III.

In questo periodo così tumultuante di fatti, e di idee Don Giovanni

non si mosse. Molti fra i congiurati, che lo avevano conosciuto nelle

opere secrete, aspettavano forse di vederlo insorgere sulla montagna e

alla testa di una compagnia fra contrabbandieri e cacciatori correre

alla difesa di Roma. La Spagna era tutta piena in questo secolo di

curati belligeri, talvolta grandi come generali, più spesso fieri come

assassini.

La predicazione patriottica cominciata a Bologna dai padri Gavazza e

Ugo Bassi infiammava il popolo alla guerra. Invece che nelle chiese,

le prediche si facevano su per le piazze, dall'alto delle scalinate,

fra una ressa di popolo piangente di ogni entusiasmo, giacchè

l'effervescenza del sentimento patriottico permetteva qualunque

eccesso di pensiero e di parola. Si declamava di guerra, di massacri,

di trionfi, di perdoni: tutta la vecchia rettorica delle scuole piena

di esempi romani e cartaginesi, quella dei seminari, l'altra più

recente del romanticismo si mescolavano in una eloquenza ridicola e

commovente, deforme e poderosa.

Nell'aria agitata da tante voci passavano a volta a volta i veri soffi

della rivoluzione. Il popolo applaudiva strepitando ai due sacerdoti

senza capire delle loro frasi che le parole di guerra. Il nemico

scoperto era l'Austria, i nemici incerti tutti i principi, il papa e

il clero, i nobili e i borghesi che quello schiamazzo atterriva, e i

contadini che ascoltandolo lontani ne chiedevano la spiegazione ai

parroci.

Il padre Gavazza, energica figura di tribuno ribollente di passioni e

fors'anche volgare di vizii, piaceva più dell'altro, gracile poeta,

che la letteratura aveva travolto e la rivoluzione doveva stritolare.

Ad entrambi la stessa gloria e la medesima vanità prestò le forze ad

uscire dagl'ordini; ma nessuno dei due sapeva bene ciò che volesse.

Ugo Bassi additato alla reazione austriaca dal clero implacabile si

confessò, abiurò e cadde, martire coraggioso e recalcitrante, per

vivere nei ricordi del popolo che di lui non ricordò più che la morte;

l'altro, più fortunato o più abile, vinta la rivoluzione, riparò

all'estero e vi si convertì al protestantesimo, e tornò a predicarlo

in Italia agli stipendi della società biblica, non ascoltato dalla

borghesia, spregiato dal popolo, che stima poco coloro che mutano e

non crede mai alle conversioni fruttanti danaro.

Don Giovanni, sacerdote al pari di essi, non li seguì nella breve e

tempestosa predicazione. Differenze di indole e più ancora di testa

glielo impedirono, salvandogli l'originalità oggi ancora più sentita

che compresa.

Come Don Giovanni giudicò la rivoluzione del 48? Che cosa pensava dei

principi e del popolo? Di Carlo Alberto e di Pio IX acclamati primi,

di Mazzini e di Garibaldi arrivati ultimi?

Il suo pensiero non è rimasto scritto, ma la sua vita lo ha

chiaramente rivelato.

In tutto quel periodo, come prima e come dopo, seguitò la vita di

cacciatore ascoltando forse sulle cime dei monti nell'aria trepida il

rombo immaginario delle battaglie infelici, che si combattevano per

l'Italia. Intorno a lui tutto era calmo. I contadini non s'occupavano

che dei ladri infestanti per la mancanza di un qualunque governo,

mentre giù nel paese invece la grossissima maggioranza assisteva alla

rivoluzione come ad una avventura della quale era già previsto lo

scioglimento. Nessuna fede, nessuna idea netta; qualche sentimento

generoso fra molti avari, una certa smania di novità frammezzo

abitudini che la morte poteva interrompere, non già la vita mutare;

paure e ignoranze, viltà di ogni servitù, gelosie di qualunque grado.

La rivoluzione non era possibile, il popolo non la sentiva. Invano una

piccola minoranza aveva profuso da molti anni e seguitava a profondere

eroismi di pensiero e di cuore, prodigava sangue e danaro,

dimenticando tutta sè medesima nella passione della patria da

redimere; la patria indolenzita e indolente rimaneva accovacciata

sotto le sedie dei propri tiranni, guardando con stanco sorriso coloro

che tentavano di scuoterla ed arrischiavano in questo la vita.

L'Italia allora non aveva nè un re, nè un generale, nè un politico.

In qual guerra aveva trionfato Carlo Alberto? E non era che re di

Piemonte, e non aveva osato dire alteramente all'Italia: sii mia!

Quale fra i tanti ministri dei tanti piccoli Stati sarebbe stato così

forte da soffocare la voce degli altri per farsi intendere

dall'Europa? Il migliore, quello del papa, Pellegrino Rossi, smarriva

ogni senno politico nel sogno di un papato costituzionale.

Tutti gli italiani erano stranieri fra loro: piemontesi, napoletani,

lombardi, toscani, veneti, umbri, siculi, divisi per storie, per

indole, per produzione non avevano in comune che la servitù, e anche

questa diversa, cosicchè il dolore e l'odio frazionandosi

s'impicciolivano. Mazzini solo era italiano, ma la sua opera e la sua

fama male interpretate gl'impedivano d'abbracciare tutto il popolo. La

minoranza rivoluzionaria sola gli ubbidiva adorandolo. Garibaldi

sbarcato allora dall'America era per la gente volgare uno sconosciuto,

per tutti quei soldati invecchiati nelle parate un avventuriero

ricondotto in patria da bramosia di saccheggio.

I Governi, invece di confederarsi, patteggiavano contemporaneamente

coll'Austria e colla rivolta, conservando verso l'una molte velleità

d'indipendenza, verso l'altra tutte le pretese del comando. Solo un

forte moto di unità, rovesciando quei piccoli troni e galvanizzando le

piazze nel nome della repubblica, armandole, lanciandole sullo

straniero, avrebbe potuto trionfare; o un re temerario e abile come

Enrico IV, che affermandosi re d'Italia avesse nel suo nome eccitata

la rivolta e guidata la guerra contro l'Austria, avrebbe avuta qualche

probabilità di riuscita. Mazzini tentò la prima proclamando la

repubblica romana, nella quale, se persistente, tutti gli Stati

d'Italia sarebbero scomparsi; ma nell'ultima ora quando tutto era

perduto, e salvò con eroismo pari all'ingegno l'onore della

rivoluzione. Napoli e il Piemonte avrebbero potuto cimentarsi nella

seconda impresa, ma i loro re capaci di aspirarvi per vanagloria non

ne ebbero l'animo, tradirono o fallirono, poco sinceri nel sentimento,

meno italiani nel concetto.

E questa rivoluzione preconizzata da tanto splendore di arte,

preparata con lungo studio, assistita da tutte le forze, in un anno

appena si logorò e parve svanire. Il popolo in massa non vi aveva che

assistito.

Gl'italiani erano vinti. I campi veneti e lombardi fumavano di sangue,

in tutti i paesi la reazione del dolore e della paura sopraffaceva

l'entusiasmo della rivolta.

A sera la malinconia delle prime ore era più triste, il pianto si

mesceva colla rugiada. I volontari ritornavano sbandati maledicendo e

ascoltando le maledizioni ai generosi, che avevano predicato la

guerra. Si vantavano la pace umiliante, le molli delizie della

servitù.

