a Forlì. Per mezzo di lui Guarino affittò la propria casa di

Verona. Ivi abitava la madre e per la madre sola era troppo vasta.

«Sarebbe opportuno prendere a pigione per lei la casetta di Antonio

Verità, che stava di faccia; la sua si poteva affittare per un paio

d'anni, chè tanti egli contava di rimaner fuori: così se ne sarebbe

cavato un certo profitto». Raccomandava però allo Zendrata di trattar

la faccenda con la madre molto delicatamente, sia per l'affetto che

ella portava a quella casa, sia perchè le rincrescesse l'assenza del

figlio da Verona.

207. Quando nemmeno ad Argenta si sentiva più sicuro per il diffondersi

del contagio, pensò Guarino di mutar paese e si recò nel 27 settembre

a S. Biagio a cercarvi un'abitazione e scelse quella di Paolo Rasponi;

poscia vi andò con la famiglia. Ivi rimase sino al 21 decembre, nel

qual giorno ritornò a Ferrara.

208. La vita di Guarino in questi ultimi mesi di fuga fu molto

angustiata. In famiglia continue malattie e morti: morti di amici

e malattie delle fantesche e dei bambini. Niccolò, l'ultimo nato,

ammalò di vermi e poi di febbre per la dentizione, Agostino e

Gregorio di febbre, Manuele di una caduta, poichè vivace com'era

giocando cadde e si ruppe la nuca. A Guarino toccava far da balia.

L'abitazione era ristrettissima. «Una sola camera serve da dormitorio,

da cucina, da granaio, da portico, proprio come la povera gente che

del medesimo abito si fa ora mantello, ora camicia, ora lenzuolo.

Spesso i bicchieri, le pentole, i piatti, i codici si disputano il

posto. Mi accade di stender la penna verso il calamaio e la intingo

nella saliera, intanto che i ragazzi mi fanno intorno uno strepito

d'inferno».

209. Uno dei pensieri che più affannavano Guarino era quello

dell'imminente parto della moglie; ma s'ingannò nei calcoli, perchè

il 9 ottobre comincia a vedere i segni del prossimo parto e nel

30 decembre la moglie non aveva ancora partorito. Come trovare la

levatrice? A S. Biagio ce n'era una abbastanza brava, ma nemica giurata

dell'acqua e troppo devota di S. Martino. E il giorno del parto che

sarà di lui? Avrebbe dovuto abbandonare il letto, nè solo il letto, ma

anche la stanza, poichè un'unica stanza avevano. Dove andare a dormire,

se nel paese non c'erano alberghi? alcuni lo consigliavano a rifugiarsi

in una stalla, che là starebbe caldo; egli invece preferiva di farsi

amico l'oste, affinchè la notte del parto gli desse alloggio. Oh perchè

non sono ostetrico io! esclama Guarino. Però, aggiunge, la moglie ha

fatto un patto con me, di partorire di giorno, così i miei sonni non

saranno turbati.

210. Tra i dispiaceri di Guarino vanno pure contate le disgrazie degli

Zilioli, i quali formano ormai coi Guarini tutta una famiglia. E con lo

Zilioli mettiamo insieme i suoi due generi: Niccolò Pirondoli e Ugolino

Elia. A Giacomo Zilioli morì prima la madre Teodora e quindici giorni

dopo il piccolo Paolo; al Pirondoli morì la moglie, figlia di Giacomo,

a Ugolino il piccolo figlio Girolamo, nipote di Giacomo; senza parlare

della malattia mortale di Giacomo stesso, felicemente curata dal medico

Filippo Pelliccioni. E in mezzo a tutti questi colpi l'animo dello

Zilioli si mantiene sempre imperterrito. Guarino gli scrive lettere

meste per compiangere le sventure di lui ed egli risponde dandogli

coraggio, sicchè Guarino deve più d'una volta esclamare: «ero venuto

a consolarti e sono invece consolato». Nei primi di novembre Guarino

cominciò a lavorare intorno all'elogio di donna Teodora, dal quale

ricaviamo ch'ella visse 65 anni, che si maritò a 16 anni con un Zilioli

ed ebbe da lui sette figli, di coi il primogenito fu il nostro Giacomo.

Guarino attinse queste notizie dai due Zilioli, padre e figlio. Egli

mette specialmente in rilievo la cura che donna Teodora aveva per i

poveri.

211. Guarino fu visitato di quando in quando da quelli di casa Zilioli:

nel luglio andò ad Argenta la contessa Pirondoli, moglie di Niccolò;

nel settembre ad Argenta e nel novembre a S. Biagio Ziliolo Zilioli.

Guarino fece una corsa a Porto per trovare Ugolino Elia. Giacomo

Zilioli mutava anche egli paese per fuggire la peste; ma gli affari lo

trattennero gran parte a Ferrara, dove Guarino gli raccomandava spesso

amici e conoscenti, p. e. Guido da Bagnacavallo imputato di furto, il

visconte di Argenta, calunniato malignamente di non aver assistito ai

funerali di Paolo; Giacomo e Pietro del Bando, Biagio e Domenico de

Martiis, don Antonio rettore di una chiesa di Argenta, Anna vedova di

Luigi Morelli. «Tu ti seccherai di tante raccomandazioni, gli dice

Guarino, ma la colpa è tua. Tu mi ami, mi stimi, la gente lo sa e

corre da me, affinchè io interceda presso di te. Dall'altra parte a

costoro io vado debitore di molti beneficii; quando e come potrei io

ricambiarli? Ricambiali tu per me, giacchè essi mi hanno servito con la

persuasione di servir te».

212. Tornato a Ferrara il 21 decembre si dà attorno a preparare il

corso delle sue lezioni. Rimpatriare non gli sembra prudente, così nel

cuor dell'inverno, coi bambini e con la moglie imminente a partorire.

Dall'altro lato la gioventù ferrarese lo invitava ad aprire scuola

a Ferrara. Non gli pare svantaggiosa la proposta e intende fare

l'esperimento.

213. Fu alloggiato primieramente in casa dei fratelli Strozzi: Niccolò,

Roberto, Lorenzo, Tito; dal 1437 in poi abitò casa propria, che era

stata degli eredi Boiardi e gli fu pagata dal marchese.

214. Poco dopo l'arrivo a Ferrara la moglie gli partorì una bambina,

Libera, che doveva essere tenuta a battesimo da Ziliolo Zilioli; ma

siccome era a Roma per un'ambasceria, così lo sostituirono il padre e

la moglie Caterina. Al battesimo assisteva anche il marchese Niccolò.

Per tal modo gli crescevano i Guarinelli ed egli aveva il suo bel da

fare ad attendere al loro allevamento e alla loro educazione. Girolamo

il primogenito, sugli otto anni, già cominciava a scombiccherare

qualche lettera, come nell'occasione che scrisse a Stefano Tedeschi,

anche a nome dei fratellini, per ringraziarlo di alcuni doni loro

mandati. I doni consistevano in formaggi, vino, vasellami; ma quello

che più dilettava i Guarinelli erano certe saliere con figurine

grottesche. Quelle figurine, quando essi si mettevano a tavola, erano

fatte segno a mille giochi e motti: i Guarinelli le chiamavano per

nome, le mostravano a dito, le castigavano, le ammonivano, mandavano

loro sorrisi e le contraffacevano. Il padre invece contemplava la

damigiana di vino, la quale egli votava molto parcamente, affinchè

gli durasse un pezzo: «così in luogo di essergli incentivo alla

intemperanza, essa gli era cagione di temperanza».

215. La cultura letteraria a Ferrara quando vi arrivò Guarino era su

per giù a quel medesimo livello, in cui si trovava nelle altre città

italiane avanti che vi penetrasse l'umanismo. Nelle scuole s'insegnava

come e quanto si poteva insegnare in una scuola medievale; il latino

che vi si imparava e vi si scriveva non veniva attinto alle fonti

classiche, ma alla tradizione e alla consuetudine curiale; era il

latino dei notai, dei glossatori, dei teologi; di greco manco l'ombra.

