X.

Idilio domestico.

Filippo Aldini aveva lasciato passare un giorno senza andare al Danieli.

La visita inaspettata della signora Zuliani, mettendolo presto nella

necessità di congedarsi, gli aveva impedito di chiedere alle signore

Cantelli se potesse piacer loro di fare qualche altra passeggiata

artistica la mattina seguente; perciò non aveva stimato neanche

opportuno di ripresentarsi, e senza una apparente ragione, a

ventiquattr'ore di distanza. Andò il terzo giorno, che era un mercoledì,

conciliando col suo desiderio le convenienze sociali. Lo ricevette la

signora Eleonora, che era sola nel salotto; nè per tutto il tempo delle

solite ciarle preliminari d'ogni visita di cerimonia Filippo Aldini vide

comparir Margherita: l'uscio della camera attigua, donde soleva

presentarsi la luminosa figura, rimaneva inesorabilmente chiuso, "d'ogni

lume muto".

Ardì finalmente chieder di lei, parendogli che più del parlarne fosse

disdicevole alla condizione sua di visitatore il tacerne.

-- È poco bene; -- gli disse la signora Eleonora. -- Il medico le ha

raccomandato qualche giorno di riposo.

-- Speriamo sia cosa leggera; -- riprese egli turbato, invocando colla

intensità dell'accento e dello sguardo una confortante risposta.

-- Sì, sì, leggera; ci ha avuto un po' di febbre; ma anche questa è

svanita. --

La signora Eleonora rispondeva impacciata, fors'anche di mala voglia, e

Filippo Aldini non osò chieder di più. Era già per andarsene, avendone

buon pretesto nel timore di riuscire importuno; ma la signora lo

trattenne, dicendo che per allora la sua Margherita non aveva bisogno di

lei. Così seguitarono un altro poco a discorrere, lei senza calore di

frasi, egli non sapendo che dirle di nuovo o di vario, per offrire

appiglio ad una conversazione che non fosse di parole scucite. Per

fortuna giunse Federigo, e la signora Cantelli si animò un tratto alla

presenza del figlio. Anche Filippo ebbe modo di tacere, senza venir meno

alle buone creanze, e tempo di collocare discretamente qualche frase qua

e là. Poi se ne andò, giustamente immaginando che il suo rimanere più a

lungo avrebbe impedito a quei due di andare nella camera di Margherita.

Quella indisposizione subitanea, e più ancora il silenzio intorno alle

cause che l'avevano prodotta, mettevano Filippo Aldini in una grande

ansietà, ch'egli tentava invano di dominare. E Raimondo non ne sapeva

niente? Forse da lui avrebbe saputo qualche cosa. Passò dunque a

salutare Raimondo al suo banco, non facendo nulla di strano con ciò,

poichè soleva andarvi quasi ogni giorno, dalle tre alle quattro del

pomeriggio. Raimondo fece festa all'amico, secondo l'uso, e fu il primo

a parlargli delle Cantelli, chiedendogli se fosse andato a salutarle.

-- Sì, sono stato; la signorina Margherita è indisposta; -- rispose

Filippo. -- La signora Eleonora dice che è cosa leggera. Ma che sarà

veramente?

-- Non te lo ha detto?

-- No, niente, ed io non ho creduto conveniente insistere colle domande.

-- Ebbene, te lo dico io; è stato un effetto del gran calore che mandano

le stufe dell'albergo. Anche mia moglie ne ha sofferto, solo a restarci

un'ora in visita: ma per lei, fortunatamente, è bastata qualche ora di

letto; mentre la signorina Margherita, che a quella fornace si è

scaldata più lungamente, ne ha sofferto di più. Non temere, per altro; è

cosa da nulla, tanto da nulla, che ieri, quando fui al Danieli, la

signora Eleonora non aveva neanche chiamato il medico.

-- Lo ha chiamato poi; -- disse Filippo; -- perchè me ne ha parlato.

-- Ah sì; e il nome?

-- Non lo ha detto.

-- E che cosa ha ordinato?

-- Qualche giorno di riposo.

