VIII.

Tra due ammalate.

Raimondo a tutta prima si sgomentò, e senza por tempo in mezzo mandò per

il medico, sebbene prevedesse di sentirsi dire che erano cose da nulla,

sperando, anzi desiderando, che fosse tale il responso. È sempre bene

averlo favorevole, da uomini di dottrina e d'esperienza, se anche ve lo

incartoccino di astruserie, o ve lo confettino di vocaboli greci.

Il dottore Teodoro Dal Vago non era poi così ottimista come pareva,

sentendolo discorrere al letto dei suoi ammalati. Era un medico esperto

e consumato, che conosceva l'arte di non turbare lo spirito

degl'infermi, nè delle loro famiglie; quelli sempre disposti ad aver

nelle ossa tutti i malanni di cui si faccia il menomo cenno, queste

sempre facili a spericolarsi per eccesso di tenerezza, e magari a

lasciarsi sfuggire dagli occhi un segreto che l'ignoranza e la paura più

facilmente ingrandiscono.

Venne, osservò, tastò il polso, che in verità era poco regolare, sebbene

non forte, nè teso, ma che egli ebbe la buona grazia di trovare

eccellente; poi venne all'interrogatorio, che fu lungo, minuto,

amorevole. L'ammalata accusava dolori qua e là, al capo, al petto, alle

spalle. Forse reumatici? Ma sì, reumatici per l'appunto: non aveva ella

finito di raccontargli come le fosse accaduto di restare un'ora buona a

conversazione in un salotto troppo riscaldato, e di uscir poi all'aria

pungente della Riva degli Schiavoni? Si trattava dunque di una

infreddatura; e bisognava star riguardati, riposare, riposare e ber

caldo. Del resto, passando dal caso particolare, che in sè non aveva

nessuna gravità, alle condizioni generali del vivere signorile, specie

nella stagione fredda, o troppo variabile, il buon dottore aggiungeva le

sue riflessioni tra il serio e il faceto.

-- Se lo lasciano dire, mie belle signore? Sacrificano troppo alla moda,

troppo agli usi del bel mondo; non pensano che la salute è un dono del

cielo, e un dono a noi fatto, come quello della vita, per una volta

sola; donde la grande necessità di tenerselo caro.

-- Oh brutto dottore! -- mormorò la signora Livia, con quell'accento di

bambina scorrucciata, che soleva adoperare col suo Esculapio. -- Che

cosa faccio, finalmente? Non dovrò andare più neanche a teatro?

-- Non dico questo; ma andandoci.... si lasci dire anche questo, meno

scollato, e più bavero.

-- Ah, per questo, -- saltò su a dire Raimondo, che il primo responso

sul caso particolare aveva levato d'ansietà, -- ti dirò anch'io come mia

moglie: brutto dottore! ed anzi aggiungerò: "sior Tòdaro brontolon!"

Passi pel bàvero, per la pelliccia, per la mantellina ovattata, per

quell'altro che tu vorrai, e che raccomando sempre all'uscita. Ma un po'

di scollato, Dio buono, quando si è dentro, un po' di scollato!... È

così bella, mia moglie!

-- Raimondo! -- esclamò la signora, con una languida intonazione di

rimprovero.

-- Ebbene? -- ribatteva egli, animandosi. -- È ciò, che dicono tutti.

Quel po' di scollato ti va così bene! Non si sente infatti ripetere che

la tua linea, dal collo alla spalla, ricorda appunto la Venere

Capitolina? --

Il buon dottore sorrideva, avendo l'aria di partecipare a quei maritali

entusiasmi.

-- Sì, sì, -- riprese egli, -- è l'opinione generale. Ma appunto per ciò

mi raccomando. Pensate, ragazzi miei, che la Venere Capitolina ha ricco

il platisma micoide.

-- Platisma? -- ripetè Raimondo, interrogando.