Venezia e Roma resistevano ancora, quasi trovando nel nome antico

della repubblica l'eroismo della nuova morte. Il clero esultava. La

sua sordida e numerosa clientela liberata dallo spavento della

rivoluzione turbava con gioie parricide la tragica solennità di quel

momento. Tutti i maggiori uomini d'Italia erano sembrati impari

all'azione: i cattolici liberali mascherati da nuovi costituzionali

spingevano l'odio della rivoluzione più oltre dei sanfedisti,

seminando fra i vinti rancori che nulla poteva più consolare. Le

calunnie scoppiettavano ora che il fuoco della moschetteria si faceva

più rado e meno omicida; le speranze uccise dai sarcasmi del popolo

peggio ancora che dal piombo degli eserciti nemici cadevano come

Ferruccio avvolgendosi nelle ultime bandiere.

Don Giovanni assisteva a questa agonia prolungata di giorno in giorno

quasi per aumentarne il dolore.

La sua anima era in preda a mille passioni. La viltà del clero

tripudiante sulle stragi italiane gli dava a volta a volta degl'impeti

disperati, che la sua coscienza di uomo, ribellandosi alla coscienza

di prete, portava fino a Dio. La questione del papato avviluppata

intorno all'ideale religioso lo aveva reso irreconoscibile, mutando

una religione di sacrificio e di amore, talmente pessimista da non

considerare il mondo che come un tramite oltre il quale splendeva la

verità e si armonizzava la vita, in una feroce idolatria, nella quale

le avare ingordigie del tempio e gli ignobili silenzi dell'idolo

concordavano alle più ribalde affermazioni. Il pontefice, invece di

mostrare ai popoli la croce di Cristo, brandiva la canna dell'_Ecce

Homo_ come una mazza, minacciando di spezzare le teste che non si

sarebbero curvate.

I tempi parevano dar ragione al papa. Il cattolicismo sorretto

dall'ultima reazione della Santa Alleanza si disponeva a riconquistare

Roma abbandonata dalla viltà di Pio IX, mentre la libertà proclamata

dall'ottantanove a traverso un'immensa carneficina, e quasi soffocata

sotto i disastri del primo Napoleone, stava per essere uccisa. I

popoli non avevano in cinquant'anni potuto intenderla. I piccoli re

d'Italia accodati agli eserciti invasori, come valletti a saccomanni,

servivano gli schiavi che venivano a ristabilirli padroni, intanto che

il pontefice, re più abbietto di loro, infangando la propria eterna

religione nella politica di un'ultima ora di regno, confermava tutte

le menzogne assolvendo tutte le stragi.

Garibaldi e Mazzini soli resistevano.

La rivoluzione dell'ottantanove si riassumeva in loro, Garibaldi ne

era il soldato, Mazzini l'apostolo; e poichè la rivoluzione era

mondiale, la sua ultima battaglia si combatteva naturalmente a Roma.

Tutta l'Europa feudale era discesa sotto le sue mura; perfino la

Francia, agonizzante nell'agonia di una falsa repubblica che doveva

produrre un più falso impero, mandava i proprii soldati a mutare

quell'assassinio in fratricidio.

Tutto sembrava perduto.

Se l'Italia fosse insorta nella rivoluzione e sopraffatta dalla

reazione monarchica d'Europa avesse soccombuto, non sarebbe stato

nemmeno un disastro. La libertà conservata nelle coscienze avrebbe

preparato la rivincita, mentre l'unità del pensiero, la concordia del

sentimento, l'identità degl'interessi avrebbero consolato una disfatta

istantaneamente mutata in vigilia di guerra.

Invece il popolo credulo ai sofismi del clero, che gli mostrava nella

ripristinazione del romanismo la verità della religione cristiana,

ammirava la forza degli stranieri invasori.

Giammai nella storia vi fu momento più tragico.

Garibaldi, reso feroce dalla disperazione, irrompeva dalle mura di

Roma come Ettore chiamando ad alte grida l'Achille de' nuovi greci, ma

dal campo nemico nessuna voce d'eroi gli rispondeva, mentre una

immensa moltitudine d'armati lo obbligava invano reluttante a riparare

nelle mura. I suoi soldati di un giorno non avevano nè armi nè scampo:

italiani di ogni provincia, chiamati dalla rivoluzione, erano venuti a

morire nella sua tragedia. Non un dubbio, non un lamento. Roma eterna

si stendeva accidiosa dietro loro dalle mura. Il suo popolo troppo

pieno di cortigiane e di bastardi, rimasuglio di tutte le schiavitù,

guardava con suprema indifferenza di servi, che usi a non pagare lo

spettacolo non vi portano più e non ne risentono passione. I fastigi

dell'impero e del papato dominavano immani quest'ultima battaglia, che

stranieri italiani sostenevano contro stranieri d'oltre Alpe.

L'assedio non poteva essere lungo. Ogni giorno scemava il numero e le

forze degli assediati. L'Italia vile come Roma non osava nemmeno

incitare i combattenti sopraffatta dal dubbio della vittoria. Nulla.

In alto, sopra un colle, non uno dei sette immortali della storia

antica perchè sovr'esso doveva cominciare la storia moderna, Mazzini

pallido e sereno dominava una piccola assemblea, che percossa dal

rombo dei cannoni gli si stringeva intorno. L'immensità storica e il

silenzio attuale di Roma sbigottivano la Costituente, assemblea di

sbandati, senza nè l'energia del senato nè l'impeto dei comizi

antichi, in un momento nel quale nè l'uno nè l'altro sarebbero forse

bastati.

Campidoglio e Vaticano, ambedue deserti, intendevano dalla sublimità

della loro grandezza a Villa Medici, sede del nuovo Parlamento.

Roma taceva.

Il suo silenzio di quel momento fu un silenzio di morte.

La città, che dopo aver soggiogato il mondo coi Cesari l'aveva

dominata coi papi, era esaurita; vi sarebbe ancora una nuova Italia,

non vi sarebbe più una terza Roma.

E su quel silenzio di due mondi millenari, che il fuoco degli

assedianti non bastava a rompere, Mazzini pronunciò la parola della

vita nuova proclamando la repubblica moderna. Dopo i cesari i papi,

dopo i papi il popolo. Roma assediata dagli ultimi barbari della

monarchia liberava nuovamente il mondo; ma era l'anima italiana che

parlava in lei. La proclamazione della repubblica, appena udita per le

vie della città, echeggiò dovunque. Un'altra êra incominciava bagnata

di sangue come tutte.

Ma unico fra i forti italiani d'allora che affermasse l'unità

d'Italia, mentre i più intrepidi di spirito non ne sorpassavano la

confederazione, anche Mazzini dovette contraddirsi proclamando una

repubblica romana. La sua grand'anima resistè allo schianto di questa

contraddizione, che annullava l'affermazione di tutta la sua vita in

un momento che la morte rendeva libero da ogni menzogna. Senonchè

l'unità da lui affermata magnanimamente non era ancora cosciente

nell'anima d'Italia, e Genova e Venezia risognavano le proprie

repubbliche marinare, e la Toscana si affermava superbamente augusta

in sè stessa, e Napoli invidiosa del Piemonte accarezzava contro di

lui la stessa vanità di egemonia, e la Lombardia di tradizioni più

incerte evitava di risolvere, e nessuno malgrado le molte adesioni al

Piemonte sentiva davvero che l'unità sola poteva produrre

l'indipendenza e l'unione d'Italia.