-- Vedi dunque? Non c'è da stare in affanno, mio felice mortale. Ci si

vede, stasera? Non si va a teatro, e si fanno quattro ciarle, al solito

dei mercoledì. Ma vieni per tempo; se no, potrebbe darsi che uscissi, e

ti vedrei troppo tardi. --

Filippo Aldini promise. Andare per andare, meglio di prima sera, per non

correre il rischio di perdere la compagnia dell'amico.

Raimondo era di buonissimo umore: a casa fu piacevolissimo, pensando

sempre come la sua Livia avesse gradito il suo regaluccio. Disponendosi

ad accompagnare la moglie nella sala da pranzo, le disse tra tante altre

cose più o meno importanti:

-- Stasera avremo il nostro Filippo. --

La signora Livia non rispose. Ma forse non aveva udito; poichè egli,

dopo un istante, riprese:

-- Se almeno capitasse sull'ora del caffè!... Egli ha sempre detto che

quello di casa Zuliani è il primo caffè di Venezia.

-- Chi? -- domandò la signora.

-- Filippo, Filippo Aldini. È passato da me oggi alle quattro; e mi ha

promesso di venire questa sera da noi. Vedi come son forte in

grammatica.

-- Che cosa viene egli a fare? -- scappò detto alla signora. -- S'è

inabissato il Danieli? non dovrà egli condurre le signore Cantelli a

teatro?

-- Non è questo il suo uso; -- notò pacatamente Raimondo. -- Poi, come

ti ho detto, la signorina Margherita è ancora indisposta.

-- Ah, non ci pensavo. E allora il signor conte si degna di venire da

noi? Staremo agli avanzi.

-- Ma che idea!

-- Bene, lo riceverai tu. Io mi ci seccherei; e il meglio sarà di darmi

per ammalata. Non è la moda?

-- Via, fammi il piacere! -- gridò Raimondo. -- Che cosa ci hai, contro

quel poveretto?

-- Niente; che vuoi ch'io ci abbia? O piuttosto, sì, pensandoci meglio,

sento di averci qualche cosa. Prima d'ora, lo stimavo; oggi.... mi pare

un altro uomo, e un altro carattere. Sai che son fatta così; quel che

penso debbo dirlo, o lasciarlo capire. E intanto, con tutto quello che

penso, dovrò, per far piacere a te, parlargli della felicità che lo

aspetta, e rallegrarmi con lui della gloria di quei due milioni, o giù

di lì, che la fortuna gli porta.

-- È tutto qui? -- disse Raimondo. -- Non gliene parleremo.

-- Sarebbe l'unica; -- consentì la signora. -- Ma tu col tuo fare così

largo, così espansivo, sarai capace di star zitto? --

L'osservazione non era piacevole; ma Raimondo ebbe il buon senso di

mandarsela in celia.

-- Ah sì, birichina? Perchè non ho saputo tenere un segreto con te, mi

credi incapace di star zitto con gli altri? Ma con te era un'altra cosa,

mia bella. Non potevo tacerti più a lungo un'idea che mi premeva tanto,

e che contro il tuo pensare, permetti, mi pareva e mi pare sempre più

una bella cosa.

-- Puoi dirla anche bellissima; -- rispose la signora. Che si canzona?

Un milione e duecento cinquantamila lire, e poi la dote di

cinquecentomila.

-- No, cara; la dote prima, l'eredità poi, e speriamo assai tardi.

-- È tutt'uno; e verrà egli in possesso di tutto.

-- Neanche questo; sarà tutta roba dei figliuoli.

-- Che han da venire; -- commentò la signora. -- Ed egli frattanto

amministrerà.

-- Amministrare non è scialacquare, ed egli vorrà tenere i suoi conti in

regola. Oh, infine, perchè una ragazza è ricca, non troverà più un

galantuomo che s'innamori di lei? E se il galantuomo s'innamora, dovremo

noi sospettarlo di secondi fini? Sii giusta, amica mia, sii ragionevole.

-- Sì, sì, quello che vorrai; tanto più che non ho da farci uno sforzo;

-- rispose la signora, ridendo di quel suo riso pazzesco. -- Un giudizio

interiore sugli atti del prossimo nostro non si può soffocare, ecco

tutto. Ma il fare una bella o una brutta cosa, risguarda lui. Resta che

io non gli entrerò di nulla, e tu nemmeno; altrimenti un po' d'amaro

dovrebbe uscir fuori.