Di quelle condizioni della cultura ci lasciò un quadro desolante il

Carbone; ma ivi c'è della esagerazione retorica. E poi egli scriveva

nel 1460, in un tempo in cui Ferrara possedeva una delle più fiorenti

scuole umanistiche italiane. Di Mantova prima di Vittorino, di Padova

prima del Barzizza, di Pavia prima del Panormita e del Valla si poteva

fare il medesimo quadro.

216. Del resto anche prima che Guarino vi arrivasse, era penetrata a

Ferrara la sua influenza per opera di Ugo Mazzolati. Del 1422 poi vi si

era fermato qualche tempo il Biondo e alla fine del 1427 vi si stabilì

l'Aurispa. L'Aurispa aveva cultura latina e greca, avea tra l'altro

insegnato un anno nello studio di Bologna e un anno in quello di

Firenze, ma non era stoffa da caposcuola. I codici più che interpretare

ed emendare, li sapeva mercanteggiare; tutt'al più poteva essere un

institutore privato, un buon pedagogo. E infatti a Ferrara fu chiamato

dal marchese Niccolò quale institutore di Meliaduce, uno dei suoi

ventun figli bastardi. E dell'aver scelto l'Aurispa gli va data lode;

quantunque vi ebbe certo la sua parte Guarino.

217. Meliaduce era stato destinato dal padre alla vita ecclesiastica;

il figlio vi si oppose, anzi nel luglio 1425 scappò da Ferrara a

Milano: cosa che naturalmente levò scandalo. Ma finalmente vi si adattò

e vestì l'abito di abate del monastero di Pomposa vicino a Ferrara; fu

anche protonotario. L'Aurispa, che già nei suoi primi anni era stato

cantore nella collegiata di Noto, ne seguì l'esempio e nel 1430 vestì

l'abito religioso, ottenendo dal marchese il posto di priore della

chiesa di S. Maria in Vado, posto che non abbandonò mai per tutta la

vita.

218. Nel 1431 fu chiamato alla corte di Ferrara anche Giovanni

Toscanella e a lui fu affidata la educazione di Borso, un altro

figlio di Niccolò. Alla chiamata del Toscanella non fu probabilmente

estraneo Guarino. Borso fu uno dei successori del padre nel marchesato.

Parimenti Guarino venne invitato a Ferrara quale institutore di corte

e gli fu affidato Leonello, il figlio prediletto di Niccolò, che

gli successe immediatamente nel governo. Come si vede, Niccolò non

pensava da principio alla fondazione di un grande Studio pubblico,

ma a raccogliere in corte un circolo dei migliori maestri del tempo;

per l'appunto lo stesso scopo si era prefisso Gianfrancesco Gonzaga,

quando nel 1423 invitò alla sua corte Vittorino da Feltre. L'idea

dell'università sorse più tardi spontanea, dopo che già erano a Ferrara

tutti gli elementi per costituirla. E il primo, il più forte impulso

lo diede Guarino, il quale pur facendo il pedagogo di Leonello, apriva

un corso privato per la gioventù ferrarese desiderosa di entrare

nella nuova via degli studi classici; e intanto raccoglieva intorno

a sè altri ingegni, quali l'Aurispa, il Toscanella, il Cappelli, il

Marrasio, il Lamola, il Faccio, correggendo con essi testi e cercando

codici; e formava per tal modo un fascio di tutte quelle operosità

individuali, che prepararono il terreno all'università, nella quale

Guarino inaugurò nel 1436 il suo corso ufficiale.

219. Guarino a Ferrara assunse subito quella medesima posizione,

che egli aveva a Verona e che forma una delle sue più notevoli

caratteristiche. Egli cioè non è soltanto l'institutore del marchesino,

il maestro della gioventù, ma è pure l'ambasciatore confidenziale della

corte, l'oratore delle solennità sì principesche che cittadine. Così

nel palazzo di Belfiore la pasqua del 1430 il marchese insigniva del

cavalierato il veronese Paolo Filippo Guantieri, che andava magistrato

a Firenze, e Guarino pronunziava il discorso d'occasione. E con un

discorso egli salutava nell'anno stesso il ritorno di Ziliolo Zilioli

da Roma, dove era stato con un incarico del marchese. Il discorso è un

inno entusiastico alle virtù di Giacomo Zilioli e della sua famiglia.

220. Chi avrebbe allora pensato che soli quattro anni dopo, nel 1434,

i due Zilioli padre e figlio sarebbero stati per reato di tradimento

gettati nella torre di Castelvecchio? Strani contrasti nella sorte

degli uomini! Il padre fu strangolato l'anno stesso; il figlio fu

lasciato in carcere tredici anni, dopo i quali venne rimesso in

libertà, ma senza poterne godere i beneficii, perchè morì subito.

Monumento della sua prigionia ci resta una commedia, la _Michaelida_,

nella quale egli raffigurava il suo misero stato.

221. Nel gennaio del 1431 Guarino andò a Ravenna, accompagnato da

Brandelisio de' Boccamaiori, ad esprimere, d'incarico del marchese

Niccolò, le proprie condoglianze ad Obizzo da Polenta, signor di

Ravenna, al quale era morto il padre. Nel luglio del medesimo anno fu

creato vescovo di Ferrara Giovanni da Tussignano, e Guarino lo felicitò

con un pubblico discorso. Solenne fu pure l'avvenimento del marzo

1432, che provocò due orazioni, l'una di Guarino, l'altra di Paolo

Maffei. Due nobili spagnoli, nemici implacabili, si erano sfidati a

morte e dato l'appuntamento a Ferrara; l'8 marzo i due rivali erano

sul terreno per azzuffarsi, quando il marchese Niccolò con bei modi

si intromette e riesce a pacificarli. L'orazione del Maffei è una

eccitatoria al marchese perchè impedisca il duello, quella di Guarino

è una gratulatoria per la riconciliazione ottenuta.

222. L'anno seguente, 1433, passava per Ferrara l'imperatore Sigismondo

reduce da Roma, dove era stato incoronato. A Ferrara arrivò il 9

settembre e ne ripartì il 16. Il giorno 10 Leonello salutò l'illustre

ospite con un discorso scritto da Guarino. L'imperatore conferì le

insegne equestri a cinque figli del marchese, tra i quali a Leonello.

La cerimonia ebbe luogo il 13 settembre e in quell'occasione Guarino

disse un discorso in onore di Leonello. E il discorso non mancò in

altra occasione, pure fausta, quando nel febbraio 1435 Margherita

Gonzaga andò sposa a Leonello. Come dono di nozze Guarino gli offrì la

traduzione delle _Vite di Lisandro e Sulla_ di Plutarco.

223. Guarino, che amava molto i ragionamenti filosofici e religiosi,

aveva a Ferrara l'opportunità di appagare questo suo bisogno. Una delle

persone, con le quali si intratteneva di filosofia, era il milanese

Filippo Pelliccioni, medico della corte Estense e di casa Guarini,

quanto valente nella sua professione altrettanto dotto negli studi

letterari ed esemplare nei costumi. Una volta nel 1430 si trovarono

insieme nella villa di Belfiore, dove ragionarono di Platone. Frutto di

quel ragionamento fu un lavoro di Guarino su Platone, nel quale narra

la vita ed espone le dottrine dell'illustre filosofo greco. Il lavoro

fu dedicato al Pelliccioni.

223 _bis_. Del resto prendeva parte volentieri anche agli spassi,

specialmente se conditi di reminiscenze classiche, quale fu

la mascherata mitologica del carnevale del 1434. La ideò e la

allestì Giovanni Marrasio. Spirito bizzarro questo siciliano!

Dopo aver trascorso gli anni giovanili a Siena, amando e cantando

nell'_Angelinetum_ la sua bella Angelina, si ridusse nel 1430 a

Firenze, dove godè le simpatie di tutti quegli umanisti; ma fuggito di

là quell'anno stesso per la pestilenza, si recò a Padova a studiare

medicina, «in mezzo alle paludi e alle rane». Fece tre anni di

medicina; passò indi a Ferrara, dove si stabilì parecchio tempo; da

ultimo finì prete in Sicilia. Nella mascherata si vedeva un Apollo

con raggiera in testa e un manto sino ai piedi, un Bacco barcollante e

col tirso in mano, Esculapio con gran barba bianca, Marte e Bellona a

braccetto e armati, Mercurio con le ali alle calcagna, Priapo con una

canna in testa, Venere col pomo, Cupido con le freccie; e dietro a loro

le Furie, le Parche, Ercole, Cerbero e via via. Il Marrasio, in costume

di Bacco, declamò dinanzi al marchese un carme sulle maschere; rispose

poi per il marchese con un altro carme Guarino.