Non v'era che un soldato italiano, Garibaldi, nel quale l'amore d'eroe

per l'Italia non fosse scemato dalla passione di nessuna delle sue

provincie. Mazzini condotto a Roma dalla stessa fatalità che

diciannove secoli prima vi attirava S. Pietro, non potè, limitato più

dalle singole insurrezioni italiane che dagli stranieri assedianti,

proclamare la repubblica italiana: Napoli e Torino, Firenze e Venezia

gli avrebbero risposto negando. Si sarebbe accusato il triumvirato di

tirannia, le dinastie sabaude e borboniche colpite nell'egoismo di

regno avrebbero urlato alla conquista.

L'unità mancava e doveva mancare ancora dieci anni dopo, giacchè il

trionfo della forma monarchica sulla repubblicana significa anche

adesso che la coscienza italica per comprendere la propria unità

politica aveva duopo di vederla prima in una unione esterna ottenuta

dalla conquista di un principe italiano sugli altri, e che la

soggezione al nuovo regno calmava le paure della maggioranza sugli

effimeri disordini inseparabili da una rivoluzione.

Roma proclamerà la repubblica quando l'Italia sentirà davvero nella

coscienza la propria unità.

Allora Mazzini non potè affermare che la repubblica romana, sapendo

benissimo che uccisa all'indomani profitterebbe colla propria morte

all'Italia. La repubblica romana proclamata fra il Campidoglio vuoto e

il Vaticano deserto chiudeva per sempre le loro due epoche; durando,

avrebbe invece negata l'unità italiana. A Roma, non più centro del

mondo ma capitale d'Italia, la repubblica non può essere che italiana.

Don Giovanni dai colli di Modigliana non guardava più che a Roma. Le

notizie arrivavano peggio che incerte, contradditorie. Nella piazza

del paese l'albero della libertà, piantato dalla canaglia nella prima

effervescenza della sollevazione, si essiccava al sole del tramonto,

visitato tutto il giorno da ogni classe di persone concordi nella

stessa ironia. Nei paesi vicini gli stessi alberi erano già stati

rovesciati. Quello di Modigliana resisteva ancora senza speranza.

In quel tempo la vita di Don Giovanni fu esercitata da terribili

agitazioni. L'energia della sua natura eroica lo avrebbe spinto a

marciare su Roma cinto dei più intrepidi fra i suoi amici

contrabbandieri, mentre la sua coscienza di cristiano e di

rivoluzionario glielo impediva. La rivoluzione era immatura nel

cattolicismo e nell'Italia; clero e popolo non la sentivano. La

generosità di una rivolta, che una morte quasi sicura avrebbe bastato

ad assolvere in ogni paese, diventava problematica allora che gli

spiriti avevano cessato d'intendersi. Nessuno parlava più della

libertà d'Italia: Roma e Venezia sembravano due città straniere

assediate da stranieri che si difendessero senza speranza; le vittorie

austriache ingigantendo nelle fantasie atterrite la potenza

dell'Austria rendevano ridicole e criminose le resistenze. Perchè

battersi ancora facendo massacrare tanti poveri giovani? E il clero

rispondeva insinuando che la rivoluzione non era per l'Italia, ma

contro la religione, e il popolo credulo per secolare abitudine

malediva ai rivoluzionari, invocando nel papa il santo dei santi. Le

minute superstizioni e i miracoli paesani rifiorivano; lo

scombussolamento e le morti della rivoluzione che avevano già

esasperato le donne e i vecchi, facevano ormai prorompere gli adulti.

Si denunciavano all'odio popolare le società secrete, si ricordavano i

tempi della schiavitù colla pace delle anime e degli interessi sotto

la sacra tutela del papa.

I volontari ritornati dai campi delle varie guerre regionali erano

guardati con orrore misto di scherno: avevano voluto distruggere la

religione e vinti erano scappati. Malvagi e vili, ingannati o

ingannatori.

Il papa sarebbe presto ritornato a Roma e tutto sarebbe finito.

Infatti Roma dovette capitolare. Gl'Italiani che la difendevano,

ridotti senz'armi e senza munizioni, si arresero. Roma non si mosse.

Molti romani generosi avevano certamente partecipato alla difesa della

città santa, ma il suo popolo vi aveva assistito come ad uno

spettacolo. Se Roma si fosse difesa come Saragozza, gli eserciti

stranieri discordi non l'avrebbero presa; se le popolazioni delle sue

provincie fossero insorte, li avrebbero fatti prigionieri. Roma non

era più Roma; i Latini, i Sanniti, i Bruzii moderni non somigliavano

più ai confederati di una volta, frammezzo ai quali Annibale non aveva

osato inoltrarsi. La Costituente si disciolse prosaicamente; Mazzini,

ultimo italiano, dovette nuovamente esulare solo.

Appena tacquero i cannoni, squillarono le campane.

La città dei preti e dei servi, usa a vivere della ospitalità degli

alberghi, accolse gl'invasori precedenti il pontefice e che tronfi

della facile vittoria rattenevano a stento il disprezzo per un popolo

senza coscienza di patria in una città, che era stata la coscienza del

mondo.

Tutto era perduto. Caduta Roma, Venezia vincitrice non avrebbe giovato

nè a sè medesima nè all'Italia.

Un silenzio di morte si stese sulla penisola, rotto dalle chiocce

invocazioni del clero osannante nelle chiese al ritorno del pontefice,

mentre un gran vuoto si faceva improvvisamente nelle coscienze di

tutti. Quella rivoluzione vinta, insultata nell'agonia, morta

diventava qualche cosa. Rivoluzionari e reazionari al rumore della

caduta di Roma si guardarono in viso allibiti: che cosa significava

quella repubblica vissuta un giorno nella gloria tragica di un assedio

senza scampo e morta di ferite fratricide senza gettare un grido di

paura o di odio?

I suoi soldati, ultimi superstiti di un'epopea che forse un giorno

avrà un poeta grande quanto Omero, si dicevano usciti dalle mura,

dispersi. Che cosa era avvenuto di Mazzini? Garibaldi era forse

prigioniero?

Ognuno se lo domandava, nessuno lo credeva.

Un fascino misterioso circondava quest'uomo rendendolo superiore a

tutte le circostanze.

Mazzini esulava, Garibaldi si ritirava, nessuno dei due fuggiva.

Coi rimasugli dell'esercito, forse un quattromila uomini, Garibaldi

era uscito al momento della resa da porta S. Giovanni. Il popolo lo

aveva visto ritirarsi con un senso di ammirazione paurosa. Come

avrebbe egli potuto salvarsi per una campagna tenuta da tre eserciti,

ognuno dei quali tanto maggiore del suo? Garibaldi andava innanzi

pallido e biondo. La serenità della sua fronte entrando dalla porta

nella campagna, era degna di Roma; aveva perduto la battaglia ma la

guerra proseguiva. Invece i soldati laceri e sfiniti, senza quella

fede incrollabile del generale nella unità d'Italia, cadevano quasi

sotto il silenzio di Roma. Non uno sguardo dalle mura dell'immensa

città li seguitava per la morta campagna.

