L'anno 1º dell'Olimpiade 95ª nel mese Targelione (maggio 399 a. C.)
moriva nel desmoterio ateniese Socrate figlio di Sofronisco, condannato
a bere la cicuta, qual reo di violata religione e corruttore della
gioventù[5]. Gl'intimi di lui, che rimaneano privi dell'uomo più
prudente e più giusto fra quanti fossero a quel tempo[6], avevano
invano tentato di sottrarlo a così trista fine, offrendosi dapprima
mallevadori di una multa di trenta mine[7], e cercando, poi che la
sentenza era stata pronunziata, procacciargli con la fuga albergo
e riposo in più sicura stanza[8]. Socrate, che a mala pena s'era
indotto ad offrire la multa, rigettò recisamente il consiglio della
fuga; e rimase tranquillo in carcere fino al giorno della morte, che
egli incontrò con religiosa rassegnazione[9]. La divinità gli vietava
di fare altrimenti! Egli era convinto che fuggire le conseguenze
del processo era come violare la legge, la cui santità dee rimanere
inalterata, anche quando gl'interpreti di essa siano ingiusti e
parziali. La sua coscienza non ammetteva incertezza o titubanza fra
una moltitudine di beni possibili, riposando su la infallibilità del
giudizio morale, il cui fondamento costante è la retta cognizione[10].
Socrate era al servigio della divinità, e la coscienza della missione
affidatagli era in lui tanto viva e potente, che, ove l'avesse lasciata
inadempita, egli avrebbe stimato di commettere un'azione riprovevole ed
irreligiosa[11].
Era quello un tempo di restaurazione politica, e gli Ateniesi, che
dal fastigio della gloria e della potenza, per una serie d'errori e
d'ingiustizie, erano caduti nel più basso fondo d'ogni umiliazione,
scacciati i trenta tiranni, e ristabilita la forma popolare,
intendevano a tutt'uomo a purgare la città di tutti quelli elementi,
che per un verso o per un altro avessero corrotto o snervato, o reso
inoperoso e svogliato il popolo[12]. E quest'opera fu intrapresa
con moderazione, generosità e costanza. La vendetta, lo spirito di
parte, le ambizioni e gl'interessi personali offesi non vennero punto
a regolare la condotta dei restitutori della libertà, che, intesi a
ristabilire la costituzione fondamentale dello Stato, dettero pruova
di quanto fossero valse le recenti sventure a mitigare lo spirito
violento della democrazia ateniese. L'arcontato di Euclide coronò gli
sforzi della restaurazione, e fece per poco sperare che i tempi di
Cimone e di Pericle non fossero del tutto finiti. Ma quest'opera di
civile rinnovamento, per quanto fosse stata compiuta con intenzioni
umane e disinteressate, non riuscì a ricomporre in perfetta armonia
gli spiriti già travagliati da profonde collisioni, perchè l'apparente
conciliazione non avea di che nudrire gli animi già stanchi e
dimentichi delle antiche virtù. La religione tradizionale era stata
violentemente scossa nei tempi della sfrenata libertà democratica,
e tutto avea cospirato a smuoverla dalle sue fondamenta. Le gravi
sventure sofferte aveano favorito due opposte tendenze: dispregio
della religione tradizionale in alcuni, superstizione eccessiva negli
altri, stimando quelli che l'insuccesso nelle imprese guerresche avesse
sbugiardato gli dei, mentre questi, al triste spettacolo della patria
in decadenza, ed alla perdita del sereno possesso delle tradizionali e
virili virtù dei padri, non sapeano cercare altrove un riparo, che in
un abbandono angoscioso nelle braccia delle divinità[13]. La mania dei
processi politici, frenata per poco dal bisogno di calma e tranquillità
che la restaurazione avea indotto negli animi, si fece nuovamente
imperiosa; e quattro anni appena erano trascorsi dal ristabilimento
della libertà, quando la democrazia fece di Socrate la vittima
innocente di un esagerato principio di conservazione politica.