-- Micoide; -- ribadì il dottore Dal Vago. -- Ma già tu vuoi la moneta

in ispiccioli: diciamo dunque pannicolo carnoso, quello che scende da

qui fin qua, dal mento al petto, e vi si sovrappone e segue amabilmente

il pannicolo adiposo; cioè a dire quel buon tessuto cellulare

sottocutaneo, che conferisce grazia alla persona, proteggendo anche gli

organi respiratorii. La Venere Capitolina, se ben ricordo, ne ha quanto

occorre. Il troppo stroppia; ma per mantenersi in quelle giuste

proporzioni, bisogna aversi riguardo, e nel caso nostro non esporsi a

perdere, cercare anzi di guadagnare. Dunque, dico io, preservativi, e

ricostituenti. Ella è di complessione sana, ma delicata, signora mia

bella; voglia guardarsi adunque dai troppo forti cambiamenti di

temperatura, ed anche assoggettarsi ad una piccola cura che la

rinvigorisca. Tutto ciò che riguarda la salute va fatto; tutto ciò che

riguarda la bellezza non va trascurato. Dico bene? --

Così, tra raccomandando e celiando, il dottore Dal Vago lasciò la camera

della bella inferma, per andare nello studio di Raimondo a scrivere

quelle due righe di recipe, senza cui non pare che il medico abbia

adempito a tutti gli obblighi suoi.

Rimasto solo con Raimondo Zuliani, il buon dottore parlò in un modo

alquanto diverso da quello di prima.

-- Fenomeni isterici, mio caro; e qui prima di tutto, vogliono esser

rimedii calmanti.

-- Isterici! -- esclamò Raimondo. -- Tu mi spaventi, dottore.

-- Perchè? Leggeri, anzi tutto. Non creder poi che questo sia soltanto

il caso di tua moglie. Son tutte isteriche, più o meno, le signore dei

nostri giorni. Ed anche gli uomini, infine....

-- Anche gli uomini? Ho sempre creduto che l'isterismo....

-- Eh sì, -- interruppe il dottore, -- che cos'è l'isterismo, se non una

sovreccitazione del sistema nervoso, e una forma della nevrosi, che è il

gran male del secolo? Ora, vedi, più si è deboli, e più facilmente si

soggiace alle conseguenze di queste sovreccitazioni; onde i cardiopalmi,

i fenomeni stenocardici, le dispepsie.... Ah, dimenticavo che tu non

vuoi parole greche; diciamo dunque palpitazioni, stringimenti di cuore,

digestioni difficili.

-- Ed ora non mi spaventi più, mi atterrisci.

-- Calma; siamo appena ai principii, e tutte queste brutte cose sono

ancora in proporzioni ristrette. Ma poi, chi non provvede in tempo, va

soggetto a convulsioni, alle contratture muscolari, ai trismi.... voglio

dire alle contrazioni persistenti dei muscoli elevatori della mascella

inferiore. Seguono o precedono, secondo i casi, le allucinazioni, le

insonnie, le anestesìe sensorie.... voglio dire i mancamenti temporanei,

le diminuzioni di sensibilità; nella vista, per limitazione del campo

visivo, essendo resa insensibile una porzione periferica della retina;

nella voce, nell'udito, e via discorrendo. Alle anestesìe, poi, si

alternano le iperestesìe .... cioè, diciamo pure gli eccessi di

sensibilità, come accade per l'appunto nelle allucinazioni, quando

l'isterico, in uno stato di mezza incoscienza, vede ripresentarsi alla

sua mente più scene della vita passata, e ti mostra di riviverle, negli

atteggiamenti diversi del viso, o nei fenomeni ipnotici, nel

sonnambulismo, ad esempio, quando egli risponde macchinalmente alle tue

domande imperiose. Bada, -- soggiunse il buon dottore, vedendo la cera

contraffatta di Raimondo, -- io ti parlo così, contro l'uso mio, perchè

siamo lontani da questi pericoli, e vogliamo e dobbiam prendere in tempo

le nostre precauzioni. _Principiis obsta_.... E questo lo intendi

benissimo.

-- So anche il resto: _sero medicina paratur_; -- disse Raimondo. -- Ma

i rimedii?

