CAPITOLO I.

Il pareggiamento delle classi.

Contrasto col medio-evo. — La convivenza nelle città. —

Negazione teorica della nobiltà. — Contegno dell'aristocrazia

secondo i paesi. — Sua posizione di fronte allo svolgersi

progressivo della cultura. — Posteriori influenze spagnuole. —

Le dignità cavalleresche dal medio-evo in avanti. — I tornei e

le loro caricature. — La nobiltà come requisito indispensabile

a' cortigiani.

Ogni epoca di civiltà, che rappresenti in sè qualche cosa di compiuto

e perfetto, non si manifesta soltanto nella vita politica, religiosa,

artistica e scientifica di un popolo, ma dà altresì un'impronta

sua propria all'intera vita sociale. Ciò riscontrasi in modo

caratteristico nel medio-evo, dove le rigide consuetudini delle corti e

dell'aristocrazia sono presso a poco identiche dappertutto, e dove pure

si ha un genere di borghesia affatto speciale.

Gli usi invalsi in Italia nel secolo del Rinascimento sono l'antitesi

la più spiccata di tali consuetudini sotto tutti i punti di vista più

essenziali. Questa antitesi comincia già alla base, che è affatto

diversa, mentre nei circoli più elevati della vita sociale non

esistono più distinzioni di casta, ma si ha invece una classe veramente

colta nel senso moderno della parola, nella quale la gentilezza del

sangue non ha valore se non in quanto le ricchezze, che sogliono

accompagnarla, assicurano gli ozi necessari alla propria educazione.

Ciò però non deve intendersi in modo assoluto, mentre è pur sempre

vero, che gli ordini sopravissuti al medio-evo cercano ora più, ora

meno, di prevalere, non fosse altro, per la smania di conservarsi

all'altezza, che l'aristocrazia mantiene nelle altre nazioni men

progredite d'Europa. Mala tendenza generale dell'epoca è però sempre

per la fusione delle classi nel senso moderno.

Ad ottenere un tale intento, di sommo rilievo deve essere stata la

convivenza di nobili e borghesi nella stessa città, per lo meno sino

dal secolo XII,[138] poichè per essa vennero accomunate le sorti di

tutti e furono tronche le ali, ancora in sul nascere, all'insolente

albagia dei signori feudali, che dall'alto delle loro rocche sognavano

un mondo di schiavi. Oltre a ciò, la Chiesa in Italia non si indusse

mai, come nei paesi settentrionali, a fissare appannaggi speciali

pei figli cadetti dell'aristocrazia: infatti, se anche i vescovati, i

canonicati e le abbazie vi furono spesso conferiti dietro i principii

di un indegno favoritismo, questo però non si basava mai esclusivamente

sul privilegio dell'origine, e se i vescovi di regola vi furono

molto più numerosi, più poveri e privi affatto di quelle prerogative

principesche, che avevano altrove, videro in compenso cresciuta la loro

autorità morale dalla loro dimora nelle città dove avevano la sede, e

dove, insieme coi loro capitoli, formavano un elemento speciale della

popolazione più colta. Quando, dopo ciò, pullularono d'ogni parte i

principi e le tirannidi, l'aristocrazia ebbe in quasi tutte le città

occasione e motivo d'isolarsi nella vita privata (v. vol. I, pag. 181),

che, scevra di pericoli dal lato politico e confortata d'ogni comodità

ed agiatezza materiale, non era in sostanza gran fatto diversa da

quella di tanti altri ricchi abitatori delle città. E quando, da Dante

in poi, la nuova poesia e la nuova letteratura divennero patrimonio di

tutti,[139] e, più tardi ancora, prevalse una cultura tutta d'indole

antica, e l'uomo, come tale, ebbe solo quel valore, che sapeva

procacciarsi individualmente, e si videro nel fatto i Condottieri

diventar principi e non badarsi più non solo alla dignità, ma nemmeno

alla legittimità della nascita nell'eredità del potere (v. vol. I, p.