-- Ma perchè, Dio santo, perchè?

-- Sei tu che me lo domandi? Tu, a buon conto, hai sposato una donna che

non aveva un soldo. Ho detto un soldo.

-- Bella forza! -- esclamò Raimondo. -- Quella donna era Livia la bella.

-- Anche quell'altra è bella, ma con la ricchezza in più.

-- Bella, sì, non lo nego; -- riprese Raimondo. -- Ma che paragoni vuoi

fare? Sono essi possibili? Riconosco tutto quello che va riconosciuto;

ma sopra Livia, o alla pari con Livia, niente, niente; hai capito? vuoi

che vada a gridarlo sul campanile di San Marco? --

Livia era in quel momento un po' avanti a lui. Si arrestò, mentre egli

finiva la frase, gli appoggiò le spalle sul petto, e arrovesciando il

capo sull'omero di lui, volse la faccia ridente per modo che il galante

marito potè cogliervi un bacio.

Quella sera Filippo Aldini capitò al palazzo Orseolo; non sull'ora del

caffè, come Raimondo avrebbe desiderato, ma pochi minuti più tardi. Fu

accolto con grazia incantevole dalla padrona di casa, e di ciò fu

contento Raimondo assai più che di poter offrire all'amico una chicchera

del primo caffè di Venezia. Così, fatto felice con poco, Raimondo parlò

volentieri per tre, mentre Filippo anche più volentieri ascoltava, e la

signora Livia guardava i giornali, interrompendo di tratto in tratto

quella leggera occupazione con qualche breve sparizione; per dar ordini,

naturalmente, e una volta poi per ritornare tutta gloriosa e trionfante

con una gran busta di velluto azzurro, che posò sulla tavola sotto gli

occhi dell'Aldini.

-- Confetti? -- mormorò egli, tanto per dire qualche cosa.

-- Se ne gradisce, signor conte; -- rispose la signora, facendo scattare

il coperchio. -- Per serate di gala. --

Filippo Aldini rise involontariamente dell'errore in cui era caduto. Ma

l'errare è da uomini, specie in simili cose. La gran busta di velluto

azzurro racchiudeva nella sua custodia di raso bianco un gioiello

stupendo, una specie di diadema tra lo stile egizio e l'etrusco. Un

cerchio d'oro, che s'andava assottigliando verso i capi, e che doveva

nascondersi mezzo entro le ciocche della capigliatura, reggeva nella sua

parte anteriore un serpente, avvolto in larghe spire, eretto il collo e

spalancate le fauci, in atto di ghermire una farfalla. L'idea, forse,

non era nuova; ma la facevano parer tale, se mai, le grazie di un'arte

squisita, e più di tutto una leggerezza di esecuzione che contrastava

mirabilmente colla varietà della materia posta in opera, e tutta

distribuita in piena evidenza. Il serpente era coperto per intiero di

smeraldi sul dorso, di crisòliti nel ventre, con aggiunta di carbonchi

nella cresta e negli occhi: la farfalla aveva il corpo formato di tre

zaffiri, e le ali tempestate di brillanti; screziate di brillanti

minuscoli le antenne, e terminate in due rappettine di brillanti più

grossi, tremolanti e scintillanti ad ogni moto dei loro tenui sostegni.

Insomma, era uno splendore, una maraviglia, un portento. Filippo ammirò,

come doveva, esaminando attentamente in ogni parte il lavoro, e lodò

senza fine il buon gusto della scelta.

-- Della scelta! -- esclamò Raimondo, -- Non ne ho nessun merito. Era il

meglio della vetrina, e la grande ultima novità di Parigi. Con queste

raccomandazioni, non c'era da scegliere; bisognava portar via

senz'altro.

-- Ti loderò dunque di aver portato via; -- disse Filippo. -- Sei

contento?

-- Raimondo è un angelo; -- sentenziò la signora.

-- Angeli in terra, e coi baffi! -- gridò Raimondo, con accento di

protesta. -- In terra, mia cara, non ci sono altri angeli che le donne:

e aggiungerò: alcune donne.