-- In farmacia non ne mancano; -- rispose il dottore; -- ma sono pei

casi urgenti e in fondo in fondo son palliativi e non altro; calmanti,

tonici, narcotici, ipnotici, non valgono certamente la cura diretta

dello spirito, sussidiata dalla dietetica e dalla climatica. Distrarre

la mente, nutrire e corroborare l'organismo, ecco il punto. Lo stomaco

si adatta mal volentieri ad una nutrizione ricostituente, lo so; ma

appunto per questo il cambiamento d'aria è raccomandato. Potrai tu

lasciare per un po' di tempo i tuoi affari?

-- Per lei, figùrati, farò questo ed altro.

-- Alla buon'ora. Stazioni climatiche invernali non mancano; in Liguria,

per esempio, da Nervi a San Remo, e più in là, se ti piace. Si fa doppia

cura, dello spirito e del corpo; ed anche è doppia quella dello spirito,

perchè alle distrazioni moderate e sempre piacevoli della vita nuova, si

aggiunge il benefizio dello avere abbandonata la vecchia, con tutti i

suoi turbamenti.

-- Qui, per altro, -- osservò Raimondo, -- la mia Livia fa una vita

abbastanza quieta.

-- Sì, va bene; ma le visite, i teatri, i balli, le conversazioni; son

tutte cagioni di esaurimento nervoso, per una costituzione così

delicata.

-- Come si fa, buon Dio? -- esclamò Raimondo. -- Come si fa a romperla

con tutte le consuetudini sociali?

-- Eh, lo so bene; restando, non si può; ma andando?... Del resto, hai

tempo a pensarci, poichè i disturbi della tua signora sono nello stadio

iniziale. Forma leggera di una malattia molto seccante, si possono, si

devono domare in tempo, per non aver noie più tardi. --

Fatto questo po' di chiacchiere, coll'amico Zuliani, il dottor Teodoro

Dal Vago lasciò il palazzo Orseolo, e fuori di là il dialogo si

restrinse in monologo. Sempre così, il buon dottore; un discorso al

malato, un altro alla gente di casa, e il terzo a sè.

-- "Donne, donne! eterni Dei!" -- incominciò, canticchiando tra i denti,

sull'aria conosciuta del _Barbiere_. -- Eccone una che non me la dice

giusta, colla impressione del freddo all'aperto, dopo essere stata in un

salotto troppo riscaldato. Dio sa che altro sarà stato, per metterle i

nervi in combustione. Ed è più malata che non sembri. Quella tosse

spasmodica! quella respirazione accelerata! Già incominciamo dal dire

che questa storia è vecchia; e di forma ereditaria, ci scommetterei la

testa. La madre, a quel modo nevrotica, come è finita! Quanto a lei, è

stravagante, a dirne poco. Capricciosa è sempre stata, dacchè la

conosco, ed è ancora una bambina, a trent'anni, se non li ha passati

d'un bel poco. Età climaterica, direbbero gli astrologi. Basta, se

l'amico Zuliani si decide a tirarla via da Venezia, e lei si lascia

condurre, che mi pare il più difficile, possiamo rimediarla ancora. Ma

occhio alla penna! --

Così conchiuso il suo ragionamento, se ne andò il buon dottore Dal Vago

a visitare altri ammalati, a fare altri dialoghi, per finire con altri

monologhi. I medici l'hanno ancora, la consolazione di questi piccoli

sfoghi, dopo essere stati costretti a dir le cose per metà, ed anche a

non dirle affatto.

Raimondo Zuliani aveva bene inteso che tutta la serie dei mali

minacciati alla sua Livia risguardava il futuro, e un futuro abbastanza

remoto da lasciar tempo a provvedere e fondata speranza di scongiurarli.