224. Memorabile fu in quell'anno (1434) anche la quaresima, nella quale

predicò a Ferrara frate Alberto da Sarteano, l'alunno di Guarino. Che

gioia non dovette essere per Guarino, dopo dodici anni che non rivedeva

il suo scolaro, e ora poterlo ammirare nella pienezza della sua

vigoria oratoria! «Che specchio di virtù quel frate! che fascino nella

sua parola, che erudizione, che scienza di cose divine ed umane, che

facondia, che fulmini contro i vizi!» Guarino forniva ad Alberto buoni

codici di testi sacri, p. e. il suo Lattanzio, e gli dedicò la _Vita di

S. Ambrogio_. E nei loro colloqui fra i tanti altri argomenti devono

aver toccato spesso dell'_Ermafrodito_ del Panormita, l'idea fissa di

frate Alberto, e c'è da supporre che il frate si sia fatto promettere

da Guarino la ritrattazione di quel giudizio sull'_Ermafrodito_, che

era diventato famoso e che aveva scandalizzato tante persone. E in

vero quando dopo la pasqua Alberto passò a Padova, scrivendo di là al

ferrarese Bendidio, lo pregava di chiedere a Guarino se si rammentava

della promessa fattagli: chè a Padova pur tra le persone rispettabili

il nome di lui non sonava troppo accetto, appunto per quel malaugurato

giudizio. Finalmente pare che Guarino abbia preso una risoluzione e nel

primo gennaio 1435 scrive la ritrattazione; scelse il primo dell'anno

e la scelta fu certo meditata: anno nuovo, vita nuova.

225. La ritrattazione è indirizzata al Lamola, lo stesso a cui era

stata scritta la prima lettera. Questa ritrattazione produce, direi,

una penosa impressione; sembra di sentire Guarino sotto il peso di

uno scrupolo, che non è sorto spontaneo dalla sua anima, ma che gli

fu suscitato da altri. Il pretesto poi della ritrattazione è puerile.

Finge infatti di avere ricevuto una edizione dell'_Ermafrodito_ con

la sua lettera premessavi come introduzione. Ma vide con grande suo

stupore che la lettera era mutila di alcuni passi, di quelli appunto

che temperavano, anzi distruggevano le lodi che egli aveva date al

Panormita. Egli aggiunge adesso i passi tolti, spiegando meglio il

suo concetto e pregando il Lamola che come aveva disseminato la prima

lettera, la quale avea fatto il male, così disseminasse anche la

seconda, la quale portava il rimedio. Ma Guarino si tradisce e qua e là

nella lettera si incontrano delle espressioni troppo trasparenti, nelle

quali egli dimentica che vuol correggere il suo antico giudizio e fa

chiaramente scorgere che lo ritratta.

226. Ma la cura principale di questo primo periodo (1430-1435) della

dimora di Guarino in Ferrara fu l'educazione del suo nobile allievo, il

marchesino Leonello, già destinato a succedere al padre nel principato.

Quando Guarino andò a Ferrara, Leonello aveva 23 anni. Era nato nel

1407. Avrà fatti i suoi primi studi elementari come si poteano fare

in una città dove ancora non eran giunti gli umanisti; indi il padre

lo mandò a scuola di guerra sotto Braccio di Montone: ciò fu nel

1422, quando Leonello aveva 15 anni. Tornò a Ferrara dopo la morte di

Braccio, nel 1424.

227. La base fondamentale del metodo didattico di Guarino era l'intimo

legame del maestro con gli scolari: legame di affetto reciproco,

di rispetto e di venerazione da parte degli scolari, di benevola

familiarità e dolcezza da parte del maestro. Il maestro poi dovea

soprattutto essere ai suoi scolari uno specchio vivente di onestà

e costumatezza. Questo metodo l'aveva imparato da Guarino a Venezia

Vittorino, il quale lo applicava e sviluppava presentemente in Mantova

alla corte dei Gonzaga. E all'efficacia di esso contribuiva non poco

la reciproca e costante stima e benevolenza di Vittorino e di Guarino,

che si riverberava nei loro allievi principeschi, quali Carlo Gonzaga

e Leonello d'Este, senza dire che Leonello era fidanzato di Margherita

Gonzaga, allieva di Vittorino, quella che nel 1435 egli condusse in

moglie.

228. Guarino è orgoglioso e geloso del suo alunno. Il suo nome non

morirà, perchè i posteri lo congiungeranno con quello di Leonello:

_Guarinus Leonelli_. «Io sono umile e oscuro; ma di rimbalzo la

mia oscurità verrà illuminata dal tuo splendore. Non vediamo noi il

pantano percosso dai raggi solari generare fiori bellissimi?» Lo vuole

sempre vicino a sè. Quando egli è lontano, Guarino è in continua

preoccupazione per la sua salute e lo invidia ai campi, che egli

percorre, agli amici, che lo accompagnano. Le frasi che egli adopera

verso Leonello sono quelle stesse di una madre verso il figliolo:

«Testolina gaia, dolcezza mia, volto amabile, aspetto adorato».

229. E Leonello in ciò lo secondava mirabilmente. Ecco come gli

risponde dalla villeggiatura di Porto: «Ieri, di giorno, stavo

leggendo il mio Cesare, soletto nella mia stanza; non volevo lasciarmi

sorprendere dalla sonnolenza di quest'afa estiva e nel medesimo tempo

ne provavo gran diletto. Ed ecco intanto giungermi la tua bella e

affettuosa lettera. Con che benevolenza, con che sollecitudine ti

preoccupi della mia salute! Ed è giusto. Se noi ci prendiamo cura,

per semplice istinto, di tutti i nostri simili, che non faremo per

quelli che ci sono legati da intimi vincoli d'affetto! Vedi dunque che

non è proprio il caso che tu debba scusarti. Tutt'altro! Bisognerebbe

non aver cuore per rimproverare l'affettuosa sollecitudine di chi si

preoccupa del nostro stato; anzi quella sollecitudine merita le nostre

lodi, il nostro plauso ed è la più bella prova che si è amati. E io

lo so che tu mi ami, non fosse altro per l'obbligo che ha ogni anima

ben nata di corrispondere all'amore, e l'amore mio per te è immenso,

ardente, come quello di un figlio verso il proprio padre, anche

perchè così vollero i nostri antichi, che veneravano quale un padre il

precettore».

230. E alle parole aggiungeva i fatti, giacchè ora donava al suo

maestro del grano, ora gli mandava le primizie della sua caccia:

caprioli, fagiani, quaglie. Quelle bestiole erano morte, eppure

venivano apportatrici di tante cose a Guarino, venivano messaggere del

suo Leonello ed egli le baciava ricevendole e preparava ad esse quella

onorata sepoltura che loro si conveniva: «bruciate sul rogo all'uso

antico e seppellite nello stomaco tra una lieta brigata di amici».

231. Leonello era appassionato per la caccia e Guarino gliela

inculcava: perchè nel suo insegnamento dallo sviluppo morale e

intellettuale non bisognava mai scompagnare lo sviluppo fisico. Questo

era un felice ritorno alla educazione greco-romana, applicata e diffusa

specialmente da Vittorino. E poi non è la caccia una preparazione

alla guerra, anzi una simulazione di guerra? «Ci si alza il mattino

per tempo, si affrontano i geli, gli ardori, la fame e la sete;

ivi attacchi veri e finti, imboscate e lotte, colpi di freccia e di

giavellotto: insomma una battaglia». E oltre la caccia gli consigliava

i giochi, p. e. il gioco della palla: «anche Alessandro e Scevola

si dilettavano di giocare alla palla. E buone sono le passeggiate in

campagna. I grandi Romani dopo le cure di Stato non si vergognavano di

prendersi un divertimento all'aria aperta; Scipione e Lelio nei loro

momenti d'ozio andavano sulla spiaggia di Gaeta a raccogliere gusci di

ostriche e a far mille chiassate».

