[108] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 78: «_Ancorchè il generale di
Vinitiani richiedesse che gli fosse consegnato Castelnovo, secondo le
conventioni della lega, nondimeno vi fu lasciato Francesco Sarmiento con
tre mila Spagnoli, dicendo Andrea e Ferrante di levargli innanzi alla
primavera._»
[109] RAYNALDUS, _Ann._, 1539, n. 31: «_Veneti indignati quod Auria,
violato fædere, superiori anno hostis delendi sprevisset occasionem,
Solymanum de pace postularunt._»
[110] PARUTA cit., 115: «_Biasimarono molti di comprar la pace così
cara.... ma considerato lo stato delle cose, e le più vere ragioni, si
rimasero tutti quieti, e fu lodata la prudenza._»
ULLOA, 158, b: «_Carlo mandò il marchese del Vasto a Venetia a dolersi
con essi loro delle cose successe, significando che egli non n'haveva
colpa alcuna.... promettendo di metter per loro la vita e gli stati suoi
se bisognassero._»
MURATORI, _Annali_, 1539, princ.: «_L'Imperatore e il Re di Francia per
comparire zelanti del bene della cristianità verso la gente credula
spedirono a Venezia.... facendo sperare possenti soccorsi._»
[111] ANTOINE FABRE, _Grammaire pour apprendre la langue espagnole_,
in-4. parvo, 1627. Venezia, presso Giovanni Guerigli, p. 283, linea
ultima: «_Buenas palabras y ruynes hechos engañan a sabios y a locos._»
[112] CARLO V approva i disordini di Andrea, v. sopra nota 80.
FILIPPO II approva i disordini di Giannandrea, v. sopra nota 25.
Al modo stesso e nella stessa sentenza consentono i documenti che del
continuo vengono alla luce per opera di solerti e diligentissimi
collettori dagli archivi di Spagna, d'Italia, di Germania e del Belgio;
di che si potrebbe tessere lungo catalogo noverando soltanto i più
recenti dal Navarrete al de Leva, e dall'Heine al Gachard.
[113] BIZARUS cit., 508: «_Barbarossa Castronovum terra marique acerrime
obsessum.... hispanis omnibus aut trucidatis aut ad transtra triremium
relegatis expugnavit._»
PETRUS PAULUS GUALTERIUS, Mss. cit., _sub die decimanona augusti
MDXXXIX_: «_Nunciatum est Romæ Turcos die septima hujus mensis augusti
expugnasse Castrumnovum, occiso præsidio quod ibi a Cæsare tenebatur._»
[1540.]
XVIII. — Rimettiamoci attorno ai nostri porti e alla difesa delle
spiagge, dove ci si ripresenta, come prima, alla testa delle sette galèe
il conte Gentil Virginio Orsini con ordini pressantissimi di Paolo III
contro le infestazioni del pirata Dragut. Costui, degno allievo
prediletto di Barbarossa, ci è venuto due volte innanzi nel nostro
cammino, prima fra la Prèvesa e Santamaura, comandante la vanguardia
dell'Aquilone, e poscia rapitore della galèa del Bibbiena. Ora,
scioltosi di ogni legame dell'armata ottomana, mena guerra piratica per
conto proprio con venticinque o trenta bastimenti da remo, a rovina dei
commerci e delle riviere di Spagna e d'Italia. Conseguenza dell'orgoglio
cresciuto ai Turchi per gli inutili sforzi della lega dei Cristiani. La
navigazione per tutto l'anno trentanove era stata interrotta nel
Mediterraneo, con tanta crudeltà e arsioni di terre, e prede di navigli,
e schiavitù di gente, che le doglianze dei popoli mossero l'Imperatore a
ordinare lo schianto di costui. Indi lettere al Papa e al Grammaestro
per ottenere il rinforzo delle galèe di Roma e di Malta; e commissione
al principe Doria di non attendere ad altro se non a perseguitare
Dragut, e ad estirpare gli altri pirati dal Mediterraneo.
[Aprile 1540.]
Per questo Andrea, non più aggirato nè aggiratore tra la diversità delle
parole e dei fatti, non più tra capitoli espressi ed ordini secreti,
ricomparisce quel valentuomo ch'egli era; e piglia l'assunto da senno, e
in guisa da condurlo a buon termine[115]. Pronto fin dal mese di aprile
in Messina, aggiugneva alle galèe sue quelle di Napoli e di Sicilia e di
Spagna, e le quattro di Malta e le sette di Roma, ottantuna in tutto; e
ne faceva cinque squadre per diversi paraggi, da stringere in mezzo
Dragut, secondo l'esempio di Pompèo nella guerra famosa contro i pirati
della Cilicia[116]. Erasmo Doria con dieci galèe alla guardia delle
Baleari; Giannettin Doria e il conte dell'Anguillara in Corsica e
Sardegna con ventuna galea[117], don Federigo di Toledo con undici
innanzi alle isole del golfo napolitano, il conte di Requesens con
diciassette e i Maltesi a ponente della Sicilia, e il principe colle
ventidue consuete per la costa di Barberia. Tutti gli squadroni fecero
degna prova, ed ebbero segnalati vantaggi: ma l'onor supremo e il
maggior guadagno della gran caccia toccò alla squadra di Giannettino e
del Conte, ciascuno colla sua bandiera e le sue galere, che erano
quattordici genovesi col primo, e sette romane col secondo[118].
[2 giugno 1540.]