Perciò era presto uscito d'apprensione, non restandogli altra cura

nell'animo se non quella di obbedire ai consigli del medico. Una cosa

era ben risoluta, che sul finir di gennaio, o sui primi di febbraio,

alla più lunga, avrebbe condotta la moglie in un clima più confacente

alla sua salute. La gita in Liguria gli sorrideva: quanto agli affari

del banco poteva fidarsi del signor Brizzi, uomo pratico, accorto, ed

onesto a tutta prova. Del resto, pei casi ordinarii avrebbe provveduto

il carteggio, e per gli straordinarii il telegrafo. In questi pensieri,

aveva finito di calmarsi. Ed anche si calmava la signora, che la mattina

seguente non aveva più nulla, nè dolori vaganti, nè tosse, nè

agitazioni, nè ardori alla pelle. Certo, per quella volta, i fenomeni

isterici non c'entravano affatto; il guaio era tutto venuto dal gran

caldo nel salotto delle signore Cantelli. Anche i medici, poveracci,

qualche volta la sbagliano.

Oh, a proposito, una visitina alle signore Cantelli non era mica da

tralasciare. Gli premeva la felicità dell'amico, e prima di muoversi da

Venezia voleva anche per quel rispetto aver messe le cose a buon

termine. Per intanto occorreva sapere se la signora Eleonora avesse

ricevuto lettere dal marito, e notizia del giorno ch'egli sarebbe

capitato a Venezia, come prometteva di fare.

Andò dunque al Danieli, e di mattina, per esser sicuro di ritrovare le

signore in casa; se no, ad aspettare dopo colazione, c'era rischio che

col "felice mortale" fossero andate a fare qualche artistica

passeggiata. Salito all'appartamento delle signore Cantelli, trovò in

salotto la signora Eleonora sola, accigliata e più taciturna del solito.

-- E la nostra bella Margherita? -- chiese egli, guardando attorno, dopo

aver fatto i suoi convenevoli.

La signora Eleonora scosse la testa, e battè un pochettino le labbra.

-- Incomodata; -- rispose poi asciuttamente.

-- Oh, senti! E da quando? --

-- Da ieri.

-- Strano! E mia moglie, che è stata qui, non me ne ha detto nulla!

-- Era appunto da noi, -- replicò la signora Eleonora, -- quando la mia

figliuola si sentì venir male.

-- E la cagione? -- domandò Raimondo. -- Forse il troppo calore dei

camini....

-- Diciamo il troppo calore; -- mormorò la signora Eleonora, assentendo

a mezza bocca.

-- Dico questo, -- riprese Raimondo, un po' sconcertato, -- perchè mia

moglie, appena ritornata a casa, si è messa a letto con dolori per tutta

la persona, accennando al freddo della strada dopo il gran caldo che

aveva sentito qui. Ma il riposo assoluto e i pronti rimedii del medico

le hanno fatto bene, tanto che ora ha potuto alzarsi un pochino.

-- Non così la mia Margherita; -- disse la signora Eleonora, sospirando.

-- È ancora molto debole.

-- Che pena! -- esclamò Raimondo. -- Ella non può immaginare come io ne

soffra. --

Voleva chiedere se avessero chiamato un medico, e che cosa avesse egli

trovato, che cosa ordinato. Ma vedeva la signora Eleonora così seria,

così poco disposta ad accogliere le sue effusioni di cuore, che non ardì

aggiunger altro su quel tema, e stimò opportuno di cangiar discorso.

-- Dal signor Anselmo ha lettere? -- domandò egli, dopo un istante di

pausa. -- Le scrive che verrà presto? --

La signora stette alquanto sopra di sè, battendo ancora le labbra; poi

di schianto, non potendo più contenersi, proruppe in queste parole:

-- Senta, son quasi tentata di scrivere a lui che non venga affatto. --

A quell'uscita inattesa Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.

-- E perchè? -- domandò con voce trepidante, mezzo soffocata dallo

stupore.

-- Perchè.... perchè.... -- balbettò la signora Eleonora, pentita di

essere andata troppo oltre, senza aver meditato le conseguenze

dell'impegno in cui si metteva. -- Ella ha ragione a volerlo sapere, il

perchè. Ed è giusto che io glielo dica. Perchè il suo conte Aldini non è

l'uomo per mia figlia.

