XIV.

È il destino!

Livia era rimasta spossata, fisicamente e moralmente spossata, inerte il

corpo, inerte la mente. Soltanto dopo un tratto di tempo, cedendo alla

sensazione del freddo che la coglieva così discinta com'era,

macchinalmente si trascinò fino alla sponda del suo letto, tante volte

abbandonato nel corso di quella notte dolorosa; ma fu grande fatica per

lei, a ridursi sotto le coltri. Aveva bisogno di riposo; e l'ebbe la

persona, non l'anima, pur troppo; non l'anima, che, ravvivata da un

ritorno di calore alle membra, non poteva egualmente rinfrancarsi in una

serie di quieti pensieri e d'imagini liete.

Dio, che cosa aveva ella mai fatto! Cessate il parossismo della febbre,

sentiva allora, riconosceva finalmente tutto l'orrore dell'atto

dissennato, commesso in una crisi nervosa. Il suo male! "Mia madre è

morta pazza", aveva ella detto il giorno innanzi a Filippo. E così fosse

morta pur lei, che aveva parlato in un vero accesso di follia, e viveva,

povera carne sofferente, disdegnata in mal punto da chi avrebbe dovuto

farle la carità di una stretta alla gola, che finisse in lei ogni

rimorso, ogni spasimo. Ed ora, quante rovine intorno a lei! e fatte

nella pazzia d'un istante da lei! Così quando un fiume si gonfia,

infuria e straripa; dove già si stendevano campi ubertosi, suscitando

speranze di popolo onestamente operoso, tutte in un subito le speranze

svaniscono; vanno perdute, col terreno sconvolto e colle piante

sradicate, le care promesse di un viver modesto ma sicuro; e i tetri

fantasmi degli anni squallidi, che seguiranno al disastro d'un giorno,

si levano minacciosi su sterili lande, spogliate d'ogni cosa, fuorchè di

rena e di sassi.

Finita in ugual modo la pace signorilmente lieta del palazzo Orseolo;

finite le gaie conversazioni, le fastose comparse ai balli, ai teatri,

alle pubbliche feste, dove la felicità dei trionfi ottenuti luccicava

nel volto, mentre l'invidia doveva esprimersi in sorrisi a fior di

labbro, o consumarsi in sè stessa e tacere. In quella vece, oramai, le

ciarle assassine del mondo elegante, i sogghigni maliziosi del salotto,

gli scherni del crocchio; lei, finalmente, su tutte le bocche, e il suo

caso diventato la favola della città.

Orribile idea! E quell'altro? Ah, solo pensando a quell'altro, ella

s'irrigidiva nel suo amor proprio offeso, nel suo orgoglio ferito, e

poteva sentirsi non del tutto pentita. Quella grande rovina involgeva

anche lui. Certo, dopo il suo triste risveglio, Raimondo Zuliani non

avrebbe più mosso un dito per la felicità di quell'uomo.

Frattanto la casa taceva, come se fosse incantata, o i servitori

temessero tutti di farsi vivi col più lieve rumore. Avevano sentito

qualche cosa del terribile colloquio? Forse sì, forse no: ad ogni modo,

non era quello il momento di darsene pensiero. La gente di servizio è

poi così avvezza a certe scenate padronali, in una casa o nell'altra! Ne

bisbiglia discretamente, e tacitamente conchiude: "i vizi dei signori!"

godendone anche un pochino in cuor suo. Il pane che si mangia servendo,

non può sgradire questi condimenti, che lo rendono più saporito. Ma

infine, che importano i suoi commenti, fossero anche malevoli? La gente

di servizio ha l'obbligo di fare l'ufficio suo e tacere, mostrando negli

atti di non aver nulla sentito. E per intanto non si sentiva di alcuno

nè la voce nè il passo.

Ma infine quel gran silenzio fu rotto da una scampanellata all'uscio di

casa. E poco dopo il Giovanni batteva delle nocche sull'uscio della

camera, chiedendo il permesso di aprir l'uscio a mezzo, per gittar

dentro poche parole. Annunziava una visita. E come una visita a

quell'ora? Ma era il signor Brizzi, che domandava per grazia di veder la

signora.

-- Debbo dirgli che è ancora a letto? -- chiedeva il vecchio servitore,

quasi precorrendo la risposta.