27-28), — allora si potè ben credere che una nuova êra di uguaglianza

fosse spuntata, ed ogni idea di nobiltà scomparsa per sempre.

Dal punto di vista teorico, nel solo Aristotele, riferendosi

all'antichità, si potevano già trovar gli argomenti per affermare

e per negare la legittimità degli ordini aristocratici. Dante, per

esempio, deriva ancora dall'unica definizione aristotelica, che «la

nobiltà si basi sull'eccellenza e sulla ricchezza ereditaria», il suo

principio, che «la nobiltà riposa sull'eccellenza propria o su quella

degli antenati».[140] Ma altrove egli non si dà per soddisfatto di una

tale definizione, e si rimprovera da sè stesso[141] di aver perfino

in Paradiso, parlando col suo proavo Cacciaguida, alluso alla nobiltà

della sua origine, che è manto che _tosto raccorcia_, e al quale il

tempo ogni dì recide un lembo, che giorno per giorno bisogna rimettere.

E nel «Convito»[142] egli stacca del tutto dall'idea della _nobiltà_

ogni condizione di nascita privilegiata, e ne fa una cosa sola con

l'attitudine a qualsiasi eccellenza morale e intellettuale, accentuando

in modo speciale il pregio di una elevata cultura, col fare la nobiltà

sorella germana della filosofia.

Dopo ciò, quanto maggiore fu l'influenza che l'umanismo venne

acquistando sulle opinioni degli Italiani, tanto più forte si venne

in tutti radicando la persuasione, che l'origine non possa mai esser

quella che decida del valore di un uomo. Nel secolo XV quest'era omai

un principio universalmente accettato. Il Poggio nel suo dialogo «Della

nobiltà»[143] si dichiara pienamente d'accordo co' suoi interlocutori

— Niccolò Niccoli e Lorenzo de' Medici, fratello del vecchio Cosimo —

non esservi oggimai altra nobiltà, fuorchè quella derivante dal merito

personale. Con tratti finamente mordaci questo stesso scritto sparge

un amaro dileggio su molte distinzioni e prerogative, che, secondo il

comune pregiudizio, entrano a far parte della vita dei nobili. «Niuno

(v'è detto) trovasi tanto lontano dalla vera nobiltà, quanto colui, i

cui antenati esercitarono per lungo tratto di tempo il malandrinaggio.