-- Angeli caduti di lassù, dunque; -- fu pronta a ribattere la signora

Livia; -- voleranno male, non ti pare? E saranno anche capricciosi,

diseguali d'umore, come siamo noi troppo spesso. Ma tu, Raimondo, sei

sempre quello d'un giorno. Dica Lei, Aldini; non pensa come me, che

Raimondo è un angelo? --

Filippo Aldini sentiva di fare in quell'idilio maritale una parte

abbastanza ridicola. Avrebbe per intanto voluto trovare qualche idea che

gli facesse gioco, rialzando un pochettino la sua condizione di terzo

incomodo.

-- Raimondo è banchiere; -- diss'egli. -- Come banchiere gradirà le

cambiali a due firme. Ma non qui certamente; e il mio avallo varrebbe

poco, anzi diciamo pure che guasterebbe, dove ella ha parlato così bene.

Io so per mio conto che Raimondo Zuliani è la perla degli amici.

-- Ah, ne conviene? -- gridò la signora con accento di viva esaltazione,

mentre gli occhi le si accendevano d'un lampo subitaneo.

Filippo si era già pentito della sua giunta. Gli passò per la mente che

da quelle sue parole si prendesse occasione ad entrargli del suo

matrimonio, che era ancor di là, molto di là da venire. Ma non se ne

fece nulla; il lampo subitaneo degli occhi si spense, l'accento si

rifece pacato, ed anche Raimondo si era fatto sollecito a cangiare

argomento. Ne uscì dunque colla paura; e frattanto uno squillo del

campanello in anticamera annunziava visite. Entravano pochi istanti dopo

in salotto il cavaliere Lunardi e il maestro di musica. Oh bravi!

Filippo Aldini li avrebbe di gran cuore abbracciati.

Anche la signora Livia fu molto contenta di quei due arrivi. E come no?

Erano due gentiluomini della sua corte, e si dimostravano singolarmente

fedeli; erano anche i più utili, l'uno per tener viva la conversazione,

l'altro per variarla con un pochino di musica.

-- Abbiamo pensato che era mercoledì, e che Ella non andava a teatro; --

disse il cavaliere Lunardi, stringendo devotamente la mano che Livia gli

stendeva con gesto regale.

-- Usanza vecchia; -- rispose ella. -- Bisognerà cambiarla.

-- Perchè?

-- Per far novità, non le pare? Il mondo cammina; non possiamo star

fermi noi, che ci dobbiamo viver dentro.

-- Oh, signora, non si dia pensiero del mondo. Quando avrà ben

camminato, si stancherà. Noi facciamo intanto il comodo nostro. Ed ella,

per carità, non ci levi la nostra buona serata.

-- Ella è sempre gentile, signor cavaliere. Ma io non la leverò di qui,

se non per vederla ancora a teatro. --

Tra queste ed altre chiacchiere d'uguale importanza, il maestro di

musica era andato al pianoforte. E suonò, quasi sarebbe inutile il

dirlo, un po' di _Bohème_, quindi un po' di _Manon_; anzi delle due

_Manon_: avrebbe suonato anche un po' di _Tosca_, se la _Tosca_ fosse

già stata messa in musica e portata agli onori della scena. Ma ciò,

senza avere in animo di far torto ai giovani compositori italiani,

conveniva poco alla signora Livia.

-- Maestro, -- diss'ella, facendo interrompere di punto in bianco una

elegantissima frase melodica, -- ci suoni il duetto d'amore

dell'_Otello_. È una cosa tanto appassionata, veramente deliziosa! --

Il maestro fu pronto ad attaccare il pezzo richiesto.

-- Che dolcezza! che incanto! -- mormorava la signora Livia.

E coi moti del capo, e col battere delle dita sulle pieghe della gonna

di velluto, accompagnava i suoni, che le andavano all'anima. Dovevano

tutti infiammarsi, andarne in visibilio come lei, e primo frattanto il

cavaliere Lunardi, che le sedeva vicino. Ma il buon cavaliere era in

vena, quella sera, e non voleva arrendersi senza battaglia.

-- Strano! -- diss'egli, poichè il maestro ebbe finito. -- Un duetto

d'amore tra marito e moglie! S'è mai sentita in teatro una cosa

simile? --

La signora Livia s'inalberò, minacciando il cavaliere Lunardi colle

stecche raccostate del suo ventaglio.