-- No no; -- rispose in quella vece la signora Zuliani, -- fatelo

entrare nel salottino; mi vesto in fretta, e vengo. --

Ella indossava ancora (e se ne avvide in quel punto) la sua veste da

camera, tutta discinta, ed anche malamente gualcita dai moti incomposti,

dai tramutamenti irrequieti d'una notte febbrile. Ma questo era il

menomo guaio; e pel signor Brizzi, che era quasi della famiglia, poteva

passare anche un po' di scompiglio nell'assetto mattutino. Raccolta la

veste al seno, gittato uno sciallettino intorno al collo, la signora

Livia si ravviò alla meglio i capelli davanti alla specchiera, e

passando rasente allo stipo, non senza un brivido per l'ossa, ne rialzò

e richiuse lo sportello a ribalta, ch'era rimasto calato; indi

frettolosa si avviò nel salottino, dove il signor Brizzi aspettava.

Il pover uomo era tutto sconvolto, contraffatto nel viso, tanto ch'ella,

al vederlo in quello stato, tremò di qualche nuova disgrazia.

-- Signora.... signora.... -- balbettò egli, muovendole incontro, -- che

cos'è avvenuto stamane? Io veramente, non dovrei farmi lecito.... Ma il

caso è così grave!...

-- Grave! -- esclamò la signora. -- Che cosa è accaduto di grave? Mi

dica Lei, signor Brizzi.

-- Il signor Raimondo, -- riprese egli allora, -- il signor Raimondo....

che doveva andare alla stazione per le nove, non è andato. --

Un sorriso sarcastico sfiorò le pallide labbra di Livia.

-- Ah, non è andato! -- diss'ella. -- Come lo sa?

-- Lo so, perchè il signor Raimondo è venuto al banco una mezz'ora fa,

proprio quando avrebbe dovuto prendere la via della stazione. Ella sa

che il banco non si apre mai prima delle dieci. Ma io, questa mattina,

c'ero andato per tempo, volendo spacciare con più calma un lavoro

urgente. Stavo scrivendo, quando sentii cacciare una chiave nella toppa

e subito aprirsi l'uscio. Mi alzai, corsi a guardare in sala; era il

principale. Molto alterato in faccia, si avvide appena della mia

presenza: lo salutai, mi rispose a stento. Notavo frattanto che con

questo freddo egli era vestito alla leggera, in soprabito. Gliene dissi;

mi fece una spallata, rispondendo: "ho caldo, molto caldo". Feci qualche

domanda, parendomi che non dovesse star bene; ma egli ripigliò

spazientito: "Brizzi, lasciatemi stare, debbo scrivere una lettera". Non

fiatai più, e mi trassi indietro, ma senza uscir dalla stanza, non

perdendolo d'occhio. Appena seduto, aveva incominciato a scrivere, ma

senza venire a capo di nulla, gettando foglietti nel cestino, l'un dopo

l'altro, appena incominciato a vergarne una o due righe. È in collera

con qualcheduno, pensai; si scrive male, quando si è agitati: Veduto che

uno di quei foglietti, gittato via con atto d'impazienza, era volato

fuor della bocca del cestino sul pavimento, mi chinai a raccoglierlo per

collocarlo al suo posto. Avrò fatto male, signora; ma gli occhi mi

corsero allo scritto, che incominciava così: "Signor Conte". --

La signora Zuliani aveva inarcate le ciglie; un tremito la prese al

cuore, diffondendosi tosto per tutte le membra. Nondimeno, ella si

contenne ancora.

-- E nient'altro? -- domandò.

-- Nient'altro; -- rispose il signor Brizzi. -- Forse in qualche altro

foglio ci sarà stato di più. Dopo alcuni minuti di quel vano lavoro,

osai interromperlo, e riparlargli del suo abito troppo leggero,

offrendogli di mandare a prendere il suo pastrano. "Sì, mi disse,

mandate a casa il fattorino. E lasciatemi stare, ho da scrivere questa

lettera.... parecchie lettere; se voi mi state qui sempre alle costole,

non riesco a far nulla; non vedete che ho il cervello in fiamme?" Chiesi

umilmente scusa, e per quella volta mi ritirai davvero. Il fattorino del

banco non era ancora arrivato; così mi sono arrischiato a venir io,

anche per chiedere a Lei che cosa può essere accaduto, da metterlo in

questo scompiglio.

-- Signor Brizzi, Ella è un amico.... -- disse la signora.

-- E come! Ella lo sa; vecchio, sincero e fidato.

-- Bene! Ad ogni modo, o prima o poi, dovrebbe sapere ogni cosa. Son

certa anzi che Raimondo si confiderà a Lei prima che ad altri. Sappia

dunque che c'è stato tra lui e me un gravissimo alterco. Finiremo, ne

son certa, con una separazione. Ma Ella, prego, non ne fiati con anima

viva.

