[1548-1555.]
[Agosto 1548.]
I. — Dal gran mastro di guerra Muzio Attèndoli della Cotignola, cui il
conte Alberigo di Barbiano appiccò il nomignolo di Sforza a perpetuo
suggello da ricordarne ai posteri la gagliardìa e l'ardimento, si sono
generati i duchi di Milano, i signori di Pesaro e i conti di Santafiora;
donde derivossi dappoi accrescimento di splendore e di grandezza per
eredità e parentela nella nobilissima casata dei Cesarini di Roma. Di
quel sangue nacque Carlo, terzogenito del secondo Bosio conte di
Santafiora e di Costanza Farnese della stirpe di Paolo III; e parvero in
lui rivivere gli spiriti marziali del primo Sforza. L'istessa grandezza
della persona, il medesimo dominio sui cavalli, e l'agilità delle
membra, e il piglio soldatesco, e la robustezza del braccio e la
saldezza del core; aggiuntavi di più la coltura, lo studio, e
l'esperienza della milizia navale. Entrato giovanetto nell'Ordine di
Malta pigliò volentieri l'occasione di mostrarsi quale era prode e
valente per mare e per terra, in Levante ed in Germania: in breve
ottenne la grancroce, il priorato di Lombardia, e finalmente il
generalato delle galèe dell'Ordine suo[187]. Faceva perciò residenza in
Malta molto splendidamente, secondo uomo di alto affare; e appresso
menavasi numeroso seguito di capitani e di gentiluomini: fra i quali fin
d'ora mi piace ricordare quei due prodi che sempre lo sostennero nelle
sue spedizioni; cioè il conte Marcantonio Zane di Bologna, successore di
Marcantonio Colonna nella nostra marina dopo sciolta la lega[188]; ed il
nobile fulignate Giannantonio Gigli di chiara fama a Lepanto, e prima e
dopo[189]. L'anticamera di casa Sforza e similmente i saloni dei suoi
pari, che ancora abbiamo negli antichi palagi dei grandi signori (saloni
di trenta e cinquanta metri in lungo e in largo), non erano mica per
quel vecchio servigiano al banchetto in un cantuccio tra il vuoto e il
silenzio perpetuo d'oggidì: ma realmente ci ricordano il numeroso
concorso dei letterati, degli artisti, dei gentiluomini con tutto il
codazzo dei familiari, raccolti quivi insieme per motteggiare tra loro,
per corteggiare l'avventuroso signore, e per seguirlo dovunque secondo
il suo grado.
La quale magnificenza spiegata eziandio da Carlo in Malta, quantunque
conforme all'uso del tempo, gli fruttò l'invidia dei superbi; e suo
malgrado l'avvolse in una sanguinosa e ferocissima rissa, accesasi tra i
Cavalieri per la uccisione di un semplice soldato delle sue galere sulla
piazza del porto.
La furia delle private vendette levò alta fiamma nell'isola. Prima dalla
parte dello Sforza avvampò un famigliare, il quale per rimedio del morto
ammazzò a tradimento il cavalier Ribadeneira della lingua di Spagna con
un colpo ardente di archibugetto a ruota. Indi ribollirono maggiormente
i confratelli nazionali del secondo ucciso, risoluti di vendicare il
Cavaliere col sangue del Generale. Torna la nota contradizione degli
stolti; i quali, acciecati dalla passione, come giudicano altrui, così
condannano sè stessi. I congiurati assaltarono e ferirono in piazza lo
Sforza, egli trasse la spada e si difese, altri mossero per levarlo di
là, dove certamente sarebbe rimasto freddo, se non pigliava di gran
corsa la via del porto. Ma raggiunto alla sponda dalla calca dei
furiosi, e non veduto a suo scampo altri che il cavalier Giorgio Adorno
genovese quivi presso, e da lungi lo schifo della sua capitana che pel
confuso rumore erasi allargato da terra, levossi in aria, spiccò un gran
salto (non mi basta l'eleganza della frase, quando devo esprimere tutta
la verità e la grandezza del fatto), voglio dire, e forse non basta,
squarciò un salto portentoso, e raggiunse diritto e fermo la poppa del
suo palischermo. Avanti! Voga, arranca, e via!
Il successo maraviglioso di Carlo, in quel giorno, che fu il sei di
giugno 1547, sembrò un prodigio a chi lo vide: gli stessi nemici suoi
attoniti e maravigliati abbassarono le spade. Più e più la plebe Maltese
presente allo spettacolo ne restò presa: d'indi innanzi ne fece
proverbio, paragonando i più solenni tratti di destrezza al Salto di
Sforza[190]. Il vecchio Muzio, suo grande avo, non ebbe la stessa
ventura l'ultimo giorno della vita al guado della Pescara.
Lascio il seguito della sedizione: lascio il concorso dei cavalieri
francesi cogli italiani a difesa di Carlo, e la pertinacia degli
spagnuoli a volerlo assalire anche dentro la stessa sua capitana; lascio
in procinto di combattere due galèe piene di nemici, contro due altre
piene di difensori: e conchiudo che Carlo Sforza, dopo quietato il
tumulto, ebbe per bene levarsi dall'isola e venirsene in Roma presso il
cardinal Guidascanio suo fratello.