-- Signora!... -- riprese Raimondo, più stupito che mai. -- Non intendo

la cagione di questo suo mutamento improvviso; ed anche, mi consenta di

dirglielo, irragionevole. Della parola, forse troppo vivace, Le chiederò

scusa poi, quando avrò giustificato il concetto. Per sua norma, e sul

mio onore, Le attesto che il conte Filippo Aldini è il fiore dei

gentiluomini, e dei galantuomini, degno in tutto e per tutto di

quell'angelo della sua cara figliuola. Lo innalzo troppo, mettendolo al

paragone con la signorina Margherita? E sia; ma se nessuno può starle

alla pari, nessuno potrà avvicinarsi tanto a quell'altezza, quanto

Filippo Aldini; e questo glielo dico in coscienza dell'anima mia.

-- Non è l'opinione di tutti, -- notò la signora Eleonora.

-- Ed io, -- ribattè Raimondo, -- non so di tutti, nè di pochi; so

questo soltanto, che nessuno, intenda bene, nessuno al mondo, può

pensare di Filippo Aldini diversamente da me. Chi ha potuto calunniarlo

presso di lei, mentendo e sapendo di mentire?

-- Si calmi, signor Zuliani, la prego. Abbiamo bisogno davvero di tutta

la calma possibile, -- disse la signora Eleonora. -- In ogni altra

circostanza, mi creda pure, tacerei, non amando io un certo genere di

ciarle, che possono degenerare in pettegolate di donnicciuole. Ma si

tratta di mia figlia, ed ho l'obbligo di parlare ad ogni costo. Ella mi

ragiona dell'amico suo con tanto ardore di convinzione, che debbo

credere alla sua sincerità; ma posso anche credere che ella viva in un

inganno continuo. L'amicizia, si sa, porta una benda sugli occhi come

l'amore. Altri, a cui non fa velo l'amicizia, può aver veduto più chiaro

di lei.

-- Voglio sapere.... la prego, la supplico di dirmi chi le ha parlato

male di lui.

-- Male.... intendiamoci. È male per me, che son madre, e su certi

argomenti delicati debbo essere scrupolosa; ma può non essere male

egualmente per gli altri. Infine, e pregandolo ancora di esser calmo,

faccia delle mie parole un uso discreto, da buon cavaliere e da

onest'uomo. La sua signora, ieri, seduta lì, dov'è Lei in questo

momento, mi ha fatto una pittura del conte Aldini, del suo passato e del

suo presente, che senza esser troppo nera, badi, senza esser troppo nera

agli occhi del mondo, sarebbe sempre nerissima agli occhi di una madre.

Insisto su questo nome, -- soggiunse nobilmente la signora Eleonora, --

perchè in esso è la mia forza, e la giustificazione del mio operare. --

Raimondo era rimasto attonito, come stordito da una percossa sul capo; e

stette lì per alcuni istanti, senza proferir parola, guardando la

signora Eleonora.

-- Mia moglie! -- diss'egli finalmente. -- Ma che cosa ha potuto

raccontarle mia moglie, contro la verità sacrosanta? --

Qui la signora Cantelli, che oramai non poteva più dissimulare nè

attenuare, riferì tutto intiero il suo colloquio del giorno innanzi

colla signora Zuliani, tra gli atti di stupore e i dinieghi di Raimondo,

che non sapeva stare alle mosse. E narrò ancora dello svenimento di

Margherita, che dalla camera attigua aveva potuto udire ogni cosa, o

tanto che bastasse a farla cadere, povera innocente, dall'alto delle sue

illusioni verginali.

-- Fu un grande errore, il mio; -- conchiudeva la buona signora; --

grande errore di non avere aspettato suo padre, lasciandoci intanto

venir troppo attorno il conte Aldini. Ma che vuole? Conoscendo il modo

di pensare del mio Anselmo, sapendo che in questi casi si è sempre

rimesso al parere di sua figlia, non potendo infine dubitare di Lei, che

mi stava garante del carattere di quell'uomo....

-- E ne sto garante ancora; -- interruppe Raimondo.

