[12 novembre 1556.]
X. — Le notizie di queste novità, l'una dopo l'altra rapidamente
succedenti, riportate in città, davano da pensare alla corte ed al
popolo; massime per la memoria ancor fresca in molti dell'altra guerra
cogli Spagnuoli, col Borbone, col sacco, e colle conseguenze: parendo a
molti essersi tirata addosso una simile e forse più pericolosa sciagura.
Però Piero Strozzi, volendo rinfrancare gli animi sbigottiti, uscì fuori
con tremila fanti e trecento cavalli, costeggiando la destra del Tevere
e dell'isola, fino alla foce di Fiumicino. Non già che sperasse con
quelle deboli forze discacciare il Duca o soccorrere Orazio; ma voleva
dare animo a questo e travaglio a quello, mostrandosi vicino e pronto ad
abbracciare ogni partito che se gli potesse presentare.
Roma per questo restò quasi senza presidio di milizie regolari, senza
nervo di cavalleria, e soltanto guardata dalle milizie cittadine. Indi
presero viepiù di baldanza gli stracorridori del Duca, i quali, guidati
da uomini arditi e praticissimi di ogni strada e traghetto intorno alla
capitale, faceansi vedere per le vigne suburbane, e talvolta anche
innanzi ed oltre alle mura infino alla valle dell'Aniene. Di che corse
rischio nella persona l'istesso cardinal Caraffa; il quale pur
dall'altra parte essendo uscito con alcuni gentiluomini e cortigiani a
cavallo, più per ostentazione che per altro, ebbe incontro lungo lo
stradone di sant'Agnese il conte Francescantonio Berardi, capo di ronda
con una squadra di cavalleggieri. Dove correndogli appresso il Berardi a
lancia bassa, e fuggendogli innanzi a tutta briglia il Cardinale,
dierono insieme spettacolo insolito agli occhi dei Romani, spettatori
ansiosi di quella caccia dalle ville, dai terrazzi e dalle mura. Tra le
grida e le esclamazioni di questi e di quelli i due antagonisti, l'uno
dopo l'altro, imboccarono il vicolo della Fontanella (notissimo ai
cavalieri della città), e sempre galoppando per quelle tortuose viuzze,
ebbe fortuna il Cardinale con più freschi e migliori cavalli di
guadagnare la porla Salara, tuttochè incalzato quasi alle groppe
dall'avversario; il quale non dubitò in quell'estremo di poterlo
cogliere sparandogli contro una pistola, presa in fretta dalla fonda
dell'arcione[445].
In somma la guerra era ridotta a corpo a corpo intorno a Roma e sulle
due ripe del Tevere, dove si aveva a decidere la sorte dello Stato, del
Regno e di tutta l'Italia. Sulla destra, da Roma in giù, Piero Strozzi
alla guardia; sulla sinistra, dalla foce in su, il duca d'Alba
all'attacco; e in mezzo a loro la rôcca d'Ostia presa singolarmente di
mira, e Orazio alla difesa.
[16 novembre.]
Dopo quattro giorni di batteria continua con sette pezzi di grosso
calibro, e più di mille tiri, il torrione occidentale cominciava ad
aprirsi, benchè la breccia fosse erta assai e difficile a superare,
essendosi nel battere quasi sempre mirato ad alto, dove aveavi muraglia
men grossa. Nondimeno trovandosi il Duca già presso al finire delle
munizioni dell'artiglieria, e vedendo che Orazio non si lasciava
persuadere nè per le percosse continue dei cannoni, nè per le
suggestioni incessanti di Ascanio della Corgnia, pensò che gli
bisognasse a ogni modo e subito tentare l'assalto. Ondechè mandato don
Alvaro da Costa a riconoscere il passo, e trovata l'acqua del fosso poco
profonda e in gran parte ripiena dai rottami della caduta muraglia; e
questa con più squarci, tra i quali uno largo a sufficienza da salirvi
quattro uomini di fronte, deliberò la fazione per la mattina
seguente[446].