La ritirata cominciava senza meta e senza scopo. Perchè salvarsi? Dove

salvarsi? La desolazione della campagna, eterna come Roma, avvolgeva

la disperazione di quelle ultime ore. Solo Garibaldi alzava la fronte

sul deserto e lo dominava colla sicurezza di chi scruta oltre i suoi

confini nelle terre che lo attendono. Roma era presa, ma l'Italia

poteva sollevarsi ancora. Perchè la ritirata da Roma non sarebbe un

ritorno dall'isola d'Elba? Il numero dei soldati non montava, giacchè

il popolo è senza numero, e dai monti, dalle valli, dalle pianure che

vanno a bagnarsi nelle paludi, dalle città che nessuna milizia

occupava, dai villaggi, dai porti, dai litorali deserti, fino dalle

vette più inesplorate insorgerebbero italiani al tuono delle nuove

battaglie, che inseguito da tutti i nemici egli darebbe a tutti loro

per tutte le terre d'Italia. Ora che le singole rivolte erano fallite

doveva cominciare la resistenza generale. L'Italia medioevale aveva

fatto le ultime prove in questa insurrezione frammentaria, inspirata e

sorretta dalle energie delle tradizioni locali, ma un'altra Italia

disciplinata da Mazzini nelle società secrete, rappresentata al

supremo sacrificio di Roma da' suoi figli più prodi poteva sorgere e

vincere.

Traversare l'Italia, sollevarla, spingerla sugl'invasori e mentre essi

dispaiono nella battaglia di tutto un popolo contro un esercito,

salire sulle Alpi e gridare all'Europa attonita: che la rivoluzione ha

vinto e un'altra Italia comincia per tutti una nuova storia di

libertà....

Era il sogno di quel momento, l'alba che egli vedeva attraverso il

crepuscolo sinistro di quel giorno di sconfitta.

Il pericolo dell'aperta campagna rianima la piccola truppa; Roma si

allontana all'orizzonte, mentre il deserto dell'agro romano si

distende oltre lo sguardo e le memorie dei più in una desolazione così

sublime che rivela loro la grandezza della propria.

L'anabasi incomincia: tre eserciti li cingono e li perseguono.

Garibaldi li cansa, scivola fra i loro vani, li delude, li inganna;

muta passo e direzione ad ogni ora, aumenta di velocità, dissipa le

proprie traccie, è introvabile, invincibile. Agile come un serpente,

ha dei balzi e delle ferme di leone che seminano nei persecutori la

confusione e la paura: guadagna i monti e vi si perde, sempre

inseguito e sempre in salvo, moltiplicando gli stratagemmi e gli

eroismi, lasciando ad ogni tappa una gloria e una speranza.

Il popolo non si è mosso e non si muove. I contadini lo guardano

passare svelto e superbo pei campi, seguito da soldati che di umano

non hanno più che la fatica e il dolore, e abbassano gli occhi colla

indifferenza di una ignoranza cui nulla più commuove, di una servitù

che da secoli non ha più tentazioni di libertà. Le città e i villaggi,

dove giunge, non lo ricevono o almeno non vorrebbero riceverlo,

percossi dalla notizia degli eserciti che lo inseguono o meravigliati

di vederlo vivo e forte, mentre una voce misteriosa lo annunziava

morto ad ogni ora. L'orrore dei sacrilegi immaginari di Roma allontana

da quei superstiti ribelli la pietà dei credenti, che il ritorno del

papa ha entusiasmato; le amare delusioni rivoluzionarie li colpiscono,

il solito disprezzo pei vinti li insulta.

Il piccolo esercito non è più che un manipolo, la stanchezza disperata

delle marcie ha di già abbattuto la maggior parte dei soldati avviliti

dalla indifferenza ostile del popolo. Solo Garibaldi, che non spera

più, non cede ancora. Invece di irritarsi di quella viltà del popolo,

la comprende e lo compiange. Tre o quattro secoli di schiavitù non si

cancellano in un giorno: il popolo che non ha ancora potuto credere,

malgrado ogni dimostrazione scientifica, al giro della terra intorno

al sole, perchè crederebbe subito che la storia giri intorno alla

libertà? I dolori centenari della sua immobilità sulla gleba fecondata

sotto l'occhio avaro del padrone e il sorriso beato del prete erano

ben maggiori delle sofferenze di quella ritirata, che la morte poteva

ad ogni istante interrompere e consolare: ma il popolo che non muore e

non si ritira, non poteva credere ancora alla propria resurrezione, nè

all'eroismo di coloro che avevano invano tentato di morire per

ottenergliela.

Garibaldi marciava sempre. Amici e nemici, nessuno in Italia sapeva

bene dove si trovasse; egli stesso ignorava la propria meta. Un

istinto lo guidava. La reazione trionfante in tutta l'Europa si

ricordava appena di lui per chiedere sbadatamente se lo avessero

fucilato, il popolo l'abbandonava, Mazzini l'astro del suo pensiero

era scomparso o si era spento, Roma si stordiva d'incenso e di

scampanio, i tedeschi stavano per uccidere Venezia, Genova più

infelice era stata riconquistata dai Piemontesi.

Egli solo, inerme capitano di un manipolo d'inermi, restava

all'Italia.

La sua coscienza lo sentì. Per una di quelle attrazioni che la poesia

è pronta a cogliere ma delle quali il volgo ride, avendo invano

traversato l'agro latino, l'Umbria, le Marche verso la Romagna, si

diresse a S. Marino per disciogliervi, ultimo difensore della

repubblica romana, nella libertà della sua minima ed antica

repubblica, le supreme reliquie dell'esercito, col quale aveva sognato

di sollevare l'Italia. I tempi non erano maturi: d'altri dolori e di

più profondi studi aveva d'uopo l'Italia per risorgere.

Egli riservato a quel giorno doveva restar solo e sparire.

Quindi senza un lamento congeda il drappello degli ultimi che

l'avevano seguito. Napoleone aveva singhiozzato a Fontainebleau

stringendo la mano al generale della sua vecchia guardia, e sublime

egoista le aveva gridato: Scriverò nell'esilio quanto operammo

insieme! Garibaldi moralmente più grande si perde nella sventura

d'Italia e non ha un solo motto d'orgoglio dopo tanti eroismi. Al

momento di sbandarsi generale e soldati, egualmente profughi e cercati

a morte, dimenticano ogni gerarchia di merito e di ufficio per

stringersi semplicemente la mano, forse per l'ultima volta, e si

separano.

Egli volle restar solo.

L'epopea si muta in romanzo. La ritirata è finita, il pellegrinaggio

incomincia. Invano gli consigliano di radersi la barba e di mutare

abito, giacchè la sua fisonomia e il suo abbigliamento reso popolare

dai ritratti è nella coscienza di tutti. Egli nega, non sa dirne la

ragione, ma nega. Tale prudente menzogna del viso e delle vesti

avrebbe mutato il suo pellegrinaggio in una fuga, e Garibaldi non può

fuggire. Sua moglie Annita, meravigliosa fusione di Andromaca e di

Clorinda, lo segue incinta e non teme; un amico solo, un capitano, li

accompagna. Come ha egli ottenuto questo privilegio? Forse da Annita

troppo ammalata malgrado tutto l'eroismo del suo cuore.