-- Si figuri! -- gridò il signor Brizzi. -- I segreti di casa Zuliani mi

son più sacri dei miei. Ma speriamo che non sia il caso, per un semplice

alterco, di giungere a quella estremità. --

Oramai il signor Brizzi aveva capito ogni cosa. L'alterco gravissimo

colla moglie, onde il suo povero principale era uscito così stravolto

dall'ira; la lettera al "signor conte" ch'egli non poteva tirare

innanzi, tanto era agitato; erano quelli i due capi di una catena, che

raccostati offrivano la chiave di tutto l'occorso, specie a chi già

conoscesse un certo segreto di casa Zuliani. Ahimè, quello era a

conoscenza di troppi; vero segreto di Arlecchino, come tanti e tanti

altri d'ugual genere nel nostro povero mondo; così facilmente, di

leggerezza in leggerezza, d'imprudenza in imprudenza, lasciamo

indovinare i fatti nostri più intimi a tutta una turba di sfaccendati,

in ogni città che non sia Londra o Parigi! Ed anche si può rinunziare a

queste eccezioni, chi pensi che Londra e Parigi non debbono sfuggire

neppur esse a certe piccole noie, essendo anche laggiù il mondo elegante

e il mondo pettegolo nelle istesse condizioni di buon vicinato, ed

esercitando i loro disutili uffici in una sfera piuttosto ristretta,

come in tante altre città di minore importanza. Di quel segreto

d'Arlecchino il povero signor Brizzi si era sempre doluto in cuor suo,

poichè egli amava molto il suo principale, e non era mai stato senza

timore che un giorno o l'altro gliene giungesse un cenno all'orecchio.

Era un segreto, quello, da non metterci bocca; e cercava, se fosse stato

possibile, di dimenticarlo egli stesso; per intanto non permetteva che

davanti a lui qualche amico imprudente vi facesse la più lontana

allusione.

-- Comunque sia, -- rispondeva la signora Zuliani, la cui fede era

certamente men salda che non fossero le tenui speranze del suo pietoso

interlocutore, -- il vivere insieme è impossibile. Ella veda frattanto,

mio buon signor Brizzi, se può avere qualche altra notizia, che mi giovi

di conoscere, nello stato in cui siamo, di aperta rottura. Chi sa? Egli

vorrà bene confidarsi con Lei. E a me deve importare moltissimo che si

confidi con Lei, anzichè con altri, che sia meno amico di ambedue; non

le pare? --

Il signor Brizzi, che era tutto cuore, promise assai volentieri. Se il

signor Zuliani, com'era da credere, si fosse aperto delle proprie

tristezze con lui, certamente egli avrebbe raccomandato calma e

prudenza. Gran cose, la prudenza e la calma; quanti malanni non hanno

esse evitati! E ciò senza contare che le famiglie non debbono mettere i

loro dissapori in piazza; perchè la gente ne ride, e tra le risate della

gente se ne va il loro buon nome, il credito, il rispetto, l'onore,

tutto ciò che è più geloso, e dovrebb'esser più sacro per noi.

Con questi ed altri simiglianti discorsi, l'ottimo Brizzi prese commiato

dalla signora Zuliani. A lui si accompagnò, recando il pastrano del

padrone, il vecchio Giovanni; quel povero "paron Nane" che pur troppo

non doveva aspettarsi la ripetizione della faceta apostrofe con cui

dodici ore innanzi era stato salutato.

Ritornata nella sua camera, la signora Zuliani si vestì in fretta e

furia, poco o punto giovandosi dei troppo lenti uffici di Giustina, la

sua cameriera.

-- Andate piuttosto a vedere se Giovanni è tornato; -- le disse. --

Appena arriva, mandatelo qua. --

Il vecchio servitore giungeva proprio in quel punto, e fu tosto

avvertito del comando di lei.

-- Avete fatta la commissione? -- gli chiese.

-- Sì, signora.

-- E veduto il padrone?

