[329] CARLO PROMIS, _Gli ingegneri militari che operarono o scrissero in
Piemonte dal_ MCCC _al_ MDCL, in-8. Torino, 1871, p. 28.
[330] SALAZAR cit., 70, A, 1, 2: «_El Principe mandò la galera llamada
la Brava, el Visorey la Califa, quales Espinosa hizo juntar, ligandolas
con clavazon y madera.... hizo sus troneras.... cercolas de botas
betunadas, puso por costado nueves piezas gruesas de artilleria._»
SANDOVAL cit., 135, B.
NUCULA cit., 186.
[331] NUCULA cit., 207: «_In statione, ubi tota classis erat, fabricata
est machina, ut hostes fallerentur._»
CAPPELLONI cit., 129.
[6 settembre 1550.]
XXII. — Mentre queste cose si facevano, le batterie di terra non
cessavano di trarre ogni giorno: e la notte tre o quattro galere per
turno, cominciando dalle romane, spiccavansi dall'armata e andavano di
ronda intorno alla piazza, tessendo e raddoppiando da un seno all'altro
le acque della penisola; dando e ricevendo alla cieca, come sempre
succede, colpi di cannone o d'archibugio, dovunque appariva segno di
persona o di cosa in moto. Chiusa agli assediati ogni via di
comunicazione.
Finalmente addì sei di settembre tornò in Africa Marco Centurioni, e con
lui il Montani e il Rinuccini commissarî, che avevano raccolto da
Genova, dalla Spezia, da Viareggio e da Livorno gran quantità di
munizioni da guerra, polvere e palle ammassate in quegli scali dai
ministri e amici di Cesare e dai Signori lucchesi, per sopperire al
consumo; potendosi calcolare a più di trentamila le palle di ferro
colato da cinquanta libbre in su, scaraventate sui muri della piazza dal
principio dell'assedio. Le due Sicilie in fatto di munizioni da guerra
avevano già mandato il più che potevano; ed erano restate in grado di
riceverne, anzi che di esitarne. Supplivano tuttavia colle vittuaglie e
coi rinfreschi, specialmente coi vini: che le carni e le farine
abondantemente si traevano, ed a prezzo discreto, dal paese e dagli
alleati africani, i quali ognor più manifestavano il desiderio di
scuotersi dalla servitù dei pirati e dei turchi. Oltracciò il Centurioni
aveva condotto al campo quattro bandiere di fanteria spagnuola, un
migliajo di uomini. Rinforzo sommamente desiderato[332].
[7 settembre 1550.]
Crebbe pertanto nei capitani non pur la speranza, ma la prontezza. Le
munizioni, i soldati, la macchina, tutto in punto; altro non restando
che scegliere il sito migliore dove affondare le áncore della sambuca,
perchè da sè vi si potesse tirare coll'argano e coi tonneggi. Però la
notte appresso al sette furono mandate, sotto il colore della ronda
consueta, le galere a scandagliare i fondali, ed a stabilire le
boghe[333] sulle áncore, a stendere andrivelli e gherlini, e a lasciarvi
i segnali coi gavitelli. Eseguirono gli ordini a puntino, sempre
rispondendo col cannone al cannon dei nemici: e, per meglio coprire il
lavoro presso alla piazza, avevano istruzione di cogliere l'opportunità,
e di levar via dal porto quella misera nave alessandrina e quelle due
galeotte sdrucite che vi stavano abbandonate da tanto tempo, non forse
avessero poscia da servire ai pirati per molestare la sambuca. Così
adunque quella notte in una delle tante girate si accostarono
destramente alla bocca del porto, e vi spinsero dentro sei palischermi
armati. I marinari da diverse parti saltarono a bordo delle tre
carcasse, tagliarono gli ormeggi, stabilirono i rimburchi; e arrancando
a un fischio tra palischermi e galere tiraronsi appresso i tre legnacci,
senza curare nè gli spari della piazza, nè le percosse delle carcasse
per le sponde[334]. Abilissima manovra che onorerebbe la tattica d'ogni
altro tempo, come onora quella del secolo decimosesto. Perfetto
svolgimento di curva difficile in un tratto solo, sopra quattro
coordinate all'asse maggiore: la scoperta, lo scandaglio, l'apparecchio,
e la preda: e tutto ciò per espugnare una piazza senza dare niun indizio
del finale intendimento al nemico.