RIEPILOGO E CONCLUSIONE

Il lavoro, che ora ci disponiamo a compiere, è stato condotto con un

certo criterio che ne ha esteso i limiti e lo sviluppo oltre i termini

assegnati dall'Accademia. Questa maggiore estensione, che abbiamo data

allo svolgimento dell'esposizione, non ci par tale che debba apparire

un fuor d'opera; perchè essa è stata una naturale conseguenza del modo

come abbiamo intesa e concepita la dottrina socratica. Se ci fossimo

invece limitati a raccogliere i pronunziati autentici di Socrate,

per poi disporli secondo lo schema di questa o quella filosofia, non

avremmo certo fatto cosa che rispondesse alla natura del compito,

che ci eravamo assunto. Se siamo o no riusciti a mostrare, che la

dottrina di Socrate scaturisca naturalmente dalle condizioni personali

dell'autore, e rimanga a quelle così strettamente congiunta da

coincidere interamente con le pratiche esigenze che l'aveano prodotta;

questo non è in noi di affermare: e basterà dire, che avevamo in mente

di esporre e mettere in chiaro questo nostro concetto.

Misurando alla stregua delle attuali condizioni del sapere filosofico

i pochi risultati scientifici della ricerca socratica, non è senza un

certo sentimento di compiacimento che si fa la pruova di ricomporre nel

loro valore genuino e nel loro vero significato quei primi rudimenti

della scienza. La teoria della conoscenza, che nelle sue svariate

attinenze con la psicologia, la logica e la metafisica ha occupato ed

occupa un posto tanto importante nella filosofia moderna da Cartesio in

poi, è nella persona di Socrate ancora un semplice conato pedagogico,

e non giunge ad isolare in uno schema formale l'elemento del sapere

logico dalla sfera della conoscenza concreta. L'etica, che da Platone

e da Aristotele in poi è divenuta un sistema complicatissimo di

giudizi e di deduzioni su l'elemento empirico dell'attività volitiva,

sollevando tanta varietà di quistioni sul criterio morale delle azioni,

sul principio intrinseco della valutazione e via dicendo, ci apparisce

in Socrate in uno stato affatto rudimentale, quando la riflessione ha

appena appena cominciato a scomporre e penetrare l'imagine tradizionale

della vita, per cogliere una determinazione razionale nelle forme

e nelle relazioni della vita etica. E questa prima ricerca ha già

innanzi a sè una larga sfera di problemi, ed avverte molte di quelle

difficoltà da cui la filosofia pratica non si è ancora liberata. Tutta

questa attività infine, che fu ricca di tanta influenza scientifica,

non ha ancora l'aria di essere scienza, e non si chiude in uno stretto

organismo di formali deduzioni; anzi rimane qualche cosa di privato e

d'individuale, ed ha tale un'aria schietta, disadorna e modesta, che

non è lecito celebrarla con encomi e parole pompose.

Rifacciamo qui in breve, ed in forma di riassunto, la nostra

esposizione; per compendiarne in pochi tratti lo sviluppo e le

conclusioni.

Nella personalità di Socrate due sono gli elementi più pronunziati: la

rettitudine della coscienza morale, che riposava sopra convincimenti

di natura affatto religiosa, e la dichiarata tendenza pedagogica. Noi

abbiamo scorta l'impossibilità di rifare la genesi storica delle sue

convinzioni, ed abbiamo mostrato come gli elementi, che costituiscono

la sua coscienza, sono così strettamente collegati fra loro, nell'atto

che egli acquista un'importanza pubblica, che non si può in alcun modo

assegnarne lo sviluppo. E solo dal punto di vista della congettura

abbiamo cercato di affermare, come l'attività ricercativa fosse in

lui un risultato dell'esigenza pratica di una certezza morale, che la

intrinseca bontà dell'animo gli facea desiderare e non trovare nelle

ordinarie condizioni della vita. E di qui abbiamo visto procedere, che

le virtù private e pubbliche, delle quali egli era dotato, divennero

un'invincibile abitudine, ravvivata dal sereno convincimento di una

perfetta conformità al precetto divino. La convinzione intima della

presenza della divinità nel mondo e nella coscienza, e la persuasione

che l'attività umana, corretta e guidata dalla conoscenza, deve

naturalmente e necessariamente tendere al bene, esprimevano in una

forma più teoretica ed universale i risultati di una scrupolosa

osservazione del proprio animo, divenuta in fine una pratica costante

di accorgimento e di prudenza.