Da S. Marino scende al mare, s'imbarca, approda tra le valli di

Comacchio, s'interna nella pineta di Ravenna; perchè raccontare tutto

questo? Troppo e troppo sconciamente lo dissero poi tutti coloro che

lo giovarono di aiuto. La vanità dei salvatori fu questa volta

maggiore della grandezza del salvato; egli aveva sempre ricordato nel

silenzio della gratitudine, essi si percossero di contumelie dopo la

sua morte, litigandosi ognuno il vanto di averlo salvato e confessando

così tutti insieme di non averlo conosciuto.

Ma la sventura d'Italia persegue l'ultimo italiano; come l'Italia

aveva tutto perduto in quell'ora, a lui non doveva restare nulla, nè

un soldato nè un amore. Annita vinta dal travaglio di quella caccia,

che non dà requie, s'arresta un momento e spira. Garibaldi, solo, non

può nè soccorrerla nè seppellirla. Il suo dolore rugge colla bufera

che tormenta la pineta, ma la sua anima non cede tuttavia alla

tentazione della morte.

Morta Annita, l'Italia moribonda che aveva con lei diviso il suo

cuore, vi rimane sola, sventurata erede di nuova sventura; ma il cuore

di Garibaldi non si restringe. E i pericoli si rinnovano, la morte

incalza. Adesso tutto il mondo sa che Garibaldi, congedati gli avanzi

dell'esercito col quale era sfuggito alla capitolazione di Roma, erra

sul littorale di Ravenna in cerca di scampo: spie e pattuglie lo

cercano. Appena ravvoltolato nella sabbia il cadavere della povera

Annita, che i cani scovrirono e rosicchiarono nella notte, muta

ricovero di capanna in capanna, protetto da povera gente, più triste

perchè più solo, ma quasi tranquillo. Tutte le speranze d'Italia erano

ospitate nel suo cuore: egli lo sentiva e camminava senza affrettarsi

e senza nascondersi, seguendo le guide che il destino gli mandava e

dicendo a tutti:

--Sono Garibaldi, insegnatemi la strada.

Quale?

E lo guidavano al sicuro.

Fra tanti, cui si scoperse, nessuno dubitò di lui e lo tradì. Un

fascino fatale lo proteggeva. Biondo, coi capelli lunghi come la

criniera di un leone, coll'occhio azzurro come l'azzurro delle più

belle albe italiane, vestito come tutti i soldati d'Europa l'avevano

veduto sulle mura di Roma fra le tempeste dell'assedio, nessuno dei

tanti drappelli nemici, cui s'imbattè, lo riconobbe. Se gli avessero

chiesto il nome, avrebbe risposto:

--Garibaldi.

Non glielo chiesero.

Egli taceva abbandonato al proprio destino, non avvertendo quasi più

nulla di quanto accadeva intorno a lui. Una quiete superba si veniva

facendo nel suo spirito, come una inesplicabile sicurezza di essere

già in salvo per potere più tardi salvare l'Italia, e che raggiandogli

da tutta la persona assoggettava istantaneamente quanti gli si

accostavano per aiutarlo. Non pareva più un proscritto, ma un

incognito fatato e fatale. Comandava e accettava serenamente grato

della assistenza e sicuro nel comando.

E alla voce che lo gridava già morto quando nei giorni passati alla

testa di quattromila uomini scorreva l'appennino, ora più solo e

abbandonato che in alcun tempo della sua vita, ne era succeduta

un'altra che lo diceva salvo. Nessuno sapeva nè dove nè come, ma

Garibaldi doveva essere salvo.

Dai monti di Modigliana Don Giovanni tendeva l'orecchio a questa voce.

Per lui Garibaldi era ormai tutta l'Italia. La rivoluzione fallita per

sola colpa degli Italiani, che l'avevano indebolita disgregandola

nelle vanità delle singole provincie, non aveva avuto che due uomini,

Garibaldi e Mazzini: tutti gli altri per quanto alti di pensiero e

generosi di sentimento non erano arrivati al concetto in una sola

Italia. La maggior parte di essi, mascherando le vanità paesane di

piccoli studi storici, invocavano una federazione che mancando

dell'idea fondamentale dell'unità non avrebbe mai potuto produrre la

necessaria unione di tutti gl'interessi divergenti per combattere lo

straniero e conquistare la libertà. La confederazione possibile in uno

Stato già indipendente o livellato da una servitù uniforme,

nell'Italia d'allora non era che una ipocrisia dietro la quale i suoi

piccoli Stati tentavano salvarsi dalla rivoluzione; e coloro fra i

rivoluzionari che la caldeggiavano, e ve ne furono d'illustri,

dimenticavano la vera necessità del momento politico per smarrirsi

nella compiacenza di un futuro discentramento amministrativo, il quale

giovandosi dei caratteri spesso antagonisti delle nostre razze, e

delle incredibili differenze del nostro clima, traesse poi da tutte le

nostre forze parallelamente ordinate tutta la varia quantità di

risultati che possono dare.

Don Giovanni si era accorto fra i primi dell'errore della

confederazione. I moti parziali che avevano preceduto il 48,

determinati dalle diverse energie e condizioni delle provincie, erano

miserevolmente finiti: gli stessi dolori li avevano eccitati, le

medesime vanità li avevano condotti a fallire. Austria e clero

tremendamente unitari avevano sempre riso e seguiterebbero a ridere di

ogni tentativo rivoluzionario senza unità di mezzi e di scopi. Le

monarchie italiane costrette dalle necessità dei tempi a simpatizzare

colla rivoluzione, negandola nel proprio secreto per egoismo

d'esistenza, parlavano naturalmente di costituzione e di

confederazione per indebolire con piccoli fatti liberali e con grandi

promesse di libertà l'apostolato di Mazzini, che secondata abilmente

l'illusione federale monarchica, era ritornato più forte di prima alla

predicazione dell'unità.

Ma i tempi immaturi gli avevano mancato. Austria e clero coalizzati

avevano trionfalmente resistito a tutti gli sforzi del suo genio.

Caduta Roma, l'Italia rientrava nella infermità delle proprie forme

storiche, uscendo dalla rivoluzione come da un brutto sogno.

Il solo torto di Mazzini, secondo Don Giovanni, era di aver troppo

insistito sulla necessità di un nuovo cristianesimo più morale che

dogmatico, senza tradizioni e senza gerarchie. Certo nessuna

rivoluzione può prescindere dall'elemento religioso, sotto pena di non

essere rivoluzione intiera, ma quel dissidio filosofico con Roma aveva

indebolito, disperdendolo in altri campi, lo sforzo rivoluzionario. La

rivoluzione francese più abile e più profonda aveva preferito negare

il cattolicismo per giovarsi dei dolori e degli odii da esso prodotti

in tanti secoli di tirannia e di corruzione. Mazzini aveva sognato

contemporaneamente la resurrezione e la rigenerazione dell'Italia. Era

troppo. La lirica delicata e veemente del suo sentimento religioso,

invece di sollevare gli animi contro le brutture del cattolicismo,

riscalducciava la bigotteria latente in tutte le coscienze rendendo

più ascoltati i preti, che affermavano essere nella religione l'unica

verità della vita. Troppa era ancora l'ignoranza e la bassezza di

cuore perchè il nuovo cristianesimo umanitario di Mazzini fosse

compreso.

E piuttosto che una riforma questo pareva ai più una confessione

umiliante d'inferiorità in faccia al cattolicismo, mentre la scienza

aveva già spezzata da un pezzo l'orbita cristiana.