Questo doloroso spettacolo di una rinnovata democrazia, che si macchia
del delitto di una ingiusta condanna col toglier la vita ad un uomo di
virtù eccezionali, che avea consacrato sè medesimo al miglioramento
dei suoi concittadini, è stato argomento di somma maraviglia sì
negli antichi tempi come nei moderni[14]; e questa maraviglia ha
fatto sì, che le circostanze tutte che prepararono ed accompagnarono
quella tragica catastrofe fossero studiate con indagini severe e
minuziose[15]. Il risultato di queste ricerche è stato, non certo la
giustificazione, ma bene la spiegazione della condotta degli Ateniesi
verso Socrate; e quel processo e quella condanna non possono ora
più considerarsi come opera del fanatismo religioso, o del furore
partigiano, o degli artifizî di certi uomini invidiosi[16], perchè il
loro fondamento era riposto nell'inevitabile contrasto fra i principî
conservativi della democrazia ateniese, e la ricerca poggiata sul
criterio del convincimento personale, della quale Socrate s'era fatto
l'apostolo[17]. Questa maniera di considerare la posizione di Socrate
in Atene non importa punto, che deva sacrificarsi la testimonianza dei
discepoli di Socrate, su la purezza delle intenzioni, e sullo spirito
profondamente retto e religioso del loro maestro, all'esigenza di una
giustificazione assoluta del popolo ateniese[18]; ma vale certamente
a farci valutare più intimamente il valore storico della persona di
Socrate, ed agevola la intelligenza netta della sua dottrina[19].
L'esame di questa quistione non può entrare nei limiti del nostro
lavoro; ed a noi basterà di notare i tratti più notevoli della
personalità di Socrate, solo perchè apparisca necessario il contrasto
con la democrazia[20]
Socrate non avea niente di comune coi partiti che agitavano Atene,
e le sue personali relazioni non aveano niente a fare con le varie
tendenze politiche dei contemporanei. Sebbene Carmide e Crizia fossero
stati suoi uditori, e Teramane e Carìcle suoi amici, egli non era stato
per ciò fautore del loro dispotismo, anzi Crizia, ad onta dell'antica
amicizia, gli avea proibito di tener discorsi[21]. Cherefonte
suo amico, e s'è lecita la parola, suo apostolo, tornava appunto
dall'esilio coi fautori del governo popolare, poco prima che Socrate
fosse condannato[22]; e, con lui, Lisia, che, se non discepolo o amico,
secondo una probabile tradizione, era nel numero degli ammiratori di
Socrate[23]. Alcibiade infine, ch'era continua minaccia e spauracchio
dei trenta, e che allora i reduci democratici cercavano ricondurre
in Atene quando l'oro di Sparta il fece spegnere, era stato il più
intimo dei suoi uditori; quello che, per la sua naturale leggerezza
e mutabilità, avea più d'ogni altro sentito la potenza educatrice
del carattere di Socrate[24]. Tutto quello che formava la vita, il
benessere e la felicità dell'Ateniese, il continuo agitarsi per le
pubbliche faccende, e la brama di divenire influenti nelle adunanze
con l'arte della parola, non occupava l'animo di Socrate, che uso ad
appagarsi dell'intimo compiacimento della propria coscienza, non volle
mai scendere su l'arena delle dispute politiche.
Ai contemporanei egli appariva un uomo strano e singolare[25], ed a
ragione uno storico ha detto, ch'egli non apparteneva a nessuna classe
di cittadini[26]. Abbandonata in fatti ben per tempo l'arte paterna
della scoltura, non intese mai più ad apprenderne un'altra, che lo
fornisse dei mezzi necessarî per la sussistenza. Come cittadino, non
manca di adempire i doveri di pritane, anzi sfida il furore popolare,
e sa volere e far volere il giusto[27]; ma egli non cerca per ciò
di acquistare influenza col suo ingegno, anzi pare che distorni i
cittadini dalla vita pubblica, col richiamarli alla meditazione, e
si attira così la taccia di fuorviare i giovani. A Potidea, a Delio,
ad Amfipoli combatte da valoroso soldato[28], e fa nascere in tutti
una straordinaria ammirazione per la costanza con la quale soffre
ogni sorta di privazioni e d'intemperie; ma in tutto ciò non fa che
adempiere il dovere d'onesto cittadino, e, ricusando la corona che
il suo coraggio gli avea fatta meritare, la cede ad Alcibiade, cui
avea salvata la vita. Un bel giorno, quest'uomo singolare muoverà dei
dubbî sul concetto che gli altri si fanno comunemente del coraggio, e
metterà in imbarazzo anche coloro, che, fatte avendo delle campagne, e
riportate delle vittorie, non sanno dire che cosa sia il coraggio[29].
La sua estrema povertà lo costringe a vivere dei doni spontanei
degli amici; ma, mentr'egli forse rigetta con superbia l'invito di
principi stranieri che lo invitano alla loro corte, sdegna il nome di
maestro stipendiato, anzi non vuole essere tenuto per maestro[30].