La passione per le cacce non sente meglio di nobiltà, di quello

che i nidi della selvaggina, che s'insegue, si risentano di balsamo

o d'altri soavi profumi. L'agricoltura, quale fu esercitata dagli

antichi, sarebbe ben più nobile occupazione, che non quelle stolte

scorrerie per boschi e per monti, che ci fanno più simili alle belve,

che a noi medesimi, e che tutt'al più potrebbero di quando in quando

servirci di utile passatempo». E se ne adduce la prova mostrando il

lato selvaggio e brutale della vita dei cavalieri inglesi e francesi

nelle loro campagne o nei castelli e, peggio ancora, di quella della

rapace cavalleria tedesca. Dopo ciò, il Medici prende a sostenere

in certo modo le parti della nobiltà, ma non già — cosa abbastanza

caratteristica — riferendosi ad un sentimento suggerito dalla natura,

bensì richiamandosi all'autorità di Aristotele, che nel quinto libro

della sua «Politica» riconosce e definisce la nobiltà come qualche

cosa di veramente concreto e che si fonda sull'eccellenza del merito

e sulla ricchezza ereditata. Ma il Niccoli soggiunge, che Aristotele,

dando questa definizione, non esprime una persuasione sua propria, ma

una opinione generalmente invalsa al suo tempo; e ciò è tanto vero,

che nell'«Etica», dov'egli parla secondo il suo intimo convincimento,

non vuol che sia nobile se non colui, che si sforza di conseguire il

vero bene. Indarno il Medici gli oppone, che l'espressione greca per

designare la nobiltà (_Euganeia_) suona appunto «nascita illustre»; il

Niccoli trova che la voce latina nobilis, vale a dire notabile, è assai

più giusta, perchè fa dipendere la nobiltà dalle sole azioni.[144] Dopo

questi e simili ragionamenti l'autore ci dà una specie di prospetto

delle condizioni di fatto, in cui si trovava al suo tempo la nobiltà

nelle diverse regioni d'Italia. A Napoli essa è fiera e disdegna di

occuparsi tanto dell'amministrazione de' suoi averi, quanto della

mercatura, che riguarda come ignominiosa: così, se ne sta inerte e

rinchiusa ne' suoi palagi,[145] o va attorno oziosamente cavalcando per

la città. Anche l'aristocrazia romana ha in dispregio il commercio,

ma amministra almeno i suoi beni; anzi presso di essa l'attendere

all'economia rurale è considerato come cosa onorevole e agevola

di per sè l'accesso ai ranghi della nobiltà:[146] tutto sommato,

«un'aristocrazia rispettabile, ma paesana». Anche in Lombardia i nobili

vivono dei redditi dei possessi ereditati, e si differenziano dagli

altri pel vanto dell'origine e per l'astensione da qualsiasi ordinaria

occupazione.[147] In Venezia la nobiltà governa, ma al tempo stesso si

consacra al commercio; ed ugualmente a Genova tutti indistintamente,

nobili e non nobili, sono mercanti e navigatori, e non vi si ammettono

altre differenze, fuorchè quelle che provengono dalla nascita: taluni

però esercitano una specie di brigantaggio dall'alto dei loro castelli.

In Firenze una parte dell'aristocrazia attende al traffico; un'altra

(ma certo la men numerosa) si pavoneggia, boriosa dei propri titoli,

per le vie della città o perde il suo tempo nelle cacce e in simili

divertimenti.[148]

Ma ciò che ha un'importanza al tutto decisiva si è questo, che quasi in

tutta Italia anche coloro che possono andar superbi della lor nascita,

non hanno ambizioni da far valere di fronte alla cultura ed alla

ricchezza, nè dai loro privilegi politici o di corte risentono alcun

impulso a considerarsi come una classe superiore alle altre. Venezia

sembra costituire a questo riguardo una eccezione, ma essa non è che

apparente, perchè in sostanza la vita dei nobili non si differenzia

quivi da quella della borghesia, e gode appena qualche privilegio di

pura forma esteriore. Diversamente invece vanno le cose nel regno di

Napoli, che per l'orgoglioso isolamento e la boriosa vanità della sua

aristocrazia, più che per qualsiasi altro motivo, restò completamente

escluso dal gran moto intellettuale e morale del Rinascimento. A

dar quivi un potente rinforzo alle tradizioni lasciate dal medio-evo

longobardo e normanno sopravviene, ancor prima della metà del secolo

XV, la dominazione aragonese, e così vi si compie fino da quel momento

ciò che nel resto d'Italia non si effettuò che cento anni più tardi,

una vera trasformazione sociale, un disprezzo del lavoro e una smania

di titoli, che costituiscono appunto il lato caratteristico della

popolazione spagnuola. Le conseguenze di un tal fatto non tardano poi

a manifestarsi perfino nelle più piccole città ancor prima del 1500, e

basta per tutte citare ciò che ci vien detto intorno ad una di esse,

la piccola città della Cava. Essa era stata sempre proverbialmente

ricca sino a che non diede ricovero che a muratori e a tessitori: «ora

che, invece di strumenti da muratori e di telai, non vi si veggono che

sproni, staffe e cinghie dorate, e tutti aspirano ad essere dottori,

medici, notai, ufficiali e cavalieri, vi è subentrata la più desolante

miseria».[149] In Firenze si constata un fatto identico per la prima

volta sotto Cosimo primo granduca, e si ha a lui quest'obbligo che

la gioventù fiorentina del suo tempo, spregiando il commercio e le

industrie, non si preoccupa d'altro che di ottenere cavalierati nel

suo nuovo ordine di s. Stefano.[150] È precisamente il rovescio di

quanto vi era accaduto un secolo prima,[151] quando i padri, morendo,

pregavano lo Stato a diseredare i loro figli, qualora non avessero

esercitato una qualche utile professione (vedi vol. I, pag. 108).