La signora Eleonora fece un gesto che voleva dire: ne so abbastanza,

della sua garanzia; poi continuò ad alta voce:

-- Ora il male è fatto, e bisognerà rimediare. Io sono grata alla

signora Zuliani della sua sincerità, se anche questa sincerità è stata

cagione involontaria dello svenimento di Margherita. Le ragazze,

finalmente, debbono avvezzarsi a questi malanni; la vita ne è così

piena! Mia figlia non è più una bambina, del resto; sentirà l'obbligo

della sua dignità personale, e si riavrà di questo colpo. Quanto a me,

se sono andata un po' a precipizio nel fare, posso consolarmi pensando

di essere ancora in tempo a disfare.

-- A disfare! a disfare! -- gridò Raimondo. -- Spero bene che ciò non

sarà. Del mio buon disegno avevo scritto a suo marito, ed egli lo ha in

massima approvato; nè certo poteva fare altrimenti, conoscendo la mia

serietà, come la mia amicizia per lui. Ne va il mio onore, se Filippo

Aldini non è pienamente giustificato. Ma si figuri! ciance di donne

sciocche, o di giovinotti invidiosi, accolte alla cieca da una graziosa

isterica! Eh sì, l'ho detto, e non mi disdico. Il medico me ne parlava

ancora iersera. Amo mia moglie quanto ad un uomo è dato di amare una

donna; ma la virtù non può andarne di mezzo, nè la giustizia; e la donna

che amo non deve guastare i disegni che ho formati in mente, per la

felicità di due nobili cuori. Per sua norma, signora mia, l'Aldini è

l'onore personificato. Ella vuole concedere qualche cosa a sua scusa,

dicendo: leggerezze agli occhi del mondo. Ebbene! non ci sono state

neppur quelle. Ma non sa Lei che da quattro anni lo conosco, e da tre,

poi, non passa giorno che non ci vediamo, ricambiandoci i nostri

pensieri più intimi? La pratica di cui hanno riempite le orecchie a mia

moglie, non c'è, creda pure, non c'è; ne saprei qualche cosa io, se ci

fosse, perchè Filippo non ha mai avuto segreti con me. Pensieroso,

malinconico, sì, un poco, e diciamo pure più del bisogno; ma è il suo

naturale, e non occorre cercarne altre cagioni men belle; è pensieroso e

malinconico, se mai, come tutti coloro che pensano e sentono, come,

tutti coloro che aspettano qualche cosa, che so io? il loro astro

sull'orizzonte.

-- Vogliamo dire che ne avesse il presentimento? -- chiese la signora

Eleonora, con accento sarcastico.

-- E lo dica pure; sarà nel vero. Non mi ha egli sempre detto di no,

quante volte io gli ho fatto proposte, e vantaggiose in sommo grado per

lui? Il cuore non c'era, il cuore non aveva parlato. Ha questa volta,

no: il cuore è stato preso in un súbito. E badi, non voleva, e non

vorrebbe neppur oggi farsi avanti, aspirare alla mano dell'angelica

creatura. Egli sa che è ricca, troppo più ricca di lui, che possiede a

mala pena un trecentomila lire di patrimonio.

-- Noi non badavamo a queste cose; -- notò la signora.

-- Ma doveva badarci lui, delicato com'è. Vuole di più? Mi stia a

sentire. Avendogli io detto che mettevo a sua disposizione cento o

duecentomila lire, se occorrevano, per pareggiare le partite, non ne

volle a nessun patto sapere. Gli pareva una bugia. Ma che bugia! Se a me

piaceva di mettere quella somma a sua disposizione, quella somma era

sua, magari per sempre. No, no, mi rispose, non parliamo di ciò; le

ragioni d'interesse non vengano ad offuscare quelle dell'amicizia. Ho

dovuto cedere io, rimangiarmi l'offerta. Un'anima rara, signora mia;

anime tali non ce ne sono molte nel mondo.

-- Con che ardore ne parla! -- esclamò la signora Eleonora, che si

sentiva scossa a suo malgrado da quella foga eloquente.

-- È l'ardore con cui va difesa e sostenuta la causa della verità. Ne

intenda l'accento, mia buona signora. Ella ha senno e prudenza; non

creda niente. Mia moglie ha raccattato ciarle d'invidiosi, e, senza

pensarci più che tanto, le ha riferite. Che follia! l'Aldini indegno!...

