[18 novembre 1556.]
XIII. — Riuscito il secondo assalto a peggior termine del primo,
restarono le genti del Duca insieme spossate e sbalordite: l'istessa
cavalleria, tanto valente, sentì l'abbattimento. Consumate le munizioni
di guerra, l'inverno vicino, la rôcca in piè, e il maresciallo Strozzi
ai fianchi: il quale aveva pur esso gittato sopra due barconi un
ponticello sul canale più angusto di Fiumicino, e accennava con
frequenti scaramucce di voler molestare sull'isola il campo di Spagna.
Se Orazio avesse potuto penetrare col pensiero nelle strettezze
dell'avversario, sarebbe stato il signore della prima campagna, e
avrebbe ridotto lo Spagnuolo a pessimo partito: ma, chiuso da ogni parte
dentro alla piccola cerchia della rôcca, non poteva vedere nè sapere
altro più che le private condizioni di sè stesso e de' suoi. Il presidio
pieno di coraggio, un solo morto, pochissimi feriti, le vittuaglie a
sufficienza: solamente aveva a dolersi della penuria della polvere. Nei
quattordici giorni dell'assedio aveane tenuto stretto conto, erasi
guardato dal contrabbattere sull'isola, dismessa quasi ogni difesa
lontana, e riservate le munizioni al bisogno estremo dell'assalto. In
quest'ultimo caso doveva esser largo, e tale si era mostrato,
ributtandone vittoriosamente due ferocissimi, e consumando le ultime
provviste, che non erano state messe per durar tanto.
Pensando dunque che il nemico non farebbe fine, nè lascerebbe di
rimettersi alle batterie ed agli assalti, e non avendo egli con che
rispondere, chiamò il dì seguente quell'anfibio di Ascanio della
Corgnia; e sperando buon trattamento per aver fatto alla presenza
dell'uno e dell'altro esercito onorata difesa, gli si arrese a
discrezione[459]. Io l'assolvo: fin dal principio ho detto che egli era
giovane.
Così fu perduta la rôcca d'Ostia per solo mancamento di munizioni e per
trascuranza di chi amministrava la guerra. Il duca d'Alba, sommamente
lieto dell'acquisto non più sperato, uscì d'impacci: piantò la sua
bandiera sul mastio, e fece chiudere Orazio con tutti i suoi in fondo di
torre, donde non li lasciò uscire altrimenti che consunti dalle
infermità e dal digiuno. Agli stessi estremi disegnava colui ridurre la
città di Roma, impedita ormai la navigazione del Tevere sopra e sotto
corrente; occupato Monterotondo ed Ostia, e stretto il cerchione da ogni
altra parte, salvo che da Civitavecchia, dove brillò dal principio alla
fine incontaminata la diligenza e la fede del capitan Flaminio Orsino.
[19 novembre 1556.]
Il blocco crebbe lo sgomento nella città. Di che prevalendosi quanti
erano imparziali nella corte, signori, prelati e cardinali, presero a
suggerire più miti consigli. I Caraffeschi avevano bisogno di riposo, e
più di loro il duca d'Alba; il quale, quantunque vincitore, si trovava
sparpagliato con poca gente in un semicerchio di sessanta miglia, da
Ostia a Marino, ed oltre a Zagarolo, a Tivoli e a Monterotondo. Egli
aspettava rinforzi, e voleva stabilirsi meglio nei luoghi occupati: però
dètte ascolto volentieri alle proposizioni di tregua, che fu
sottoscritta addì diciannove di novembre per dieci giorni, e poscia
prorogata sino all'ultimo dell'anno[460].