-- No, signora; egli era nel suo studio, ed io son rimasto nella prima

camera, dove lavora il signor Brizzi. Ma l'ho sentito rispondere "sta

bene, mettete là, su quella sedia", dopo che il signor Brizzi gli ebbe

detto che il pastrano era stato portato da casa. --

Raimondo era dunque rimasto al suo banco. Aveva egli finito di scrivere

le sue lettere? Di questo ella non poteva chiedere al servitore, che

aveva riferito quanto era in poter suo di sapere, non essendo stato

introdotto alla presenza del padrone. Erano le dieci e mezzo: la signora

Zuliani fece una pronta risoluzione; mise il cappellino in testa,

ravvolse il velo intorno alla faccia, ed uscì prendendo cammino verso il

corso Vittorio Emanuele. Di certo, andava a trovare la Galier, avendo

anch'essa bisogno di sfogarsi, di versare la piena delle sue afflizioni

nel cuore compassionevole della contessa, della sua intima amica,

dell'amica più vera, anzi dell'unica, che avesse per tale. Pallida e

spossata, con gli occhi pesti, in ogni altra occasione la signora

Zuliani avrebbe rinunziato ad una corsa fuori via; ma il momento era

grave, ed urgente il bisogno; del resto, quel velo fitto sul viso poteva

dissimular molti guasti.

Ella pensava, frattanto: mentre il corpo era in moto così frettoloso, il

pensiero non poteva restarsene inerte.

-- Ha sdegnato di uccidermi; -- diceva ella tra sè. -- Vuole sfogarsi

contro di lui, è chiaro; gli manda un cartello di sfida. Come non l'ho

io preveduto, ch'egli si potesse appigliare a questo partito? E ancora,

se lo avessi preveduto, mi sarei io trattenuta dal fare quello che ho

fatto? Ora, egli manderà la sua lettera. L'avrà poi potuta scrivere? Ne

ha strappate già tante, che altrettante potranno ancor fare la medesima

fine. Comunque sia, bisogna avvertire quell'altro, che non sa nulla,

avvertirlo ad ogni costo. La contessa è così buona, mi è tanto amica,

che vorrà pure aiutarmi. --

Avvertirlo, sì, era bene, e faceva bella testimonianza d'animo

compassionevole. Ma era lei, Livia, la terribile Livia, la furia

scatenata di poche ore innanzi, che pensava allora in quel modo? Il suo

odio implacabile, dov'era andato a finire? Forse odiava quell'uomo,

sentendolo felice, prossimo al compimento dei suoi voti più cari, alla

consumazione del tradimento più nero; e nell'animo di lei si era

stemprato ad un tratto il geloso furore, dando luogo ad un sentimento di

pietà, forse di amore per quel disgraziato, allo scatenarsi della bufera

che doveva travolgerlo. Arcani del cuore!

Quando fu giunta al portone della Galier, la signora Zuliani entrò nel

vestibolo, ma non si volse già verso la scala a collo, che conduceva al

quartierino dell'amica; si volse in quella vece al cortile, e prese la

scaletta di servizio che metteva allo stabile attiguo.

-- Perchè no? -- aveva ella detto tra sè. -- Sarà tutto tempo

guadagnato. Forse egli non ha ancora pensato a serrare col catenaccio,

non aspettando più apparizioni di gelose importune; -- soggiunse ella

sospirando. -- Tentiamo! --

Ed era salita; e giunta al noto usciolino, aveva provato nella toppa la

piccola chiave inglese, grazioso gingillo da cui non si era ancor

separata. La piccola chiave fece liberamente il suo giro; ma l'usciolino

non si aperse altrimenti.

Per l'appunto, non aspettando più visite da quella parte, Filippo Aldini

aveva dato di dentro il catenaccio. Disperata, bussò colle palme

distese, bussò quanto più forte potè, a colpi reiterati. Ah, per fortuna

era stata udita; ella sentì aprire la vetrata dello studio, e tosto

nell'andito oscuro un passo ben conosciuto, il passo di Filippo. Ancora

pochi secondi, e il catenaccio era levato; aperto l'uscio, le apparve

Filippo nel vano.

-- Voi! -- esclamò egli, ancora compreso di stupore. Non l'aspettava

infatti; ma l'aveva indovinata poc'anzi al giro di chiave, quindi al

batter disperato delle piccole mani.

-- Sì, io; -- rispose ella, entrando nello studio. -- Datemi ospizio per

due minuti. So bene che vi annoio....

-- Annoiarmi, no; -- fu pronto egli a rispondere. -- Ma voi intenderete

il mio stupore; dopo ciò che avevo promesso ier l'altro, e che ho

fedelmente eseguito, ma senza ottenere nulla da lui.... lo saprete

bene....

-- Io non so nulla; -- interruppe la signora. -- Ho potuto credere in

quella vece che non abbiate voluto resistere fino all'ultimo.