Non creda niente, e dica alla cara Margherita di non creder niente

neppur lei. Del carattere di Filippo Aldini, del suo modo di vivere,

della sua fortuna, non grande, ma neppur disprezzabile, possono prendere

informazioni da altri, se la mia testimonianza non basta. No? l'accolga

adunque piena ed intiera; è quella di un uomo d'onore. Che interesse

avrei io a mentire? L'Aldini non mi può certo far ricco. Ciò che io

valgo in piazza lo sa benissimo il signor Anselmo, con cui ho relazioni

d'affari da dieci e più anni, con cui ho tante operazioni in corso, ad

utile suo non meno che mio! --

La signora Eleonora fu sollecita a chetarlo e colla voce e col gesto.

-- Ma non si riscaldi per questo, signor Zuliani. Ella ora mi fa pena,

lasciandomi credere che le mie parole contenessero qualche allusione

amara per Lei. Non ho messa in dubbio la sua probità, la nobiltà del suo

carattere. Son madre, ecco tutto; e forse ho dato corpo alle ombre. Ella

mi giura che il conte Aldini è degno di Margherita; si figuri come son

lieta di crederlo! E se sarà destinato in cielo, se Anselmo vorrà, non

sarò io quella che farò il menomo ostacolo. Sappia bene, signor

Raimondo, che il conte Aldini, a Lei tanto caro, io l'ho per così e per

così. --

E tutta commossa, parlando, la buona signora faceva colla mano distesa

una gran croce di Sant'Andrea sovra il petto. Raimondo afferrò quella

mano e la baciò con devozione d'animo grato.

-- Dunque, -- ripigliò ella, conchiudendo, -- crederò a Lei. E dirò a

Margherita di credere con me. Oramai non si può, non si deve tacerle più

nulla. --

Raimondo se ne partì consolato, e la signora Eleonora si mosse per

recarsi nella camera di sua figlia. Ma non andò oltre la camera attigua

al salotto, che era la sua. Margherita era là, dietro l'uscio,

inviluppata nel suo accappatoio, ancora un po' tremante per un resto di

febbre, ma cogli occhi scintillanti di gioia.

-- Ah, che follìa! -- disse la signora Eleonora, stringendosela al

cuore, e cercando di ricondurla presto al suo letto.

-- Mamma, perdonami! Ieri ho dovuto sentire per forza; parlava tanto

alto, quella signora! Oggi, ho voluto; non potevo resistere: avrei avuto

più febbre, a restare laggiù nel mio letto. Ma sono forte, sai; non mi

sento più nulla.

-- Più nulla! più nulla! e ti brucia ancora la pelle; -- replicò la

mamma, traendola via. -- Presto a letto, e discorreremo. Hai sentito,

del resto; il signor Zuliani parla con molta sincerità; è un uomo

d'onore, e gli credo.

-- Ah, vedi? Eran tutte bugie.

-- Sì, cara; ma c'è qualche cosa sotto, che non riesco a capire. Per

fortuna hai bisogno di riposo, e mi stai riguardata qualche giorno

ancora nella tua camera.

-- Oh, mamma! e quando quel povero Filippo verrà...

-- Quando verrà quel povero Filippo, lo riceverò io. Lo riceverò bene,

non dubitare. Egli non merita di essere sospettato. Sta dunque

tranquilla; non sarà come se ci fossi tu, a riceverlo; ma egli vorrà

contentarsi. È necessario. Tua madre non è un'aquila, -- soggiunse

sorridendo la buona signora; -- ma a certe cose ci arriva ancora.

Bisogna aspettare il babbo, e col babbo la volontà del Signore.

-- Aspetterò.... e pregherò; -- disse Margherita, umiliata.

Ma era anche rassegnata, intendendo benissimo che aveva ragione sua

madre. Al punto in cui erano le cose, bisognava andare più lenti, ed

anche fermarsi un pochino; troppo si era corso fin allora, prima che il

babbo avesse dato il responso. Ma col babbo si sarebbe rifatta e come!

Col babbo non aveva sempre ragione lei?

Il ponte del paradiso: racconto · 第 12 / 28 题