Ma una smania speciale di distinzioni distrae spesso in modo molto

ridicolo i Fiorentini dal culto dell'arte e della letteratura, nel

quale non si ammettono differenze gerarchiche, ed è appunto la sete

delle dignità cavalleresche divenuta stoltamente oggetto di moda

proprio nel tempo, in cui esse aveano perduto sin l'ombra del proprio

valore.

«Non sono molti anni, scrive Franco Sacchetti[152] verso la fine del

secolo XIV, che ognuno di noi ha veduta far cavalieri li meccanici,

gli artieri, insino a' fornai; ancora più giù, gli scardassieri, gli

usurai e rubaldi barattieri.... Come risiede bene che uno judice, per

poter andare rettore, si faccia cavaliere? E non dico che la scienza

non istea bene al cavaliere, ma scienza reale, senza guadagno.... Oh

sventurati ordini della cavalleria, quanto siete andati al fondo! In

quattro modi son fatti cavalieri.... e tutti sono obbligati, vivendo,

a molte cose che sarebbe lungo a dirle, e fanno tutto il contrario.

Voglio pure aver toccato queste parti, acciocchè i lettori di queste

cose materiali comprendano, come la cavalleria è morta. E non si

ved'elli, che pure ancora lo dirò, essere fatti cavalieri i morti?

Che brutta, che fetida cavalleria è questa! Così si potrebbe fare

cavaliere un uomo di legno o uno di marmo,... e, perchè no? anche un

bue o altra bestia». — I fatti che il Sacchetti adduce a conferma di

quanto scrive, sono invero parlanti abbastanza; una volta egli è messer

Bernabò Visconti, che per derisione creò cavalieri due ubbriaconi, che

bevettero a prova alla sua presenza; un'altra sono alcuni cavalieri

tedeschi, dei quali sì si fa beffe a proposito degli ornamenti che

portano sull'elmo e simili. Più tardi il Poggio mette in derisione i

molti cavalieri del suo tempo senza cavallo e senza esercizio alcuno di

guerra.[153] Chi voleva far pompa dei distintivi onorifici del ceto,

per esempio, uscire a cavallo portando bandiere ecc., si creava da sè

in Firenze una posizione molto difficile, tanto di fronte al governo,

quanto a' suoi numerosi motteggiatori.[154]

Riguardando la cosa un po' più dappresso, si scorge che queste tarde

ambizioni cavalleresche, indipendenti affatto da qualsiasi nobiltà di

sangue, senza dubbio erano in parte il frutto di una ridicola vanità

smaniosa di titoli, ma al tempo stesso avevano altresì un'altra radice.

I tornei erano ancora in uso, e chi volea prendervi parte, dovea,

giusta le formalità prescritte, essere cavaliere. Ma il combattimento

in campo chiuso e più particolarmente la corsa delle lance,

strettamente regolata e talvolta assai pericolosa, erano un'occasione

favorevole per far mostra di forza e di coraggio, e nessuno, qualunque

fosse la sua origine, voleva certamente lasciarsela sfuggire in

un'epoca, in cui tanto conto si teneva del valor personale.