Invece Garibaldi, cansando il problema della rivoluzione religiosa,

aveva urtato impetuoso nell'ignobile tirannia di Roma: quindi

coll'infallibile intuizione popolare affermando cattolicismo e

romanismo, clero e religione identici nell'attualità storica, aveva

capitanato contro di essi l'odio delle plebi, solo rattenendolo negli

accessi per magnanimità di natura. Se nessuna forma religiosa era

stata rispettata da lui, nessun prete innocente o colpevole aveva

patito persecuzioni.

Questa sintesi del suo cuore era stata più larga ed efficace della

sintesi intellettuale di Mazzini per la rivoluzione.

Garibaldi solo in quel momento era tutta la rivoluzione: guai se fosse

morto!

A questo pensiero, che lo tormentava notte e giorno, Don Giovanni si

sentiva letteralmente morire. L'inerzia, nella quale si era per

eccesso di chiaroveggenza condannato durante il periodo

rivoluzionario, gli aveva prodotto nell'anima una specie di sdegno

contro sè medesimo che l'azione solamente avrebbe potuto calmare.

L'agonia d'Italia gli diventava rimprovero alla calma della sua vita

di cacciatore e di prete. Bisognava pur soffrire e morire in un'ora

che Dio aveva concesso alla morte. A Napoli, a Roma, a Venezia, a

Milano, dappertutto si moriva: gli ultimi tiranni trucidavano i nuovi

martiri; framezzo a un popolo per troppa miseria ignaro ed ignavo

drappelli di generosi morivano baldamente, gettandogli per ultimo

grido una parola di rivolta e di amore.

Garibaldi errava solo per la foresta di Ravenna; così gli avevano

scritto vecchi congiurati. Bisognava quindi salvarlo, adesso che Roma

da lui difesa sorrideva agli stranieri invasori e Venezia si

arrendeva, e il Piemonte per conservare la larva del proprio statuto

sotto le minaccie dell'Austria mutava larva di re; e il triumvirato

toscano, ombra del triumvirato romano, spariva nelle tenebre della

reazione granducale; e i borboni ritiravano a Napoli la costituzione

insanguinandola nelle vie, e la rivoluzione falsata a Parigi dalla

repubblica francese, che mandava ad assassinare la repubblica romana,

era tradita a Vienna, soffocata a Berlino nel sangue più generoso:

salvarlo adesso che generale senza esercito errava fra il popolo

incapace di riconoscerlo, ormeggiato da spie, circuito da pattuglie

pronte a fucilarlo! Morire ma salvarlo, perchè egli solo poteva un

giorno rialzare l'Italia, essendo stato solo a concepirla e a

combattere per l'Italia libera ed una! Mentre i più illustri uomini

delle varie provincie disonoravano di lamenti e di contumelie

reciproche la sventura di quell'ora, Garibaldi già rituffatosi nel

popolo e subitamente dimentico della propria gloria di generale, non

si difendeva, non si vantava. Come prima di battersi in Italia per

l'Italia, comprendendo per lei il bisogno di una nuova gloria

militare, era andato a conquistarla in America: sentendo che il torto

della rivoluzione fallita era solo dell'Italia, più coraggioso di

tutti nascondeva col proprio silenzio quella viltà all'Europa, conscio

per prova che il raccoglimento del dolore è sempre più fecondo di

tutta l'agitazione delle diatribe. Taceva ed errava. Dov'era in

quell'istante? Qual nuovo disastro lo colpiva?

Ma Garibaldi non poteva salvarsi che per la via di Toscana.

L'esperienza di Don Giovanni, che aveva trafugato tanti proscritti, lo

assicurava di questa necessità. Tutta la legazione di Ravenna era

coperta di pattuglie e di spie; impossibile penetrare nel Veneziano o

muovere per Bologna verso i ducati.

Ma ad ogni ora il pericolo aumentava: i minuti erano forse contati.

Dov'era Garibaldi?

Sotto il suo mantello di proscritto egli portava allora tutta la

fortuna d'Italia.

Bisognava salvarlo a qualunque costo, e che un prete fosse il suo

salvatore.

Garibaldi rimasto solo non era più l'eroico avventuriero d'America,

che figlio di patria schiava vinceva per la libertà di altre terre;

non il generale improvvisato che difendeva Roma contro l'Europa e la

repubblica contro l'impero e il papato, ma tutta la rivoluzione.

Coll'infallibile istinto del genio, fallita l'impresa di sollevare

l'Italia, aveva licenziato i soldati rinunciando a ritardare

inutilmente la resa di Venezia. Nessuna resistenza giovava più;

bisognava riserbarsi ad altro tempo, forse prossimo, ritemprandosi in

migliore preparazione. La nuova rivoluzione avrebbe mutato metodo e

processo. La trepidazione vile ed avara, colla quale tutti i piccoli

governi della penisola s'affannavano a ritirare dal naufragio quanto

meglio potevano, profittando magari delle peggiori condizioni del

vicino, significava che della rivoluzione vinta e della rivoluzione

futura non avevano la più piccola coscienza. Dopo di essersi battuti

per velleità nevrotiche contro lo straniero, si liticavano

stiracchiando i confini come i moribondi tirano le lenzuola. Avrebbero

ceduta tutta l'Italia per protrarre di un miglio la propria linea

doganale.

Roma benediceva e malediva. Per lei tutta la rivoluzione era infame, e

l'Austria tiranneggiava l'Italia per diritto divino, e Ferdinando

valeva S. Luigi, e Isabella di Spagna Santa Teresa, e la libertà era

falsa, la patria solamente in cielo, la storia italiana immutabile col

papa re di poche provincie esauste, col napoletano selvaggio nelle

campagne o putrido nelle città, col lombardo-veneto soffocato dai

croati, coi ducati lacerati da maniaci come Carlo III o da usurai come

Francesco V, con governi tutti senza garanzia di rappresentanza

nazionale, coi mari senza navi, coi campi senza strade, colle

frontiere senza eserciti, colle scuole senza scienze, colle arti senza

ideali, colle chiese senza Dio.

Era il programma di Roma.

No.

Non era vero, nè il cristianesimo nè il cattolicismo erano così. La

redenzione di Cristo non poteva conchiudere all'oppressione del mondo

per opera della sua chiesa. Una difficile e tremenda menzogna agiva

dentro la tradizione divina. La storia ecclesiastica, che avrebbe

dovuto essere la storia dell'ideale verso cui la storia umana piena di

delitti e di catastrofi doveva costantemente sollevarsi, non era più

stata, dai primi tempi della persecuzione e dell'assisa dei dogmi,

quello che doveva. Il mondo da lei purificato l'aveva corrotta; filtri

e lambicchi finiscono sempre così. I papi s'erano scannati fra loro, i

cardinali li avevano venduti, gl'imperatori erano spesso riusciti ad

assoggettarli; i preti, eredi di martiri, che avrebbero sempre dovuto

aspirare al martirio, s'erano abbandonati alle cupidigie di ogni

impero, e impotenti perchè il loro carattere sacro derivava da una

amputazione del carattere umano, avevano finito col preferire le

ricchezze alla gloria. Per conservare un minimo regno ottenuto da una

falsa donazione, quasichè i regni potessero donarsi, difeso per secoli

contro insurrezioni feudali e municipali, sempre negato dal popolo,

non avevano dubitato di turbare la storia di tutte le genti.