-- Ma sa, cavaliere, -- gridò, -- che questa sera, contro l'uso, Ella è

molto brutto?

-- Grazie per l'uso; -- riprese egli, inchinandosi sulla vita; -- ma in

che sarei brutto, stasera?

-- Non se ne accorge? Nel non veder poesia nel matrimonio. Il nodo è

sacro; non è dunque da buttar via. E se due creature l'hanno per tale,

non ci vorrà Ella riconoscere un bello esempio di costanza in amore? La

costanza....

-- Tiranna del core; -- soggiunse a mo' di glossa il cavaliere Lunardi.

-- Tiranna pei duchi di Mantova; -- ribattè la signora; -- ma non per

chi ama davvero. E le pare una cosa tanto poco poetica, da non

tollerarsi in un duetto d'opera?

-- Ecco, io non so veramente; -- rispose il cavaliere Lunardi, fingendo

di mettersi sul grave; -- bisognerebbe aver provato. Del resto, qui si

fa per discorrere, ed io, in questa causa di santificazione del

matrimonio sarò l'avvocato del diavolo; una parte che non disdegnano di

sostenere i più fedeli cristiani. Il matrimonio, ella dice, può essere

esempio di un amore costante. Un amore costante è un amore che rischia

d'invecchiare. Diciamo dunque un amor vecchio. Ed io ho letto in un

autore antico, e latino, il che accresce di tanto la sua autorità, che

un amor vecchio è una gran prigionia. Dimmi tu, Filippo, se cito giusto;

tu che hai gli autori latini sulla punta delle dita. --

L'Aldini sorrise, tentennando la testa.

-- Troppo forte mi fai; -- rispose. -- Ma per questa volta ti posso

servire. L'autore latino è Petronio. _Antiquus amor carcer est_, ecco la

massima; ma egli, per tua norma, la fa dire da uno dei commensali di

Trimalcione, e per celia.

-- Bravo! -- gridò Raimondo. -- Aiutaci un po' tu contro questo terribil

cavaliere.

-- Terribile, è troppo onore per un combattente mio pari; -- disse il

Lunardi, ridendo. -- Infatti, vedete; io, da buon campione.... senza

valore, cedo volentieri sulla questione poetica; ma mi rovescio sulla

questione musicale. Mi battano anche su questa. Intanto io sostengo e

dico che l'amore matrimoniale non è da duetti alla ribalta. Questo

dell'_Otello_, che credo sia l'unico, su che idee tenta di appoggiarsi?

Su questa, che è poi un cenno di tempi anteriori al matrimonio: "E tu

m'amavi per le mie sventure. -- Ed io t'amava per la tua pietà". Diciamo

di passata che il Moro, anzi il Negro, è molto generoso con una bella e

bionda patrizia veneziana; l'ha riamata per la sua compassione! Quanto a

lei, se è vero che ne sentisse tanta, che bisogno c'era di sposare il

Nubiano? Un negro, lo so, è un uomo come un altro. Ha delle sventure?

Poveraccio, gli si apre una colletta, e la figlia del senatore Brabanzio

ci mette magari tutti i ducatoni che le hanno regalati per Ceppo. Che

cosa ci ha guadagnato la bella Desdemona a sposare il Nubiano? Un

fazzoletto. Gran signore, e veramente prodigo, quel generale della

Repubblica! Va dai Bocconi del tempo, e compra un fazzoletto; neanche

una dozzina, per l'uso; e quel fazzoletto unico, vuol vederlo sempre.

Avesse pensato almeno a regalarle un bel solitario di diecimila lire! o

un diadema come quello che ieri è stato pagato venticinquemila al

Marchesi!

-- Ieri? -- domandò la signora.

-- Sì, ieri, tra le quattro o le cinque. Se ne parla dappertutto, e si

almanacca sul nome del compratore, che il gioielliere non ha voluto

dire.

-- Raimondo! -- esclamò la signora, mezzo severa e mezzo sorridente

nell'aspetto. -- Una follia!

-- Come l'amore, se mai; -- rispose a mezza voce Raimondo.

Frattanto la signora aveva riaperta la busta di velluto azzurro, che era

rimasta davanti a lei sulla tavola, e la faceva ammirare al cavaliere

Lunardi.