Da questa larga e solida base di personali convinzioni emerge

l'attività per la quale Socrate ha un valore filosofico, e che consiste

nel principio e nella certezza della dimostrazione dialogica, mediante

la vittoria sulla contradizione. Il metodo socratico è la vita che

diviene ricerca, l'esigenza etica della costanza nelle azioni e della

certezza nella condotta della vita che si manifesta come rettificazione

dialettica dei concetti, siano falsi siano incoscientemente, e quindi

imperfettamente pensati; e mentre ha il suo cardine in una coscienza

intimamente morale e religiosa, tocca il suo termine e la sua

conclusione nel reale convincimento, che la conformità delle azioni

ai concetti, e della pratica alla coscienza, costituisca lo stato

dell'umana perfezione. In questa logica determinazione di equivalenza

è data la intrinseca natura del bene, come mezzo e termine delle

azioni; e il suo effettivo valore è riposto nella equazione fra il

grado di assoluta consapevolezza dell'individuo e la reale natura

degli oggetti o degli atti che servono d'istrumenti al conseguimento

della felicità. Il bene è quindi l'utile: la quale determinazione

non è sintetica, come se il filosofo pronunziasse un giudizio, che

deva stabilire un'eguaglianza fra due concetti già distinti dalla

coscienza e precedentemente appresi nella loro opposizione; ma è

invece analitica, perchè esprime nella forma logica di un giudizio

la più semplice ed elementare distinzione di quel processo psichico

che costituisce la coscienza del bene; e la genesi di quei due

termini, che infine si covrono e spiegano vicendevolmente, è affatto

determinato dalle condizioni pratiche e personali del problema. Questo

concetto del bene non è ancora isolato dall'imagine concreta della

vita, nè è obbiettivato in un termine assoluto ed irrelativo, che

serva di stregua ai particolari giudizi etici: anzi i beni sono tanti

quante le concrete relazioni che offrono materia e danno occasione

alla ricerca. Questa stessa relatività ed imprecisione è inerente

al concetto dell'ευδαιμονία; e, sebbene la identica denominazione

presenti le apparenze di una determinazione logicamente certa, pure

in fondo non è che un termine comune, la cui intelligenza dipende

dalle reali condizioni nelle quali si svolge il dialogo. Così l'etica

di Socrate non è che un primo e rudimentale tentativo per delineare

all'occhio della mente le varie relazioni della vita sociale col

raccogliere nella evidenza di una definizione i tratti più notevoli

delle singole forme. Questa circostanza impronta in tutta la ricerca

un carattere esclusivamente logico, e la fa apparire in tutto e per

tutto dottrinaria e teoretica. Di qui procedono le accuse mosse da

Aristotele contro il Socratismo, le quali se noi abbiamo tenute per

giuste e fondate, non è stato nell'intento di valercene come di norma

per apprezzare i motivi della dottrina socratica, ma per assegnarne i

limiti scientifici.

La sfera della coscienza socratica ci è, al tempo stesso, apparsa

più larga di quel lavoro scientifico, che ne fu il risultato. Il

concetto della divinità, e della relazione di questa col mondo, come

tutte le altre convinzioni che noi siamo usi di far derivare dalla

conoscenza metafisica, entrano solo indirettamente sotto l'influenza

della dialettica. Il contenuto di quei concetti non risulta dal lavoro

induttivo della definizione, ma è posto immediatamente dalla coscienza:

sicchè, in questo caso, l'attività teoretica esprime l'estremo sforzo

dell'immediatezza religiosa per assumere una forma consapevole ed

evidente, e non rassomiglia per niente ai tentativi fatti in altri

tempi, e specialmente nella filosofia moderna, per rifare mediante

il ragionamento quella obiettività dell'ideale religioso, che è

venuta meno nella fede e nel sentimento. Tutto questo elemento

extradialettico, con tutte le pratiche conseguenze che ne derivarono,

costituisce il largo campo della personale influenza di Socrate,

la cui efficacia era riposta nella pienezza di una intuizione etica

dell'universo, che a quando a quando seguiva una direzione meramente

ricercativa. In Platone i due elementi, l'immediatezza religiosa e

la riflessione logica, cominciarono a divergere maggiormente ed a

contrapporsi in un'antitesi manifesta, finchè la spontanea produzione

artistica e religiosa da un canto, e la coscienza logica dall'altro,

non divennero due campi distinti. In quest'atto di precisa ed

evidente distinzione è riposto il fondamento del primo tentativo

fatto da Platone, per subordinare tutto il contenuto della coscienza

al principio della dimostrazione. Come in Aristotele si fosse poi

compiuto questo lavoro, e la forma logica fosse riuscita ad isolarsi

completamente dal contenuto concreto della conoscenza, non è qui il

luogo di ragionare.

L'intuizione socratica fa parte della storia generale della coltura

greca; e l'imagine del mondo, che ne risulta, è in un'intima relazione

con tutto quello sviluppo delle convinzioni etiche e religiose,

le cui tracce sono tanto evidenti nei monumenti dell'arte, della

poesia e della storiografia. Ma, nondimeno, sebbene essa risulti

per una lunga mediazione storica da tanti svariati precedenti, nella

coscienza di Socrate ha un carattere affatto immediato, il cui valore

non è interamente espresso in quello che può chiamarsi dottrina, o

scientifica elaborazione. E questa immediatezza e spontaneità apparisce

ancora più palese, se per poco si pon mente a considerare gli svariati

germi di ricerche scientifiche, che i pronunziati di lui fruttarono

nell'animo degli uditori.

Sotto questo riguardo, deve dirsi che l'esposizione della dottrina

di Socrate ha sempre l'apparenza di rassomigliare ad un'analisi

artificiale, e diremmo quasi arbitraria; perchè si riesce a mettere in

evidenza un solo lato della sua coscienza, isolandolo dall'altro cui va

strettamente congiunto: e di qui procede eziandio che questo soggetto,

tante volte trattato, ha conservato e conserva tuttora l'attrattiva di

una ricerca non mai esaurita.

Socrate · 第 58 / 62 题