Visitarono insieme le coste di Sardegna, e finalmente ebbero avviso che
Dragut, dopo aver dato il guasto alle riviere della Corsica, era stato
veduto con undici vele trapassare le bocche di Bonifacio, e dirigersi
alla Capraja, isoletta dei Genovesi, allora quasi disabitata[119]. Lo
seguirono in quella parte, e udirono le cannonate che egli tirava contra
la torre di tramontana. Per questo stando più vigilanti, con buone
guardie, e pigliando lingua da quei che fuggivano con piccoli legnetti,
e dai pescatori, vennero a sapere che i pirati eransi levati di là, e
rivolti alle alture di capo Corso; e finalmente alla deserta cala della
Girolata, che è sulle coste occidentali dell'isola presso alla Cinarca e
quasi nel mezzo, dove facevano baccano, gavazzando e dividendo a
ciascuno la parte che gli veniva di preda e di schiavi. Costume perpetuo
dei barbareschi il mettersi subito alla partizione delle prede, tanto
per quietare gli ingordi appetiti, quanto perchè meglio ciascuno
pigliasse nel viaggio la particolar cura delle cose sue. Costume
eziandio perpetuo lo scegliere per tale bisogna gli ascosi recessi di
qualche isola deserta, dove non avessero a temere nè concorso di
bastimenti da guerra, nè stormo improvviso di abitatori.
Lietissimi i nostri girarono l'isola, e addì due di giugno 1540 di buon
mattino posero gli agguati a ponente per assicurarsi il beneficio dei
venti consueti nella stagione dal secondo e dal terzo quadrante.
Oltracciò Giannettino mandò innanzi verso la cala il solo Giorgio Doria
con sei galere ed una fregatina, perchè fattosi scoprire allettasse il
nemico alla caccia, e lo traesse dove le altre quindici galèe stavano
soppiatto ad aspettarlo. Veduti i pochi di Giorgio, il Pirata temerario
chiamò all'armi; e lasciando due soli bastimenti alla guardia del
bottino, si spinse contro di lui, che a maraviglia infingevasi di
fuggire, tirandosi appresso i pirati verso l'agguato. Corsero qualche
tempo i legni barbareschi, in numero di nove, contro i sei di Giorgio,
infino a che questi con un tiro diè il segno, e comparvero agli occhi
stupefatti di Dragut le altre quindici galèe di Giannettino e del Conte,
che venivangli risolutamente incontro col vantaggio del vento. Virò
costui subito subito di bordo, e prese a fuggire: ma i nostri avendolo
sottovento, e forzando di vela, non potevano mancare di investirlo per
poppa. E già il Pirata, sentendosi alle calcagna più e più da presso i
cacciatori, si teneva perduto, quando disperatamente pensò volgere la
faccia, e provare se colle armi potesse meglio provvedere allo scampo.
Eccolo dunque dare alla banda, venire al vento, mainare le vele, e
mettersi a remo: eccolo a suon di trombe approntarsi ferocemente al
conflitto. Ma non gli fu dato nè anche il tempo di cominciare:
conciossiachè a pena voltato, Giannettino col cannon di corsia gli
assettò tale un colpo, che incontratosi di imbroccare nella ruota di
prua, gliela strappò quasi dal calcagnolo, sfondandogli la galera. In
quel punto di confusione, ed egli che scendeva nello schifo, e gli altri
legni che perdevano la speranza, circondati nell'impeto dell'abbrivo,
restarono tutti uncinati e presi, da due infuori che prima degli altri
avean preso la fuga.
Intanto che Giannettino incatenava Dragut e rimetteva i sei legni
predati, il conte dell'Anguillara seguiva innanzi verso la cala, dove si
vedevano le due galere dei barbareschi di guardia al bottino; e
pigliavasele ambedue senza colpo ferire, essendosi Mamì capitano di
quella guardia gittato in terra con tutti i suoi, abbandonata ogni cosa
alla riva, colla speranza di salvarsi nei boschi vicini[120]. Ma poco
gli valse la fuga; perchè inseguito dai vincitori, e cacciato dalla fame
nel termine di due settimane con tutta la sua brigata venne in potere
dei vincitori. Splendido successo senza niuna perdita dei nostri: mila
ducento Cristiani liberati dalla schiavitù, altrettanti Turchi fatti
prigioni, cattivato il terribile Dragut, in catena l'ajutante Mamì,
presi nove bastimenti nemici. Tra quelli due lasciati alla cala l'Orsino
riconobbe e ricuperò intatta la galèa del Bibbiena, che avevamo perduta
due anni prima nello scontro del ventisette settembre alla Prèvesa, come
si è detto[121].
Non trovo che il conte dell'Anguillara abbia toccato parte dei guadagni;
nè punto me ne dolgo o maraviglio, tale essendo la condizione perpetua
della marineria romana, combattere per debito, non per mestiero, per
onore, non per guadagno. Soltanto mi meraviglio e dolgomi che niuno
degli scrittori ligi ad Andrea l'abbia voluto nominare a questo
proposito[122]. Il silenzio di costoro, contro la testimonianza di tutti
gli altri, prova soltanto quella parzialità, che mi auguro abbia a
essere emendata da qualcuno de' dotti e virtuosi scrittori genovesi, i
quali per loro gentilezza fan conto delle cose mie, e non lasciano
cadere a vuoto i miei desiderî. Dunque il conte Gentile se ne tornò con
molto onore a Civitavecchia, e fece feste in Roma, come se ne facevano
in ogni parte dai popoli cristiani con fuochi, spari e dimostrazioni di
pubblica esultanza per vedersi liberati da potente e capitale nemico.