232. E il nuoto? «Oh il nuoto oltre che refrigerare il corpo, gli

dona elasticità. Come è bello da una riva erbosa e verdeggiante

gittarsi in un fiume dalle onde cristalline e ora tuffarvisi, ora

lasciarsi trasportare supino dalla corrente, ora romper l'acqua con

le braccia. L'uomo che sa nuotare ha si può dire natura doppia: quella

degli animali di terra e quella dei pesci. Quanti illustri personaggi

antichi e moderni non furono valenti nuotatori. Basti ricordare Orazio

Coclite, che si salvò a nuoto nel Tevere dagli assalti di Porsena,

Cesare, che si salvò dall'insurrezione alessandrina a nuoto sul mare,

Alessandro.... Ma Alessandro era troppo imprudente e per essersi

bagnato nelle rigide acque del Cidno fu a un punto di perderci la vita.

Valga il suo esempio a renderti prudente, o Leonello».

233. Non meno che all'educazione fisica del suo allievo badava

Guarino alla sua educazione morale, avendo soprattutto di mira gli

ammaestramenti che si riferivano ai suoi obblighi di principe. A questo

fine gli tradusse due opuscoli di Isocrate, nell'uno dei quali sono

esposti i doveri dei sudditi verso il sovrano, nell'altro i doveri del

sovrano verso i sudditi. La virtù che più di ogni altra gli inculcava

era la clemenza, quantunque Leonello per natura sua fosse mite e

clemente e solesse ripetere la parola di Tito: non dovere un principe

lasciar partire nessuno dal suo cospetto senza conforto.

234. Ma dove Guarino concentrò la sua operosità didattica fu

nell'educazione letteraria; e qui trovò terreno fecondo e docile.

Leonello aveva veramente trasporto per gli studi; e Guarino fu

orgoglioso di affermarlo al Niccoli, quando nel 1431 passò da Ferrara.

E non solo coltivava la letteratura latina, ma anche la volgare e

le arti belle, la musica, il canto e la pittura. Fra le discipline

prediligeva la storia, fra gli autori Cesare, che era il suo ideale

come scrittore, come capitano e come uomo politico; e per questo

appunto Guarino gli fece una redazione dei _Commentarii_ di Cesare.

Gli traduceva gli autori greci, specialmente Plutarco, e gli cercava

codici. Alla ricerca dei codici prendeva parte anche Leonello, come

nel domandare al cardinale Orsini le nuove commedie di Plauto e nel

far venire da ogni dove manoscritti della _Storia naturale_ di Plinio,

della quale Guarino preparava una redazione, che fu terminata nel 1433.

235. Quando poi Leonello era fuori in villeggiatura, se incontrava

nelle sue letture qualche difficoltà, si rivolgeva al suo maestro, che

subito gli risolveva i dubbi e approfittava di quelle occasioni per

dargli massime e precetti. «Allorchè leggi non biascicar le parole,

ma pronunziale a voce alta; ciò oltre che aiutare la digestione,

imprime meglio nella mente i pensieri. Percorso un periodo, raccogline

mentalmente il contenuto: se non hai capito la prima volta, leggilo e

rileggilo, imitando i tuoi bracchi, che quando sentono la selvaggina

nelle stoppie e non riescono a scovarla, fanno e rifanno le medesime

peste. Terminato un capitolo, fermati un poco a riassumerlo tutto;

ma il riassunto non deve essere letterale, bensì baderai al senso;

letteralmente ripeterai solo i luoghi più salienti: una frase elegante,

un bell'aneddoto, un'arguta risposta. Sceglierai poi un giorno nel

mese a ripassarti tutti codesti luoghi. Opportuno sarà anche che tu

ti prenda un ripetitore, col quale riepilogare le lezioni imparate e

non dimenticar mai di notare in un quaderno le principali nozioni che

man mano acquisti nelle tue letture, ordinandole e classificandole.

Se ti manca il tempo, pigliati un ragazzo intelligente che ti copii e

disponga la materia».

236. Dei suoi studi classici Leonello ha lasciato documenti in alcune

orazioni e lettere. Le prime volte gliele sbozzava o gliele correggeva

Guarino, se forse non gliele componeva per intero, ma in seguito egli

potè fidarsi alle proprie forze. Non c'è da lodare ivi nè la scelta

dei concetti, nè la eleganza della forma; una certa facilità vi si

incontra, ma nulla più. Guarino vedeva in lui tutto bello, ma l'affetto

gli preoccupava il giudizio. In ogni modo lo stile ha tutto il colorito

Guariniano.

237. E ora che abbiamo esaminato l'operosità di Guarino in Ferrara,

usciamo di là e vediamo quali vincoli lo congiungono con altri centri

di studi. Col Friuli era in rapporti per mezzo del professore Giovanni

da Spilimbergo suo parente, che fino al 1432 insegnò a Cividale, indi a

Udine. Lo Spilimbergo gli chiedeva dei sussidi per l'illustrazione dei

classici latini, specialmente di Plauto, e Guarino lo teneva informato

delle ultime novità e nel medesimo tempo gli faceva delle benevole

esortazioni di carattere molto intimo: si direbbe che in famiglia ci

fossero delle discordie.

238. A Verona Guarino aveva tanti amici e parenti ed è naturale che

egli fosse in continua corrispondenza con la sua città natia. I Fano,

gli Ottobelli, i Lombardi, lo Zendrata, il Maggi, Galasio Avogari non

si dimenticavano di lui, che seguitava a indirizzarli e soccorrerli nei

loro studi. Ma nel febbraio del 1430 lo colpì una grave e inaspettata

sventura: gli morì la madre. L'aveva lasciata a Verona, donde la buona

vecchia non si era mai mossa. Era solita ammalare d'inverno, ma la

primavera le riportava la salute; questa volta le portò la morte. La

dolorosa notizia gli fu data dallo Zendrata giusto appunto quando egli

attendeva buone nuove di miglioramento. «È proprio così la nostra vita:

siamo destinati a morire. Lo so bene che il pianto è inutile, ma è un

legittimo tributo di affetto filiale». Sollievo nel grave lutto gli fu

l'essere stata la madre assistita premurosamente nella malattia e le

parole di sincera lode dettele sul feretro dal Maggi.

239. I Veronesi non si sapevano rassegnare di aver perduto Guarino

e cercavano di farlo rimpatriare. Pratiche erano state avviate a

questo scopo sin dal 1432; ma era il tempo in cui ardeva la guerra

tra la Repubblica veneta e il Visconti; e Guarino, per mostrarsi

grato dell'invito, rispose doversi aspettare migliore occasione.

L'occasione si presentò l'anno dopo, 1433, in cui fu conchiusa la pace.

Il Consiglio di Verona aveva portato lo stipendio da 150 scudi a 200

per allettare maggiormente Guarino. E l'affare pareva conchiuso e se

ne parlava a Ferrara, a Verona, a Venezia; quando tutto a un tratto

Guarino dà al Consiglio una risposta gentile sì, ma che toglieva

l'adito a ogni ulteriore speranza. Si capisce che nella deliberazione

ci entrava anche la questione economica, perchè Guarino prendeva a

Ferrara 350 scudi, ma il vero motivo fu che il marchese vi si oppose

risolutamente, desiderando che si compisse l'educazione di Leonello.

Allora Guarino seguitava ad essere maestro di corte.

240. Capitava poi a Verona or questo or quello, per cui Guarino

aveva occasione di mettersi in corrispondenza coi suoi concittadini.