Quindi è che non giovò a nulla, che ancora il Petrarca fin dal suo

tempo si fosse espresso in termini di viva riprovazione contro i

tornei, come contro una pericolosa stoltezza: egli non convertì

nessuno col suo patetico grido: «in niun libro si legge che Scipione

o Cesare siano stati abili giostratori!»[155] La cosa anzi in Firenze

acquistò una grande popolarità; ogni borghese cominciò a riguardar la

sua giostra — che senza dubbio non era più tanto pericolosa — come una

specie di onesto passatempo, e Franco Sacchetti[156] ci ha conservato

il ritratto, estremamente comico, di uno di questi giostratori della

domenica. Egli esce a cavallo sino a Peretola, dove si potea giostrare

a prezzo mitissimo, sopra una rôzza presa a nolo da un tintore, alla

quale alcuni burloni poscia appiccano un cardo sotto la coda: la bestia

imbizzarrisce, prende il galoppo e porta a precipizio il cavaliere,

armato di tutto punto, alla città. L'inevitabile scioglimento della

novella è una violenta sgridata della moglie indispettita di simili

scappate del marito.[157]

Per ultimo i Medici concepiscono una vera passione per la giostra,

come se volessero mostrare per l'appunto, essi non nobili e privati,

che la società di cui si circondano, non è in nulla inferiore ad una

corte.[158] Già ancor sotto Cosimo (1459), e poi sotto Piero il vecchio

ebbero luogo in Firenze delle giostre celebratissime; Piero il giovane

poi per tali esercizi trascurò perfino il governo, e non voleva essere

dipinto se non rivestito della sua splendida armatura. Anche alla corte

di Alessandro VI prevalse un entusiasmo simile; e quando il cardinale

Ascanio Sforza chiese al principe turco Zizim (v. vol. I, pag. 149

e 158) come gli piacesse quello spettacolo, il barbaro rispose assai

saggiamente, che simili combattimenti nella sua patria si facevano fare

agli schiavi, perchè, in caso di disgrazia, non se ne risentiva alcun

danno. — L'orientale qui, senza saperlo, si trovava d'accordo con gli

antichi romani nel riprovare i costumi del medio-evo.

Del resto, anche non tenendo conto di queste circostanze, che pur non

sono di lieve momento per spiegarsi l'ardore insistente con cui si

cerca la dignità cavalleresca, noi troviamo omai a questo tempo qua e

colà dei veri ordini di corte (per es. a Ferrara), i cui membri hanno

di diritto il titolo di cavaliere.

Ma, per grandi che fossero le singole ambizioni e le vanità dei nobili

e dei cavalieri, sta di fatto che la nobiltà italiana si collocò

sempre nel bel mezzo della vita comune, e non mai alle estremità della

medesima. Noi la vediamo trattar colle altre classi costantemente sur

un piede di perfetta uguaglianza, e l'ingegno e la cultura sono sempre

i suoi naturali alleati. Certamente che in un cortigiano propriamente

detto si esige un qualche grado di nobiltà,[159] ma questa esigenza

è espressamente dichiarata figlia di un pregiudizio invalso nel

pubblico (_per l'oppenion universale_), nè in ogni caso implica mai

la supposizione, che anche un individuo non nobile non possa avere

un merito intrinseco equivalente. E nemmeno rimane inteso con ciò

che le persone non nobili debbano restar escluse da ogni contatto col

principe: si vuole soltanto che all'uomo perfetto, al vero cortigiano,

non manchi alcuna di quelle qualità, che costituiscono un ornamento

della vita, e quindi neanche questa. Se poi in tutti i rapporti della

vita gli vien fatto un obbligo speciale di mantenere un contegno

riserbato e dignitoso, non è già perchè egli abbia un sangue più nobile

nelle vene, ma perchè così vuole l'alta sua perfezione individuale.

Trattasi di una distinzione moderna, il cui momento principale sta

nella cultura e nella ricchezza; ma in quest'ultima solo in quanto

renda possibile di consacrar la vita alla prima e di promuoverne in

grande gli interessi e lo sviluppo.

La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Volume II · 第 15 / 34 题