-- Fino all'ultimo! -- ripetè Filippo, con voce impressa di orrore. --

L'ultimo... era il suicidio di vostro marito. Me lo aveva minacciato,

poichè il mio rifiuto lo disonorava, dopo l'impegno assunto col

banchiere Cantelli, ed egli non voleva sopravvivere al suo disonore.

Così sono stato debole, così ho ceduto, signora. --

Quelle parole la scossero. Ricordò le frasi del biglietto di Filippo

Aldini; ricordò la nera tristezza di suo marito, in attesa di quel

biglietto, e il suo mutamento repentino appena lo ebbe ricevuto. Tutto

ciò si accordava con le parole di Filippo. Ma ella non era disposta a

convenirne; e neanche era tempo da confessarsi in colpa; ben altro aveva

ella da dirgli.

-- Lasciamo le dispute vane; -- replicò, -- e le lagnanze e le

recriminazioni, egualmente vane. Il mio orgoglio non ne farà; il mio

sdegno si è abbastanza saziato. Sono venuta per dirvi ch'egli sa

tutto. --

E cadde, così dicendo, sul divano dello studio, ove si tenne

rannicchiata, colle palme raccolte intorno agli occhi, non osando

levarli a guardare l'effetto che le sue parole producevano in lui.

Filippo era rimasto fieramente colpito. Istintivamente aveva recata una

mano al cuore, come se lì avesse ricevuta la punta mortale. Anche

intorno a lui, quante rovine in un tratto!

-- Sa tutto! -- ripetè, dopo un istante di pausa. -- In che modo?

-- Io gli ho date le vostre lettere.

-- Le mie lettere! Non le avete bruciate?

-- No; vi amavo.... non potevo obbedirvi. Ora il male è fatto; e

irrimediabile, non è vero? -- soggiunse la signora, accompagnando la

frase d'un amaro sorriso. -- Vengo ad avvertirvene, per un senso di

misericordia, che ho ritrovato ancora in fondo al mio cuore. Badate a

voi, conte; non v'incontrate con lui in questi momenti.

-- Grazie, -- rispose Filippo, sorridendo più amaramente di lei. -- Ma

come evitarlo?

-- Fuggendo.

-- Io?... lo pensate?... io fuggire?

-- Ma non c'è altro scampo; -- diss'ella. -- Se egli vi cerca, e al

primo incontro vi ammazza.... come un ladro del suo onore?

-- Sarà nel suo diritto, ed avrà fatto bene; -- conchiuse Filippo,

alzando la fronte, che fino allora, sotto la sensazione del colpo

doloroso, aveva tenuta abbassata.

Non c'era nulla da rispondergli; e la signora Zuliani non rispose

parola. Filippo Aldini aveva errato; riconosceva il suo fallo, senza

voler sottilizzare, senza voler distinguere come e fin dove si potesse

creder suo; era disposto a pagarne la pena; non gli si poteva chieder di

più. Egli, a buon conto, accettando il suo destino, si sentiva libero

una volta per sempre, intieramente padrone di sè.

-- Molto male, -- ripigliò allora, con accento grave, ma tranquillo, --

molto male avete fatto, signora. E adesso, poi, mi avrete gittato

quell'uomo sulle braccia, per venirmi a consigliare una viltà? Pagherò

il mio debito da gentiluomo, se il signor Zuliani vorrà, come io

finalmente penso contro la vostra supposizione, rifarsi con armi e forme

da gentiluomini; ed anche lo pagherò, posso prometterlo, da uomo di

cuore, che conosce i suoi torti. Se dunque è un bersaglio, quello che

vuole, egli ne ha il diritto, e lo contenterò.

-- Ed egli vi ucciderà egualmente.... -- ribattè la signora.

Filippo si strinse nelle spalle, e non rispose.

-- O voi ucciderete lui; -- proseguì ella, terminando il dilemma.

-- Non farò ciò; -- diss'egli, più col gesto che con parole formate.

In quel punto si udì una scampanellata all'uscio di casa.

-- Ah, lui! -- gridò Livia atterrita.

-- Non credo; manderà piuttosto qualcuno; -- notò freddamente Filippo.

-- Ad ogni modo uscite, vi prego.

-- E non volete ascoltarmi?...

-- Non posso, signora. Qualunque cosa egli pensi di fare, io sono a'

suoi ordini. Dopo ciò che avete fatto voi, non vedo altro che questo: e

sono lo schiavo della sua volontà. --

Una seconda scampanellata, e più forte, avvertì che non era tempo da

nuovi discorsi.