Così nel 1430 vi fece una gita il marchese Niccolò per assistere

a un matrimonio nell'illustre famiglia dei dal Verme. Nell'autunno

del 1434 vi andò podestà Francesco Barbaro, al quale appunto allora

Guarino dedicò la _Vita di Focione_ tradotta da Plutarco. Il Barbaro

per la via dell'Adige arrivò a Lendinara, dove fu ospitato dal conte

di Sambonifacio, col quale parlò di Guarino, indi pernottò nella casa

di Guarino a Villa Bartolomea. Il conte di Sambonifacio era stato nei

suoi primi anni governatore di Padova, quindi fece la carriera militare

sotto Braccio di Montone; presentemente viveva ritirato nel suo

feudo di Lendinara, dove attendeva agli studi teologici, per i quali

ricorreva spesso ai consigli di Guarino. Tenne a cresima un figlio di

lui e così gli diventò compare.

241. Comica fu la comparsa a Verona nel 1433 di un Calabrese. Era

di statura piuttosto bassa, di persona smilza, gambe un po' storte,

volto di color terriccio, guardatura guercia. Costui un bel giorno

con un vestito stracciato e in stivaloni si presenta sulla piazza di

Verona, seguito da un gran codazzo di curiosi, e improvvisa dinanzi al

podestà un rimbombante discorso, infarcito di versi dei poeti d'allora.

Quando dagli astanti gli fu chiesto chi fosse, egli rispose: «sono

Antonio Panormita, poeta laureato, al servizio del duca di Milano».

Sarebbe curioso sapere se questo ciarlatano avesse veramente veduto

il Panormita e l'avesse praticato in modo da poterlo contraffare,

chè non è improbabile che il Panormita offrisse qualche appiglio alla

caricatura. Comunque, a Verona il nome del Panormita, da quando Guarino

vi avea diffuso l'_Ermafrodito_, era venerato; e i Veronesi fecero

a gara per rendere onore all'illustre ospite. Intanto qualcuno ne

scrisse a Ferrara a Guarino, il quale capito di che si trattava rispose

subito dando i connotati del vero Panormita. Seppero così che il vero

Panormita non era guercio e domandarono al Calabrese come avesse quel

difetto. Il furbo matricolato inventò che era stato per una malattia.

Gli domandarono il diploma della laurea poetica ed egli rispose che

l'aveva dovuta vendere per comprarsi da mangiare. E continuò a menare

per il naso i Veronesi, finchè Guarino non spedì a Verona una lettera

a lui diretta dal Panormita; allora si persuasero; e il ciarlatano andò

altrove forse a ripetere il gioco, poichè l'aveva già fatto anche prima

nel Piceno.

242. Intima, come si vede, e frequente era la corrispondenza di Guarino

col Panormita; e tale essa si conservò tutto il tempo che il Panormita

rimase a Pavia, cioè sino al principio del 1435, quando passò al

servizio di Alfonso d'Aragona. Anzi fu per mezzo del Panormita che

Guarino si tenne in stretta relazione col circolo letterario lombardo

di Pavia e Milano, ma più di Pavia.

243. Fra i tanti del circolo pavese, oltre il Panormita, conosciuti

da Guarino nomino Catone Sacco e Maffeo Vegio, luminari della

giurisprudenza, il secondo anche poeta e autore di libri educativi,

e Lorenzo Valla, che allora faceva il suo primo ingresso, diremmo,

ufficiale nella grande famiglia degli umanisti italiani.

Bello e veramente eroico quinquennio fu questo (1431-1435) per lo

Studio pavese! Francesco Pizolpasso, vescovo allora di Pavia e più

tardi arcivescovo di Milano, uno dei più dotti ecclesiastici del tempo,

pigliava parte attiva a quel movimento letterario; Francesco Bossi

vescovo di Como vi insegnava diritto. Era viva ancora l'eco della voce

venerata di Gasparino Barzizza, che aveva chiuso a Pavia nel 1430 la

sua lunga carriera di insegnante e la sua lunga vita, quando vi venne

a insegnare il Valla, presentato dal Panormita.

244. C'era tra costoro due una differenza di 15 anni, eppure il

Panormita già celebre non disdegnava di andare a sentire le lezioni

del Valla, giovanotto appena; se non che questa fraterna armonia non

ebbe a durare più di due anni. Intorno a quei due grandi si raccoglieva

una turba numerosissima di allievi ed insegnanti, che cercavano

godersi la vita alternando la serietà e l'operosità dello studio con

la gaiezza clamorosa e con la spensieratezza dei _convivia_ e delle

_compotationes_. Fu di là che il Valla lanciò nel mondo stupefatto

e scandalizzato il suo libro _Sulla voluttà_, in cui per la prima

volta venivano solennemente rivendicati e affermati i diritti del

senso sullo spirito; fu di là che il Panormita diffondeva per la prima

volta in Lombardia la conoscenza di Plauto. E tempo di fiere polemiche

fu quello: del Valla contro i giuristi, che egli mandava a imparar

grammatica; del Panormita contro i minoriti, che non gli sapevano

perdonare l'_Ermafrodito_; e da ultimo del Panormita contro il Valla;

poichè i due umanisti avevano troppa coscienza delle proprie forze e,

come suole avvenire, non poterono star lungamente insieme senza che

sorgesse l'invidia a dividerli.

245. Il primo passo a mettersi in relazione col circolo pavese lo fece

Guarino. Già da Ferrara a Pavia andavano e venivano spesso persone

d'affari e di studio e c'era quindi occasione di scriversi. Una di

queste occasioni si presentò a Guarino nel 1430, quando andava a Pavia

suo nipote Lodovico Ferrari. Quel nipote e sua madre Cecilia avevano

una questione di eredità ad Alessandria e Guarino li raccomandò al

Panormita, il quale parte con l'opera sua parte con la cooperazione

di alcuni personaggi della cancelleria ducale riuscì a dar loro vinta

la causa. Egli pose molto impegno nella protezione assuntasi e mostrò

sincero affetto ai due raccomandati, che egli chiamava scherzosamente

i suoi _Guarinastri_ e ai quali concesse ospitalità nella propria casa.

246. Verso il luglio dunque del 1430 Lodovico Ferrari andò a Pavia e

Guarino ne approfittò per mandare un saluto al suo Panormita, a cui

da qualche tempo non scriveva, e per dargli notizie della sua nuova

posizione a Ferrara.

247. La gradita impressione prodotta da questa novella sull'animo

del Panormita è da lui manifestata con queste caratteristiche parole:

«posso senza commuovermi sopportare l'inedia, le malattie, la povertà,

fin anco l'invidia degli uomini; ma non so padroneggiarmi davanti alla

propizia fortuna degli amici». Di ricambio egli annunziò a Guarino la

sua nomina di poeta aulico del Visconti e nel 1432 l'incoronazione

poetica per mano dell'imperatore Sigismondo. Ad ognuno di questi

annunzi l'animo di Guarino esultò di gioia.

248. Il Valla e Guarino non si erano ancora veduti; ma il Valla trovò

una occasione di andare a Ferrara a visitarvi l'illustre umanista, per

il quale nutriva sincera stima. Egli aveva pubblicato nel 1430 il suo

libro _De voluptate_ in forma di dialogo, nel quale gli interlocutori

erano personaggi del circolo romano e fiorentino: tra essi anche il

Panormita. Nel 1433 pubblicò la seconda edizione col titolo mutato

_De vero bono_ e mutò anche gli interlocutori, sostituendoli con

personaggi del circolo pavese e milanese, ma escluso il Panormita, col

quale allora era in discordia. Di questa seconda edizione il Valla

deliberò di far dono anche a Guarino e di portargliela in persona,

per aver così opportunità di stringere conoscenza con lui. Ciò fu nel

settembre 1433, quando il Valla si licenziò da Pavia. Il Panormita

cercò di predisporre l'animo di Guarino contro il Valla, prima che

costui arrivasse a Ferrara. Guarino però, uomo di molto buon senso

e prudente, rispose alto alto al Panormita, schermendosi con frasi

generiche, che non compromettessero la libertà del proprio contegno.

Il Valla faceva allora un giro per Ferrara e Firenze, donde si sarebbe

recato ad insegnare a Milano e a Genova. A Ferrara si trattenne un paio

di giorni.