-- Eh, lo pensavo ben io! -- gridò il cavaliere, dopo aver guardato per

tutti i versi il gioiello. -- Ci avrei giocata la testa. Da due giorni

c'era folla, alle vetrine del Marchesi; ma nessuno s'era arrischiato

dentro. E poi, quando fu sparito dalla mostra, lo avrebbero tutti

voluto, il capolavoro costoso. Dico tutti per iperbole; saranno poi

stati tre. Mariti? non so. Bene è stato un marito, quello che ha portata

la palma; il _record_, come ora si dice. Ed ecco, -- conchiuse allegro

il cavaliere Lunardi, -- ecco i mariti con cui si possono far dei

duetti.

-- Ne conviene, eh? -- disse Livia, raggiante.

-- Ma sì, nel caso presente che è il caso vero, e forse unico. Ma in

quell'altro, del Nubiano, Dio guardi! E poi, con quella brutta fine!

-- Ammetta che amava bene, quell'uomo.

-- Da pazzo, sì, che ancora potrebbe andare; da cieco, che non va più in

nessun modo.

-- Eppure, mi lasci dire, -- notò la signora, -- nel caso di Otello

aveva torto Desdemona. Ma sì, cavaliere, aveva torto, con quella sua

eterna compassione per Cassio. Compassione pei negri, compassione pei

bianchi; era un pozzo inesauribile di compassione, quella nostra

concittadina.

-- Consoliamoci, -- soggiunse il cavaliere Lunardi, -- consoliamoci

pensando che Desdemona non è mai esistita, e che a nessuna delle nostre

belle Veneziane è mai passato per il capo, da che Venezia esiste, di

sposare un Negro.

-- Ah, non è storico, il fatto?

-- Non credo. Del resto chiediamone all'amico Aldini. Che cosa puoi

dircene tu, Filippo?

-- Quello che ne saprai tu pure; -- rispose Filippo. -- Il fatto vero è

brevemente questo. Cristoforo Moro, veneziano, e governatore a Cipro nel

1508, uccide la moglie per gelosia. Trent'anni dopo, o giù di lì, un

romanziere prende il fatto nudo e bruco dalla cronaca veneziana, e ne fa

una novella. Un po' per riguardo alla casata patrizia dei Moro, un po'

per seguitare il suo uso, che era quello di travisare i fatti d'ogni

storia, e sacra e profana, per far mostra di genio inventivo, trasforma

il Moro di casato in un Moro di nazione, e lo fa di pelle anche più nero

che non siano mai stati i Mori. Ecco tutto. Su quella novella del

Giraldi ha lavorato lo Shakespeare. Sul dramma dello Shakespeare hanno

fatto musica, da quei due grandi artisti che sono, il Rossini ed il

Verdi. Ho abbreviato per non dar noia, ma credo di non aver dimenticato

nulla; -- conchiuse modestamente l'Aldini.

Aveva infatti abbreviato molto; e forse c'era da dirne più a lungo,

specie in onore di quel povero Giraldi, la cui novella era stata ormata

periodo per periodo, quasi parola per parola, dal grande tragico

inglese. Quando i salotti si occupano d'arte, prendendo occasione da

un'opera moderna, è ben giusto che sopportino anche un richiamo erudito

alle fonti. Ma l'argomento dava noia all'Aldini. Che idea stramba era

venuta in mente al cavaliere Lunardi, con la sua arguzia sul caso di

Otello, e, peggio ancora, sulle massime di Petronio Arbitro! Del resto è

sempre così, nei salotti; quando vien fuori un tema antipatico, non c'è

caso che nessuno se ne voglia staccare; ed è proprio come quando siete

afflitto da un fignolo, o da altra noia consimile, che tutti sentono il

bisogno di farvi carezze, e ci dànno allegramente del dito.

L'Aldini non aveva ancora finito il suo discorsetto erudito, che già la

signora Livia si era dileguata con la sua busta di velluto azzurro tra

mani. Raimondo aveva creduto lì per lì che fosse andata a riporre il suo

gioiello; e non fu poca la sua maraviglia, quando la vide ritornare col

diadema in fronte. Proprio così; la bella donna aveva voluto fare, a

benefizio di pochi eletti, la prova generale della sua rappresentazione

a teatro.