Possessori di beni immuni d'imposte, esenti da ogni obbligo civile,

erano quindi diventati stranieri nel mondo, entro il quale per

turbolenza di vizi avevano voluto discendere e sul quale avevano

regnato nel nome dell'ideale. No; Roma, sede del papa perchè il

cattolicismo è universale, non poteva e non doveva essere un feudo del

pontefice prolungando nel mondo moderno l'errore della feudalità, che

faceva risiedere la sovranità in un uomo invece che nella legge. Il

cristianesimo non era monarchico; il mosaismo stesso non lo era stato

che a malincuore e solamente di forma, poichè la legge non v'era fatta

dal re. Perchè dunque il papa avrebbe un regno? Per la sua libertà? Ma

un papa è sempre libero, perchè la religione è un fatto della

coscienza; si può uccidere un papa, non dominarlo. E perchè egli

temerebbe di morire per opera di coloro, che incapaci ancora di

apprendere le divine verità del cristianesimo rappresentano gli eterni

gentili, che il cristianesimo deve convertire? Una religione non deve

essere sempre in istato di conquista, e nella conquista il vincitore

non muore quasi sempre?

Che cosa era il cattolicismo nel cristianesimo? L'uniformità entro

l'unità, mentre il protestantesimo e tutte le altre confessioni ne

rappresentavano la varietà. Il cattolicismo era necessario al

cristianesimo come la grande strada ai viottoli, che vi si immettono,

ma a traverso le sinuosità di ogni curva l'una e gli altri miravano

alla medesima meta.

Perchè dunque i papi volevano un regno puramente mondano e i preti

cercavano sottrarsi ai pesi che la vita e la storia distribuiscono al

resto degli uomini?

Ma a traverso tutte queste domande in lui ancora troppo torbide

un'idea si faceva largo e splendeva.

Un prete doveva salvare Garibaldi.

Egli voleva essere quel prete.

Era tempo.

Da molti secoli Roma difendeva cogli anatemi i propri privilegi

politici, ma perdonando fatalmente appena fossero del tutto perduti.

Esenzioni dalle imposte, decime, immunità, gradi, uffici, tutte le

forme politiche del cattolicismo nel medio evo erano state abbandonate

da Roma dopo la più accanita difesa senza che coloro stessi, che li

oppugnavano, credessero di uscire dal cattolicismo. E Roma non aveva

osato ostinarsi nella contraria teorica. Invincibile nelle polemiche,

aveva sempre creduto alle resistenze popolari contro i suoi privilegi

mondani. Le discussioni filosofiche presto o tardi andavano a

percuotere in un dogma incrollabile sfracellandovisi, e Roma allora le

designava al mondo con una condanna: l'opposizione muta e sorda del

popolo contro le sue esorbitanze di regno o i suoi eccessi di dottrine

tendenti a pareggiare nella necessità della salvezza i precetti

disciplinari ai dogmi fondamentali, l'avevano sempre costretta a

rientrare lentamente in sè medesima.

Bisognava dunque agire invece di discutere, perchè le polemiche

irritano e gli esempi confortano. In quel momento Roma papale

rinnovava tutti gli errori de' suoi molti secoli di storia. Il papato

ricomponendosi il trono sulle rovine della rivoluzione aveva bisogno

della morte di Garibaldi; questi vivo, il popolo si ricorderebbe

sempre della breve repubblica romana guardandone i triumviri o il

generale e li stimerebbe sempre capaci di ricominciare. L'Austria

accorsa in aiuto del papa aveva altrettanto bisogno di uccidere in

essi l'idea della unità italiana. Gli ultimi casi della guerra si

prestavano meravigliosamente a una fucilazione quasi irresponsabile

per il governo; una pattuglia l'eseguiva, se ne riprovava magari

l'uffiziale, premiandolo secretamente. Le monarchie e i ducati

italiani ripristinati, folli di paura e d'egoismo reazionario,

applaudirebbero: il popolo mal desto dalla rivoluzione, aggirato dalle

calunnie, blandito negli interessi e nelle abitudini lascerebbe

compiere il delitto, che una interpretazione vaticana avrebbe subito

chiamato espiazione.

Bisognava che un prete scevro d'intenzioni riformiste e rimasto come

estraneo alla rivoluzione lo impedisse.

Ciò avrebbe significato che Roma aveva torto e che la dottrina di

Cristo non escludeva nessuna libertà. Il cattolicismo distrigandosi

così dal romanismo nella coscienza del clero avrebbe affermato che il

papa infallibile nella definizione di un dogma era fallace in tutto il

resto, e che gli si doveva magari in certi casi resistere.

Erano idee vecchie, ma erano la stessa rivoluzione tentata invano dai

magni spiriti ribelli e che avrebbe finalmente trionfato contro la

Roma dei papa-re. Salvare Garibaldi non era un votare per la

repubblica romana, che aveva dichiarata la fine del potere temporale?

Garibaldi riassumeva nella propria figura il principio e la storia

della rivoluzione.

Se Don Giovanni avesse potuto salvarlo, Roma non avrebbe osato

condannare.

Don Giovanni era sicuro di ciò; avrebbe potuto essere ucciso da una

pattuglia non colpito da una sentenza. Roma costretta a contraddirsi

dalla religione di Cristo, ecco l'immenso beneficio religioso che

sarebbe derivato al mondo dal supremo beneficio politico di aver

conservato Garibaldi all'Italia.

Così fu.

Dopo parecchi giorni di giri e rigiri per la pineta colle pattuglie

nemiche sempre alle calcagna, Garibaldi si decise per consiglio di

coloro che lo proteggevano ad abbandonarla. Siccome l'unica via era

quella di Toscana, fu scritto a Don Giovanni. Non gli si poteva

indicare il giorno, ma lo si avvertiva di trovarsi dalla sera all'alba

presso la dogana delle Balze. Così la rivoluzione finiva dopo un

lustro circa dove era scoppiata l'insurrezione. Egli non vi mancò.

Tutte le notti andava solo, mutando strada, armato, a questo

appuntamento, dal quale dipendevano le sorti dell'Italia. Nessuno ne

sapeva nulla: le sue abitudini di cacciatore lo protessero anche

questa volta. Erano aspettazioni tremende. Accovacciato sopra la

strada dietro un rialzo, dominandola per quanto le sue sinuosità

glielo permettevano, tendeva gli occhi e gli orecchi nel buio per

distinguere ogni passo. Nella sua fantasia diventata improvvisamente

timida si componevano e svanivano mille scene drammatiche: Garibaldi

non poteva giungere al confine, lo avevano già arrestato nella pineta,

lo inseguivano lungo la strada, lo raggiungevano tempestando;

Garibaldi inerme non tentava nemmeno di fuggire.... Era preso!

Più spesso gli sembrava di distinguere nel buio la sua fisonomia in

tutti coloro che passavano in biroccino. Quando i doganieri entravano

o uscivano dalla dogana per disporre un agguato ai contrabbandieri,

gli pareva che guardassero nella tenebra contro di lui e sorridessero.

Anch'essi sapevano che aspettava Garibaldi! E allora le sue mani

stringevano convulsamente la carabina, mentre tutti i muscoli gli si

tendevano per un balzo improvviso. Gli sembrava che Garibaldi sorgesse

in quel momento alla svolta della strada.... e allora egli gli saltava

incontro gridando:

--Fuggite, basto io a trattenerli.