249. L'accoglienza di Guarino deve essere stata soddisfacente, perchè

il Valla la ricorda con una certa compiacenza. Noi del resto sappiamo

che Guarino professava verace stima al Valla, a cui più tardi lodò le

_Eleganze_ con quelle parole, che il Valla ripeteva non senza orgoglio:

_Laurenti laurea et Valla vallari corona ornandus es_. E quest'amicizia

reciproca fu cementata da Girolamo Guarini, quando andò nel 1443 a

Napoli al servizio di re Alfonso, raccomandato al Valla. Si capisce

che quella visita a Ferrara sia stata sentita con dispiacere a Roma dal

circolo del Poggio, del Loschi, del Rustici, tutti nemici del Valla. A

Roma anzi dicevano che tra il Valla e Guarino si era un poco mormorato

del circolo romano e che Guarino erasi mostrato freddo verso il Valla:

voci nate, come è facile spiegare, dalla gelosia e in parte anche da

una erronea relazione che di quell'incontro mandò a Roma ad Antonio

Loschi il figlio Niccolò, il quale allora studiava sotto Guarino a

Ferrara.

250. In questo tempo Guarino oltre che per la sua fama di dotto e

venerato maestro, correva sulle bocche dei Pavesi e dei Milanesi

per una polemica, che gli venne sollevata contro da Pier Candido

Decembrio. La cagione più che letteraria era politica. L'orazione di

Guarino in lode del conte di Carmagnola, composta nel principio del

1428, si era divulgata per tutta la Venezia e la Lombardia, suscitando

sentimenti molto diversi, giacchè i Veneziani si compiacevano di quegli

elogi prodigati al loro gran generale, il vincitor di Maclodio, e i

Milanesi se ne rodevano, scorgendo elevato alle stelle il disertore

del Visconti. Quando Guarino passò a Ferrara, gli amici di Pavia e

di Milano facevano a gara per avere, col mezzo del Panormita, copia

di quell'orazione. L'ebbe anche Cambio Zambeccari e da lui Pier

Candido Decembrio. Allo Zambeccari, il cospiratore bolognese, che non

si preoccupava della questione politica, l'orazione piaceva; ma non

piacque al Decembrio, attaccato al partito ducale, tanto più che giusto

allora, nel 1431, si erano riaccese le ostilità fra Venezia e Milano.

E giusto allora sentivano a Milano la mancanza del Carmagnola, sicchè

il Decembrio non potè soffrire di sentirlo tanto lodato nel discorso

di Guarino. Intraprese dunque una confutazione di esso, indirizzandola,

non so quanto opportunamente, allo Zambeccari.

251. La confutazione, pedantesca, minuziosa, aggressiva, procede

passo passo col testo di Guarino, verso cui è talvolta molto acre e in

generale poco rispettosa. Nè l'orazione di Guarino ci perdette, bensì

ci guadagnò, perchè la confutazione la rese più ricercata e dell'una

e dell'altra si moltiplicavano gli esemplari. Guarino seguendo il

suo costume non se ne dette per inteso, ma ci fu chi pensò di prender

le sue difese: il Panormita. Egli infatti ribattè gli argomenti del

Decembrio, ritorcendogli contro i propri colpi, e tessè l'apologia

di Guarino. E il Decembrio non si diede vinto, ma replicò, lanciando

una invettiva contro Guarino e il suo apologista. La questione però

non ebbe altro seguito, poichè dietro consiglio del Panormita stesso

Guarino poscia, non si sa se con una lettera o con dei versi, disse le

lodi del Visconti, per mostrare che nelle lodi del Carmagnola non c'era

entrata la partigianeria. Ciò del resto dovea corrispondere anche agli

intendimenti del marchese Niccolò, la cui politica era conciliativa e

il quale non voleva dar motivi di disgusto a nessuno dei suoi vicini.

252. Partito da Pavia il Panormita, i legami di Guarino col

circolo lombardo si rallentarono molto, anche perchè il movimento

intellettuale si andava trasportando sempre più da Pavia a Milano e

quindi allontanavasi dal centro di attività, dove operava Guarino.

Il Panormita lasciò Pavia nel principio del 1435 e andò a Palermo,

sua patria. Ivi si fermò poco tempo, dopo di che si imbarcò a Messina

nell'aprile dell'anno stesso con Alfonso di Aragona e si diresse alla

volta di Gaeta. D'allora in poi egli fu attratto nell'orbita del re

Alfonso e le sue relazioni con l'Alta Italia e con Guarino diventarono

più rare. Anzi a Guarino nella partenza cagionò un grave dispiacere.

253. Guarino nel 1433 circa gli aveva prestato la propria copia delle

nuove dodici commedie di Plauto del codice Orsiniano, la quale il

Panormita si portò seco a Palermo. Quando di là si trasferì a Gaeta,

egli vi lasciò una parte de' suoi codici e tra essi il Guariniano.

Guarino avendo inteso della partenza del Panormita e come si era

portato via il proprio codice, se ne accorò profondamente e scrisse

a parecchi amici pavesi, i quali gli confermarono che il Panormita

non sarebbe più tornato. Per allora Guarino dovette mettersi l'animo

in pace. Quando poi nel 1442 Alfonso d'Aragona entrò vincitore in

Napoli, allora si diresse a lui con lettera, pregandolo di ottenergli

dal Panormita la restituzione del codice Plautino: invano. Si rivolse

direttamente al Panormita: invano; nuovamente al re Alfonso: sempre

invano. Gli fu forza aspettare l'anno 1444, in cui il Panormita fece

una corsa a Palermo. In quell'occasione riprese i suoi codici, tra i

quali il Plautino e lo rimandò a Guarino nei primi mesi del 1445.

254. Quanto penò ora Guarino a riavere il suo apografo di Plauto,

altrettanto avea penato prima ad avere l'archetipo Orsiniano. L'Orsini,

pur non sapendolo leggere, lo teneva gelosamente custodito presso di

sè e per parecchio tempo non ne fece parte agli umanisti, che d'ogni

dove gli rinnovavano gli assalti per cavarglielo di mano. Inutilmente

gli fu chiesto da Milano, inutilmente da Ferrara, donde partirono due

suppliche: l'una di Leonello d'Este, l'altra, molto caratteristica, del

nipote di Guarino, Lodovico Ferrari. Lo stesso esito ebbero le pratiche

del Traversari e del Niccoli da Firenze. Quante volte non ritentò a

Roma la prova il Poggio! ma sempre senza successo; tanto che in un

momento di cattivo umore protestò che ormai non l'avrebbe più preso,

nemmeno se gli venisse offerto. Guarino ricorse a un altro mezzo. Era

andato a Roma, con un incarico del marchese, il giovane giureconsulto

Ziliolo Zilioli; a lui si rivolse acciocchè facesse pratiche per avere

il codice: anche questa volta fatica sprecata. Solo Lorenzo dei Medici,

che si era recato nel 1431 a Roma con l'ambasciata fiorentina a fare

omaggio al nuovo pontefice Eugenio IV, solo egli riuscì con molta arte

a trar di mano all'arpia il codice e a portarlo a Firenze. A Ferrara

esso giunse, direttamente dall'Orsini, l'anno seguente 1432. Così

Guarino lo copiò e mandò il proprio apografo al Panormita.

255. Si è veduto Ziliolo Zilioli a Roma nel 1430. Per mezzo suo e per

mezzo di Meliaduce d'Este e del suo institutore Aurispa, andati a Roma

alla fine del 1431, Guarino ebbe occasione di rinfrescare le proprie

conoscenze coi porporati e con gli umanisti della curia, quali il

cardinale Albergati, il cardinale Capranica, il Poggio, il Loschi, il

Rustici. Ma la corrispondenza con quel circolo si animò di più, quando

Guarino lo ebbe più prossimo, giacchè nel giugno del 1434 la corte

pontificia si trasferì a Firenze.