-- Serata di gala! -- diss'ella, avanzandosi con incesso di dea in mezzo

al salotto, maestosa, trionfante, sotto quel luccichìo di gemme, con

quel pennacchio di piccoli brillanti, che tremolavano ad ogni suo passo,

mandando attorno bagliori di fiamme azzurrine e rossiccie.

Il cavaliere Lunardi gettò un grido di ammirazione.

-- Questo divino spettacolo è per noi, solamente per noi; -- soggiunse

egli tosto. -- Tutti possono invidiarcelo; nessuno ce lo leva più. --

Raimondo gongolava. La sua Livia non poteva fargli davvero un regalo più

prezioso del comparire innanzi agli amici col suo bel diadema in capo,

che la faceva rassomigliare ad una regina antica, della leggenda o della

storia, ad Elena, per esempio, a Cleopatra; a questa, soprattutto, che

parve creata a bella posta per dar risalto ai più costosi ornamenti.

Un pensiero di quella fatta balenò certamente alla fantasia del

cavaliere Lunardi.

-- Chi oserebbe negare, -- diss'egli, -- che le pietre preziose siano

state fatte per accompagnar la bellezza? Tutto, in natura, ci si mostra

ordinato ad un fine. Lo smeraldo, lo zaffiro, il diamante, sono fatti

per le donne belle; se così non fosse, a che servirebbero? --

La trionfante signora sorrise a quella scarica di complimenti, e passò,

avviandosi al pianoforte, per dire al maestro di musica:

-- Un altro duetto, la prego; per me e per Raimondo, mi capisce? --

Il maestro di musica assentì prontamente con un cenno del capo; e subito

attaccò il duetto dei _Puritani_: "A te o cara amor talora." Era la

passione di Raimondo Zuliani, che giurava e spergiurava esser quello il

motivo melodico più bello che fosse mai passato per la mente di un

musicista.

Così pensando in materia di musica, era naturale che Raimondo si

accostasse anche lui, e ritto lì dietro la cassa armonica del pianoforte

prendesse a battere il tempo con la punta delle dita sul coperchio,

canticchiando tra i denti il suo motivo prediletto. Ma non canticchiava

più, cantava a dirittura, quando veniva a frammettersi nel duetto la

parte del coro:

"Senza occaso questa aurora

Mai null'ombra o duol vi dia;

Santa in voi la fiamma sia,

Pace ognor v'allieti il cor."

-- Ed eccoti, Lunardi mio; -- diss'egli, alla fine del pezzo, -- il

duetto di due che si sono sposati.

-- Sì, sì, hai ragione, Arturo; ed ha ragione Elvira; -- rispose il

cavaliere Lunardi. -- Potrei ribattere ancora che le eccezioni non

contano; ma già mi son dato per vinto, "campione senza valore", come ti

ho detto in linguaggio postale. --

Infine, si era allegrissimi. La signora Livia, rutilante, sfavillante,

di gioie e di gioia, trionfava accanto al suo Raimondo, che era

diventato il re della festa, e che in cuor suo ripensava i versi

indimenticabili del coro nuziale.

"Santa in voi la fiamma sia,

Pace ognor v'allieti il cor."

Il re della festa non lasciò partir quella sera i suoi fedeli, senza

aver fatto saltare il turacciolo a due bottiglie della Vedova

incomparabile. Ottimo signor Cliquot, voi mancavate a quell'altro

duetto; ma si ricordò di voi il cavaliere Lunardi, che bevve alla vostra

pace e alla gloria del vostro casato fino alla consumazione dei secoli.

Filippo Aldini se ne andò quella sera abbastanza consolato dal palazzo

Orseolo. Si era festeggiato un santo matrimonio, e non si era fatto il

menomo cenno del suo. Un altro giorno guadagnato, frattanto; ed egli

giunse a casa sua, oltre il corso Vittorio Emanuele, colla illusione di

non esser più lui, ma un altro essere, sciolto di pensieri, di cure, di

malinconie d'ogni specie, padrone di sè, padrone del mondo.

Il ponte del paradiso: racconto · 第 14 / 28 题