-- Andate, vi supplico, andate; -- disse Filippo, traendola con dolce

violenza verso l'uscio a vetri. -- E non tremate per lui. --

Ella non aveva più parole, nè volontà per opporsi; obbediva alla

esortazione di Filippo.

-- E badate; -- soggiunse egli, prima di richiudere la vetrata alle

spalle di Livia; -- serrate voi l'uscio, mentre io vado ad aprire di

là. --

Livia era sparita, e la vetrata richiusa. Filippo andò all'uscio

padronale, lo aperse e si trovò davanti a Raimondo Zuliani, che già

stava per dare una terza strappata.

Filippo aspettava una coppia di padrini, per verità, ma anche, tra varii

casi possibili, aveva preveduto quelle di ricever la visita di Raimondo

Zuliani. Perciò non fece atto di grande stupore, vedendolo. Soltanto,

doveva fingersi ignaro della cagione che gli faceva capitare in casa

l'amico, a quell'ora. Da chi, infatti, poteva egli essere informato di

ciò che era avvenuto al palazzo Orseolo, quella stessa mattina? Ma egli,

per contro, non poteva mostrarsi lieto nell'aspetto, come sarebbe stato

naturale, alla vista del suo amico migliore. Si tenne dunque a

mezz'aria, e il suo atto di temperata maraviglia non prese colore da

nessun sentimento di sciocca allegrezza, o di inopportuna alterigia.

-- Ah! -- diss'egli, sforzandosi di parer tranquillissimo. -- Tu qui?

-- Sì, io qui; -- rispose Raimondo, con misurata gravità. -- E siamo

soli, per parlare liberamente?

-- Solissimi; entra pure di qua. --

Non era vasto il quartierino di Filippo Aldini. Il suo studio era anche

la sua sala di ricevimento. Raimondo fu dunque introdotto nello studio.

Egli era serio nell'aspetto, anzi severo ed accigliato; ma non più

stravolto, non più contraffatto, nè irrequieto, come lo aveva veduto due

ore prima il signor Brizzi. In quelle due ore passate nel suo banco,

Raimondo Zuliani aveva avuto tempo di padroneggiarsi abbastanza. E

perchè poi, sarebbe egli durato nell'agitazione dei primi momenti?

Niente val più d'una risoluzione fatta, sulla quale non si deve più

ritornare, per render la calma necessaria agli spiriti dell'uomo. Egli

si era tanto padroneggiato, da poter pensare a parecchie cose più o meno

urgenti della giornata, da lasciar ordini per alcune operazioni

bancarie, e da incaricare il signor Brizzi d'una gita all'albergo

Danieli, per far le sue scuse al signor Anselmo del non esser egli

potuto andare alla stazione, e dirgli che sarebbe andato a riverirlo più

tardi. Non aveva egualmente potuto scrivere la sua lettera al "signor

conte"; ma non già perchè gli si fossero schiarite abbastanza le idee.

Troppe cose, aveva finalmente pensato, troppe cose gli sarebbe stato

necessario di scrivere. Capitava egli in persona, per dirle al "signor

conte". Le cose d'un certo rilievo, si sa, vengon più facili a voce, che

non per iscritto.

Entrò nello studio, adunque; e appena fu entrato, fece egli da padrone

di casa. Era una cosa da nulla; ma si poteva argomentarne subito la

gravità del colloquio.

-- Siedi; -- aveva egli detto all'Aldini.

-- E tu? -- disse l'altro, obbedendo.

-- Anch'io; -- rispose Raimondo, ricusando la poltrona che Filippo gli

offriva col gesto, e prendendo in quella vece una scranna. -- Vedi come

son calmo; -- soggiunse, poichè fu seduto. -- Pure, ecco un uomo, al

quale tu hai tolta la pace e l'onore. --

Filippo Aldini finse di guardarlo con aria trasognata. Ma poichè

all'artifizio della bugia non poteva durare, non aggiunse all'atto la

ipocrisia della parola; ed anzi il suo atto di stupore si mutò

rapidamente in un altro, di rassegnazione umiliata. Ah, se quell'uomo

gli fosse capitato là con una rivoltella in pugno, e d'un colpo lo

avesse freddato, certo gli si sarebbe mostrato più umano, che non

tenendolo lì, alla tortura d'un colloquio angoscioso, lasciandogli

pensare la triste cosa che pensò in quel momento supremo.

-- Margherita! immagine cara! Perduta, dunque, irremissibilmente

perduta! È il destino. --

Il ponte del paradiso: racconto · 第 18 / 28 题