256. Senza di che le comunicazioni tra Ferrara e Firenze erano già

prima assai vive, specialmente perché Ferrara era il consueto convegno

degli ambasciatori degli stati belligeranti italiani. Il marchese

d'Este manteneva con molta astuzia e prudenza la sua posizione neutrale

e veniva per questo sempre scelto come intermediario nei trattati di

pace. Così nel 1432 e nel 1433 ci fu convegno di plenipotenziari a

Ferrara; la prima volta vi andarono come incaricati della repubblica

fiorentina Cosimo dei Medici e Palla Strozzi, la seconda volta il

solo Strozzi: entrambi erano stretti da vincoli di antica amicizia

con Guarino. Nel 1431 era passato, di ritorno da Verona, per Ferrara

il Niccoli e si abboccò con Guarino, col quale ragionò di codici e

di studi; e nel 1433 era andato da Ferrara a Firenze il Lamola, come

institutore privato in casa Strozzi. Ora poi che la corte pontificia

stava a Firenze vi si recarono a far visita ad Eugenio IV i due

fratelli Estensi Leonello e Meliaduce, coi loro aiutanti il cavaliere

Feltrino Boiardo e il cavaliere Alberto della Sale.

257. Quegli anni nei quali la corte pontificia si piantò a Firenze,

prima dal 1434 al 1436, poi dal 1439 al 1443 nel tempo del Concilio,

costituiscono uno dei momenti più fecondi e più felici dell'umanismo

italiano. I letterati della corte papale si trovarono allora insieme

con quelli di Firenze, la culla del grande movimento umanistico,

dove erano nel massimo fiore il Traversari, il Bruni, il Niccoli, il

Marsuppini. Ne era partito o ne stava per partire il Filelfo, ma in

compenso veniva da Basilea l'Aurispa coi suoi nuovi codici scoperti

in Germania e specialmente col commento di Donato a Terenzio. E in

quell'intreccio di attività, in quello scambio di cognizioni e di

vedute si agitarono grandi questioni, che nel periodo umanistico

ebbero varia fortuna e spesso divisero il campo in due partiti.

Esse versavano sulla preminenza fra i capitani antichi, sulla natura

della lingua latina, sulla preferenza da darsi al latino o al volgare

italiano, sulla superiorità dei Latini o dei Greci. Le due ultime

furono cominciate specialmente a discutere nella seconda dimora della

corte pontificia a Firenze (1439-1443); le altre due furono discusse

nella prima dimora e propriamente nell'anno 1435, anzi su per giù nello

stesso mese: tra il marzo e l'aprile. In esse, la questione cioè sulla

preminenza fra i capitani antichi e quella sulla natura dell'antico

latino, si trovò impegnato anche Guarino.

258. Era a Firenze con la corte pontificia un giovane ferrarese,

Scipione Mainenti, amico comune di Guarino e del Poggio. Avea studiato

diritto civile a Bologna e di là era passato a Firenze nel 1429. Nel

1433 avea fatto la sua gita a Basilea, donde era tornato con alcuni

codici nel 1434. In quell'anno stesso si era dottorato a Bologna.

Fatta una breve sosta in patria, si era trasferito a Firenze, dove si

accompagnò alla curia che egli seguì poi sempre. Fu eletto nel 1436

vescovo di Modena e morì nel 1444. Scipione Mainenti era entusiastico

ammiratore del suo omonimo romano, tanto che il pio Alberto da Sarteano

ne lo rimproverava, sembrandogli che paganeggiasse un pochino troppo.

259. Per deferenza all'ammirazione dell'amico Mainenti il Poggio gli

scrisse una lettera, nella quale fra i capitani antichi dà la palma

a Scipione. A Scipione aveva dato la palma anche il Petrarca; Pier

Candido Decembrio invece presso a poco nel tempo stesso della lettera

del Poggio dava la palma a Cesare. Ciò era naturale nel Decembrio,

che rendeva così omaggio alla maestà Cesarea del suo Filippo Maria

Visconti. Ma il Decembrio a riscontro di Cesare poneva Annibale, il

Poggio al contrario confrontò Cesare con Scipione. Egli nella sua

lettera esamina anzitutto i giudizi degli antichi, indi la vita dei

due grandi capitani e viene alla conclusione che Scipione nella virtù

e nella rettitudine fu molto superiore a Cesare e che non gli fu

inferiore nella gloria militare.

260. Leonello reduce dalla sua gita di Firenze portò a Guarino a

Ferrara i saluti del Poggio e una copia della lettera sulla preminenza

di Scipione. Guarino lesse la lettera e ne rimase scandalizzato. Egli

scorse nel Poggio addirittura un detrattore, un calunniatore di Cesare,

un _Caesaro-mastix_ e gli scrisse contro una violenta confutazione:

«Come hai il coraggio di chiamar Cesare _parricida linguae latinae_?

No parricida ma _litterarum expolitor et munditiarum parens_». E cita

le testimonianze degli antichi, mettendo in chiaro quanta cultura ci fu

in Roma e dopo Cesare e sotto Augusto e durante l'impero e come Cesare

promosse molto gli studi. «Nè Cesare tolse le istituzioni repubblicane:

le vere cause della rovina di Roma furono l'avarizia e il lusso. E

se vi furono imperatori iniqui, ve ne furono anche di buoni; e Cesare

non è responsabile degli iniqui, come S. Pietro non ha colpa dei papi

malvagi che gli succedettero». Indi esamina l'adolescenza di Cesare e

mostra, contro l'asserzione del Poggio, che in essa Cesare diede ottimi

indizi di animo forte e generoso. «Perchè vai pescando, o Poggio,

tutte le accuse mosse a Cesare dalla malignità e che sono naturalmente

sospette e taci il buono di cui si ha notizia sicura? Perchè interpreti

malamente azioni di Cesare, che considerate da un animo imparziale

sono invece oneste? — Cesare si servì di largizioni per farsi eleggere

console. — Ma lasciando le largizioni, cosa allora comune, chi ha più

merito dei due: Cesare eletto con tanta lotta o Scipione eletto perchè

nessuno si presentava? Non vedo che si deva rimproverare a Cesare di

aver proposto il domicilio coatto dei Catilinarii, giacchè non fu egli

il solo; e Catone che lo osteggiò non era poi quell'irreprensibile

uomo, che potrebbe parere. — Ma si fece prorogare il comando della

Gallia. — E non pensi alla capitale importanza di quella guerra? Del

resto Cesare in guerra fu clementissimo e umano. — Ma si avvilì negli

amori di Cleopatra. — E Scipione non amò una schiava? Dici che fu poca

gloria vincere i Galli imbelli. Leggi il giudizio di Sallustio e mi

saprai poi dire se erano imbelli». Da ultimo Guarino difende Cesare

dall'accusa di essere stato il distruttore della libertà, mostrando

che la libertà di Roma era già morta da prima e che Cesare fu anzi

quegli che la difese. Conchiude che Scipione fu _vir bonus, civis

pusillanimis, imperator excellens_, che Cesare fu _civis magnanimus,

princeps prudentissimus, imperator excellentissimus_.

261. La lettera di Guarino fu intitolata a Leonello, l'ammiratore

di Cesare; e fu certo per deferenza a lui, se mise tanto calore e,

diciamolo, acrimonia nella confutazione del Poggio. Il Poggio replicò

indirizzando la lettera al Barbaro, da lui scelto arbitro della

contesa. Nel preambolo egli confessa di non sapersi persuadere come mai

Guarino abbia preso in sul serio una questione accademica, trattata

unicamente per esercizio di ingegno, e che vi abbia mischiata tanta

acrimonia; egli non trova altra ragione di tanto accanimento se non il

supporre che c'entrasse di mezzo Leonello: e non s'ingannava.

262. La replica del Poggio è molto moderata. Egli ribatte uno per uno

tutti gli argomenti di Guarino. Cicerone, Vergilio, Sallustio, Orazio

vissero sotto Cesare, ma nacquero e furono educati al tempo della

repubblica. Vi furono valenti grammatici sotto l'impero, ma tutti

insieme non valgono una pagina di Varrone; dopo morto Cesare non si

trova un comico come Plauto, un oratore come Cicerone; e questo dicasi

pure dei filosofi, dei giureconsulti. Da ultimo il Poggio con una

lunga serie di testimonianze antiche dimostra l'assurdità della tesi di

Guarino, che Cesare cioè non abbia distrutta la libertà di Roma, anzi

la abbia promossa.