E come poteva essere maestro, — e di che? Egli sapeva solo di non
saper niente; e per questa ragione appunto l'oracolo di Delfo lo avea
dichiarato il più sapiente fra gli uomini. Il suo sapere appariva nella
forma di un giudizio sospensivo, di una bella domanda — τὶ ἐστι; che
smascherava il ciarlatano, imbarazzava il presuntuoso, ed irritava il
sofista di mestiere, e che spesso, col suscitare il bisogno dell'esame,
non menava ad un risultato positivo.
I settant'anni della vita di Socrate passarono fra l'epoca più
fortunata e gloriosa della repubblica ateniese, ed il periodo infausto
della irreparabile decadenza. Nato dieci anni dopo la battaglia di
Platea, nella prima sua età Temistocle moriva in esilio, e Cimone,
reduce dall'esilio, raccoglieva gloria con le imprese della guerra e
con le proficue arti della pace. Nella età virile di Socrate, Pericle
fu a capo della Stato, moderatore e sovrano dell'opinione, con quella
grandezza e nobiltà di propositi, che gli facea vedere nello splendore
della patria la soddisfazione della propria ambizione, ch'era intesa ad
armonizzare le cure dello Stato ed il godimento dell'arte. La guerra
del Peloponneso, la spedizione di Sicilia, la caduta della libertà,
l'oligarchia, i trenta, il ritorno del partito popolare, — tutta questa
svariata e rapida vicenda passò sotto gli occhi di Socrate, che, stando
da mane a sera nell'agorà e in su le pubbliche vie, e frequentando
la bottega dell'armiere e dello scultore, del pari che la casa della
meretrice e degli ottimati, con le sue aride domande, col suo perpetuo
γνῶθι σαυτόν e τὶ ἐστι; parea ignorasse le glorie e le sventure della
patria.
E pur nondimeno Socrate era un prodotto naturale della coltura e della
vita ateniese; e se il suo carattere, e le sue convinzioni etiche
e religiose ci fanno apparire la sua persona come molto staccata e
distinta dal fondo comune della vita dei suoi contemporanei, deve
pur dirsi, che la facilità con la quale egli seppe formarsi una
cerchia d'amici devoti ch'erangli stretti da religiosa pietà, e da
arrendevolezza senza pari, non può avere la sua ragione soltanto
nel prestigio straordinario ch'egli esercitava, ma eziandio, e forse
principalmente, nella natura dei tempi. Una società nuova, più angusta
e al tempo stesso più intima e compatta, si andava allora formando
nel seno della grande società; e spezzato il filo tradizionale della
patria educazione, e varcati i limiti dell'ethos popolare, si preparava
al raccoglimento, mentre gli elementi dell'antica vita entravano in
lotta fra loro, per poi alterarsi, e dissolversi. Socrate non è il
cosciente iniziatore di questo movimento, nè il solo; anzi, come
è sempre avvenuto in tutte le epoche di rinnovamento o di riforma
morale e religiosa, egli, che con le sue esigenze ricercative si
allontanava tanto dall'etica puramente tradizionale ed abituale dei
suoi concittadini, fu così poco inclinato a credersi un riformatore,
che considerò come preordinato dalla divinità, ed inteso dalla
sapienza dei legislatori, quello che era risultato della sua personale
investigazione. Egli rimase quindi greco, anzi ateniese tutta la
vita, e con la stessa morte confermò la costanza ed armonia della sua
coscienza. Il Socrate umanitario dei filosofi del decimottavo secolo
è un prodotto di fantasia, che non ha fondamento nella storia; e le
opinioni di certi eruditi del nostro secolo, che hanno fatto di Socrate
un rivoluzionario, non meritano altro nome, che quello di dottrinali
aberrazioni.
Intendere come Socrate, che fu vittima di una accusa che facea di
lui un innovatore della religione e della pubblica morale, non fosse
stato nè un rivoluzionario nè un ozioso ricercatore, ed evitare al
tempo stesso l'errore di coloro che ne fanno il rinnovatore di non
so che antica morale, senza pensare che una morale non potea esservi
prima della ricerca sofistica e socratica, è forse tanto difficile
per la critica moderna, per quanto era ardua cosa pei contemporanei di
dischiudere la deforme statua del Sileno, per trovarvi dentro quella
vera e viva immagine, che rendeva perplesso l'incostante e volubile
Alcibiade[31].