Se quelle notti fossero state molte, la sua ragione ne avrebbe

sofferto. Ma l'appuntamento venne mutato; era stata scelta la strada

di Ravenna per la Coccolia e Forlì. La notte del 20 agosto Don

Giovanni, avvisato, si recò in cima al monte di Trebbio, che divide

Modigliana da Dovadola: pioveva dirottamente. Giunse Garibaldi in

carrettino; Don Giovanni uscì dal nascondiglio, il cuore gli batteva

da scoppiare. Non aveva riconosciuto il Generale perchè non lo

conosceva, ma lo aveva sentito. La strada e la notte erano deserte: nè

un baleno, nè una voce.

Garibaldi già disceso aiutava un compagno.

--Sono io, disse Don Giovanni.

--Sono io, rispose Garibaldi.

Tutto era detto.

--Andiamo?

--Il mio compagno è ferito e non può camminare, soggiunse Garibaldi

con voce calma.

Don Giovanni, che aveva riacquistato tutta l'energia della propria

natura nel pericolo di quel momento, ebbe un impeto che frenò a

stento. Che importava del compagno?

La strada era pericolosa, da un istante all'altro si poteva essere

sorpresi. Perchè imbarazzarsi di un soldato? Egli, Don Giovanni,

andrebbe avanti: al primo incontro ripiegherebbe; se fossero gendarmi

direbbe a Garibaldi di fuggire e resterebbe a divertirli facendo

fuoco. Perchè un compagno? mormorava nel proprio pensiero.

--Bisogna trovare una vettura.

La voce del generale era dolce ma imperiosa. Don Giovanni ubbidì;

proseguirono essi a piedi, il ferito sul carrettino che li aveva

condotti. Lungo la strada abitava un altro parroco, amico e congiunto

di Don Giovanni; questi batte all'uscio, lo fa alzare, gli domanda

cavallo e carrettino. L'altro acconsente. Don Giovanni fa guidare al

garzone di casa, tanto per aver qualcuno da ricondurre il cavallo;

giungono al Marzeno. Il temporale ha mutato il fiume pacifico in

furioso torrente.

Don Giovanni rimanda garzone e cavallo.

La notte era fosca, il fiume ruggiva. Allora Don Giovanni si offerse e

impose a Garibaldi e al suo compagno di montargli sulla schiena: egli

si sarebbe lanciato a nuoto portandoli così sull'altra riva. Era

talmente sicuro di sè che non si spogliò nemmeno. Garibaldi titubava.

Marinaio, gli sembrava ridicolo guadare un fiume sulle spalle di un

altro uomo. Ma in quel momento Don Giovanni, che avendo deposto il

capitano Leggero sull'altra riva ritornava per prendere Garibaldi, gli

disse colla voce ferma di chi sa di essere l'arbitro della situazione,

presentandogli le spalle:

--Montate; Generale, voi conoscete il mare, ma io conosco il mio

fiume.

Garibaldi comprese la semplicità eroica dell'invito e si arrese.

Quando toccarono la sponda Don Giovanni trasse un forte respiro, e

cercando la mano del Generale gli disse con voce tremante:

--Grazie!

Passato il pericolo l'emozione lo vinceva. Ma fu un attimo; si

abbassò, afferrò robustamente il ferito disteso sull'erba, se lo

caricò sulle spalle e, accennando a Garibaldi di seguirlo per un

sentiero tortuoso e dirupato, guadagnò l'orto della propria casa e

furono al sicuro.

La grande azione della sua vita era compiuta, tutto il resto ne

discese.

Perchè raccontare la vita degli otto giorni che Garibaldi passò nella

sua casa? Quello che dissero e quello che sognarono per l'Italia? Don

Giovanni nella forte modestia della propria natura non se ne aperse

con alcuno; quello solo che poterono poscia indovinare gli amici fu

che Garibaldi temeva per Don Giovanni, e questi per Garibaldi. Perchè

il Papa re di Roma, che faceva fucilare a Rovigo l'eroico Ciceruacchio

e Ugo Bassi a Bologna, non avrebbe inferocito su Don Giovanni?

Una grande ragione v'era che Garibaldi in quel momento non capiva.

Dopo otto giorni, combinati accordi con altri patrioti, Garibaldi

sempre guidato da Don Giovanni, prese l'Appennino, giunse a

Palazzuolo, e per Pietramala, le Filigare e Prato potè arrivare a

Talamone.

Al momento di partire da Modigliana, il più ricco possidente del

paese, certo Papiani, l'unico che Don Giovanni avesse messo nella

confidenza di quella perigliosa ospitalità, offerse timidamente a

Garibaldi tutto il denaro della propria cassa. Questi gli strinse la

mano e rifiutò cortese, ma austero.

L'altro insisteva; Don Giovanni, che sapeva il Generale senza un soldo

e che non ne aveva neppure egli per imporglieli col diritto

dell'amico, che gli salvava la vita, sorrideva.

Garibaldi mantenne il rifiuto.

Partirono in una notte cupa; sempre pei monti giunsero sopra la Badia

di Susinanna, antico feudo del celebre Maghinardo.

Erano sfiniti. Don Giovanni vi conosceva un mulattiere, che abitava

presso il mulino, e pensò di svegliarlo per chiedergli i muli. Nascose

i due compagni in una fratta e avanzandosi sotto la casa lanciò un

sasso alla finestra del mulattiere.

I monti neri nella notte, appena divisi dal fiume, parevano più

sinistri in quella gola; l'acqua mormorava sotto il ponte con lamento

continuo.

La finestra si aperse.

--Chi va là?

--Sono io, Don Giovanni di Modigliana.

--Oh! che c'è?

--Scendi.

--Che c'è? Vengo subito: come mai lei qui? vengo, ecco!

E si sentiva il mulattiere meravigliato di quella visita parlare ad

alta voce nella camera vestendosi.

Poco dopo aperse l'uscio di casa; teneva una lanterna in mano.

Don Giovanni vi soffiò sopra.

--Che c'è?

--Sono io, zitto! Hai i muli a casa, Pio Nono?

Era questo il soprannome del mulattiere, e ricordandoselo Don Giovanni

sorrise.

--Ne ho uno solo.

--Basterà: mettigli il basto, debbo andare a Palazzuolo. Ho meco due

signori, sono stanchi. Che cosa vuoi?! non conoscono la montagna.

--Già, signori di città... ci vuole altro per i nostri monti. Lei,

viene da Modigliana?

--Sì.

--Entri, sarà stanco, mi faccia l'onore... Ecco, veda; ho ancora in

casa due fiaschi. Ma perchè mi ha spento il lume? scoppiò

improvvisamente a dire.

--Via via, fa presto; non entro. Ho lasciato quei signori, vado a

trovarli. Metti il basto al mulo e sali sulla strada: noi vi saremo.

Lo lasciò.

Dopo cinque minuti Pio Nono apparve sulla strada tenendo il mulo per

la briglia: la bestia s'arrampicava con passo violento, si sentivano i

suoi ferri battere contro i ciottoli.

--Ohè, piano! urlava Pio Nono, rattenendola per la catena.

La bestia era impetuosa, nera e piccola. Pio Nono ansava.

--Ecco! esclamò scorgendo il gruppo dei signori. È un mulo troppo

vivo, e lo frenava con visibile sforzo, mentre colla voce sembrava

incoraggiarlo, superbo di quella sua vivacità.

Fino a Dogali · 第 18 / 41 题