263. Quest'ostilità terminò meno d'un anno dopo con l'interposizione

di Francesco Barbaro. La personalità era assolutamente esclusa

dalla disputa e l'amicizia tra Guarino e il Poggio fu delle poche

veramente costanti e sincere di quel tempo; fu quindi facilissimo il

riavvicinamento.

264. L'altra questione, non oziosa e accademica, almeno per noi, come

la prima, ma vitale e di un grandissimo valore storico, si aggirava

sulla natura della lingua latina. Ecco come è nata. Nel marzo 1435

in Firenze nell'anticamera del palazzo dove alloggiava il papa si

trovavano il Biondo, il Loschi, il Poggio, il Rustici, Andrea Fiocchi.

Discutevano sulla lingua latina e sulla sua natura, se cioè al tempo

di Roma antica gli illetterati e i letterati parlassero la medesima

lingua. In mezzo alla discussione comparì nell'anticamera il Bruni,

mandato a chiamare dal papa. Subito colleghi ed amici si rivolsero a

lui per sentire la sua autorevole parola. Fu allora che il Bruni lanciò

quel suo audace e famoso giudizio: il volgo romano antico parlava il

medesimo linguaggio delle nostre plebi presenti. La parola del Bruni

divise senza altro il campo in due partiti; stettero con lui il Loschi

e il Rustici, gli si dichiararono contrari il Biondo, il Poggio,

il Fiocchi. Più tardi si schierarono contro il Bruni anche Carlo

Marsuppini e Leon Battista Alberti. Ma intanto il Bruni dovette entrare

dal papa e la discussione rimase interrotta.

265. Portavoce del partito contrario al Bruni si fece il Biondo,

il quale tornato a casa pensò di ordinare e raccogliere le proprie

idee e quelle degli amici e dare ad esse forma di dissertazione. La

dissertazione uscì il primo aprile 1435 intitolata al Bruni.

266. Il Biondo pone la questione nei suoi veri termini; indi ribatte

gli argomenti addotti dal Loschi, dal Rustici, dal Bruni nella

prima discussione; da ultimo entra nel tema e sostiene la propria

tesi, appoggiandosi alle testimonianze di Cicerone. Egli ammette una

differenza di grado tra la lingua della classe colta e quella della

classe incolta. Quella differenza è dovuta in parte allo studio, in

parte al contatto con la migliore società. Ma tutti i Romani parlavano

il latino grammaticale, perchè così lo aveano da natura. La moltitudine

intendeva non solo ma sapeva anche apprezzare tanto le orazioni del

Foro quanto le rappresentazioni del teatro. Del resto non fa bisogno

per capire aver la cultura di chi parla: altro è parlare, altro

intendere.

267. Il Bruni rispose al Biondo in data 7 maggio. Ribattè l'argomento

degli oratori, dicendo che in senato e nei tribunali il pubblico era

di gente colta e che perciò parlava il latino letterario; il pubblico

del Foro era misto e quelli che capivano erano colti; del resto non

doversi dimenticare che gli oratori parlavano un linguaggio volgare,

che poi traducevano in linguaggio letterato per la pubblicazione.

Ribattè l'argomento del teatro, cercando di mostrare che il pubblico

non vi andava tanto a sentire la recitazione, quanto a vedere

l'apparato scenico e la mimica. La confutazione specialmente di questo

secondo punto è addirittura puerile. Però non manca una certa felice

intuizione. Il Bruni con tatto fine distingue, sulla scorta di Cicerone

e di Varrone, le forme volgari Bellius vella vellatura dalle letterate

_Duellius villa vectura_, ma è troppo poco.

268. Il vero argomento del Bruni è un sentimento soggettivo. Egli non

può nè persuadersi nè credere che altri, specialmente se istruito, si

persuada, che una donnicciola romana sapesse p. e. distinguere _filiis_

da _filiabus_, _c[=eci]di_ da _cecidi_ e parlasse il latino di Terenzio

e di Cicerone senza averlo studiato. Quel latino lo sapeva ben lui

quanta fatica gli era costato e non si rassegnava che a Roma si avesse

a così buon prezzo.

269. A Ferrara la questione si era pure agitata e Guarino ne

parlò spesso con Leonello, con Angelo Decembrio, col Boiardo e col

Pirondoli. Questi due ultimi pareva che stessero dalla parte del

Bruni; risolutamente col Bruni stavano Leonello e il Decembrio, i quali

notavano che in Roma c'erano scuole e maestri e che perciò la lingua

si doveva impararla; se il volgo la avesse posseduta per natura, erano

inutili i maestri e le scuole. Guarino invece si mise dalla parte del

Biondo. Egli ripiglia i due argomenti tratti dal Foro e dal teatro,

aggiungendo nuove citazioni e nuovi schiarimenti. Soprattutto riguardo

al Foro insiste sull'esistenza degli stenografi anche in antico e

ritiene perciò che noi abbiamo le orazioni quali venivano recitate. Si

indugia a lungo a dimostrare, con l'autorità specialmente di Cicerone,

che la latinità in Roma non si imparava, come sostiene il Bruni, ma

ciascuno la portava con sè nel sangue per eredità.

270. Distingue però i tempi primitivi nei quali la latinità si

parlava incoscientemente, dai tempi recenti, nei quali la si parlava

coscientemente cioè studiandola. I periodi della lingua latina secondo

Guarino sono quattro: il periodo di Giano, il periodo di Latino, il

periodo dei monumenti letterari e il periodo della decadenza. Nei

tre primi il latino è _litteralis_ e va man mano perfezionandosi, nel

quarto per influenza dei barbari si imbastardisce, perde la propria

fisonomia, si snatura e diventa _vulgaricus_. Solo qua e là nelle

provincie si incontrano ancor tracce dell'antica fisonomia _litteralis_

e in questo proposito Guarino cita alcuni esempi dallo spagnolo.

Dichiara da ultimo, che vi doveva essere una differenza tra la lingua

del volgo e quella dei dotti, il latino dei quali possedeva vocaboli di

una _secretior quaedam intelligentia_.

271. Su questa differenza, già notata dal Biondo, ritorna il Filelfo,

il quale ha trattato la questione in due lettere, schierandosi

contro il Bruni. Il Filelfo distingue in Roma un _sermo litteralis

grammaticus_ e un _sermo vulgaris latinus forensis_. Il _sermo

litteralis_ appartiene allo stile elevato, p. e. alla filosofia ed

alla poesia epica; così Cicerone adopera _calliditas_ per indicare una

facoltà intellettuale, dove che il popolo prendeva la parola in ben

altro senso; così Vergilio adopera _olli_ invece di _illi_. Il _sermo

vulgaris_ era la lingua usuale del senato, dei tribunali, del foro, dei

teatri, del parlar domestico; il _sermo vulgaris_ contiene naturalmente

delle sgrammaticature; p. e. Terenzio adopera _emoriri_ per _emori_.

Ma la differenza fra l'uno e l'altro _sermo_ è _admodum parva_; esempi

di _sermo vulgaris_ rispetto al _litteralis_ sono i genitivi _ornati_

_tumulti_ _senati_ _victi_ rispetto ai genitivi _ornatus_ _tumultus_

_senatus_ _victus_, le forme _barbaries_ _barbariei_ rispetto a

_barbaria_ _barbariae_. Così i grammatici non ammettono il nominativo

_nex_, che si può adoperare nel _sermo vulgaris_; non ammettono che il

solo ablativo _sponte_, dove che Cornelio Celso ha _suae spontis_.

272. Una obbiezione muove il Filelfo al Bruni sull'esistenza del

volgare italiano nei tempi di Roma antica, che cioè di esso non c'è

rimasto nessun monumento. Inoltre Guarino e il Filelfo, per mostrare

l'assurdità della ripugnanza che aveva espresso il Bruni ad ammettere

la grammaticalità del volgare romano, citano un fatto del quale essi

furono testimoni. Entrambi erano stati a Costantinopoli, Guarino nel

1403, il Filelfo nel 1427, e ivi aveano notato che il volgo parlava il

greco grammaticalmente, conservando cioè le terminazioni dei casi, dei

numeri, dei tempi, come si riscontra negli antichi autori greci.

Vita di Guarino Veronese · 第 6 / 13 题